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varroa
(Varroa destructor)


DOSSIER VARROA 2001 - II parte (torna I parte)
Estratto dal Dossier L'Apis, realizzato da Aspormiele Piemonte
di Barbara Leida, Roberto Barbero, Francesco Panella, Silvano Calvarese, Gioacchino Nepa, Giorgio Della Vedova, Francesco Nazzi.
(6/2001)

SCARICA IL DOSSIER IN FORMATO (pdf 561 kb)

Strategia di lotta della Commissione sanitaria Unaapi
È ormai assodato che il momento migliore per intervenire contro la varroa é in assenza di covata (novembre per il nord Italia, agosto e dicembre per il sud Italia), ma che è necessario eseguire un trattamento tampone in estate per limitare l'infestazione e non portare le colonie al collasso durante la stagione. Come abbiamo detto in precedenza, la carica di varroa raddoppia di mese in mese. Per questo motivo, una carica di 1000 varroe a giugno significa morte certa se non si interviene in estate. Nella lotta chimica alla varroa è indispensabile non agire di proprio conto, ma attenersi ai piani territoriali, in modo da agire concordemente a tutti gli apicoltori di una data zona. Per conoscere il piano territoriale si può ricorrere alle associazioni, alle ASL, agli Istituti di Ricerca. La Commissione Sanitaria dell'U.N.A.API. da anni propone strategie di lotta che tengono conto di quanto esposto nei paragrafi precedenti, avvalendosi degli studi e delle prove sperimentali effettuate da ricercatori, dalle associazioni, dagli apicoltori e dai tecnici del settore.
La strategia di lotta proposta per il 2001 è la seguente:

NORD E CENTRO ITALIA: UN INTERVENTO TAMPONE IN ESTATE
Per portare le famiglie all'inverno, è indispensabile effettuare un trattamento tampone in estate. Considerando che tutti i prodotti chimici di sintesi presentano problemi di resistenza, oltre che rappresentare un problema per il persistere dei residui nel miele e nella cera, crediamo sia molto importante utilizzare prodotti naturali quali il timolo e gli acidi organici. Gli acidi organici, pur non esistendo sul mercato prodotti registrati, così come il timolo, sono prodotti ammessi dal regolamento CE 1804/99 che regolamenta l'apicoltura biologica.

TIMOLO
Si trova in diversi formulati commerciali (Apilife var, Apiguard). Inoltre viene utilizzato sciolto in alcool e, più raramente, in cristalli. Il meccanismo d'azione del timolo non è a oggi conosciuto. Sembra che agisca a livello del sistema nervoso, provocando la paralisi, e quindi la caduta, dell'acaro, ma non la morte. È quindi importante, o non posizionare il cassettino sotto il fondo a rete dell'arnia, o svuotarlo tra un trattamento e l'altro. L'azione del timolo si esplica con l'evaporazione; per questo motivo è importante effettuare i trattamenti con temperature superiori ai 20°C. Temperature eccessivamente alte, tuttavia, possono disturbare le api, poiché il timolo in questo caso evapora troppo in fretta, provocando la fuoriuscita delle api dall'alveare o un'eccessiva ventilazione delle stesse. I prodotti di seguito elencati possono essere utilizzati uno in luogo dell'altro.
API LIFE VAR. Sono tavolette costituite da materiale inerte chiamato "Oasis" impregnate con una soluzione di oli essenziali (timolo, mentolo, eucaliptolo) e di canfora. Sono commercializzate dalla Chemicals Life in buste sigillate contenenti due tavolette. Il trattamento deve essere effettuato tre volte, a distanza di una settimana, a partire dalla metà di luglio in montagna e nelle zone di pianura in agosto. Per ogni trattamento si utilizza una tavoletta (mezza busta) che viene posta sopra i favi, agli angoli dell'arnia, dopo essere stata divisa in duetrequattro porzioni. Si suggerisce di dividere in 4 parti nelle zone meno calde (evaporazione lenta), in 2 nelle zone molto calde (evaporazione rapida), in 3 nelle zone intermedie. Le tavolette non devono essere collocate al centro sopra i favi, per evitare disturbi alla covata, come è stato osservato con le sperimentazioni effettuate in questi anni (spostamento della covata verso il basso).
APIGUARD. È un formulato in gel, a lento rilascio. Verrà commercializzato nei prossimi mesi da Vita Europe in vaschette di alluminio. Il trattamento deve essere effettuato due volte, a distanza di 15 giorni, con un dosaggio di 50 grammi per ogni trattamento. Attualmente si stanno effettuando delle sperimentazioni per valutare l'efficacia del prodotto.
REGOLE DA SEGUIRE IN TUTTI I CASI
1. Durante tutto il periodo del trattamento le arnie devono essere munite della porticina in posizione primaverile.
2. Tutti gli alveari devono essere trattati contemporaneamente.
3. Gli alveari devono essere il più possibile omogenei.
4. Trattare con temperature superiori a 20°C.
5. Meglio trattare in assenza di melario. In caso contrario, il miele ottenuto sarà inevitabilmente "mentolato" (con un rischio "residui" incomparabilmente meno marcato rispetto ad altre molecole di sintesi). Se si tratta in presenza di melario, porre le tavolette tra il nido e il melario.

