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Pascolo
saturo od incostante?
Questo il problema!
Considerazioni su apicoltura, pascolo, famiglie
ed apiari. Le caratteristiche e le dimensioni degli apiari. I fattori
determinanti per le scelte aziendali produttive in funzione dell'effettivo
potenziale mellifero.
Nella prima
parte di questo articolo il ragionamento e la riflessione si sono
dipanati a partire dall'esperienza su vari aspetti dell'attività
produttiva apistica:
- la presa d'atto delle forzature che l'uomo
introduce nel ciclo biologico naturale delle api a partire dal concentramento
in un unico sito di più famiglie d'api;
- la difficoltà di determinare l'effettiva
area di bottinatura accompagnata dalla pressoché irrilevanza
del potenziale nettarifero teorico;
- l'esperienza, quale principale elemento per
la determinazione dell'effettivo potenziale mellifero e per l'orientamento
delle scelte aziendali;
- la mancanza di elementi certi sulla effettiva
limitatezza delle risorse botaniche "da raccolto" ed il mancato
riscontro delle ricadute da "scontata competizione da sovraccarico";
- l'importanza, certa e palpabile, della
limitatezza ed incostanza della così detta flora apistica "minore"
sia nello sviluppo che nel mantenimento e nella preparazione dell'invernamento
delle famiglie.
Con analoga riflessione propongo ora di proseguire
nella ridiscussione e ripensamento d'alcuni "postulati" del
pensiero apistico.
Alleviamo singole
famiglie d'api od apiari?
Tutta la ricca manualistica apistica tradizionale concentra l'attenzione
e le indicazioni sulle diverse fasi ed operazioni finalizzate alla gestione
della singola famiglia. Sappiamo che, in effetti, sono molti gli aspetti
che differenziano una famiglia dall'altra e possiamo citarne alcuni tra
i più importanti: ogni regina ha il proprio ritmo di deposizione
con periodi di particolare intensità che sono preceduti da fasi
con cadenza assai meno sostenuta. Sappiamo anche che tali fasi alterne
non coincidono tra le diverse famiglie dell'apiario. Si è ipotizzato
che l'andamento della deposizione sia in rapporto diretto con il raccolto
di polline, attività su cui si verifica una notevole variabilità
tra le famiglie dello stesso apiario, ma tale congettura non ha trovato
ad oggi alcun riscontro scientifico.
L'andamento della covata ci dice quindi che le famiglie interagiscono
con l'ambiente e le cure in modo marcatamente difforme.
Ciò di cui non si è voluto e saputo sino ad oggi prendere
atto sufficientemente è che invece l'azione dell'allevatore apistico
da reddito è, o almeno così appare dal mio punto di vista,
volta sostanzialmente a ridurre l'incidenza di questi caratteri di distinzione
tra le varie "individualità" presenti nel suo cantiere.
Il produttore apistico dedica necessariamente gran parte della sua attività
d'allevamento, di cura e di stimolo ad un'entità composta da differenti
individualità, affinché dia quale risultato un unico "insieme
produttivo". In effetti anche nelle chiacchiere, così come
nei resoconti stagionali tra apicoltori, si parla sempre meno delle mirabolanti
cataste di melari della singola famiglia mentre con sempre maggiore frequenza
si confrontano le rese od i problemi delle varie postazioni o zone di
apiari. La differenza tra una gestione apistica amatoriale ed una da reddito
è, forse e giust'appunto, segnata dall'obiettivo che l'apicoltore
persegue nel cercare di condizionare a suo favore lo sviluppo e la vita
delle sue colonie: l'amatoriale, a me pare, tende a cercare d'influenzare
l'andamento di ogni singola famiglia; il produttore da reddito cerca di
conformare il più possibile le famiglie ad un livello comune che
è quello dell'apiario. E' quindi in definitiva l'apiario e non
l'alveare il modulo base dell'azienda apistica produttiva. A tal fine
ogni produttore da reddito definisce proprie specificità e particolarità
tali che ogni azienda apistica è qualcosa di unico (non riconducibile
a modelli di sorta), nella modalità di gestire l'apiario e gli
apiari con la sinergia, l'efficienza, la capacità e il coordinamento
delle risorse umane disponibili rispetto all'evoluzione delle variabili
climatiche, agricole ed ambientali.
