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DELLE
API E LORO UTILE E DELLA MANIERA DI BEN GOVERNARLE
di
A.M. Tannoja, pubblicato a Napoli nel 1818
a cura di Giorgio Della Valle
CAP
XXII.
Del mele, sua origine e perfezione.
"Non ad altri siamo tenuti, che alle Api per due sostanze le
più singolari che fanno la nostra lautezza, cioè il
mele, e la cera. Non convengono i Naturalisti circa l'origine del
mele. Gli Antichi, che perché mirabile questo prodotto, e
quasi Divino, caduto lo volevano dal Cielo, intendendo la rugiada,
che di mattina sui fiori si vede caduta. Così lo spacciarono
Plinio, ed Aristotile, i due caporioni tra tutti i Naturalisti.
Virgilio anche lo credette tale
.... Aerei mellis caelestia dona.
Patentemente però si rileva non essere tale. Veggonsi le
Api non andarne in cerca, che uscito il sole, e disseccata la rugiada.
Ancorché la mattina sia asciutta, ed in quella notte non
sia caduta affatto ruggiada, le Api partono secondo il solito, e
tornano a casa cariche di mele.
Tra
moderni Mr. Rey colla scorta, com'ei dice, di vari letterati, anche
sostiene, che la sostanza del mele altro non sia, che la rugiada;
che le Pecchie non escono a travagliare, se questa non è
caduta; e che vanno, e ritornano in fretta dalla campagna a casa,
per sino a che il calor del Sole non l'abbia dissipata. Entra in
suo soccorso il Dottor Butler e dice, che questo liquore aereo,
onde le Pecchie fanno il mele, specialmente si conservi su le frondi
della quercia. Svista di tutti e due, ma troppo madornale.
Tutto in opposto sentivala Cordo. Scrive, che gli abitanti della
campagna, che dalla lor fanciullezza, siino ad una avvanzata età,
propria occupazione hanno fatto la coltura delle api, dicono aver
osservato, ch'esse non facevano che deporre ne' loro favi un liquore,
che raccoglievano sui fiori e non una rugiada. (....)
Mr. Schirach sempre singolare ne' suoi indovinelli, urta in tal
paradosso, che fa stomaco alla comune de' Filosofi. Vuole, che di
mattina le Api, prima che il sole si avvanzi, ritrovano il mele
bello, e fatto in forma di globetti ne' calici dei fiori, e succhiato
lo portano a casa. Se sono globetti caduti colla rugiada, non ché
ne' calici de' fiori, li raccoglierebbe la Pecchia sopra qualunque
pianta. Oltre di ciò le Pecchie non sono al travaglio che
avanzato il sole, quando la rugiada è disseccata. A buon
conto ritornar già si veggono i meli aerii degli Antichi.
Io non niego, che in certi tempi, e luoghi, vi siano delle rugiade
mellifere; ma non è questo il mele che noi gustiamo, e che
le Pecchie ci danno.
Ermanno Boerave vuole, mutandosi sistema, che il mele estratto venga
da' fiori per forza del Sole, e che concotto e congelato dal freddo,
le Api lo raccolgono. Se fosse così, anche l'occhio ne avrebbe
la sua parte. Queste pressioni melliflue, e questi globetti contensati
si vedrebbono su i fiori. Oltre di ciò, le Api non sono al
travaglio, che avvanzato il Sole. Se vi fossero questi tali globetti
contensati dal freddo, il Sole li scioglierebbe; né potrebbonsi
roccorre dalle Pecchie. Se osservansi i calici, questi non si veggono,
che arsi, ed asciutti.
Fra tutti si fa onore Mr. Du Vernai. Stima, che il mele altro non
sia che la polvere fina, o la farina fecondante degli apici. Le
Pecchie, ei dice quando sono in cerca del mele, non si fissano ad
altra parte che agli stami ed apici. Si vede, che osservò
le Api con cannocchiale. Quello, ch'è materia della cera,
egli la fa del mele.
Checché gli Antichi dicono, e taluni de' Moderni, è
cosa indubitata, altro non essere il mele nella sua origine, che
un succo, o sia la sostanza più spiritosa de' vegetabili,
pecchiata dalle Api nel calice di tutti i fiori, non eccettuandosi
l'aloe, e la coloquindida. Buttandosi l'Ape sul fiore, vi succhia
nel calice colla sua tromba, il succo, che lo vivifica. Questa sostanza
melata sensibilmente rilevasi in molte specie di fiori, come nel
trifoglio, nella rosa, e nei carofoli semplici. Lambendosi questi
fiori nella parte inferiore, ossia nell'ungula, contenuta nel calice,
anche vi si sente un certo che di dolce. Carlo Linneo, e vari Bottanici
vi hanno scoperto nel fondo di questi calici certe glandule, ch'essi
chiamano vasi nettarj, e non sono, che come il serbatojo di queste
sostanze. Tal'è il mele nella sua origine: non è mele,
ma materia del mele; e tale addiviene, essendo concotto, e perfezionato
nello stomaco della Pecchia. (....)
Sulle prime, ed è cosa indubitata, questa sostanza succhiata
nel fiore non è mele, ma un succo indigesto, o sia la materia
del mele. Concuocesi in parte nel fiasco della Pecchia, e perfezionasi
nelle cellette. Siccome il musto fermenta, e si perfeziona nella
botte, così il mele concuocesi, e rendesi perfetto nelle
cellette de' favi. (....)
