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Moria
e sparizione delle api: spiegare l'inspiegabile!
Lo sconforto si insinua progressivamente nei nostri apiari.
Vari apicoltori, ad inizio stagione, sono in preda all'angoscia
per la visita delle loro colonie: la paura è di ritrovare piccole
manciate di api moribonde che attorniano la regina. Le api muoiono, ma
la pista delle molecole neurotossiche sistemiche utilizzate per il trattamento
delle semenze, sebbene sia la più plausibile, non è sempre
riconosciuta in modo ufficiale. Del resto, l'industria ribatte che nulla
permette di accusare i suoi prodotti di essere all'origine di tali perdite.
Analizzando l'insieme della questione, è difficile immaginare che
questi prodotti, leciti in diversi Paesi europei ed anche in altri continenti,
possano essere alla base di una tale ecatombe. Come spiegare perchè
si è arrivati ad una simile situazione? Tentiamo di fare un po'
di chiarezza.
Per anni, la tossicità dei prodotti fitosanitari
è stata sinonimo di famiglie senza bottinatrici (morte in massa
sul campo) o di gruppi di api morte o tremanti davanti agli apiari. E'
l'effetto a ricaduta rapida, poche ore, osservato allorché le api
entrano in contatto con un prodotto tossico: nebulizzazione sulle bottinatrici
o sugli apiari, visita di fiori recentemente trattati. Queste intossicazioni
sono ben note e sono alla base degli studi per valutare la tossicità
di un prodotto fitosanitario. Il primo parametro considerato per questa
valutazione è la sopravvivenza di una singola ape posta a contatto
con il pesticida (tossicità acuta per contatto). A questo scopo
si applica il prodotto da testare sul torace di una decina di api e si
segue la loro sopravvivenza nelle 48 ore successive. Una totale immobilità
è considerata come mortalità. Dopo aver testato diverse
concentrazioni di prodotto, si individua la dose a cui il 50 % delle api
muore (dose letale 50 o DL 50) in 24 o 48 ore. Il valore di DL 50 permette
di confrontare il livello di tossicità di diversi prodotti. Se
si considera la quantità di prodotto utilizzata per ettaro, questa
ci da un'idea del rischio per l'ape. Questo tipo di esame viene effettuato
per la tossicità acuta (esposizione unica al pesticida) e cronica
(esposizione ripetuta) e questa sia per contatto che per ingestione.
La valutazione del
rischio
Le normative in materia di consenso per i prodotti fitosanitari vengono
stabilite dall'Unione Europea (Direttiva 97/57/CE del Consiglio in data
22 settembre 1997 che include l'allegato VI della direttiva 91/414/CEE
relativa all'immissione sul mercato di prodotti fitofarmaceutici). Il
principio è estremamente chiaro: "Gli Stati membro valutano
la possibilità di esposizione delle api comuni al prodotto fitofarmaceutico
alle condizioni di impiego proposte; se questa possibilità è
concreta, essi stimano l'entità del rischio a breve e a lungo termine
a cui le api comuni potranno risultare esposte dopo l'applicazione del
prodotto secondo le utilizzazioni di impiego proposte". In altre
parole, se l'ape può entrare in contatto con un prodotto tossico,
bisogna valutare l'importanza del rischio che concretamente si corre.
Per questo si realizzano delle prove in serre a tunnel. Si lavora, quindi,
su piccole famiglie che permettono fra l'altro di osservare gli effetti
sul comportamento di bottinatura in zone trattate, confrontate con zone
di riferimento (testimone). Se queste prove evidenziano un effetto sulle
api, si passa, quindi, a prove sul campo. Sono proprio queste ultime che
saranno prevalentemente considerate per definire le condizioni di utilizzo
del prodotto. Se il rischio per le api si concretizza, verranno adottate
alcune restrizioni nell'impiego, cui può seguire la proibizione
di utilizzo di un prodotto nel periodo di fioritura o in presenza di fioriture
mellifere contemporanee (è il caso di vari piretrodi). Se, ciononostante,
il prodotto presenta ancora un rischio per l'ape, non dovrà essere
autorizzato. Il comitato responsabile dell'autorizzazione di un prodotto
può richiedere dei test complementari per assicurarsi dell'innocuità
del prodotto nei confronti delle api.
