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PORTARE A CASA UN "SOUVENIR APISTICO" È PERICOLOSO!

L'Apis n.6 - 2003

L'apicoltura lamenta ancora serie perdite dovute alla varroa e già si profilano all'orizzonte altri pericoli non meno gravi. L'introduzione di organismi dannosi da altri continenti si sta rivelando un problema sempre più grave per tutte le attività del settore primario.
Nel caso dell'apicoltura, ai rischi connessi all'importazione di materiale attraverso canali, per così dire, ufficiali si aggiungono quelli dovuti alla frequente introduzione clandestina e incontrollata di api da altri Paesi da parte di apicoltori.
Gli apicoltori devono rendersi conto che portare a casa regine o altro materiale, a mo' di souvenir di viaggi esotici, espone l'apicoltura a rischi gravissimi.
Nelle schede presentate in questo numero se ne illustrano alcuni, dovuti a parassiti che si stanno diffondendo rapidamente nel mondo, nonostante siano facilmente individuabili per le loro dimensioni, e ad alcuni ceppi d'api dalle caratteristiche indesiderate.
E non è detto che i pericoli finiscano qui: per esempio, potrebbe accadere di portare a casa batteri e virus patogeni per l'ape, che certamente non si possono vedere ad occhio nudo, e magari sono ancora poco noti o del tutto sconosciuti.

A sinistra: Tropilaelaps clareae A  destra:  Tropilaelaps clareae su pupaTropilaelaps clareae: una varroa elevata al quadrato?
Tropilaelaps clareae è un acaro parassita, il cui ospite originario sono le api giganti, Apis dorsata e Apis laboriosa, diffuse nel Sud-Est asiatico. Di una specie simile, Tropilaelaps koenigerum, si sa assai poco, ma si presume che abbia biologia e comportamento analoghi. In entrambe le specie, la femmina è lunga circa 0.8 mm e larga 0.3 mm, di colore chiaro, e si muove molto velocemente. Tropilaelaps clareae può attaccare anche altre api, fra cui Apis mellifera e Apis cerana; in Asia, esso si è già diffuso al di fuori dell'areale originario, determinando il rapido collasso delle famiglie di A. mellifera; A. cerana non soccombe, ma la produzione di miele si riduce del 25-40% circa. Non hanno avuto ancora conferma le notizie relative a una recente introduzione di Tropilaelaps clareae in Africa.
Questo parassita presenta un ciclo biologico superficialmente simile a quello della varroa (Varroa destructor), in quanto si riproduce a spese della covata opercolata di parecchie specie d'ape. Tuttavia, esistono alcune differenze di rilievo: innanzitutto, in Tropilaelaps clareae le fasi riproduttive si susseguono a brevissimi intervalli (mentre la varroa resta sulle api adulte per più giorni); inoltre, ad ogni ciclo riproduttivo raggiungono la maturità parecchie figlie. Per questo motivo, Tropilaelaps clareae si moltiplica molto più in fretta della varroa, e distrugge una famiglia in pochi mesi a partire dall'inizio dell'infestazione.
Tropilaelaps clareae è un acaro parassita, il cui ospite originario sono le api giganti, Apis dorsata e Apis laboriosa, diffuse nel Sud-Est asiaticoUn'altra differenza importante consiste nel fatto che, in mancanza di covata, il Tropilaelaps soccombe in pochi giorni (la sopravvivenza dipende dalla temperatura e dall'umidità e sembra non possa andare oltre i dieci giorni); sinora, non sono stati individuati stadi di sviluppo capaci di resistere per lunghi periodi in condizioni di anabiosi (ossia, di "vita rallentata").
Quindi Tropilaelaps è, ad un tempo, più temibile ma anche più vulnerabile della varroa: un blocco di covata prolungato lo toglie di mezzo senza necessità di interventi chimici (a patto, beninteso, che il blocco si realizzi contemporaneamente in tutte le famiglie di un apiario). Tuttavia, il parassita ricompare regolarmente anche in aree della Cina dove l'inverno è assai freddo e l'assenza di covata dura parecchi mesi. Qualcuno ha suggerito la possibilità che il parassita abbia degli ospiti alternativi; tale ipotesi è confortata dal fatto che la morfologia dell'acaro è quella di un predatore-parassita generico, e non mostra un adattamento strettissimo all'ape, come invece avviene per la varroa. Sinora, però, ospiti alternativi non sono stati individuati. Occorre tener presente che gli studi sul parassita nella sua patria d'origine, il Sud-Est asiatico, non sono agevoli; in particolare, le difficoltà di osservazione nei nidi di Apis dorsata - specie notoriamente assai... permalosa e piuttosto aggressiva - hanno sinora impedito di comprendere se e come quest'acaro sopravviva quando l'ospite abbandona il nido, il che avviene regolarmente in condizioni di scarso flusso nettarifero.
Quanto detto sopra induce a ritenere che Tropilaelaps sarebbe assai pericoloso in Italia meridionale, mentre al Nord i danni dovrebbero essere meno gravi. Tuttavia, in Corea Tropilaelaps clareae è un serio problema anche nelle aree il cui clima può essere paragonato a quello dell'Italia settentrionale; nonostante l'assenza di covata durante l'inverno, il parassita ricompare regolarmente ogni anno e causa gravi perdite: neppure l'Italia settentrionale è al riparo da rischi.
D'altra parte, il trasporto di alveari dal Sud al Nord Italia, che oggi ha luogo regolarmente all'inizio di ogni stagione, sarebbe destinato ad accrescere il pericolo nelle regioni settentrionali. In certe regioni dell'Oriente asiatico, per limitare i danni, gli apicoltori fanno addirittura svernare le api in zone fredde, capovolgendo la logica cui si ispira la conduzione dei nostri apiari. Per tutto questo, Tropilaelaps clareae rappresenta un rischio per l'apicoltura certamente non inferiore a quello costituito dalla varroa.

