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ARNIE
ED APIARI IN PIETRA DELLA PUGLIA
L'interessante viaggio storico
di L. N. Masetti nella Puglia del passato ci fa rimpiangere lo scarso
sviluppo e considerazione che gode oggi l'apicoltura in questa regione.
In questa seconda puntata… altri "monumenti" che rischiano di
essere dimenticati e di andare persi per sempre. L'augurio è che
la consapevolezza di questa grande e radicata tradizione stimoli una rinascita
anche in quel territorio di questa antica arte.
Provincia di Lecce.
Nel Centro degli Studi Storici di questa città abbiamo incontrato
il Professore Eugenio Imbriani che ha fatto nel passato un'inchiesta interessante
sull'apicoltura tradizionale nella regione di Otranto.
Il Prof. Imbriani ci ha accolti molto cortesemente e ci ha dato alcuni
indirizzi che ci hanno permesso di visitare varie postazioni.
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Masseria Gaetanello,
nei pressi della cittadina di Arnesano.
Il proprietario di questa fattoria del XVI secolo, ci ha accompagnati
gentilmente sul luogo.
In fondo ad un magnifico giardino, in un muro di separazione della proprietà,
abbiamo visto una decina di arnie in pietra integrate in una costruzione
decorativa (Fig. 17). Se in certi luoghi i vecchi apiari sono abbandonati
ed esposti all'azione nefasta degli elementi atmosferici ed al vandalismo,
possiamo affermare che in questo caso le arnie godono di tutta l'attenzione
del loro proprietario che è molto affezionato al patrimonio e alla
tradizione familiare.
Qui si può notare di nuovo la sorprendente similarità di
queste arnie in pietra con quelle che abbiamo visto nel sud della Francia.
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Apiario tradizionale
di Vanze, proprietario Antonio Mazzeo.
Caso oggi raro, Antonio Mazzeo possiede un aparu (apiario) tradizionale
di una trentina di arnie in pietra riparate sotto una tettoia nella campagna
di Vanze (Fig. 18 e 19).
Purtroppo a causa della varroa questo discepolo di Aristeo, ha perso,
come molti altri apicoltori, quasi tutte le sue colonie di api. Ciò
che gli resta sono le arnie vuote ed alcuni attrezzi del mestiere (Fig.
20) e molta nostalgia per i vecchi tempi quando gli era possibile raccogliere
da sette ad otto chili di miele da ogni alveare.
L'apiario Morroy situato in un bel giardino vicino ad Otranto (Lecce).
Abbiamo riservato la nostra ultima visita nel Salento (dulcis in fundo)
a questo apiario fiabesco di circa 120 arnie di pietra che risale al XVII
secolo e che è situato nel bel mezzo di un bellissimo giardino
cinto da muri (Fig. 21 e 22). L'aparu si fonde armonicamente con il giardino
ed ogni porticina di chiusura delle arnie in pietra è decorata
con simboli in rilievo come il sole, la luna ed altre rappresentazioni
cromatiche che, secondo il parere dei vecchi apicoltori, dovevano aiutare
le api a ritrovare il proprio alloggio (Fig. 23).
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In primo piano, al centro della foto si vede una
fumarola (affumicatore) in rame dove si bruciava dello sterco bovino ben
secco e che era utilizzata da apicoltori benestanti, mentre quelli meno
abbienti si servivano di un recipiente in terracotta della stessa forma
o di una brocca qualsiasi (Fig 24 e 25). A proposito di questi giardini
di api bisogna ricordare che, secondo i vecchi documenti del catasto,
i giardini che chiudono un aparu (apiario) erano molto numerosi in questa
regione e che molti toponimi di luoghi facevano riferimento al miele o
alle api come la Masseria dell'Avucchiara e la Grotta del Miele (Taranto),
la Masseria delle Api (Foggia), ecc.
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TRADIZIONI APISTICHE
Nel suo libro "L'apicoltura in Terra d'Otranto" il Professore
Eugenio Imbriani ci ricorda una tradizione relativa alla cattura degli
sciami citata dal monaco Vincenzo Corrado in "Scuola di Generale
Agricoltura", 1792, Napoli.
Questo
monaco consigliava di non dimenticare di invitare lo sciame a posarsi
con un fischio modulato delle labbra e di tambureggiare su due recipienti
di terracotta verniciata per produrre una dolce melodia.
Un'enorme quantità di cera d'api era consumata nel passato durante
i riti funerari, i matrimoni e la benedizione dei ceri pasquali. Sembra
anche che esazioni in cera fossero imposte per espiare degli errori più
o meno gravi e per il pagamento di certe multe... Così ad un curato
che aveva dimenticato di accendere una lampada votiva in onore del Santissimo
i suoi superiori chiesero, come espiazione, duecento libbre di cera!
Nelle chiese, delle "ricostruzioni" in cera di organi malati,
come un braccio, una mano, una gamba... erano depositate ai piedi della
statua di un santo con l'implorazione di guarigione, un uso che ritroviamo
in certe regioni della Bretagna e che potrebbe esser giunto in Puglia
al seguito dei Normanni. Ancora in tempi recenti, nella Puglia come nelle
altre regioni limitrofe, il raccolto dei favi di miele non era fatto dal
proprietario degli alveari ma da un "pratticu", un "tecnico"
ambulante che effettuava questo lavoro particolare nel periodo di buona
luna contro una ricompensa in miele o in cera.
In una stagione questo "pratticu" poteva intervenire su 1000/1500
bocche di api (arnie).
(segue da)
L. N. Masetti
Traduzione della relazione presentata in francese alla Sessione di Autunno
di APISTORIA nel 2002
(Da
L'Apis n.7 - 2003)
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ultima modifica:11 Gennaio, 2007
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