Nonostante queste limitazioni, già considerate assai pesanti dall'industria
fitosanitaria, il settore apistico ritiene che le api non siano adeguatamente
protette.
Intossicazione a
piccole dosi
Nel caso classico di intossicazione, il pesticida viene diffuso nell'ambiente
ed entra in contatto con l'ape. Spesso si tratta di un contatto singolo.
Siamo quindi in presenza di una tossicità acuta da contatto.
Con i nuovi prodotti sistemici, la situazione è del tutto diversa.
Le dosi della sostanza tossica che si ritrovano nei prodotti raccolti
dalle bottinatrici (nettare e polline) sono esigue, nell'ordine di un
miliardesimo. A queste dosi è necessario un consumo ripetuto di
tali prodotti per provocare problemi, che non si manifesteranno ed evidenzieranno
chiaramente se non dopo diversi giorni. Siamo quindi in presenza di una
tossicità cronica. Gli effetti si manifestano in laboratorio soprattutto
dopo tre e sino a quattro giorni.
Il fenomeno ci è stato evidenziato dalle bottinatrici che prelevano
il nettare e non ne consumano che in funzione del loro fabbisogno energetico
per il volo. Queste trasportano nell'alveare la maggior parte del nettare
raccolto. Un nettare così contaminato può non avere un effetto
immediato su quest'ape, soprattutto se la distanza è breve.
In campo sono generalmente necessari dai tre ai quattro giorni di raccolta
su una cultura mellifera i cui semi siano stati trattati, perchè
le bottinatrici diventino apatiche o si perdano in volo. E' a questo punto
che si osservano fenomeni notevoli di spopolamento. Una bottinatrice che
non riesce più ad orientarsi o che è troppo debole per poter
ritrovare il suo alveare morirà nel giro di alcune ore di fame,
di freddo o perché predata. Si tratta, dunque, di un effetto letale
ritardato. Siamo ben lontani dall'ape che resta immobile nella sua gabbietta
in laboratorio.
Tutto questo spiega perché prove classiche eseguite in tunnel o
in camera di volo non mettano facilmente in evidenza un effetto tossico
sulle bottinatrici. Bisogna studiare nuovi protocolli sperimentali per
poter rilevare effetti di tal tipo sul sistema nervoso. Su richiesta degli
apicoltori francesi, diversi ricercatori hanno percorso nuove strategie
di lavoro, per esempio sull'estensione della ligula o sull'osservazione
accurata del comportamento di bottinatura, sia su nutrizione sia su fiori
contaminati.
Sono questi lavori che hanno rivelato che dosi particolarmente esigue
possono avere effetti indesiderabili sul comportamento delle api. Questi
test, relativamente recenti, non vengono però imposti nelle procedure
di autorizzazione d'uso.
Le zone d'ombra
Molte zone d'ombra persistono nonostante i moltissimi studi effettuati.
o Così il nettare contaminato viene trasformato in miele nell'arnia
e consumato da tutte le operaie, in particolare nel periodo in cui le
api vivono chiuse nell'alveare. Un test realizzato in Francia dall'AFSSA
sembra indicare che ciò non ha effetto sul divenire della colonia.
Si può, tuttavia, supporre che ciò che gli apicoltori osservano,
tipo i fenomeni di spopolamento primaverile (piccoli gruppi di api morte
di freddo intorno a una regina senza api sul fondo), trovino in parte
in questo la spiegazione.
o Stupisce constatare che praticamente nessuno studio verta sul polline
contaminato. La bottinatrice che raccoglie il polline tossico lo trasporta
all'arnia senza consumarlo. Le sole api che lo consumano sono le larve
e le giovani nutrici (meno di 11 giorni), che non escono mai dalla colonia.