Cosa determina la
dimensione degli apiari?
L'apicoltura produttiva opera una radicale distinzione rispetto alla finalità
dell'apiario: nell'apiario stanziale ed in quello nomade sono, infatti,
ben diverse le opportunità che si ricercano, così come le
conseguenti ricadute sulla gestione delle api.
Apiario stanziale.
Ciò che è di maggior rilievo nella scelta di una postazione
fissa è:
- adeguata esposizione/collocazione climatica;
- fioriture e risorse (principalmente: nettare,
polline ed acqua) per lo sviluppo;
- fioriture/melate per il/i raccolti;
- fioriture e risorse (principalmente: nettare,
melata, polline ed acqua) per l'invernamento.
Nel corso dell'annata apistica sono così
varie e molteplici le essenze e le risorse bottinate dalle api, così
come i momenti di loro assenza, ed è talmente vasto ed indeterminato
l'aerale di raccolto che non è possibile in alcun modo poter esprimere
a priori alcuna certezza sulla conformità/potenzialità di
una postazione.
Solamente un'osservazione attenta e pluriennale della presenza ed andamento
delle fioriture e risorse, dello sviluppo e dinamica di popolazione delle
famiglie d'api in quel determinato contesto può avvalorare le sensazioni
più o meno fondate del produttore. L'apicoltore, infatti, in genere
con ampie e pluridirezionali ricerche, coglie l'opportunità che
gli si presenta di collocare i suoi apiari e, solo a seguito di reiterate
verifiche e comparazioni nel tempo ed a fronte del manifestarsi discontinuo
delle variabili stagionali, decide se la postazione è potenzialmente
adeguata e sarà, quindi, ulteriormente utilizzata.
Ai fini della scelta è in genere decisiva la presenza di sufficienti
risorse (potenziale mellifero) nell'intera stagione apistica (sviluppo,
raccolti, invernamento). Nell'esperienza che ho sviluppato in Piemonte,
nelle regioni confinanti e nella Maremma Toscana ho trovato postazioni
non adatte in toto od in parte ad ospitare un apiario stanziale. Le ragioni
che con maggiore frequenza mi hanno indotto a decidere che un sito non
è "buono" per la permanenza dell'apiario in tutto l'anno
sono, in ordine d'importanza:
- non adatto all'invernamento, con maggiori
probabilità di contrarre e manifestare nosema;
- con insufficienti risorse per lo sviluppo primaverile;
- contiguo ad apiario/i malgestito/i;
- con raccolto/i inferiori rispetto ad altri
apiari nella stessa zona.
La non conformità più frequente di
un sito ad ospitare un apiario stanziale non è connessa quindi
generalmente alla potenzialità da raccolto per salita a melario,
ma ai buchi di risorse, in primavera e nel preinvernamento, ed ai rischi
sanitari. Maggiore attenzione e studio andrebbero forse dedicati ai consumi
complessivi di risorse di una famiglia d'api nel corso di una stagione
rispetto alla evidenza di quanto può "regalarci" di sovrapproduzione.
Quando, invece, il giudizio d'insieme sulla postazione, confortato da
un'esperienza pluriennale, è positivo vi si includono ed accettano
anche le sue caratteristiche e limiti (in comparazione con le postazioni
od apiari vicini in quel determinato contesto botanico/territoriale) che
ne definiscono la specificità. Per l'apicoltore, quindi, ogni apiario
ha una sua precisa connotazione ed individualità con pregi sufficienti
a giustificarne l'esistenza.