ACIDO FORMICO
È un acido organico. Agisce per evaporazione. Si utilizza impregnando uno straccio o un panno spugna con 40 ml di acido formico al 60% che viene posto sul cassettino del fondo. Il trattamento va ripetuto 5 volte a distanza di 45 giorni. L'acido formico è caustico. Per questo motivo deve essere maneggiato utilizzando i guanti di gomma e proteggendo il viso. Il prodotto inoltre non deve mai gocciolare sulle api. Un altro inconveniente è che corrode i metalli.

ACIDO OSSALICO
Normalmente l'acido ossalico viene utilizzato per il trattamento invernale, poiché la sua azione non si esplica in presenza di covata. Nei casi in cui, tuttavia, l'infestazione si riveli molto alta già in primavera, in condizioni climatiche che non permettono ancora l'utilizzo del timolo, è possibile effettuare dei trattamenti cadenzati a distanza di un mese, in occasione della levata dei melari. Tale trattamento non elimina comunque il trattamento estivo a base di timolo. Per posologia e dosaggio vedi di seguito.

NORD E CENTRO ITALIA: INTERVENTO INVERNALE
Il trattamento invernale si pratica appena le colonie rimangono prive di covata. È molto importante effettuare questo trattamento in giornate di bel tempo, con le api in volo, quando la temperatura non è ancora scesa eccessivamente.

ACIDO OSSALICO
L'acido ossalico è un acido organico già naturalmente presente nel miele. Non si conosce il meccanismo d'azione, ma sembra che interferisca con il meccanismo di assorbimento dell'acqua dell'acaro (le varroe necessitano di molta umidità per vivere), mentre non viene ingerito dalle api. Attualmente si consigliano due metodi di utilizzo:
ACIDO OSSALICO IN SOLUZIONE ZUCCHERINA. Si ottiene sciogliendo 100 grammi di acido ossalico diidrato e 1 chilogrammo di zucchero in 1 litro di acqua distillata. Di questa soluzione si somministrano, per gocciolamento tra i favi (servendosi di una siringa) 5 millilitri per favo (50 ml per una colonia con api su 10 favi). Il trattamento va praticato una sola volta in assenza di covata. Una seconda somministrazione in sembra, in alcuni casi, arrecare danni anche alle api. Una soluzione alternativa è quella di sciogliere 80 grammi di acido ossalico e 400 g di zucchero in 1 litro di acqua. Riducendo la concentrazione dello zucchero sembra che il danno alle api sia inferiore.
ACIDO OSSALICO NEBULIZZATO. Si prepara sciogliendo 28 grammi di acido ossalico diidrato in 1 litro di acqua. La soluzione viene spruzzata su ogni facciata di favo coperta da api. Il metodo è più laborioso e viene consigliato agli apicoltori con pochi alveari. La convenienza di questo trattamento è che la quantità acido ossalico è notevolmente inferiore, evitando così i problemi di tossicità nei confronti delle api. In questo caso, il trattamento può essere ripetuto una seconda volta senza provocare alcun danno. L'acido ossalico va somministrato in entrambi i casi in giornate soleggiate, con le api in volo e con temperature sopra i 5°C. Anche per l'acido ossalico occorre prestare qualche precauzione, poiché se inalato può provocare intossicazione.