Eventuali test sul campo di breve durata o rivolti alla bottinatura non
hanno alcun senso in tale situazione. Per contro, restiamo sempre in attesa
dei primi studi sugli effetti di un polline tossico sulle nutrici e sulle
larve. Si possono comunque formulare le seguenti ipotesi, relativamente
al consumo di polline contaminato: effetto larvicida, disfunzioni nervose
visibili sulle giovani api nel momento in cui si misurano con compiti
complessi (costruzione, volo), malformazioni del sistema nervoso nelle
giovani api in cui le larve intossicate si trasformano... Tutto questo
potrebbe spiegare la presenza dinanzi ad alcune arnie di giovani api incapaci
di volare, che si raccolgono, quindi, in piccoli gruppi ai piedi dell'alveare.
o D'altronde nulla si sa circa il divenire delle sostanze tossiche al
momento dell'elaborazione della pappa reale. E' assai probabile che vi
si ritrovino le molecole di base ed i loro prodotti di degrado; bisogna
precisare che per i prodotti direttamente incriminati, l'imidacloprid
ed il fipronil, i prodotti derivati possono essere tanto tossici quanto
le molecole madri. E' stato constatato che le ovaie delle regine possono
degenerare a seguito di un'alimentazione tossica. In questo caso le regine
alimentate con pappa reale contaminata avranno una deposizione disturbata
o bloccata. Saranno quindi rapidamente rimpiazzate dalle api. Tutto ciò
ha trovato corrispondenza in numerose osservazioni registrate dagli apicoltori.
Per quanto ne sappiamo, questi vari aspetti non sono stati, a tutt'oggi,
ancora oggetto di pubblicazioni. Le informazioni che se ne potrebbero
trarre sono però essenziali.
Qualche considerazione
sulla bottinatura
Come detto sopra, le procedure di omologazione considerano "che sia
necessario avvicinarsi alle condizioni di campo e, quindi, privilegiare
le esperienze sul campo che avrebbero più significato rispetto
agli esperimenti di laboratorio o in tunnel". Questa esigenza, che
parrebbe sensata, non è di fatto applicabile alla colonia di api.
Di una famiglia d'api lo sperimentatore controlla un numero di parametri
insufficiente: le api sono libere di andare dove vogliono! E' impossibile
impedir loro di bottinare campi trattati (allorché lo sperimentatore
intende studiare la bottinatura su campi non trattati) così come
è impossibile il contrario. Analogamente, se esse bottinano un
campo trattato con il prodotto oggetto di studio, esse possono anche alimentarsi
altrove, sia in campi trattati con altri prodotti (possibile effetto sinergico
fra i prodotti), sia in campi non trattati (effetto di diluizione). Molto
spesso, tali prove non possono d'altra parte essere convalidate. Le ragioni
sono assai varie:
- come abbiamo appena detto, non si può
controllare perfettamente la zona di bottinatura delle api che esplorano
i siti di nutrimento posizionati in tutte le direzioni attorno alla
colonia in un raggio che può raggiungere i 5 e addirittura i
10 km.
- Non si può essere assolutamente certi
che le condizioni meteo in occasione del test (insolazione, temperatura,
velocità del vento, umidità del suolo) permetteranno una
bottinatura normale nel corso della sperimentazione ed una buona produzione
di nettare e/o di polline.
- Esiste una forte variabilità naturale
fra le colonie ed è quindi difficile mettere in evidenza degli
effetti statisticamente significativi, a meno che non si utilizzi un
considerevole numero di alveari.
- E' praticamente impossibile gestire tutti i
parametri biologici degli alveari sapendo che le osservazioni da realizzare
sulle colonie sono spesso condizionate dal passato delle famiglie d'api.
- E' necessario che la concezione del test e le
relative osservazioni siano elaborate da persone che conoscono perfettamente
l'apicoltura e l'ape e che dispongono di buone basi scientifiche.
In tali condizioni sembra utopistico orientare ogni
decisione sulla base di test effettuati sul campo. Il comitato Scientifico
e Tecnico Francese non ha potuto convalidare nessun test sul campo, realizzato
su parcelle seminate con sementi trattate, nella sua sintesi bibliografica
sull'imidacloprid.
Questione di dosi
Qualche anno fa, le dosi di pesticidi utilizzate erano considerevoli e
gli effetti immediati e chiaramente visibili. Era, comunque, già
difficile ritrovare residui di sostanze tossiche responsabili della mortalità.
