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"Saturo sarà lei!"Disse il pascolo all'apicoltore!!

Un luogo comune messo in discussione

Al concetto di pascolo apistico, nelle conversazioni fra apicoltori, si connette automaticamente l'aggettivo saturo, quasi che, come nel caso di una soluzione chimica, fosse fenomeno frequente, assodato, comprovato e misurabile.
In proposito mi hanno colpito due episodi opposti:
o oltre vent'anni fa in Sicilia visitai un apiario, con centinaia e centinaia di arnie tradizionali (fasceddi): mai a nessuno era venuto in mente che potesse esservi un qualche, anche lontanissimo, rischio di insufficiente pastura apistica;
o recentemente, invece, nella pampa Argentina in un apiario in mezzo a distese infinite di girasole, meliloto ed erba medica in fioritura, mi è stato spiegato che altre cinquanta famiglie erano site ad oltre dieci chilometri in linea d'aria per non "saturare" il pascolo.
La prima impressione è che qualsiasi ragionamento sulle necessità di pascolo si fondi su uno scontato presupposto di estrema limitatezza delle risorse e sulla sensazione, se non sulla certezza, che il carico di api presente al momento sia pressoché al limite, se non addirittura già eccessivo.
Il più delle volte, quindi, la discussione sulla pastura si avvia su presupposti senza alcun fondamento né scientifico né empirico per giungere poi a conclusioni addirittura aberranti.
Fin dall'inizio della mia carriera apistica, invece, il quesito sulle risorse apistiche necessarie per il mantenimento e la produzione di un apiario mi si è posto come un interrogativo di ben difficile soluzione.
Abbiamo conoscenze assai limitate sulle api e sulle dinamiche naturali, né mi risulta sia stato mai eseguito in Italia studio scientifico di sorta od osservazione sistematica comparativa di campo sulla interazione api/ambiente/pascolo, ma fatichiamo ad ammettere la pochezza del nostro sapere.
Nel corso degli anni e dell'evolversi delle scelte produttive aziendali ho cercato di dedicare quindi al tema della "saturazione" una riflessione scevra da preconcetti.
Il mio ragionamento è partito da una considerazione sulle credenze condivise.
Il mondo rurale, infatti, è contrassegnato da un lato da grande capacità di osservazione e dall'altro da credenze radicate, con la stolida ripetizione di luoghi comuni che hanno il più delle volte, quale unico fondamento, la miseria intellettuale di chi "vede" solo ciò che è in grado di concepire e vedere.
Gli esempi di tale sciocca attitudine sono così numerosi da non sapere quale scegliere. Mi limiterò pertanto a citare la forsennata caccia, fino alla loro estinzione, perché pericolosi predatori delle greggi, degli innocui ed anzi utilissimi avvoltoi che sorvolavano e pulivano dalle carogne le nostre vallate. Fortunatamente, e al contrario degli avvoltoi o dei lupi, la "verificata" dannosità delle api sulle uve in maturazione non ne ha comportato l'estinzione. Ciò non toglie che, ancor oggi, questa diffusa "nozione naturalistica" determini tante assurde difficoltà alle api ed a chi le alleva.
Ho deciso quindi di non dare per scontata la credenza sulla limitatezza delle fonti di pascolo "da raccolto" solo perché molto radicata e riproposta ogni piè sospinto per cercare, nell'evoluzione della mia attività, di individuare gli elementi che condizionano effettivamente la capacità produttiva.
La riflessione sulla gestione delle api mi ha permesso di individuare regole ed indirizzi operativi che applico e sottopongo a perpetua verifica. Le tappe del mio rimuginare riguardano le forzature operate dall'apicoltore, i fenomeni su cui abbiamo una limitata conoscenza quali area di bottinatura e potenziale nettarifero e quelli che sono patrimonio, non condiviso e difficilmente condivisibile, di esperienza dei singoli apicoltori quali: potenziale mellifero ed organizzazione aziendale. Un primo passo è stato soffermare l'attenzione sull'apiario, quale forte elemento di condizionamento di alcuni meccanismi naturali delle api.