Larve di Aethinia tumida in un angolo di un favoAethina tumida: il prigioniero nutrito dai carcerieri.
Aethina tumida è un coleottero appartenente alla famiglia dei Nitidulidi, lungo circa 5 millimetri, originario dell'Africa meridionale, dove attacca soprattutto nidi abbandonati o famiglie deboli. Fino a qualche anno fa esso era poco più di una curiosità zoologica. Nel 1998 la sua presenza è stata segnalata in America Settentrionale, dove ha causato danni gravissimi (sembra che un singolo apicoltore professionista abbia perso 20.000 alveari!), e da cui avrebbe raggiunto l'Australia. Recentemente, esso è stato ritrovato anche in Egitto: in pratica, è ormai alle porte di casa!
Aethina tumida resiste per parecchi giorni senza cibo; può nutrirsi e persino riprodursi anche al di fuori dell'alveare, su frutta, soprattutto se stramatura, ma preferisce di gran lunga favi con miele, che in precedenza avevano contenuto polline o larve d'ape (non si sviluppa, invece, in favi nuovi, contenenti esclusivamente miele, in quanto carenti di proteine). In laboratorio, si è osservato che attacca anche nidi di Bombus sp.; potrebbe attaccare anche nidi di altri Apoidei. Il coleottero penetra all'interno degli alveari attraverso la porticina o fessure delle pareti. Esso presenta due generazioni all'anno e la femmina depone parecchie centinaia di uova; per questo motivo, le larve possono rapidamente trasformare i favi della colonia in un immondo vermicaio. Le larve si impupano nel terreno, a breve distanza dall'alveare.
Adulti di Aethinia tumidasu un favo infestatoIn Africa meridionale, esso di norma non arreca danni rilevanti a famiglie forti e sane; anzi, la distruzione di nidi abbandonati, contribuendo ad eliminare materiale che potrebbe contenere microorganismi patogeni per l'ape, risulterebbe addirittura utile all'ape. Infestazioni massicce a carico di famiglie forti si osservano di rado. In America, al contrario, questo parassita si moltiplica a dismisura entro gli alveari, attaccando i favi, mentre il miele viene contaminato con gli escrementi fino a fermentare, e acquisisce un odore penetrante che si dice ricordare quello delle arance putrescenti. In breve: occorre distruggere tutto, e anche il recupero dell'arnia può diventare economicamente non conveniente. Non sono ben chiare le ragioni di tale differenza di comportamento nei due continenti. È stato osservato che le api africane sono in grado di imprigionare questo parassita in fessure del nido, utilizzando la propoli; tuttavia, il coleottero è in grado di indurre le api alla trofallassi, mediante contatti antennali. Il comportamento dell'ape è davvero curioso: è come se il carceriere si lasciasse... impietosire dal prigioniero e lo alimentasse. Non si sa quanta importanza abbia questa caratteristica comportamentale delle api africane per tenere sotto controllo Aethina tumida, e neppure è chiaro quale ruolo giochi la loro tendenza ad abbandonare il nido in condizioni avverse. Inoltre, è plausibile che in Africa siano attivi nemici naturali del coleottero, ossia parassiti, parassitoidi e predatori, capaci di limitarne le popolazioni. Ad ogni modo, l'ape africana è molto più efficiente dell'ape europea nell'eliminazione delle uova del coleottero - ad eccezione di quelle deposte in siti difficilmente raggiungibili - ed elimina rapidamente anche le larve che ne sgusciano. È probabile, quindi, che molteplici fattori comportamentali siano alla base della telativa immunità al parassita.
L'attività di Aethina tumida è per certi aspetti simile a quella di Galleria mellonella, ma i danni arrecati sono potenzialmente assai più seri, soprattutto quando non è possibile controllare frequentemente gli alveari; si tratta quindi di una minaccia che risulta più grave per gli apicoltori professionisti che non per gli hobbisti. La vigilanza deve essere continua, in quanto, in caso di infestazione, solo interventi tempestivi possono scongiurare la perdita dell'alveare; in caso di infestazione ad uno stadio iniziale, sembra che - almeno in linea di principio - sia possibile recuperare favi non fortemente attaccati, previa disinfestazione e lavaggio (naturalmente, la convenienza economica dell'operazione è tutta da dimostrare). Ovviamente sono necessarie le misure igieniche più scrupolose al momento dello stoccaggio di favi.
La lotta chimica è possibile con strisce di plastica contenenti coumaphos, applicate due volte l'anno, beninteso sino all'apparire di resistenza; ovviamente, tali interventi riaprirebbero il problema della presenza di residui nei prodotti dell'alveare.
Negli USA, si è osservato che in arnie con l'ingresso costituito da un tubo sufficientemente lungo, l'entrata del parassita è ridotta; tale modifica, però, non è risolutiva e non è priva di effetti collaterali sulla termoregolazione della famiglia. Un possibile punto debole della biologia del coleottero consiste nel fatto che esso si impupa nel suolo a breve distanza dall'alveare (di norma, a non più di un metro o due). Ho chiesto a colleghi americani di verificare se una rete di plastica a maglie fitte e sufficientemente resistente, disposta sotto gli alveari e con i margini rivoltati in modo da impedire alle larve di uscirne, non sia sufficiente ad eliminare buona parte delle larve prima della metamorfosi di queste ultime; sono in attesa di una risposta.
Come Tropilaelaps clareae, anche Aethina tumida costituisce un pericolo serio per l'apicoltura; qualsiasi introduzione di materiale apistico da altre Nazioni e soprattutto da altri Continenti può avere un impatto negativo, a volte inaspettato. La vicenda di Aethina tumida, un insetto quasi sconosciuto fino a qualche anno fa, deve far riflettere!

