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Intervista
a Marcello Ortolani
Per l'avvio, da parte di enti ed associazioni,
delle prove e ricerche invernali di somministrazione dell'acido ossalico
per sublimazione, riteniamo possa essere utile soffermarsi sulle considerazioni
di chi ha già effettuato alcune prime e significative esperienze.
In
occasione del tradizionale convegno di "mezza stagione", in
luglio a Modena, dell'associazione apicoltori professionisti (A.A.P.I.),
Marcello Ortolani ha tenuto una relazione tecnico/pratica sugli accorgimenti
ed attrezzature per la somministrazione di acido ossalico sublimato nel
trattamento invernale.
Le valutazioni di Marcello assumono particolare rilievo ed importanza
in considerazione dell'esperienza da lui maturata, lo scorso inverno:
ha, infatti, trattato con tale tecnica le svariate centinaia d'alveari
che compongono il suo allevamento.
Abbiamo colto l'occasione per sottoporgli alcune domande.
Come ti sei attrezzato?
Mi sono dotato di:
1. due evaporatori Varrox;
2. due cavi, di 25 metri e di buon diametro, da collegare alla batteria
del furgone tramite morsetti;
3. una ventina di spugnette per sigillare le porticine;
4. degli spessori di legno per far aderire al meglio i cassettini metallici
al fondo delle arnie e ridurre al minimo possibile le fessure;
5. una buona maschera, la migliore, per la protezione dagli acidi (nel
depliant del Varrox è indicata la tipologia di maschera indispensabile
se non si è masochisti);
6. un recipiente, bottiglia di pet tagliata, da riempire d'acqua per raffreddare
la piastra;
7. ed ovviamente di acido ossalico diidrato di buona purezza -99%- ed
un misurino per dosarlo.
Ci tengo a precisare che la batteria dell'automezzo deve essere in buono
stato e d'amperaggio che ne consenta la ricarica. Il motore dell'autocarro
resta, naturalmente, acceso, per tutto il tempo del trattamento per evitare
di "rimanere a piedi". L'altra possibilità è di
utilizzare un piccolo generatore di corrente.
Qual
è la procedura?
Ho notato che negli esiti delle
ricerche, effettuate in Germania, i risultati di minor efficacia relativa
sono quelli delle arnie modello Dadant Blatt. E' possibile che il volume
totale dell'arnia, così come la sua distribuzione assuma un certo
rilievo nella somministrazione del "fumo" tra i favi. Ho, pertanto
fatto alcune prove per ottimizzare la distribuzione. Inizialmente ho "scollato"
i coprifavo: le fessure sono risultate sufficienti per creare l' "effetto
camino" e garantire la somministrazione a tutto il glomere.
Ho, poi, verificato che è sufficiente, a tal fine, girare il disco
a quattro posizioni del buco per il nutritore nella posizione a forellini
per fare fuoriuscire 15 secondi circa di "fumo" e quindi chiuderlo.
Ho posto dei listellini di legno, quali spessori, per avvicinare i cassettini
in lamiera ai fondi a rete delle casse per evitare, il più possibile,
la dispersione. Ho quindi inserito il Varrox nei primi due alveari chiudendo
gli stessi con la spugna. Dopo un minuto e mezzo, dopo aver controllato
che l'ossalico fosse completamente evaporato, ho estratto il Varrox, (lasciando
chiuso l'alveare per altri 10-15 minuti) lo ho raffreddato immergendolo
nell'acqua e senza asciugarlo (l'umidità agevola e non ostacola
la sublimazione dell'acido ossalico), ho aggiunto la dose d'ossalico e
lo ho infilato nell'arnia successiva. Andando avanti col trattamento,
trascorso il tempo che occorre per far finire la sublimazione dell'ossalico
ho potuto recuperare le spugne per trattare le altre famiglie dell'apiario
iniziando a togliere le prime inserite.
Che dosaggio hai utilizzato?
Per ovviare alla tipologia d'arnia,
ed in particolare alle possibili perdite dai fondi a rete, ho ritenuto
sensato aumentare il dosaggio fino a 1.8 grammi d'ossalico per famiglia.
In caso di sovradosaggio le api cadono sul fondo ma non sono intossicate
bensì "anestetizzate" e mostrano, quantomeno a prima
vista, di riprendersi bene. Credo che secondo la tipologia di contenitore,
il numero di favi ed il loro posizionamento andrà messo a punto
un opportuno dosaggio. Nei cassettini da sei favi ho somministrato 1 grammo
d'ossalico.
Quale tempo richiede il trattamento?
Va rilevato che se tale metodica
di somministrazione richiede più tempo rispetto allo "sgocciolato"
consente, al contrario, una ben maggiore operatività durante l'intera
giornata. E', infatti, sufficiente che la temperatura esterna sia superiore
ai 5 gradi: il "fumo" agevola lo scioglimento del glomere senza
traumi termici. Si può, in sostanza, lavorare da mane a sera senza
limitarsi alle ore più calde. Il trattamento di uno dei miei apiari
(circa 55 alveari) ha richiesto, in genere, sulle due ore di tempo.
Quali
sono le difficoltà ed i relativi accorgimenti?
Vi è un reale rischio
d'intossicazione grave dell'operatore. Va posta tutta l'attenzione a non
inalare l'acido ossalico che ha una tossicità non necessariamente
evidente ma molto pericolosa. Non solo è opportuno lavorare con
attenzione sopravvento e proteggersi con una maschera adeguata ma è
indispensabile sostituire periodicamente i filtri della maschera.
La tua impressione sull'efficacia
del trattamento?
Ho potuto effettuare conteggi
e controprove, ovviamente, solo su una quantità limitata di famiglie,
con buoni esiti d'efficacia. Ho constatato, senza alcun'ombra di dubbio,
che l'effetto è assai prolungato nel tempo e la caduta delle varroe
si protrae per almeno venti giorni. Le controprove d'efficacia vanno effettuate,
quindi, dopo un lasso opportuno di tempo. La prima impressione generale
è assai positiva.
La tua impressione sullo stato
delle api successivo al trattamento?
Nell'invernamento e nella ripresa
primaverile non ho notato alcun effetto negativo sulle popolazioni d'api
delle mie famiglie, anche nelle "zone umide e nebbiose" ove
abbiamo, in passato, verificato gravi problematiche indotte dall'ossalico
sgocciolato.
a cura di
Francesco Panella
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ultima modifica:10 Aprile, 2004
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