Apicoltura = Attività Naturale. Una semplificazione falsa e fuorviante!
La riproduzione della vita delle api è incentrata sulla sciamatura che si concretizza con l'allontanamento dal ceppo d'origine ed il conseguente insediamento di una nuova famiglia.
Tale strategia riproduttiva è, verosimilmente, motivata dalla maggior probabilità di espandere la specie e reperire differenziate opportunità nell'insieme del territorio colonizzato. A tal fine mi ha sempre intrigato, e non poco, la definizione delle famiglie d'api quali "colonie" e mi interesserebbe sapere se all'origine di tale terminologia vi sia un nesso con l'attività di esplorazione, insediamento, "colonizzazione" degli sciami.
Se possono quindi verificarsi casi di naturale concentramento di famiglie (i muraglioni delle api), la condizione più frequente delle famiglie selvatiche è invece rappresentata dalla loro dispersione nel territorio.
Se da un lato l'uomo nei confronti delle api è passato dalla predazione alla manutenzione per giungere poi al vero e proprio allevamento, dall'altro, al contrario, ha concentrato le famiglie in un unico sito per ovvie ed innumerevoli ragioni di praticità operativa.
L'apicoltore odierno è un allevatore zootecnico molto particolare specie se si considerano le sue attività principali:

  • non procura giorno dopo giorno nutrimento all'animale allevato;
  • non sacrifica l'animale alla fine del ciclo produttivo;
  • la sua attività lavorativa è dedicata al miglior mantenimento e sviluppo delle api, contrastando il meccanismo naturale della sciamatura, affinché siano pronte per il momento del raccolto, in cui è possibile accumulare le eccedenze;
  • trae il suo utile dalla predisposizione dell'alveare ad accumulare, e quindi sovrapprodurre, rispetto alle necessità fisiologiche contingenti e future, se e quando le variabili climatico/botaniche lo consentono.

L'apicoltore tende a viversi come un allevatore molto particolare ed a presentarsi più come tutore, in armonica sinergia, che non come colui che modifica/altera/forza il naturale ciclo vitale delle sue api.
Propongo, invece, una constatazione su cui non ci si sofferma sufficientemente: l'uomo pone in essere diverse forzature nell'allevamento delle api e fra le più significative vi è la sistemazione in unica postazione di più famiglie d'api.
E' pur vero che l'apicoltura è particolarmente vicina al naturale ciclo biologico rispetto ad altri allevamenti, ma nonostante ciò determina necessariamente modifiche importanti, se non sostanziali, del ciclo vitale dell'animale allevato. Oltre ad aver determinato, così come madre natura ci insegna, le condizioni migliori per il posizionamento dell'apiario (ben protetto, solatìo, correttamente orientato…), potremmo porci il quesito: concentrare e mantenere in un unico sito famiglie d'api, quali riflessi comporta nel loro ciclo biologico?

L'apiario
L'osservazione operata dai produttori apistici ha individuato alcune delle possibili conseguenze della gestione di più famiglie d'api in un unico sito:
o i messaggi chimici e meccanici, su cui è regolata la vita dell'alveare, si diffondono con maggiore facilità all'esterno della famiglia cui sono destinati, determinando un comportamento collettivo d'apiario o meglio da superorganismo.
Importante e palpabile la diffusione, in modo particolare, sia del comportamento di saccheggio sia dello "stato d'animo" di emergenza/difesa a seguito di una aggressione (ad esempio la cosiddetta "visita" dell'apicoltore, equivalente ad un terremoto di forte magnitudo per l'uomo). Gli alveari di razze con particolare propensione alla difesa, infatti, devono essere posti su supporti isolati per non facilitare ulteriormente la percezione dei segnali ed il conseguente insorgere del comportamento d'apiario;
o difficoltà e confusione per api, fuchi ed api regine nell'individuazione del proprio alloggiamento (particolar- mente grave per le razze d'api, come la ligustica, caratterizzate da scarsa attitudine all'orientamento), con conseguenti fenomeni di deriva da cui possono originare gravi turbative dell'equilibrio delle famiglie;
o agevolazione della trasmissione di patologie tra le famiglie, tant'è che esistono le cosiddette patologie d'apiario.
Su tali fenomeni conseguenti al concentramento delle famiglie d'api in un unico sito si sono potute attuare una somma di osservazioni e di misure correttive. Su altri interrogativi, invece, non si sono sviluppate, per quanto è a mia conoscenza, adeguate e specifiche ricerche e osservazioni da parte degli apicoltori e dei ricercatori:

  • qual è il numero ottimale di famiglie d'api per apiario?
  • quale quantità di famiglie d'api "regge" un territorio?
  • quale quantità massima di melari possono derivare da una fioritura?
  • quali differenze sostanziali sono conseguenti alla gestione da parte di diversi apicoltori di più apiari contigui sullo stesso areale di pastura?

