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L'APE
L'apicoltura fu in passato, come
del resto la bachicoltura, una di quelle attività integrative
intraprese dai contadini più per necessità che per
vocazione. Il governo delle api non rientrava infatti tra le loro
mansioni abituali, ma era una possibilità per fare quadrare
il gramo bilancio familiare. Il miele prodotto, benché molto
gradito dai contadini, veniva perciò venduto. A parte un
piccola scorta serbata per nutrire le api d'inverno e per curare
bronchiti o infiammazioni alle vie respiratorie, il miele veniva
ceduto e usato come dolcificante, semplice alimento, oppure impiegato
in farmacologia.
Dell'ape è proverbiale la litigiosità; nel Reggiano
si dice ad esempio L'ée 'na vrèspa (È
un ape), a chi punzecchia e disturba il prossimo. La voce dialettale
bega (ape), poi, comune a molti dialetti del Nord, significa
litigio, da cui anche il verbo begare "litigare".
L'origine del termine è probabilmente gotico, dato che anche
in questa lingua bega corrisponde a "litigio",
che è proprio la reazione che le api hanno quando vengono
impunemente stuzzicate.
Una credenza diffusa tra i nostri avi era quello che il miele, pur
considerato un alimento sopraffino, non fosse altro che escremento
d'ape. Ciò traspare anche da un indovinello romagnolo: Longa
lungâgna, la ve da la muntâgna, la chéga una
zérta mérda ch'u la mâgna nech u pépa
(Lunga lungagna, viene dalla montagna, caca una certa merda
che la mangiano anche i papi).
Tra gli apicoltori improvvisati (quasi tutti), era comune attribuire
al fato (e al Signore) i successi e le disavventure del loro lavoro.
La prima azione da compiere per garantirsi un buon raccolto di miele,
ed evitare letali epidemie nell'arnia, era a quella di offrire in
dono, alla Madonna della più vicina parrocchia, metà
della cera prodotta dall'alveare.
Un'altra comune superstizione, diffusa soprattutto tra i più
scaltri e sfaccendati, era di considerare il miele migliore e più
abbondante quello prodotto da api rubate o trovate. Anche se si
rischiava di prendere legnate dal vicino, era consuetudine sottrarre
intere colonie d'api durante la sciamatura, attirandole con sistemi
più o meno leciti.
Anche la risaputa castità dell'ape - alla sola regina sono
riservati i piaceri dell'amore - ha generato alcune divertenti superstizioni.
Si crede infatti che le api, quando devono individuare chi pungere
tra un gruppo di persone, scelgano spesso quella che da meno tempo
ha goduto dei piaceri della carne, ed evitino sempre e comunque,
anche se irritate, d'infastidire e pungere le ragazze vergini.
Nella medicina popolare vigeva l'abitudine di usare la puntura d'ape
per curare i dolori reumatici. Per costringere questi insetti a
colpire nel punto giusto, venivano rinchiusi dentro un bicchiere
appoggiato sulla parte dolorante e provocati. Se servisse o meno
non è certo, ma il dolore provocato dalla puntura, almeno
per un po' di tempo, faceva sicuramente dimenticare quello reumatico.
Per concludere, due ultime notiziole: le api sono sempre insetti
di buon auspicio e, trovarsele in casa, è segno di buone
notizie in arrivo. Quando, infine, le api sono numerose, e pungono
di frequente, è segno di prosperità, quando pungono
poco e sono rare, di carestia..
(Tratto da "Gli animali domestici
nella tradizione emiliano-romagnola", Andrea
Malossini,
1997 Regione Emilia-Romagna Ed.)
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