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varroa
(Varroa destructor)


DOSSIER VARROA 2001 - I parte (vai II parte)
Estratto dal Dossier L'Apis, realizzato da Aspormiele Piemonte
di Barbara Leida, Roberto Barbero, Francesco Panella, Silvano Calvarese, Gioacchino Nepa, Giorgio Della Vedova, Francesco Nazzi.
(giugno 2001)

SCARICA IL DOSSIER IN FORMATO (pdf 561 kb)

Carta d'indentità della varroa
Da quest’anno la varroa cambia nome. È stato recentemente scoperto, infatti, che Varroa jacobsoni non si riproduce su Apis mellifera. Sconfitta la varroa? No, semplicemente è un’altra specie, Varroa destructor colei che parassitizza le nostre
api, e già il nome è tutto un programma.
Varroa destructor è una specie di varroa che si divide in due aplotipi, quello giapponese (importato in Sud America) meno aggressivo e quello coreano (presente in Europa, Africa e Asia) più aggressivo.
La varroa è un acaro e, come gli insetti, e quin
di le api, è un artropode, cioè un tipo di animale invertebrato con il corpo rivestito da una cuticola. Varroe e api hanno dunque una struttura simile e questo fatto rende più difficoltosi i trattamenti acaricidi, poiché il prodotto utilizzato, oltre
certe dosi, può rendersi tossico anche per l’ape.

Morfologia
La femmina della varroa si presenta come uno scudo di colore rosso brunastro, di forma ellissoidale, con dimensioni di 1,5-2 mm di larghezza e 1-1,5 mm di lunghezza.
Il maschio ha invece una forma più rotondeggiante, di colore bianco grigiastro ed ha dimensioni inferiori, che raramente arrivano al millimetro.
L’acaro presenta quattro paia di zampe, robuste e ricoperte di peli e setole.
L’apparato boccale è di tipo pungente-succhiante ed è provvisto di cheliceri, cioè lame dentate che lacerano il tegumento delle api e delle larve, più che pungerlo. Nel maschio, l’apparato boccale non ha la funzione alimentare, mentre ha assunto quella della fecondazione.