Le risposta più diffusa e radicata a quest'insieme di interrogativi fra gli apicoltori è, ed è stata, la più semplice, ma non per questo la più sensata e fondata. Le uniche ricerche ed osservazioni effettuate ci forniscono elementi di conoscenza troppo limitati per rispondere ai quesiti su esposti pur riguardando due aspetti di notevole interesse: area di bottinatura e potenziale nettarifero.

Area di bottinatura
Importanti studi per la migliore impollinazione di fruttiferi e culture hanno posto in rilievo che i teorici e potenziali tre km di raggio operativo di un alveare sono una banale e semplificante convenzione che non rispecchia se non in modo riduttivo:

  • da un lato la netta preferenza delle api a bottinare, il più possibile, nei pressi dell'apiario ed a privilegiare un raggio operativo massimo di 500/1000 metri;
  • dall'altro lato la capacità delle api di avvalersi, quando utile e necessario, delle correnti d'aria sia in pianura che in territorio montuoso/collinare per ampliare ben oltre i tre km il loro raggio di raccolto.

In più di un'occasione a me, come ad altri colleghi, è capitato di trovare melari pieni di un miele monofloreale, quando tale tipologia di fiore era assente nel raggio di svariati km dall'apiario. L'area di bottinatura si configura pertanto come una complessa somma di variabili ben lontana dalla proiezione astratta dell'apicoltore che la vede invece come un cerchio con raggio di tre kilometri con al centro l'apiario. L'area di bottinatura varia dai mille a ben oltre i tremila ettari ed è assai difficile per l'uomo determinare di volta in volta sia la sua estensione che la sua effettiva localizzazione.

Potenziale nettarifero
La determinazione teorica del potenziale nettarifero di una specie botanica è basata sulla ponderazione della secrezione media di microgocce di nettare nella vita di un fiore della specie oggetto di studio, moltiplicata per il numero medio di fiori, nella ipotetica presenza, in una superficie di un ettaro, di quella, e solo quella, tipologia di pianta.
Da notare che fra i vari autori, come è logico data la difficoltà di determinare i valori presumibili, non esiste una completa concordanza sulla teorica potenziale resa delle varie essenze.
Tale interessante concetto astratto, con la relativa "tabellina" di resa teorica, è stato recepito e sovente distorto quale effettiva potenzialità produttiva di miele in un determinato territorio.
In merito è invalso, addirittura, l'uso e la norma, per fortuna solo in alcune zone d'Italia, di rapportare la possibilità di collocare gli alveari al potenziale nettarifero di una determinata essenza ed alla sua diffusione su un territorio.
Mi piacerebbe conoscere qualche apicoltore (e ne conosco e frequento tanti) che si sia mai avvalso del potenziale nettarifero per orientare le sue scelte. Il concetto di vero interesse con cui misurarsi, in effetti, è tutt'altro: l'effettivo potenziale produttivo di una determinata zona.
Il "potenziale nettarifero", anche qualora fosse accompagnato da un preciso censimento delle risorse nettarifere presenti nel territorio, può essere forse, uno degli strumenti da utilizzare, ma non certo il principale mezzo di conoscenza e previsione.
Temo che ad oggi gli unici a trarre un utile dalla mappatura nettarifera (attività di ricerca da non confondere con l'utilissimo studio e caratterizzazione botanica territoriale dei mieli dei vari areali) siano stati i ricercatori, almeno laddove si è deciso, sconsideratamente, di impiegare rilevanti risorse per un fine che non ha alcuna ricaduta apprezzabile per gli apicoltori.