Un temibile killer: l'ape africanizzata
Nei numeri precedenti, sono stati presentati rischi legati alla temuta introduzione di due parassiti dell'ape, Tropilaelaps clareae ed Aethina tumida. Tuttavia, i pericoli per l'apicoltura non si fermano qui; danni assai gravi potrebbero essere causati dall'introduzione di api da altri Paesi.
Apicoltori mentre visitano una colonia  di api africanizzateIl caso dell'ape africanizzata, detta a buon diritto "ape killer", è emblematico. Attorno al 1956, poche regine furono importate dall'Africa in Brasile, per disporre di api meglio adattate all'ambiente tropicale. L'estrema aggressività di tali api era ben nota e inutilmente tale importazione era stata sconsigliata da ricercatori; tanto, si obiettava, una goccia di inchiostro non riesce a tingere un lago. Purtroppo, le popolazioni derivate da tali api, in qualche misura incrociate con i ceppi preesistenti, e perciò dette api "africanizzate", hanno occupato tutte le zone tropicali e subtropicali delle due Americhe, dilagando verso nord sino a raggiungere gli Stati Uniti.
Le ragioni del successo delle api africanizzate sono molteplici. Da un lato, tali api sono meglio adatte all'ambiente tropicale; dall'altro, hanno uno sviluppo più rapido: a quanto pare, in una famiglia ibrida che rimane orfana e alleva nuove regine, le prime che raggiungono lo stadio adulto (e possono eliminare le altre) sono sistematicamente quelle che hanno maggior "sangue" africano. L'unico limite alla diffusione sembra sia rappresentato da fattori climatici: l'ape africanizzata non sopravvive in climi freddi.
Le api africanizzate presentano almeno due elementi negativi per l'apicoltore: innanzitutto, possono attaccare in massa, senza apparente ragione, all'improvviso, insistentemente e anche a distanza dall'alveare; in secondo luogo, esse abbandonano frequentemente il nido, se disturbate o in condizioni comunque avverse, e si insediano altrove.
Soltanto in Messico, dove ci si era preparati all'arrivo dell'ape africanizzata, nei primi tre anni si sono contati duecento morti in seguito ad attacchi massicci a malcapitati cui erano state inferte centinaia o migliaia di punture; sono stati assai gravi anche i danni al bestiame (compreso quello di grossa taglia, ossia bovini ed equini) e agli animali domestici, che in caso di attacco non potevano fuggire. In Venezuela, sembra che i morti abbiano quasi raggiunto il migliaio. Ovviamente, i risarcimenti per i danni arrecati e i premi di assicurazione sono aumentati vertiginosamente.
In queste condizioni, le api devono essere tenute a centinaia di metri da abitazioni, strade, luoghi frequentati e ciascuna famiglia deve venir tenuta su un supporto indipendente da quello delle altre, a distanza di qualche metro. Tutto ciò non è impossibile in aree dove sono disponibili ampi spazi aperti, ma sarebbe la fine dell'apicoltura così com'è concepita nelle nostre regioni. E, soprattutto, sarebbe destinata a cambiare drasticamente l'immagine dell'apicoltura (e dell'apicoltore); con quali conseguenze, è facile immaginare!