Ciclo biologico
Responsabile della varroosi è la femmina adulta di Varroa destructor e può colpire sia l’ape adulta che la covata. Il danno maggiore e determinante si ha in questo secondo caso.
La femmina adulta della varroa può vivere anche tre mesi, in presenza di covata. Durante questo periodo si riproduce, mediamente, 2-3 volte, anche se, in laboratorio, è stato dimostrato che può arrivare fino a otto cicli riproduttivi (non oltre perché non ha più di otto oociti).
La fase in cui vive a spese delle api adulte è detta fase foretica. In questa fase, la varroa si nutre dell’emolinfa dell’ape adulta, introducendo i suoi stiletti boccali attraverso la cuticola degli sterniti addominali. La varroa può vivere su tutte le api (talvolta capita di osservarla anche sulla regina), ma si è osservato che preferisce le api giovani, in particolare le nutrici, forse perché si servono di queste per introdursi nelle cellette prima dell’oper-colatura.
La fase foretica, durante la stagione apistica, ha una durata variabile da qualche giorno a un paio di mesi, dopodiché, se c’è covata aperta, un giorno o due prima dell’opercolatura, la varroa entra nella cella dove, ad opercolatura completata, avviene la deposizione delle uova, la schiusa e la riproduzione delle nuove varroe. La fase foretica si prolunga invece di mesi (si pensa addirittura fino a otto) in caso di assenza di covata. È grazie a questa durata prolungata che la varroa sopravvive in inverno (nessun trattamento elimina l’acaro al 100%) e può ricominciare a riprodursi non appena la regina ricomincia a
covare e le condizioni climatiche divengono idonee.
La variabilità di durata della fase foretica dipende da diversi fattori tra cui:
• le condizioni climatiche (nei climi caldi, dove c’è covata disponibile quasi tutto l’anno, gli acari hanno meno fretta di riprodursi);
• l’età degli acari (gli acari al primo ciclo riproduttivo impiegano più tempo, mentre i più vecchi hanno generalmente una fase foretica più breve); non si tratta tuttavia di una regola, essendo gli acari in grado di iniziare la deposizione anche dopo un giorno dallo sfarfallamento dell’ape;
• l’attrattività della covata;
• il periodo dell’anno (più breve in primavera e più lunga in estate);
• le variazioni di umidità relativa (la varroa ha bisogno di molta umidità per vivere).
Durante la stagione apistica, coesistono sia la fase foretica che quella riproduttiva. In inverno, invece, in assenza di covata, si ha solo la fase foretica.
Occorre approfittare di questo breve lasso di tempo per intervenire con la lotta all’acaro, che, trovandosi allo scoperto, non può sfuggire ai trattamenti.
La fase riproduttiva della varroa avviene invece all’interno della covata opercolata ed è così articolata: la femmina adulta entra nella cella uno o due giorni prima dell’opercolatura e si porta subito sul fondo della stessa, al disotto della larva, cosicché le api nutrici non possano raggiungerla. La respirazione dell’acaro è permessa grazie a strutture respiratorie modificate che gli permettono di vivere anche dentro il cibo larvale. Anche all’interno della cella opercolata la varroa si nutre a spese dell’emolinfa dell’insetto nei suoi stadi preimmaginali. Ed è proprio attraverso la nutrizione che danneggia l’ape, non tanto per la sottrazione dell’emolinfa, quanto piuttosto per la trasmissione di virosi che determinano le cosiddette "ali mangiate" e paralisi. La nutrizione all’interno della celletta è molto importante per lo sviluppo della varroa. Una nutrizione insufficiente, infatti, può ridurre o inibire completamente l’ovodeposizione. Una volta all’interno delle celle opercolate, la varroa depone le uova con un ritmo di circa una al giorno. Il primo uovo deposto è maschile (aploide), i successivi sono femminili. Dopo la schiusa delle uova, le varroe neonate devono raggiungere il più velocemente possibile la maturità sessuale. Raggiunta la maturità sessuale, prima dello sfarfallamento dell’ape ospite, avviene l’accoppiamento. Esso avviene con una certa frequenza anche tra acari fratelli, determinando un certo grado di consanguineità. In realtà sono spesso più d’una le varroe adulte che entrano in una cella, limitando così il fenomeno.
Dall’altra parte (e per nostra fortuna) più sono le varroe adulte che entrano in una cella e più la riproduzione delle varroe stesse è inibita. L’accoppiamento avviene sul fondo della cella, dove si crea anche una “zona di accumulo fecale”. In seguito
all’accoppiamento e allo sfarfallamento dell’ape, i maschi della varroa muoiono, in quanto il loro apparato boccale è modificato per l’accoppiamento (per il trasporto degli spermatozoi) ed è
troppo delicato per lacerare la cuticola dell’insetto, motivo per cui non sono in grado di nutrirsi.
Gli stadi preimmaginali non ancora adulti di varroa, che non si sviluppano prima dello sfarfallamento dell’ape, sono destinati a morire. Sono quindi quelle colonie di api che hanno un periodo
di opercolatura più lento che favoriscono maggiormente lo sviluppo della varroa. Colonie di api già molto infestate hanno generalmente un periodo di opercolatura più lungo, dovuto anche all’incapacità delle api “malate” di disopercolare le celle infestate.
Da tempo sappiamo che la varroa nutre una preferenza per le celle di covata da fuco. Normalmente, da una cella da fuco escono da due a quattro varroe feconde, mentre dalle celle di operaia ne escono solo una o due. Non è chiaro quale meccanismo le attragga. Sicuramente l’acaro è favorito nella fase riproduttiva, dato che la fase di opercolatura dura più a lungo. Ma non solo. La varroa entra nella cella da fuco diverse
ore prima rispetto alla cella di operaia (45 contro 15 ore). Sembra, inoltre, che nella covata maschile vi siano delle
sostanze responsabili dell’attrattività superiore.
Fino ad oggi si pensava che tale sostanza fosse il palmitato di metile. Recentemente questa ipotesi è stata smentita. Studi ancora in corso presso l’Università di Udine sembrano attribuire queste proprietà attrattive a qualche sostanza presente nel
cibo larvale. Nelle celle di fuco la quantità di quest’ultima è di circa 20 volte maggiore che in una cella normale. In ogni caso risulterebbe utile tenere negli alveari favi ben costruiti per evitare la formazione di covata maschile in eccesso e di
“coltivare”, conseguentemente, varroa.
La variabilità della durata delle fasi foretica e riproduttiva della varroa, purtroppo, sono alla base della variabilità dei risultati ottenuti in seguito ai trattamenti.