Potenziale mellifero
Come nel caso delle carte telluriche e della classificazione delle zone a rischio sismico, la determinazione dell'effettivo potenziale mellifero non si ottiene con astrusi calcoli, ma purtroppo solo, quantomeno fino ad oggi, con l'esperienza e l'osservazione dell'apicoltura produttiva.
Si confida, cioè, su una potenzialità poiché l'evento di una determinata produzione si è già verificato in precedenza.
La mia attività di produttore è limitata alla conoscenza di come far sì che i miei apiari raccolgano in sovrappiù sulle seguenti fonti di bottinatura: acacia, millefiori di collina e di pianura, tiglio, castagno, girasole e melata, ma ho avuto esperienze di lavoro anche su altre produzioni quali agrumi ed eucalipto.
Il teorico potenziale nettarifero, rispetto a quest'insieme di varie produzioni apistiche, è apparso nel tempo come elemento ininfluente nella determinazione delle scelte aziendali di collocazione e di spostamento degli apiari. La presenza rilevante di una tipologia di flora è percepibile, infatti, con una indagine empirica, ma la determinazione della sua effettiva densità è, ad esempio, assai meno interessante della sua disposizione ed esposizione, che maggiormente condizionano l'effettiva secrezione nettarifera. Analogo maggior rilievo hanno la tempistica e la potenziale durata territoriale della fioritura.
Acacia e castagno in valloni, piuttosto che in versanti o in terre esposte a correnti calde o fredde, ettari di girasole o di colza con tempi di semina scalati, scansione dello sfalcio delle leguminose: questi sono i veri dati di potenziale mellifero su cui si sofferma l'attenzione di un apicoltore!
Dato per scontato l'adeguato sviluppo delle famiglie, le variabili di rilievo che consentono o meno un buon raccolto sono così schematizzabili:

  • il benessere delle colture e delle essenze spontanee;
  • la qualità e buona predisposizione delle gemme floreali (in particolare arboree);
  • l'umidità relativa;
  • la temperatura diurna, notturna e media, nonché la forbice di escursione;
  • la quantità d'acqua disponibile in quel determinato ambiente e nel suo sottosuolo a seguito delle precipitazioni nel periodo precedente e di quelle nel corso della fioritura (impressionante ad esempio la resa dell'eucalipto in alcuni areali di bonifica palustre);
  • i flussi d'aria, delle correnti e dei venti (vi sono intere vallate piemontesi con migliaia di ettari di acacia - con relativo elevato potenziale nettarifero teorico - dove sfido chiunque a trovare un apiario produttivo a causa dell'andamento dei venti dominanti);
  • la tipologia di cultivar;
  • i trattamenti fitosanitari;
  • la composizione caratteristica dei terreni (quando ancora si produceva tanto miele di girasole, il raccolto in molte zone risultava in funzione delle terre "calde o fredde", con immensi territori ammantati di giallo, a perdita d'occhio, da cui non ci si poteva aspettare neanche un etto di miele nei melari).