SUD ITALIA
In alcune zone del Sud gli apicoltori hanno la fortuna di poter sfruttare, per intervenire contro la varroa, il blocco di covata che generalmente si ha alla fine di agosto, a causa del caldo eccessivo e del blocco del flusso nettarifero. Quand'anche rimanesse qualche favo di covata, questo può essere spostato dalla colonia da trattare, per la costituzione di nuovi nuclei. Approfittando, dunque, della situazione ottimale, è possibile intervenire in questo periodo con acido ossalico o con prodotti a base di timolo. L'acido ossalico può essere inoltre utilizzato in dicembre, quando si verifichi il blocco di covata invernale. Metodologia e dosaggi di somministrazione sono gli stessi più sopra descritti.

I SEMIOCHIMICI DELLA VARROA: CONOSCENZE ATTUALI E PROSPETTIVE

IL CICLO BIOLOGICO DELLA VARROA
La varroa alterna fasi foretiche sulle api adulte a fasi riproduttive all'interno delle cellette opercolate. La fase riproduttiva ha inizio quando l'acaro, trasportato da un'ape di casa, raggiunge una celletta prossima all'opercolatura. Dopo l'opercolatura la varroa si nutre a spese dell'emolinfa larvale e dopo una sessantina di ore inizia a deporre le uova da cui si sviluppano un maschio e alcune femmine. Dopo l'accoppiamento, le femmine adulte fuoriescono dalla celletta assieme all'ape neosfarfallata. Vari autori hanno riscontrato che quando più varroe invadono la stessa celletta la riproduzione risulta diminuita. Chiunque studi il ciclo biologico della varroa non può non essere colpito dalla perfetta sincronizzazione fra questo e quello dell'ape suo ospite. Basti pensare all'ingresso nella celletta per la riproduzione: esso ha luogo poche ore prima dell'opercolatura quando la larva d'ape che vi si trova è pronta a filare il bozzolo. Un ingresso troppo precoce avrebbe probabilmente come esito la morte poichè la varroa verrebbe facilmente scoperta dalle api di casa che la rimuoverebbero senz'altro dalla celletta, d'altra parte l'acaro non può neanche tergiversare troppo se non vuole rischiare di rimanere chiuso fuori dalla celletta opercolata. Ma come fa la varroa a riconoscere con tanta precisione il momento adatto? Indubbiamente per far ciò il parassita deve essere capace di captare segnali provenienti dall'ambiente esterno. È noto a tutti che la varroa non ha occhi e poco si sa del suo senso dell'udito e del cosiddetto tatto; di sicuro però, come la maggior parte degli artropodi, possiede un sofisticato senso dell'olfatto e del gusto, ossia è capace di riconoscere odori e sapori, molecole chimiche che possono trasmettere informazioni preziose per il parassita. Così l'attrazione verso la celletta di covata dipende dall'effetto esercitato sulla varroa da sostanze odorose provenienti dalla celletta stessa. Alle sostanze capaci di trasmettere un messaggio è stato dato il nome di semiochimici. I più noti fra essi sono senz'altro i feromoni delle farfalle che le femmine emettono per attirare da lontano i maschi con cui accoppiarsi. Per la loro elevatissima attività biologica queste sostanze sono già state largamente impiegate in agricoltura soprattutto per il monitoraggio degli insetti dannosi ma anche nella lotta con il metodo della confusione sessuale o della cattura massale. A tutt'oggi