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DELLE
API E LORO UTILE E DELLA MANIERA DI BEN GOVERNARLE
di
A.M. Tannoja, pubblicato a Napoli nel 1818
a cura di Giorgio Della Valle
Arnia
di Corsica
Si
sa che la Corsica per l'addietro era il magazzeno di Roma per l'annona
delle cere. Dice Mr. Simone, che quando i Romani l'avevan soggetta,
imposto le avevano un tributo annuo nientemeno di duecento mila
libbre di cera. Al presente in senso di Mr. Bosvel anche dà
quantità di cera e mele, ma non è in tanta copia,
come per l'addietro. Tutto è frutto dell'attuale economia.
A
la Corsica le sue arnie particolari, e crede averne la meglio tra
tutti. Sono queste di forma cilindrica in sito orizontale. Usansi
o di legno di castagno, di cui abbonda, o di altro arbore. Si prende
un tronco di arbore ben grosso, spaccato questo per metà,
si vuotano le due parti a forza di scarpello, e riunite insieme
con una grappa di ferro, è fatta la cassa. La parte anteriore
del tronco resta aperta: quella di dietro è cautelata ad
un chiusino di scorza di sughero. Volendosi castrare porzione di
mele, si toglie il chiusino di dietro, e spingendo le Api in fuori,
facendosi fumo con un legno di ginepro, si estrae di dietro quella
quantità di mele, che si stima, e col miele ninfe, e cacchioni
che si incontrano: tutto è barbarie; e con metodo così
sconcio, credono aversi del mele, e salvar la vita alle Pecchie.
Questa è tutta l'economia di Corsica; ma non per questo ne
risulta, come si crede, la felicità del paese. Le Api anziché
moltiplicarsi, mancano, e scarsa sortir deve ancor la ricolta del
mele, e della cera. Come vogliono moltiplicarsi le Api, se le vecchie
muoiono, e la covata non si alleva? Chi è che non vegga che
buona parte delle uova, e non poche di ninfe, e cacchioni è
malmenata nella ricolta del mele. Estraendosi i favi in sì
fatta maniera, si estraggono ancora le bambocciate, che vi sono:
anzi se più spesso si replica le vendemmia tanto più
è grave il danno, che risulta alle Pecchie, ed al Proprietario.
Si facci il parallelo tra quest'economia, e quella di Puglia, e
veggasi il divario che vi passa.
Portomagone (non siamo riusciti a stabilire in che parte d'Italia
si trovasse, N.d.R.) anche si gloria di essere umanissimo colle
Api; ma non è tanto umano come sel figura. I tempi barbari
anche l'anno pregiudicato in quest'economia. L'arnia che al presente
si usa da que'naturali non è che una quasi gola di cannone
(vedi figura allegata, N.d.R.). Non avendo essi del legname formano
le arnie di canne spaccate intrecciate tra di loro, ed avvolte in
cerchio. Queste gole, diciam così, sono lunghe di palmi cinque
e sei, ed anno di diametro circa un palmo. D'innazi sono tutte aperte,
e di dietro vengono riparate da un chiusino di legno.
La vendemmia del mele, è tutta simile a quella di Corsica.
Come l'arnia è carica di favi, e ne dà segno col peso,
così si toglie il chiusino di dietro, e con un ferro affilato,
e curvo dall'un de'capi, si estrae, e taglia quella quantità
de'favi, che non è per pregiudicare alle Api l'annone dell'inverno.
Col mele inevitabilmente si estrae, come in Corsica, anche quantità
de'figli: e coi figli ci van di sotto anche non poche madri, che
si fanno innanzi per non vedersi tolta la roba, e i proprj figli.
Ma per diligenziarsi le arnie, se sono offese o nò dalla
muffa, dalle tignuole, o altro, si dovrebbe ricorrere all'arte magica
per venirne a capo. Crede la Sardegna non ceder punto alle più
culte nazioni nell'economia delle Api, ma vive ingannata. Varia
è la costruttura delle sue arnie. Ve ne sono perfettamente
cilindriche, che terminano in cono; e vi sono di quelle, che anno
una figura parallelepipeda. Queste ultime sono di sughero, di vimini
o di paglia intessuta, e situar si sogliono, come in Puglia, anche
all'impiede. Non ho io modello di quest'arnia; ma ancorchè
sia a proposito, si rende inutile per la maniera che si castra.
Parlando il Gemelli della vendemmia del mele nel suo Rifiorimento
della Sardegna vuole si lasci alle Api la metà per vitto
dell'Inverno. Ma avverte (quì stà il colpo) che si
lasci il vuoto nella parte inferiore: vale a dire, che il mele si
taglia di sotto, e non di sopra. A buon conto conviene con Mr. Reomurio
in Francia e con Contarini in Toscana. La ragione ch'ei dà
è molto speciosa perchè la Pecchia, ei dice, ama di
salir anzichè scender lavorando; e soggiunge che la natura
a questo fine à dato alle Api le gambe posteriori più
lunghe delle anteriori.
Il Signor Gemelli col suo rifiorimento, se mal non mi avviso, sembra
voler di nuovo far ritornare in secco la sua Sardegna. Questa vendemmia,
ch'ei addita, non può essere nè più sconcia,
nè più barbara di quello che è. Tagliandosi
il mele al di sotto, e non al di sopra dell'arnia, uopo è
dire, ninfe e cacchioni addio, addio vermi ed uova: addio i magazzeni
della cera; addio finalmente quanto di bello e di buono vi è
nell'arnia. Si può dar cosa forse più sconcia, e più
barbara di questa? Tutta nuova è poi la scoverta che esso
ci dà il Signor Gemelli, cioè che l'Ape lavora da
giù in sù; e più nuova che la natura le abbia
dato a tal effetto anche le gambe posteriori più lunghe delle
anteriori. Questo fa vedere che il Gemelli, scrivendo delle Pecchie,
scriveva al bujo; e benchè dotto ed erudito ei sia, è
non però all'in tutto digiuno della natura delle Api."
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