In genere, specie per le produzioni importanti per il mio reddito, cerco di suddividere il rischio, posizionando gli apiari in areali con caratteristiche e tempistiche differenti secondo l'esperienza e la conoscenza che ho sviluppato negli anni. Molti produttori apistici seguono un criterio analogo e, come tanti giocatori d'azzardo, considerano con attenzione le variabili e le potenzialità di ogni giocata sui vari piatti. Ben pochi si soffermano a calcolare il rischio da "potenziale nettarifero insufficiente" e da "sovraccarico d'api".
Salvo poi, fuori stagione, dedicare energie non indifferenti ad assicurarsi un'area di rispetto ed a delimitare il proprio territorio, come signorotti medioevali o maschi dominanti. Quali "diritti" possano vantare è ben difficile comprendere, mentre è di facile intuizione come riescano a difenderli. Si arriva all'assurdo che oggi, in alcune regioni, un "apiario autorizzato" può addirittura essere ceduto come fosse un bene immobiliare e garantisse una qualche forma di diritto reale.
Se le api producono poco, nei diversi contesti ambientali/botanici dei miei apiari, il fenomeno è sostanzialmente analogo sia che si tratti di grandi apiari in territorio cosiddetto "saturo", applicando i criteri del potenziale nettarifero, sia che si tratti di piccoli apiari con disponibilità pressoché esclusive di pastura; ovviamente lo stesso andamento produttivo medio si verifica nel caso di buone od ottime produzioni. L'esperienza mi ha permesso d'individuare le postazioni in cui meglio si incrociano le variabili climatico/ambientali/floreali e che consentono le migliori medie produttive d'apiario, ma le cosiddette "postazioni magiche", così come quelle che ho dovuto abbandonare nel tempo, non si sono mai rivelate tali in rapporto alla densità d'alveari sul raccolto di quella zona. Ho individuato postazioni che producono, quando le varie condizioni lo consentono, molto bene pur con presenza molto limitata (se non addirittura inesistente secondo i criteri "scientifici") di quella tipologia di flora e, al contrario, postazioni con disponibilità di fioriture immense che non producono adeguatamente.
Sia nel caso di produzioni scadenti che di rese eccellenti, ho intersecato il dato finale con la quantità d'alveari presenti in quel territorio. Ebbene la conclusione che ne è derivata è che ad oggi in nessun caso ho potuto connettere il risultato scarso od ottimo con la quantità d'api in rapporto alla disponibilità di risorse sui raccolti! Infatti, sia nello sviluppo primaverile che sul raccolto di acacia e di melata, nel raggio di poche centinaia di metri da casa mia gestisco da trecento a quattrocento alveari. Ad ulteriore testimonianza di ciò vi sono le belle foto d'epoca con apiari immensi, di centinaia e centinaia di famiglie, gestiti da apicoltori di mestiere nella prima metà del '900.
Certo se i fiori sono andati in malora, come nel caso di alcune micidiali gelate verificatesi nel momento della schiusa delle gemme d'acacia e d'agrumi o ancora come nel caso di assenza di gemme floreali a causa della siccità nella stagione precedente (evento drammaticamente verificatosi nel 2004 in molte zone di eucalipto), non si possono nutrire illusioni di sorta. L'esperienza però ci dice che una pianura con radi filari d'acacia o d'eucalipto, pur con gran "densità di apiari", può produrre molto più di una vasta zona boschiva interamente colonizzata da una specie botanica.
La scarsa rilevanza del rischio "sovraccarico" sul raccolto mi porta addirittura a supporre che la grande maggioranza delle "buttate" nettarifere da produzione vada persa, grazie anche alle stolide normative ed all'insieme di adempimenti burocratici che intralciano, e non poco, la movimentazione e la produzione apistica. Tutti coloro che producono per davvero miele sanno, infatti, che il raccolto su acacia, castagno e melata è come l'onda per il surfista: una o più "giornate di festa grande per le api" che vanno colte al momento giusto. Altri raccolti sono, invece, come lente maree il cui livello sale di ben pochi chili di nettare al giorno; i quesiti pertanto sono: per quanto tempo la congiunzione favorevole degli astri durerà? Esiste un modo per determinare se il bottino è insufficiente per le api che vi ronzano sopra? C'è modo e maniera di quantificare qual è il territorio di raccolto?
In definitiva non nego affatto che possa esservi una possibile competizione per eccesso di bottinatrici in presenza di risorse limitate, ma trovo assai difficile comprendere quando e come tale fenomeno si verifichi effettivamente sui raccolti importanti.
L'andamento delle produzioni apistiche negli ultimi cinquanta anni in Italia ha evidenziato come la secrezione mellifera è soggetta alle variabili ambientali, ma mai e poi mai si è potuto connettere, con un qualche fondamento e riscontro certo, una produzione scarsa alla saturazione d'api su una importante fonte di bottinatura.
Per quanto attiene invece alla competizione tra api ed altri insetti dell'entomofauna, specie in merito all'ingresso di alveari nomadi in aree protette o parchi, mi limito a constatare che esistono due ipotesi scientifiche contrapposte. Una teoria (esposta peraltro da ricercatori italiani) esclude che un apiario nomade possa in alcun modo interferire con la disponibilità nettarifera; l'altra, invece, afferma che tale presenza comporterebbe la pericolosa sottrazione di risorse per le popolazioni di altri insetti selvatici. Entrambe le ipotesi, a quanto mi risulta, non hanno a supporto alcuno studio dettagliato e di campo.
