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ALLARME VARROA: COSA FARE?

Segnalati in ottobre casi di elevata infestazione in alveari trattati con Apistan.
Alla luce del possibile ripetersi in futuro di analoghi problemi presentiamo alcuni possibili interventi operativi di emergenza.

Da diverse aziende apistiche e realtà associative, soprattutto in Toscana, Lombardia e Veneto, sono pervenute nel mese di ottobre preoccupanti segnalazioni sia di eccessiva presenza di varroa, sia di gravi danni negli apiari trattati con Apistan a fine stagione.
In Toscana l’Arpat ha accertato (o le sono stati segnalati) problemi con l’Apistan nelle località di Firenze, Greve in Chianti, Montespertoli, Calenzano, Siena, Monteriggioni, Buonconvento, Murlo, Castellazzara-Monte Amiata, Pitigliano e nell’Isola d’Elba.
Nelle stesse o in diverse altre zone, tra cui Buonconvento, Murlo, dintorni di Firenze,dintorni di Siena, ecc., pur essendo stato utilizzato Apistan, non sono invece stati segnalati particolari problemi. La presenza di famiglie devastate in apiari che fondamentalmente hanno retto bene ci indica che è difficile tracciare una vera e propria mappa della farmacoresistenza dai dati finora raccolti. Quello che è sicuro è che dove si è usato l’Apistan è stata la quantità di acari a fare la differenza tra famiglie sopravvissute e famiglie finite. Inoltre anche molti apiari trattati con prodotti evaporanti hanno avuto bisogno di trattamenti anticipati rispetto a quello autunnale-invernale.
Da parte di Vita Italia, la ditta che distribuisce l’Apistan, è stata velocemente accertata e confermata l’insorgenza di fenomeni di farmacoresistenza, con l’invito ad associazioni ed apicoltori ad un attento e tempestivo monitoraggio. Merita di essere sottolineato, caso più unico che raro, il corretto atteggiamento di attenzione per il settore da parte di Vita Italia.
Il riutilizzo del fluvalinate era stato riconsiderato come una possibilità utilizzabile, previa verifica delle condizioni locali, dalla Commissione Sanitaria UNAAPI e reso poi esecutivo da alcune associazioni a seguito dell’accertamento della ripresa d’efficacia dell’Apistan.
La velocità con cui la farmacoresistenza è ricomparsa non può essere solo riconducibile alla possibilità che si sia continuato a utilizzare il principio attivo. Soprattutto considerando che l’Apistan è quasi sempre stato completato dal trattamento con l’acido ossalico. Va oggi sicuramente meglio indagato il ciclo riproduttivo della varroa.
La Commissione Sanitaria dell’U.N.A.API. invita tutti gli apicoltori ed in particolare coloro che hanno trattato con Apistan (anche se con la reinfestazione il problema può riguardare anche altri) sia ad effettuare con particolare cura gli interventi invernali al fine di azzerare il probabile elevato livello di infestazione, sia a quantificare la caduta invernale, allo scopo di avere una verifica a posteriori del livello di efficacia dell’Apistan, anche là dove sembrerebbe che non ci fossero stati danni. La Commissione Sanitaria UNAAPI aveva comunque sconsigliato di prorogare l’uso di questo prodotto oltre il 2004. Riteniamo utile, al fine soprattutto di prepararsi in futuro ad affrontare meglio situazioni di emergenza estrema, indicare alcuni possibili interventi operativi.

Come accorgersi se gli alveari rischiano il collasso o sono già al collasso
I segni evidenti sono la presenza di api con ali deformate, di covata morta (api non nate la cui testa fuoriesce dalla cella con la ligula sporgente), di varroe visibili sul telaio di covata o sulle api, di covata molto infestata (occorre aprire un po’ di celle e verificare la presenza di acari sulle larve e nel fondo della cella). E’ anche possibile osservare la caduta naturale di varroa sul fondo estraibile che, pur non fornendo dati precisi sul numero di varroe presenti, ci può però semplicemente dire che… se la caduta media è alta è segno di tanta varroa!
E una caduta media di due varroe al giorno, a trattamento tampone già completato, può già indicare la necessità di un intervento supplementare. Occorre sottoporre a questo tipo di osservazione più alveari possibili in un apiario e, contemporaneamente, esaminare attentamente anche nido e covata.