Le osservazioni di Mr. Maraldi, e di molti altri Naturalisti provano,
senzacché vi sia dubbio in contrario, essere il mele una
produzione, un succo, o un olio de' vegetabili, su cui vanno le
pecche a raccoglierlo. Osservai tra l'altro che il mele ha il gusto
delle piante su cui fu raccolto estratto dal timo, ha l'odore di
quello:
.... redolentque thymo fragrantia mella;
Amaretto è quello in Sardegna, ove abbonda l'assenzio; e
presso Trabisonna, come altrove dirò, anche partecipa la
parte velenosa della pianta Egolethrom. Oltre di ciò, il
mele stemperato nell'acqua, come scrive Mr. Yames, fermenta, e dà
uno spirito vinoso. Quest'è pruova irrefragabile esser il
mele una sostanza vegetabile, non ritrovandosi fra tutti gli enti
naturali, se non li vegetabili, che dieno, colla fermentazione,
uno spirito vinoso. (....)
Mr. Drissier, membro della Real Società di Mompelier ci dà
una nuova scoperta sull'origine del mele, che in sentirla Plinio,
ed Aristotile inarcarono le ciglia. Vanta i suoi esperimenti, e
vuole, che l'Ape niente ci metta del suo. "Ho osservato, ei
dice, due sorte di melate, di cui indifferentemente l'Api si nutrono.
La prima è quel vegetabile, che Manna vien detto, che di
sovente è l'unica sostanza, che le Api adoprano per comporre
il mele. Sembra, che non faccia nient'altro, che raccoglierne le
particelle, e riporle nelle loro celle: bastando il solo tempo,
ossia il soggiorno che fa nell'alveare, per perfezionarlo, e darle
quella consistenza che bisogna".
Essendo così, è un miracolo, come le Api non corrono
dallo Speziale per qualche astringente. Si sà, che la Manna
è lubrificante. Voglio concedergli, che sia questa la sola
materia del mele. Vale a dire, che rinvenir potrebbesi il mele,
non nella Puglia, ove mancano gli orni, e solo nelle Calabrie, e
nel Gargano, ove questi abbondano.
Passando Mr. Drissier alla seconda sorte, dice, che questa è
l'unico, o quasi l'unico sostegno delle api. "L'origine, così
egli, è tutt'altra, essendo prodotto immediatamente da un
insetto, ma sporco, e schifoso: o almeno, che a noi sembra tale.
Essa vien formata, e bisogna che lo dica, da un vile moscherino;
e quello, ch'è peggio, è il soverchio del cibo, ch'ei
manda dal deretano; e pure questo sterco è la parte più
delicata del mele".
Questo è poco. Si avanza e dice. "Le Api, alle quali
se ne vorrebbe dare il vanto, non hanno in questo altra parte, fuorché
essere, come tanti operai, il cui impiego in altro non consiste,
che nel raccogliere queste diverse sorti di melate. Esse le pongono
in serba, come ognun sa, una specie di gozzo, che hanno presso la
bocca, per versarlo negli alveoli, che sono il magazzino, senza
farvi il menomo mutamento, o alterazione sensibili".
Sorprende la scoperta, ma io non so, se in buona coscienza defraudar
si possono le Api di questo privilegio, e darlo a schifosi moscherini.
Sono cinque mila e più anni, che le Api sono in possesso
di questa fabbrica di mele, e spesso ci hanno il bello, ed il buono
per ammanirne gli ordegni. Come ora si vogliano defraudare con pericolo
certo di vederle sopra una Chiesa io non capisco. Vuole "che
i suoi moscherini estraggano questo liquore a traverso la scorza
di certi alberi, senza nuocere, e senza cagionar loro la menoma
alterazione; e che per molti mesi dell'anno immobili si veggono
sempre intenti alla loro opera".
Non individua però gli alberi, su de' quali i moscherini
succhiano il mele, e scaricano il ventre. Forse nol fece, che per
andar in fretta, e far noto all'Accademia questa sua scoperta.
Chi non vede, che questo sia un puro sogno? L'Ape uscendo di casa,
non si butta, che su le piante de' fiori, e non su le quercie, o
sopra altre piante individuate da Mr. Drissier. Trafica la Pecchia
sopra fiori pulitissimi, delicatissimi, odoriferi, e gustosissimi,
e non è, che raccolga sterco, ed escremento.
Se fosse il mele sterco de' suoi moscherini; tutto il raccolto con
buona pace di Mr. Drissier, esser dovrebbe di un calore, e di un
medemo sapore. Noi vediamo costantemente uniformi e nella forma,
e nel colore gli escrementi di tutti gli animali. Come va, che il
mele varia o in giallodorè, o in cupo giallo, o perfettamente
bianco? In buon senso non varia, che secondo varia nelle piante
la qualità del succo. I Signori Oltramontani spesso spesso
non mancano spacciar lucciole per lanterne a noi Italiani. Voglio
concedere a Mr, Drissier, che i suoi moscherini cachino mele e manna,
ma non è questo il mele, che noi abbiamo, e che vien raccolto
dalle Api."
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