Contrariamente ad una immagine stereotipata dell'apicoltore nomadista
quale "pirata" del "mordi e fuggi" del nettare, la
"bravura" gestionale dell'apicoltore è giust'appunto,
anche, connessa con la capacità d'accumulare esperienza sull'andamento
delle api in siti diversi. Ciò consente di saper calibrare ed orientare
l'intervento sugli apiari secondo il loro andamento "medio"
e del "dato storico", a fronte delle variabili stagionali. Le
api quindi, e solo le api, possono "parlarci" di una postazione
e l'arte di fare apicoltura, a mio parere, è strettamente dipendente
dalla conoscenza del ciclo di sviluppo biologico delle api in quel determinato
contesto rispetto ad una situazione apparentemente similare. Se il produttore
apistico gestisce i suoi apiari come "entità" o "cantieri"
soggetti al manifestarsi e concatenarsi delle variabili climatico/botaniche
stagionali, sono però svariate le dimensioni del modulo base, l'apiario,
nelle varie aziende apistiche. E'quindi utile cercare di meglio capire
quali sono gli elementi che contribuiscono a definire la dimensione degli
apiari. Nel caso della mia azienda la consistenza degli apiari è
strettamente dipendente dalla procedura produttiva primaverile che prevede
di giungere al raccolto con famiglie di "forza" non alta, ma
media; che giungano alla schiusa dell'acacia delle dimensioni "giuste".
L'obiettivo è di contenere il più possibile la sciamatura
e di livellare le popolazioni senza conseguenti forbici di produzione
eccessive tra un alveare e l'altro dell'apiario. So che esistono altre
procedure, peraltro più che valide, basate su famiglie forti; con
il rapporto tra manodopera qualificata e numero d'alveari esistente nella
mia azienda, non posso garantire un controllo/parificazione assiduo come
richiede questa forma di gestione. Preferisco quindi una media produttiva
per alveare più bassa su più apiari, che mi consente di
puntare su più "piatti", che non la gestione intensiva
di un parco di famiglie ridotto. L'unica certezza sul potenziale mellifero,
maturata in decenni di patemi e di esperienza , è che l'incrociarsi
delle variabili (tempistica di schiusa e durata delle fioriture, andamento
dell'umidità, dei venti e della pressione atomosferica ecc…) si
differenzia in maniera statisticamente rilevante da zona a zona, da un
tavolo di gioco all'altro. La suddivisione del rischio è quindi
una possibile condotta nella gestione della "previsione"e quindi
dell'azzardo. Sotto questo profilo ho fatto negli anni diverse esperienze
sulla dimensione ottimale dell'apiario stanziale e ne ho dedotto alcune
"regole" su cui imposto la mia attività produttiva:
1) La variabile più importante, da tenere sotto controllo e che
determina la dimensione del "cantiere", dell'apiario, è
la quantità di forza lavoro qualificata disponibile nei possibili
momenti di "tensione" (interventi ed equilibratura primaverili
, scarsità di raccolto nei momenti intermedi ai raccolti, ritiro
dei melari, preinvernamento…). L'aspetto importante è quindi, dato
per scontato che il sito abbia caratteristiche accettabili di pastura,
il limite soggettivo ed aziendale per ben governare quella quantità
d'alveari in un unico apiario, secondo le procedure di produzione e lotta
alle patologie caratteristiche dell'azienda, senza che i fenomeni tipici
d'apiario (nervosismo, saccheggio…) si manifestino con gli inconvenienti
conseguenti.
2) Il tempo ottimale e massimo d'operatività in apiario varia da
un'ora a qualche ora. L'organizzazione aziendale prevede di effettuare
il lavoro in una "squadra" composta quantomeno da due persone.
Le postazioni stanziali che utilizzo "reggono" bene il quantitativo
di cinquantadue alveari, modulo base connesso alla capacità di
carico del mio camion. Dimezzare, o ridurre ancor più, questo quantitativo
non comporta alcun vantaggio percettibile. Al contrario alcune postazioni
(le migliori, sfortunatamente poche) reggono analogamente e senza problema
di sorta una quantità doppia se non superiore di alveari. Negli
apiari "grossi" (rispetto alla nostra "misura") quando
"non è aria" ricorriamo all'accorgimento di spezzare
l'intervento in due giornate lavorative diverse, piuttosto che correre
il rischio di creare uno stato di nervosismo d'apiario che richiede poi
varie giornate, specie se manca un buon flusso, per essere "dimenticato"
dalle famiglie.
3) E' sufficiente una piccola distanza da un apiario (dai cento/duecento
metri in su) per collocare e gestire agevolmente un altro apiario stanziale
con buoni risultati e senza significative interferenza tra i due cantieri
(anche se l'apiario contiguo, sovente, presenta caratteristiche proprie
e diverse da quello vicino).