Come intervenire se le famiglie sono ancora popolose e hanno ancora un certo vigore
Si sta parlando di fine estate o autunno, periodo in cui le basse temperature sconsigliano il ricorso al timolo. Anche un trattamento con ossalico gocciolato in questa fase, caratterizzata ancora da presenza anche abbondante di covata, non ha grande efficacia se non si elimina la covata opercolata con tutte le varroe che contiene. E’ inoltre sconsigliabile ripetere a breve il trattamento con ossalico gocciolato per non creare un danno alle api. Non resta che od asportare i telaini con covata opercolata, o disopercolare tutta la covata opercolata, per fare uscire la varroa allo scoperto, trattando subito con acido ossalico gocciolato.
In pratica si creano artificialmente quelle condizioni di assenza di covata opercolata in cui l’ossalico agisce al meglio. La formula più consigliata –anche dall’Istituto Nazionale di Apicoltura- è quella classica (1 etto di ossalico, 1 chilo di zucchero, 1 litro di acqua distillata), che non ha una concentrazione di acido eccessiva rispetto ad altre formule in circolazione.

Come intervenire se le famiglie sono devastate
Innanzitutto è opportuno assicurarsi, con la prova del filamento, che non ci sia anche peste americana perché in questo caso va usata la procedura per la peste: bruciare tutto.
Se i problemi sono dovuti “solo” alla varroa bisogna eliminare radicalmente tutta la covata opercolata, eliminando i favi previo scuotimento delle api: così facendo verrà eliminata la maggior parte della varroa. I favi con covata non opercolata, in cui la varroa non è ancora penetrata, andranno invece mantenuti. Se siamo in autunno inoltrato e alla fine dell’operazione le api non coprono completamente almeno 4-5 telaini, la famiglia andrà riunita con un’altra. Se due famiglie non bastano (stiamo presupponendo che il collasso abbia colpito l’intero apiario), se ne dovranno riunire insieme anche tre o, se è il caso, persino quattro. Andranno riunite preferibilmente famiglie vicine, tenendo nel mezzo a raccogliere le api un’unica arnia con tutta la covata recuperabile. E’ sufficiente scuotere le api nell’arnia, senza particolari precauzioni se non per la comparsa di eventuali saccheggi. Questa operazione porta necessariamente a sacrificare alcune regine per cui, volendo, sceglieremo le migliori sopprimendo le altre. Se invece le regine dell’apiario sono di ugual valore lasceremo che siano le api a scegliere quella che sopravviverà.
Occorre anche accertarsi che le api rimaste alla fine dell’operazione siano comunque sufficienti per coprire tutta la covata e che nessuna parte di essa rimanga sguarnita.
Alla fine avrò un’unica famiglia, prodotta da varie famiglie decimate che non sopravviverebbero all’inverno, con almeno 4-5 telaini coperti d’api e quanta covata non opercolata posso salvare e che nel contempo sia coperta dalle api. Non appena la famiglia si sarà stabilizzata, ma comunque prima che la covata inizi ad essere opercolata, effettuerò un intervento con acido ossalico gocciolato.
Il trattamento andrà poi ripetuto in inverno, in assenza naturale di covata. Questo secondo metodo può far inorridire l’apicoltore dilettante, ma è così che nel 1995, quando l’Apistan smise di funzionare, molti apicoltori riuscirono a salvare il salvabile e a ripartire l’anno dopo con almeno una parte del loro patrimonio d’api.
Se si ha tempo sufficiente e si è ben organizzati, è possibile operare le riunioni utilizzando il metodo meno brutale del “foglio di giornale” oppure spolverando le api di farina per favorirne un pacifico mescolarsi.
Anche la quantità d’api che deve rimanere è importante. Non dobbiamo infatti dimenticare che si tratterà di api già fortemente indebolite dalla presenza della varroa e sicuramente meno longeve.
Queste famiglie andranno poi accudite con attenzione in modo che abbiano la giusta temperatura e una buona riserva di miele e polline.
Se possibile è opportuno travasarle in arniette di polistirolo che garantiscono una migliore coibentazione. In questo caso potrebbe essere pensabile di invernare famiglie anche un po’ meno forti di cinque telai coperti d’api.

Paolo Faccioli


(Da L'Apis n.9 - 2004)

4 Agosto, 2010 -