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DELLE
API E LORO UTILE E DELLA MANIERA DI BEN GOVERNARLE
di
A.M. Tannoja, pubblicato a Napoli nel 1818
a cura di Giorgio Della Valle
Arnia
Greco-turca di Mr. Weheler, e sua economia per gli sciami, e per
castrasi il mele.
"Giorgio Weheler Inglese ne'suoi viaggi, che fece in Levante
col Franzese Dottor Spon di Lyonz ci dà una nuova economia,
che i Greco-Turchi attuali sono in uso per la presa de' sciami,
e per castrasi il mele senza offesa delle Api. Esibisco tal quale
la sua relazione; e godo, che i Turchi, ancorchè barbari,
sieno umanissimi colle Pecchie.
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Le Arnie, entro le quali essi tengono le Pecchie, così egli
si spiega, sono di salici o di vimini, d'una forma simile ai nostri
cesti da scopatura, larghe alla sommità, e strette al fondo,
incrostate d'argille o loto dentro e fuori. Si collocano colla parte
larga all'insù. Le sommità sono coperte di bastoni
larghi e piatti, parimente incrostati d'argilla: e per garantirle
dal freddo e dal mal tempo, le cuoprano con fascetti di paglia.
Lungo ciascuno di questi bastoni le Pecchie attaccano i loro favi,
cosicchè un favo può levarsi via tutto un pezzo senza
il menomo schiacciamento, e colla maggiore facilità immaginabile.
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Quest'arnia sembrerà molto speciosa a chi non à altri
lumi in contrario. Chi è che vorrà riprovarla, sentendo
il metodo facile di moltiplicarsi gli sciami, come castrasi il mele,
e non offendere le pecchie. Ma non è così: il metodo
non può essere nè più improprio per le Api,
nè più dannoso per il Proprietario.
Io quando considero quest'arnia, e rifletto all'appassionamento
di Mr. Weheler, mi sembra vedere un nostro vago italiano invaghito
di una sconcia Etiopessa. Quanto vi è in quest'arnia tutto
spira improprietà e rovina. Chi non vede, che le Api si veggon
sepolte vive in questo carcere, senza che vi sia pietà per
esse. Ma come nò, se l'arnia è chiusa da ogni banda?
Se le tignuole l'addentrano, chi è che l'ajuti; se s'intromette
qualche sorce, o altro insetto, chi può farlo sloggiare;
se la muffa attacca i favi, o altro malore li nuoccia, mi si dica,
come e per dove si possa dare del riparo? Merenzio istesso, credetelo
a me, non avrebbe pensato di peggio se incrudelir voleva contro
taluno. Veniamo prima ai sciami, e vediamo questi portenti, che
ci enuncia Mr. Weheler.
- Per accrescerle nella Primavera, cioè Marzo, o Aprile sino
al principio di Maggio, le dividono, primieramente separando i bastoni,
a' quali i favi e le Api, cioè le covate, sono attaccati,
l'uno dall'altro con un coltello: così levando via il primo
favo, le Api insieme da ciascun lato, le pongono in un altro cesto
nel medesimo ordine, come son levate, fin a tanto che le abbiano
divise con uguaglianza. Dopo ciò, quando sono ambidue rassettati
con bastoni e creta, collocano il cesto nuovo nel luogo del vecchio,
ed il vecchio in qualche posto nuovo. Tuttociò essi fanno
nel mezzodì, tempo in cui la maggior parte delle Pecchie
sono fuori, le quali al ritorno, senza più che tanto di difficoltà,
per questo mezzo si dividono ugualmente. Questo ritrovato trattiene
le Pecchie dallo sciamarsene, e volarsene via. -
Non capisco, come Mr. Weheler potette stimar propria una tale economia,
e riportarsi con tanto applauso da parte di Mr. Wildman nel suo
Trattato delle Api. La cosa non è così facile, com'ei
la conta Mr. Weheler. Per levarsi via il favo tutto un pezzo, senza
offesa degli altri favi, i favi dovrebbero essere tutti attaccati
in parallelo ad ogni bastone: così si potrebbe togliere senza
offesa degli altri il solo favo, che vi sta attaccato. Ma se i favi
non sono paralleli, e s'incrocicchiano ai bastoni, lo che volentieri
accade, come togliersi il bastone, se ci sono attraversati altri
favi? Volendosi torre un solo bastone, com'ei asserisce, si debbon
tagliare, e non può farsi altrimenti, tutti favi da cima
a fondo: vale a dire che si dovrebbon tutti frantumare, ne so cosa
restar possa attaccata al bastone. Credo, che in questo non ci abbia
cosa in contrario Mr. Weheler.
Similmente si può dare, che il favo venga attaccato dalle
Api fra l'estremità dell'uno e l'altro bastone; e volendosi
dividere bastone da bastone, il favo per necessità anche
deve restar diviso in due faccie. Essendo così, questo favo
più non solo vale nè per le Api, nè pel Proprietario.
Non vale per le Api, perchè gli alveoli restano tutti tagliati,
e divisi per metà: non vale pel Proprietario, perchè
essendo secati gli alveoli, tutto il mele che vi è, cola
e casca a terra. Per evitarsi ogni disordine, (se Maumetto fa ivi
miracoli), i favi non si dovrebbero trovare incrocicchiati ai bastoni,
nè situati tra un bastone e l'altro, ma attaccato ognuno,
e posto in parallelo al suo bastone. Chi non vede che tutta è
in insconvolgimento l'economia delle Api. Lo sciame che così
si prende, è un sogno. Danno grave vi è ancora nel
mele, e nella covata; in somma il paniere è tutto rovinato.
Ma io voglio concedere a Mr. Weheler, che la separazione succeda
senza verun disordine, forse mi potrà negare, che il paniere
materno non resti spossato il mele, di cera grezza e di Api madri.
Sarà tale, che ci vorrà del tempo a potersi rimettere.
Penserà per se, ma non a dare cera e mele al proprietario.
Così il nuovo sciame, perchè tale, nè anche
è tenuto, perchè dovrà pensare anch'esso a
casi suoi. Si moltiplica la gente, ma non si moltiplica il godimento.
Profittano i Greci, non v'à dubbio, non per l'economia, ma
per la moltiplicità delle arnie. Il vecchio Condoyer, ch'egli
visitò Mr. Weheler, n'aveva da quattro in cinquecento panieri.
Ve ne sono ancora, che n'anno i mille e duemila. Un oncia per paniere
fa la grascia al di dentro, e manda mele al di fuori.
Finalmente preso che si è uno sciame, non dice Mr. Weheler,
che succedano li secondi, e molto meno i terzi. Non può dirlo,
perchè le Madri, essendo spossate, non sono in stato a poterlo
fare. In Puglia, ed altrove non è così; anzi si deve
impedire, come altrove dirò, che altri svolino. Due sciami
che si perdono, si attrassa un capitale. In buon senso, non si coadiuva,
ma si combatte la Natura, e si obbliga questa gran Madre a non esser
madre, ma matrigna."
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