sono state identificate varie sostanze attive sulla varroa. Purtroppo però molte di quelle implicate nelle fasi cruciali del ciclo biologico del parassita, come ad esempio il succitato ingresso nella celletta, sono tuttora ignote. La ricerca sui semiochimici è piuttosto impegnativa e presuppone approfondite conoscenze sul ciclo biologico dell'organismo oggetto di studio e l'uso di sofisticate tecniche analitiche. Talvolta lo sforzo richiesto è tale da non giustificare approfondite ricerche se non si ravvisa un notevole interesse economico. Nel caso della varroa la disponibilità di prodotti acaricidi efficaci e ben tollerati dalle api ha di fatto reso meno urgenti tali ricerche, almeno fino a quando l'insorgenza di fenomeni di farmacoresistenza della varroa a diversi principi attivi ha reso necessaria la ricerca di metodi di lotta alternativi. Da alcuni anni presso il Dipartimento di Biologia applicata alla Difesa delle Piante dell'Università di Udine sono in corso ricerche riguardanti i semiochimici coinvolti nel rapporto varroaape. Si ritiene che ognuna delle fasi del ciclo biologico della varroa sia controllata in qualche modo da uno o più segnali chimici. In particolare, l'ingresso nella celletta è determinato dall'attrazione esercitata sulla varroa da sostanze provenienti dalla celletta stessa. Anche la riproduzione è stimolata da sostanze presenti nella celletta nelle prime ore dopo l'opercolatura, mentre la riduzione della fertilità in condizioni di infestazione multipla è determinata da semiochimici che vengono liberati all'interno della celletta opercolata. Le ricerche svolte fin qui presso il laboratorio di Udine hanno permesso di raggiungere i seguenti risultati.
1) Ingresso nella celletta. La varroa è attratta da sostanze chimiche contenute nell'alimento larvale che è presente nella celletta prima dell'opercolatura. L'isolamento e l'identificazione di queste sostanze sono tuttora in corso.
2) Ovideposizione. L'avvio della riproduzione della varroa dipende da sostanze presenti nella celletta poco dopo l'operco latura. Queste sostanze sono presenti sulla cuticola delle larve d'ape ma potrebbero provenire dall'alimento in cui queste sono state immerse durante lo sviluppo.
3) Inibizione della riproduzione. È causata da sostanze emesse dalle larve infestate. Una di queste sostanze è già stata identificata. Attualmente sono in corso ulteriori studi per verificare l'attività di questa sostanza nell'alveare. Una volta identificate, le sostanze attrattive responsabili dell'ingresso della varroa nella celletta potrebbero essere impiegate con diverse modalità. La messa a punto di trappole innescate con sostanze attrattive potrebbe presentare difficoltà difficilmente superabili; d'altra parte si può pensare di saturare con esse l'atmosfera dell'alveare, rendendo più difficile alla varroa il riconoscimento delle cellette da invadere. Gli stimolatori dell'ovideposizione potrebbero invece essere impiegati per indurre la riproduzione della varroa nei periodi meno favorevoli, come quello invernale, conseguendo un probabile effetto letale sulle varroe indotte ad uscire dalla diapausa. Gli inibitori della riproduzione, infine, saranno utilizzati per rallentare il ritmo riproduttivo del parassita.