Danni
Recenti studi attribuiscono un valore limitato alla sottrazione di emolinfa da parte dell'acaro e alla lacerazione dei tessuti nell'atto della suzione. Ciò che sembra realmente grave è la diffusione, attraverso le ferite provocate con l'apparato boccale, di microrganismi patogeni ed in particolare di virosi. Sembra, infatti, che la varroa sia vettrice ed attivatrice di diversi virus, o di forme diverse dello stesso, e in particolare del Virus DWV o Virus delle Ali Deformi e del Virus APV o Virus della Paralisi Acuta. Il Virus delle Ali Deformi ha una progressione lenta, non per questo meno pericolosa. Quando è manifesto, spesso è già troppo tardi per intervenire contro la varroa. Il Virus della Paralisi Acuta, invece, determina la morte delle api colpite nel giro di pochi giorni. La varroa trasferisce il virus dalle api malate a quelle sane. La saliva dell'acaro, inoltre, crea un'immunodeficienza nell'ape, che non è quindi più in grado di mettere in atto barriere difensive. Le virosi non hanno cura. L'unica possibilità è controllare le cause predisponenti. Ciò che si può fare dunque è mantenere la carica di varroa ad un livello di infestazione accettabile.

Diagnosi
La varroa c'è sempre. Il problema è: quanta? Sono stati messi a punto diversi metodi per valutare il livello dell'infestazione, ma nessuno offre una risposta precisa. Vale in ogni modo la pena di elencarli.
SINTOMATOLOGIA. Sono sintomi di elevata presenza di varroa: ali deformi, covata irregolare, api irrequiete, spopolamento degli alveari, mancata accettazione della regine, deposizione inoltrata nel tardo autunno.
CAMPIONAMENTO DI API. Le api raccolte vengono lavate con un detergente, quindi setacciate in modo da trattenere le api e lasciare cadere le varroe. Il metodo non è preciso perché varia con il tipo di api analizzate (nutrici o bottinatrici) e richiederebbe un grosso numero di api per poter essere ritenuto indicativo.
CAMPIONAMENTO DI COVATA. Questo metodo è molto laborioso. Richiede di disopercolare in laboratorio o in casa un favo di covata e di scuotere il favo su una superficie chiara, in modo che dalle celle fuoriescano larve e varroe. Anche in questo caso il livello di precisione non è molto elevato.
ESAME DEL FONDO. Consiste nel contare le varroe che cadono naturalmente sul fondo dell'alveare. Richiede la presenza di arnie con fondo a rete e di vaselinare la superficie del cassettino, in modo che le varroe cadute non vengano allontanate dalle formiche. Le varroe cadute moltiplicate per 120 danno un'indicazione del livello di infestazione della colonia. Anche questo metodo non è totalmente attendibile e richiede di valutare più colonie. Il dato ottenuto potrebbe in ogni caso corrispondere anche alla metà del reale livello di infestazione. Tutti questi metodi, dunque, danno solo un'idea del livello di infestazione, ma possono aiutarci a capire se è il caso di intervenire e quanto tempo posso ancora eventualmente aspettare. Occorre tenere presente che, indicativamente, la presenza di 4000 varroe in un alveare rappresentano il livello soglia per l'intervento. Considerando che la progressione di crescita è di circa del doppio ogni 30 giorni, se dalla diagnosi ho stabilito che il livello di infestazione è ad esempio di 1000 varroe, tra un mese ne avrò 2000 e tra due mesi 4000. Occorre dunque che l'intervento, in questo caso, venga effettuato entro due mesi, pena la perdita della colonia.