L'anarchia nell'alveare: Apis mellifera capensis
Non sono solo le api africanizzate a costituire un rischio per l'apicoltura. Di recente, è stato messo in evidenza un altro pericolo legato alle peculiari caratteristiche di certe razze di api. Apis mellifera  Capensis ( le due api nere) in una  colonia di Apis  mellifera scutellataNel Sudafrica, come è noto, esiste una razza di ape (Apis mellifera capensis) le cui operaie sono in grado di deporre uova diploidi, quindi destinate a dare femmine, e quindi operaie o regine. (Qualcuno chiederà come ciò sia possibile, in assenza di fecondazione: in queste operaie, la cellula uovo si può fondere con uno dei globuli polari, ripristinando la condizione diploide; è un fenomeno molto raro, ma non del tutto assente, nelle razze europee). Tali operaie ovificatrici sono in grado di produrre un complesso di feromoni molto simili a quelli dell'ape regina, facendosi accettare come "pseudo-regine" dalle altre api.
Apis mellifera capensis è vissuta in territori dell'Africa meridionale, adiacenti a quelli occupati da un'altra razza, Apis mellifera scutellata, senza causare danni o conflitti di rilievo. Di recente, nel corso di normali pratiche di nomadismo, alveari di Apis mellifera capensis sono stati trasportati in altre aree dell'Unione Sudafricana, dove in precedenza tale razza era assente, con conseguenze estremamente negative per l'apicoltura di quelle regioni. Infatti, operaie di Apis mellifera capensis finiscono spesso, per deriva, in alveari adiacenti di Apis mellifera scutellata, dove cominciano a ovideporre e si fanno adottare come pseudo-regine; la regina, per così dire, "legittima" viene spesso uccisa dalle sue api e nella colonia si stabilisce una vera e propria anarchia riproduttiva, con numerose pseudo-regine discendenti da quella o quelle iniziali, e pochissime api che bottinano (che abbiano imparato da qualche… società umana?).
È chiaro che, in queste condizioni, la famiglia prima o poi collassa; a questo punto, operaie e pseudo-regine di Apis mellifera capensis si portano in altre colonie di Apis mellifera scutellata e compromettono anche queste ultime, distruggendo progressivamente interi apiari.
Non è noto perché questo fenomeno di vero e proprio parassitismo sociale sia esploso dopo una lunghissima convivenza pacifica, a quanto pare in seguito all'improvvido intervento dell'uomo. Si ipotizza che si sia selezionato un clone particolarmente efficiente nel parassitismo e che la concentrazione degli alveari in apiari favorisca la subdola diffusione delle caste femminili di Apis mellifera capensis, in quanto, in condizioni più vicine a quelle naturali, la notevole distanza fra alveari condannerebbe all'estinzione i responsabili dell'anarchia. Non si conosce alcun metodo per prevenire l'invasione degli alveari da parte delle indesiderate "pseudo-regine", se non forse quello di mantenere gli alveari ben distanti uno dall'altro; non esistono escludi-regina efficaci, in quanto le operaie ovificatrici hanno le stesse dimensioni delle altre operaie.
Ancora una volta, l'uomo ha aperto il vaso di Pandora.
L'inquinamento chimico, per quanto pesante o pericoloso, non è destinato a durare in eterno, in quanto le sostanze tossiche finiscono per degradarsi o essere eliminate dagli ecosistemi, magari in tempi lunghissimi; l'inquinamento "biologico", esemplificato da queste vicende, è invece destinato a perpetuarsi nel tempo per la capacità degli organismi di riprodursi.
E, ancora una volta, va ripetuto che è molto difficile, a volte impossibile, trovare un rimedio per questo tipo di problemi; si può solo fare in modo che non abbiano luogo, evitando, nel modo più assoluto, di introdurre materiale vivente da altri Paesi e da altri Continenti.

Norberto Milani
Università di Udine - Dipartimento di Biologia Applicata alla Difesa delle Piante


ultima modifica:22 Febbraio, 2005 -