DIFFICOLTA' DELLA LOTTA ALLA VARROA: RESISTENZA E RESIDUI
Varroa destructor Anderson & Trueman è attualmente una delle avversità più temute dall'apicoltore a livello mondiale. Essa si sviluppa in modo incontrollato sull'ape mellifera e funge da vettore di altre malattie soprattutto virali, principali responsabili del rapido deperimento delle colonie infestate. Fin dalla comparsa di tale acaro, la difesa del patrimonio apistico è stata affidata ad acaricidi di sintesi soprattutto per ragioni di efficacia, di rapidità e semplicità di esecuzione e di costo. Ben presto, però, in seguito all'utilizzo ripetuto degli stessi acaricidi, si sono sviluppate popolazioni di acari resistenti ad intere famiglie di acaricidi (resistenza crociata). Varroe resistenti al fluvalinate, principio attivo del prodotto Apistan, si sono mostrate resistenti nello stesso tempo alla flumetrina, un altro piretroide utilizzato nella lotta contro l'acaro. Allo stesso modo è molto probabile che acari resistenti al coumaphos, principio attivo del Perizin, possano sopravvivere ad altri acaricidi fosforganici come il clorfenvinfos (Supona® o Birlane®, Cyanamid), che potrebbero essere proposti come sostanze alternative. Le esperienze recenti ci hanno insegnato a non sottovalutare il problema della resistenza. Basti ricordare i pesanti danni determinati dallo sviluppo di popolazioni di acari resistenti al fluvalinate. Il fenomeno pur rilevato sul nascere da alcune indagini preliminari di campo svolte in Lombardia nel 1992 è stato ignorato, cosicché in poco tempo il patrimonio apistico nazionale ha subito pesanti perdite. Una attenzione maggiore è stata dedicata invece al coumaphos, principio attivo del Perizin. In seguito a prove di campo e di laboratorio, già nel 1995 si era riscontrato un calo dell'efficacia di tale principio attivo in alcuni apiari dell'Emilia Romagna. Tali indagini avevano indotto gli apicoltori delle zone a rischio ad impiegare acaricidi alternativi, ritardando così lo sviluppo e la diffusione di popolazioni di varroe resistenti. Tuttavia in altri territori l'utilizzo ripetuto del coumaphos come unico trattamento contro l'acaro ha portato rapidamente all'insorgere di resistenze. Studi effettuati a Milano e poi confermati a Udine nel 1999, hanno mostrato la presenza di acari con elevati livelli di resistenza al coumaphos in diverse zone della Lombardia. Particolare preoccupazione desta anche l'accumulo di residui di acaricidi di sintesi nei prodotti dell'alveare ed in particolare nella cera. Nei fogli cerei in commercio sono stati riscontrati valori particolarmente elevati di coumaphos. Il problema diventa ancor più grave per le aziende che vogliono fare apicoltura biologica in quanto con notevole difficoltà trovano in commercio cera esente da tali residui. Pertanto negli ultimi tempi è andato crescendo l'interesse per gli acaricidi di origine naturale, anche per la richiesta del consumatore di prodotti alimentari cosiddetti biologici. Purtroppo i trattamenti con sostanze naturali hanno una efficacia variabile e possono provocare notevoli danni alle api. Tuttavia alcune sostanze, come l'acido ossalico e il timolo, si sono mostrate particolarmente efficaci contro l'acaro e sia i ricercatori sia gli apicoltori si sono attivati per studiare formulazioni e tecniche di applicazione innovative da impiegare nella lotta. Il fenomeno della resistenza rimane comunque una minaccia incombente che può interessare anche gli acaricidi naturali. In natura, infatti, sono molto frequenti casi di insetti che si cibano di piante che contengono sostanze tossiche naturali o che sopravvivono a vapori di gas normalmente letali. Risulta perciò necessario applicare strategie di lotta volte a ridurre le probabilità che insorgano fenomeni di resistenza (come la rotazione o l'uso in successione di diversi acaricidi). Purtroppo non di rado tali schemi non sono applicati correttamente in campo perchè si preferiscono alternative sicuramente più semplici da mettere in pratica e più economiche, scelte che poi risultano perdenti nel lungo periodo, rendendo ancor più difficile l'attività apistica.

PROSPETTIVE FUTURE
La ricerca si sta occupando di studiare dei sistemi di lotta alla varroa alternativi, che non prevedano l'uso, o che lo ridimensionino, della lotta chimica. In questo senso, due sono le strade che potrebbero portare a qualche risultato: la resistenza genetica e i semiochimici. Attualmente si stanno studiando quelle caratteristiche genetiche che le nostre api potrebbero sviluppare per convivere con la varroa e per limitarne la riproduzione. I meccanismi di tolleranza che le api potrebbero sviluppare, attraverso delle modificazioni del loro patrimonio genetico, per convivere con la varroa o per limitarne la riproduzione, sono: periodo foretico più lungo; riduzione della fertilità della varroa sull'ape operaia; riduzione del periodo di opercolatura; rimozione della covata infestata (utile anche per covata calcificata e peste americana); capacità di "spulciamento" (grooming).

(TORNA I PARTE)


ultima modifica: 04.08.2010 -