Torniamo alle api. Se la competizione fosse fenomeno rilevante nelle fioriture da produzione dovrebbe implicare, nel caso di magri raccolti, sia evidenti sperequazioni tra apiari di dimensioni diverse, sia differenze apprezzabili tra le stesse famiglie di un apiario. Dovrebbe cioè verificarsi una diversa capacità di risposta a seconda della competitività della famiglia e/o della fortuna di bottino nelle porzioni di pascolo "libere" da eccesso di bottinatrici (non possiamo, infatti, ipotizzare che la pressione ed il carico di bottinatura siano equivalenti ovunque). Ciò che invece può percepire anche il nostro occhio umano (estraneo e limitato nell'afferrare i complessi meccanismi della famiglia d'api e delle sue relazioni con l'ambiente) è che quasi sempre è il grado di sviluppo dell'alveare, cioè una adeguata quantità di bottinatrici, la causa probabile, se non certa, di un raccolto più limitato di una famiglia nel confronto con le altre colonie dell'apiario.
L'attenta osservazione dei meccanismi di pastura può aiutarci a formulare ipotesi, ma è assai difficile pervenire a certezze di sorta in merito.
L'andamento produttivo dell'acacia nella primavera 2003 ha evidenziato come, pur in presenza di una fioritura gravemente falcidiata, se non compromessa dalla gelata di aprile, e con un teorico enorme e fuori dal comune "sovraccarico" di alveari, le produzioni siano invece state molto buone, se non ottime, quando e dove le condizioni climatiche lo hanno permesso.
La dinamica di raccolto su melata di metcalfa è invece influenzata da variabili diverse e da fenomeni contraddittori rispetto al raccolto di nettare e molto sfugge all'umana comprensione. Lo scambio di esperienze tra colleghi ha evidenziato che il posizionamento dell'apiario nei fondovalle, rispetto a quello sulle sommità collinari più solatie, facilita probabilmente l'equilibrio termico dell'alveare, la lavorazione della melata e quindi influenza positivamente la produzione. Non abbiamo però, almeno a quanto mi consta, ipotesi che forniscano possibili spiegazioni di una marcata variabilità di raccolto tra famiglie di pari forza. Eppure è tangibile ad occhio nudo che, nelle giornate con umidità relativa adeguata, l'entità della "buttata" di melata è enorme, ma in gran parte evidentemente non raccolta e dispersa nell'ambiente.
Le api sulla melata ci dicono inoltre che alveari presenti sul territorio ben prima che inizi la secrezione conseguono di norma una produzione più significativa di quelli arrivati in tempo più che utile; tale fenomeno non si verifica invece nelle più significative produzioni da nettare. In questo caso sembrerebbe determinante non tanto il numero di bottinatrici, bensì la loro "conoscenza"del territorio di pascolo o la "consuetudine" delle famiglie di approvvigionarsi su melata. Ciò che è certo su melata di metcalfa è quindi e solamente l'assoluta inapplicabilità ed ininfluenza dei concetti di "potenziale nettarifero" e "saturazione del pascolo".
Dovremmo forse prendere atto, con un po' più di modestia, della umana ignoranza sui complessi meccanismi d'interazione tra l'ape, la fioritura e le condizioni climatico-ambientali nei momenti di buttata e concentrare l'attenzione, piuttosto che sulla scarsità/competizione di raccolto, sulla continuità della presenza di nettare e polline. Un serio problema dei produttori in molte zone sta diventando la necessità di intervenire con apporti esterni nei momenti di magra. Stiamo inoltre imparando ad apprezzare l'importanza della qualità delle risorse proteiche (secondo la tipologia di aminoacidi dei vari pollini), scoprendo in più di un caso che le api raccolgono ciò che possono trovare, ma se hanno diverse opportunità scelgono il meglio.
Con le grandi modificazioni ambientali conseguenti all'innovazione tecnologica in agricoltura, in effetti, potremmo renderci conto che il problema dell'insufficienza di pascolo è fenomeno preoccupante non nei momenti del raccolto, ma nei "buchi" d'importazione che precedono o seguono la salita a melario.
Dovremmo dedicare, infatti, ben altro interesse ai mutamenti e alla riduzione di tutta quella flora minore, che a volte non lascia neppure testimonianza pollinica nei mieli prodotti, ma che è essenziale per il succedersi e lo sviluppo delle generazioni d'api. Di conseguenza potremmo anche, con poco sforzo e spesa, contribuire a modificare l'ambiente floreale circostante l'apiario: nelle mie colline possono modificare lo sviluppo, e quindi le rese produttive, molto più 5 alberi di salice in più, che non la piantumazione di centinaia di robinie. In effetti nella mia realtà produttiva la difficoltà maggiore non si pone nei momenti di raccolto "da melario", ma nei periodi intermedi.
In conclusione la mia percezione delle problematiche di pascolo è che possono esservi difficoltà ben più significative nella continuità degli apporti che non nella scontata, ma indimostrata, limitatezza del piatto dei raccolti importanti.
La considerazione sulle diverse tipologie d'apiario, stanziale e nomade, l'elencazione delle esigenze che contribuiscono a definirne le dimensioni massime, le osservazioni sulla convivenza e coesistenza tra apicoltori continueranno in uno dei prossimi numeri di L'Apis.

Francesco Panella

(Da L'Apis n.8 - 2004)


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ultima modifica: 5 Agosto, 2006 -
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