4) Apiari gestiti da altri apicoltori nei pressi di mie postazioni non
arrecano danno di sorta a meno che la diversa forma di conduzione induca
precise conseguenze sanitarie (travaso di patologie) o disturbi vari indotti
da pratiche apistiche primitive (quali nervosismo od attitudine al saccheggio
per malaccorto prelievo dei melari).
Quanto suesposto, oltre a riconfermare che il potenziale nettarifero non
ha significativa influenza sulle "regole e procedure aziendali",
evidenzia che incentrare l'attività produttiva sul potenziale mellifero
può consentire una sensibile riduzione delle spese di viaggio,
di trasporto e gestionali. I costi energetici di trasporto (delle api,
dei materiali e degli operatori) dalla sede aziendale agli apiari e viceversa
sempre più hanno, ed avranno, rilevanza in futuro. La relazione
percentuale tra kg di miele prodotto e spese energetiche di trasporto,
tempi morti di lavoro è uno degli aspetti su cui accentrare la
massima attenzione per la riduzione dei costi ai fini della redditività
aziendale.
Apiario nomade.
Qualora l'apiario venga spostato per un raccolto, non necessitano l'insieme
di requisiti indispensabili per una collocazione stabile e fissa. E' sufficiente
che vi sia la possibilità di quel/quei raccolto/i per cui si effettua
il trasloco. L'apiario può quindi essere rivolto a nord, all'ombra
(che anzi in estate può rivelarsi una condizione positiva), in
un fondovalle nebbioso (ottimale per il raccolto di melata).
Quanto alla dimensione dell'apiario nomade su raccolto questa è,
a mio avviso, condizionata solo da:
- spazio disponibile,
- accessibilità,
- possibilità di lavorare agevolmente
sia durante il raccolto che nel prelievo dei melari.
E' cioè meno accentuata l'esigenza di rapportare
le dimensioni al tempo lavoro d'apiario poiché si opererà
per un periodo limitato in quel contesto, con buone probabilità
che in tale lasso di tempo vi sia un flusso nettarifero consistente. Ho
quindi realizzato più volte, in particolare su acacia, castagno
e melata (ma in un lontano passato anche su agrumi) apiari di centinaia
d'alveari con piena soddisfazione di buone medie produttive, migliori
in svariati casi, come già ricordato, rispetto ad altri apiari
di dimensioni ridotte.
Vi sono poi altre risorse nettarifere, invece, quali millefiori, girasole
a semine scalate, trifogli ed erba medica con opportunità/speranze
di raccolto più dilazionate e scaglionate nel tempo e che quindi
impongono di prestare maggiore precauzione sul numero di famiglie per
apiario e richiedono più attenzione per assicurare, nella misura
del possibile, ottimali condizioni di lavoro.
Le ricadute del vicinato apistico sono analoghe a quelle già viste
nell'apiario stanziale; con disturbo ed ostacolo alla capacità
produttiva nei casi di seguito elencati, in ordine d'importanza:
- sotto il profilo sanitario (il problema
si pone con la contiguità anche di un solo alveare gestito da
uno pseudo apicoltore);
- per il prelievo dei melari a seguito di pratiche
non opportune (nel caso del miele di castagno, infatti, quando possibile,
preferisco asportare la maggior parte dei melari dopo avere riportato
gli alveari in zona di melata);
- per attività delinquenziali di furto/vandalismo
- per più civile, ma non per questo meno
disastrosa ai fini dell'esito produttivo, imposizione e pedissequa applicazione
ed osservanza di stolte ed infondate normative motivate, per lo più,
da cieco timore della "supposta saturazione" delle potenzialità
di pascolo.
Conclusioni
- Il potenziale nettarifero è una
nozione astratta utile per catalogare e conoscere le potenzialità
teoriche e medie della flora (e non della melata). Tale concetto non
può e non deve sotto alcun profilo essere confuso con il potenziale
mellifero.