Oggi, si utilizzano prodotti a dosi nettamente inferiori (alcuni grammi
per ettaro), il che significa che essi sono altrettanto attivi (e forse
più ancora) a dosi veramente esigue. Essi sono del resto da tutti
riconosciuti come estremamente tossici per le api (oltre trenta volte
più tossici rispetto alle molecole di riferimento in materia di
tossicità per le api). Già si osservano effetti neurologici
sulle api a contatto con nettare o polline contenenti concentrazioni di
prodotto nell'ordine di dieci miliardesimi. Queste dosi non sono state
evidenziate se non recentemente, benché le molecole siano utilizzate
da diversi anni. Oggi, la capacità dei laboratori specializzati
nell'individuare l'imidacloprid è circa mille volte superiore a
quella che esisteva quando fu immesso sul mercato. Questo spiega come,
nel corso degli anni, non sia stato riconosciuto il fatto che l'ape potesse
entrare in contatto con il prodotto, visto che non lo si trovava nel polline
e nel nettare. Oggi appare con chiarezza che una pianta la cui semente
sia stata conciata, con imidacloprid o fipronil, contiene, a livello di
polline e di nettare, dosi tossiche per l'ape. Il rapporto sull'imidacloprid
del Comitato Scientifico e Tecnico Francese conclude che: "Per quanto
riguarda la conciatura con Gaucho® delle semente del mais, il rapporto
PEC/PNEC (concentrazione predetta di esposizione/concentrazione prevista
senza effetti per gli organismi nell'ambiente) risulta preoccupante, e
così per il girasole, nel contesto del consumo di polline da parte
delle nutrici e questo potrebbe comportare una accresciuta mortalità
delle stesse, così spiegando l'indebolimento delle popolazioni
di api ancora osservato malgrado la proibizione del Gaucho® sul girasole".
Per quel che concerne il fipronil, la situazione è ancora più
grave, visto che il 29 gennaio scorso, la Commissione di studio sulla
tossicità dei prodotti fitosanitari ha emesso l'avviso seguente:
"non iscrizione del fipronil all'annesso 1 (sostanze autorizzate)
della direttiva 91/414/CE, considerate le forti preoccupazioni per l'ambiente
e per le specie selvatiche. Le informazioni (...) non consentono di trarne
un rischio accettabile per varie specie (uccelli, mammiferi, organismi
acquatici, api) secondo gli impieghi valutati nel dossier".
E non è tutto
L'assai lunga permanenza di questi prodotti nel suolo permette alle culture
successive di prelevarli e di ridistribuirli in tutta la pianta. Le dosi,
benché meno importanti, restano sufficienti in certi casi per intossicare
le api. Una coltura mellifera non trattata (facelia, trifoglio... ) che
si effettui su un suolo già inquinato dal prodotto può per
questo diventare tossica per gli insetti che impollinano, presenti nell'ambiente.
Le massicce intossicazioni delle api constatate nel sud della Francia
hanno consentito di acclarare che alcune particelle di fipronil rimangono
in sospensione nell'aria al momento della semina pneumatica di sementi
trattate con questo prodotto. Le quantità di particelle erano sufficienti
per decimare interi apiari in prossimità dei campi seminati. Bisogna
anche segnalare che oggi questo prodotto è considerato di riconosciuta
ed elevata tossicità se inalato da mammiferi. Ancora una volta,
l'ape ha giocato il suo ruolo di bio-indicatore. Fortunatamente, in Belgio,
la legge impone controlli sulla effettiva adesione ai semi dei preparati
per le sementi. Se la dispersione è così circoscritta è
pur sempre inevitabile, seppur in piccole dosi.
E domani?
Diverse molecole sono oggi nei cassetti delle ditte fitofarmaceutiche.
Sono sempre più attive e saranno quindi utilizzate in dosi che
in futuro sarà ancora più difficile individuare. In tal
senso, credo sia davvero necessario interrogarsi sul valore delle prove
che effettuiamo, prima di autorizzare un nuovo prodotto, così come
sui mezzi di cui noi disponiamo per controllare la loro corretta applicazione.
Se l'ape è un buon indicatore, non possiamo continuare a decimarla
in intere zone ogni volta che si mette in uso una nuova molecola.
Ne va della sopravvivenza della nostra apicoltura, ma anche di quella
dei nostri bambini.
Etienne Bruneau
Abeilles & Cie - Mars/Avril 2004
Traduzione Federica Zotti
(Da
L'Apis n.6 - 2004)
4 Agosto, 2010
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