Lotta alla varroa
Nel corso degli ultimi 30 anni, sono stati passati in rassegna diversi acaricidi. Nessuno ha avuto particolare fortuna. L'uso prolungato e spesso indiscriminato ha portato nel tempo a problemi di resistenza degli acari, in particolare della varroa, nei confronti dei principi attivi utilizzati. A oggi, la lotta chimica non ha alcuna chance. Le firme dell'agrochimica non sembrano interessate a investire nella ricerca di nuovi prodotti, perché il settore apistico non è economicamente interessante. D'altra parte, anche la lotta biologica presenta qualche problema. Le problematcità nella lotta alla varroa è dovuta, oltre che ai problemi di resistenza prima accennati, alla difficoltà di trovare sostanze che uccidano l'acaro senza nuocere alle api (acari e insetti sono biologicamente simili), al ciclo di vita della varroa che avviene prevalentemente nelle celle opercolate, dove i principi attivi non arrivano, e che ha una durata variabile, alle condizioni climatiche che influiscono sull'efficacia dei prodotti, specialmente di quelli di origine naturale, più aspecifica. Oltre a ciò, l'azione degli apicoltori spesso scollegata dalle strategie territoriali, vanifica l'efficacia degli interventi. Trattare le colonie in periodi diversi da altri apicoltori dello stesso territorio non impedisce le reinfestazioni degli alveari dovute a derive, saccheggi, sciamature che sono la causa prima di diffusione della varroa tra apiari. La storia degli acaricidi inizia con la fine degli anni '60, con la phenotiazina contro la Braula coeca e il clorobenzilate contro Acarapsis woodi. Entrambi i prodotti non offrivano un'efficacia particolarmente elevata e, in particolare, il clorobenzilate provoca sterilità e mortalità della regina. A metà degli anni '70, entra in commercio il Folbex, a base di bromopropilato. Oggi è in disuso, anche se tra tutti i prodotti è tra i meno tossici sia per l'ape sia per l'uomo (classe di tossicità III per l'Organizzazione Mondiale della Sanità e IV per l'Agenzia di Protezione per l'Ambiente). Alla fine degli anni '70 è la volta dei cosiddetti prodotti naturali. Entrano in campo timolo e acido formico, tuttora molto utilizzati. All'inizio degli anni '80 vengono riscoperti coumaphos e amitraz, già usati in agricoltura negli anni '40-'50. Oggi esistono due prodotti: Perizin (a base di coumaphos) e Apivar (strisce a base di amitraz) ammessi per la lotta alla varroa. Il primo ha però problemi di resistenza in diverse zone del territorio nazionale, per il secondo la resistenza è riconosciuta negli USA e nei Balcani, e si sospetta che il fenomeno sia presente anche da noi. In entrambi i casi, comunque, l'efficacia non è elevatissima. La varroa sembra sconfitta a metà degli anni '80, con la scoperta di altri acidi organici (acido lattico e acido ossalico), del cimiazolo (Apitol), ma in particolare di due piretroidi: flumetrina (Bayvarol) e fluvalinate (Apistan). La caratteristica di quest'ultimi è di essere quasi perfetti: tollerati molto bene dalle api, efficacia elevata e i residui nel miele limitati, tutto ciò anche sia per l'elevata affinità dei principi attivi per i grassi (99% finiva nella cera) sia per i bassi dosaggi sufficienti ad uccidere la varroa. Purtroppo, nel giro di pochi anni, le varroe sono diventate resistenti ai piretroidi, togliendo ogni illusione agli apicoltori che credevano di aver risolto il problema della varroa. L'Apitol è invece un prodotto da usare in assenza di covata ma con temperature sopra ai 10°C, pena la mortalità della api. I due fattori sono raramente coincidenti. Non ci sono dati di efficacia conosciuti. Il prodotto è tra i pochi registrati, tuttavia non viene molto utilizzato. Tra gli acidi organici, quello che sicuramente ha avuto più fortuna e che oggi viene largamente utilizzato e consigliato da molti Responsabili Veterinari, come trattamento autunnale, è l'acido ossalico. Pur non conoscendosene il meccanismo d'azione, si è riscontrata un'efficacia, in assenza di covata, superiore al 90%. Il doppio trattamento viene sconsigliato, specialmente in zone umide dove il prodotto persiste più a lungo, per problemi di mortalità alle api. Dall''85 in poi, l'industria farmaceutica non ha prodotto più nulla. Non solo il mercato è economicamente poco rilevante, ma anche l'abitudine al "fai da tè" degli apicoltori ha disincentivato le multinazionali dal ricercare nuove molecole.

(SEGUE II PARTE)


ultima modifica: 04.08.2010 -