- Il potenziale mellifero è conseguente
all'evolversi di variabili complesse; è quindi contrassegnato
da molta imprevedibilità ed è approssimativamente "previsto",
o meglio "presentito", dai produttori solo grazie all'esperienza
e alla capacità di ricerca, d'indagine e d'osservazione.
- L'inadeguatezza più frequente di
un sito ad ospitare un apiario stanziale nelle zone ove opero è
più connessa a fattori sanitari e di limitatezza ed incostanza
delle risorse minori che non all'insufficienza di raccolto da melario.
- Ciò che determina la dimensione
degli apiari, rispetto alle risorse ambientali che conosco, è
principalmente la disponibilità in azienda di manodopera qualificata
tale da garantire l'efficienza che pretende la gestione di più
alveari in un unico sito.
- La cattiva gestione degli alveari comporta
pesanti conseguenze su apiari ed apicoltori contigui ed è meglio
sforzarsi per cercare il confronto, se non la collaborazione, sulle
tecniche di gestione e di lotta sanitaria che non incentrare l'attenzione
sulla concorrenza sul pascolo da raccolto.
- La convinzione preconcetta della limitatezza
del raccolto "da melario" comporta prevalentemente un atteggiamento
di chiusura con scarsa attitudine al confronto ed alla collaborazione
tra apicoltori, incentivando in modo esponenziale e fuorviante contenziosi
e conflitti.
- Deresponsabilizzarsi ed individuare possibili
"colpevoli e ladri" di nettare è molto più facile
che accettare che il buon esito dei nostri sforzi dipende il più
delle volte dalla sorte.
Mi è stato riferito che in alcune zone
apistiche esisterebbe un problema di congestione di apiari con le conseguenze
sanitarie e gestionali connesse a eccesso di carico. Tant'è che
rispuntano qua e là sporadicamente discussioni su come meglio cercare
di regolare per legge la consistenza del carico apistico e gli spostamenti
degli apiari. Non mi azzardo a sostenere che la mia esperienza valga necessariamente
su tutto il territorio nazionale, ma ho avuto modo di confrontarmi con
molti e stimati colleghi traendone l'impressione che tanti stiano adottando
priorità simili a quelle più su proposte. Ricordo sempre,
ogni volta che affronto tale tema, che i conflitti per i diritti di pascolo
per greggi e mandrie hanno segnato tragicamente l'intera storia dell'umanità
e mi tornano anche alla memoria le teorie figlie di un certo positivismo,
in gran voga a fine ottocento, sul necessario "spazio vitale per
i popoli" che furono alla base di crimini immensi contro l'umanità.
Furono proprio quelle teorizzazioni di "diritti naturali dei popoli"
il fecondo terreno di cultura della più aberrante politica di sopraffazione
in nome della "razza eletta". L'animo umano trova più
facile addebitare ad altro ed ancor meglio all'"untore", piuttosto
che a se stesso od alla "sovrana sorte", la responsabilità
di un fenomeno che sfugge alla sua comprensione e controllo; non a caso
la litigiosità, i conflitti, i contenziosi di varia natura tra
apicoltori aumentano nelle annate cattive e con scarsa produzione.
Trovare una norma sensata ed indirizzata all'effettivo sfruttamento ottimale
delle risorse naturali apistiche a fronte di tali e tante variabili è,
in effetti, assai difficile ed anzi probabilmente impossibile. Le varie
normative presenti in alcune regioni italiane ne sono, a mio parere, la
penosa dimostrazione. Sarebbe forse più sensato ed opportuno soffermarsi
e cercare di affrontare un vero, tangibile e grave problema, che sta a
monte di tale discussione e che resterebbe irrisolto anche qualora si
normasse la consistenza e lo spostamento degli apiari: come ed in che
modo e con quali strumenti contrastare l'abbandono o la cattiva gestione
di apiari che comportano un significativo intralcio alla razionale gestione
delle api se non un ancor più grave diffusivo pericolo sanitario
territoriale?
D'altronde produrre del miele è un'arte che pretende, in primo
luogo, uso della ragione, indagine ed intelligenza: elementi caratteristici
che ci dovrebbero distinguere dal resto del mondo animale.
Francesco Panella
(Da
L'Apis n.9 - 2004)
4 Agosto, 2010
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