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Dalla
tradizione la costruzione di un futuro di qualità per l'apicoltura
della Sardegna
Presentiamo i passi salienti del saluto che Serafino Spiggia, presidente
della Associazione Produttori Apistici di Sassari, ha rivolto al XX Congresso
della A.A.P.I.
La nostra apicoltura, stante l'insularità
e gli scarsi contatti con allevatori ed allevamenti delle aree maditerranee,
ha continuato ad esistere autonomamente grazie ad una razza di api adeguatamente
acclimatata, in condizione di trovare alimento in tutte le stagioni e
di aver rifugi sicuri anche spontanei. La possibilità di accasarsi
in cavi d'albero, in conche di roccia o in muri diroccati ne ha consentito
la sopravvivenza anche senza l'intervento umano.
Dal momento in cui l'uomo iniziò convivere con le api, questo suo
interesse fu senza dubbio favorito dalla disponibilità dei cilindri
di sughero quasi in tutte le contrade dell'Isola; la costruzione senza
particolari attrezzi degli alveari, sempre della stessa forma, fece diventare
l'allevamento delle api una consuetudine assai diffusa ed anche redditizia
rapportata ai quei tempi ed a quelle esigenze. La libertà di estrazione
del sughero dalle piante rendeva più favorevole la raccolta del
materiale. (...)
Gli alveari erano per consuetudine riuniti e tenuti in ortos de abes,
casidderas, ortos de rnojos; vicino agli ovili, nei vigneti ed in terreni
in cui vigeva la comunità dei pascoli. La dispersione di sciami
destinati a rifugiarsi in cavi di piante e di roccia era talmente frequente
da costituire aree in cui sos apiarjos, sas casas, gli staddi abbondavano
fino al punto di poter ricavare scorte di miele per numerosi nuclei umani
mediante il saccheggio parziale delle colonie raggiungibili da terra o
con scale di fortuna.
La smelatura dei bugnos, casiddos, inojos avveniva subito dopo il solstizio
d'estate quando in pianura, completato il ciclo naturale della vegetazione,
venivano meno le fioriture. Le famiglie, sloggiate dagli alveari con l'uso
di fumo e di tambussi, venivano raccolte in cilindri vuoti, rimessi poi
al posto di quelli asportati. Raccolte tutte le api si praticava un sistema
di transumanza con fasci di alveari in groppa ai cavalli per raggiungere
aree montane sopra i mille metri di quota ove talune fioriture si prolungavano
per tutto luglio ed agosto. La transumanza consentiva alle colonie-sciami
di ricostruire il nido e, sovente, di sciamare accrescendo ancora la consistenza
dell'apiario. (…)
L'associazionismo era del tutto inesistente: ogni produttore di miele
e di cera operava in proprio anche per minime quantità, quasi vi
fosse un bisogno intimo di tenere celata la produzione di miele e di cera,
saccheggiata dalle decime e dai diritti avanzati dai feudatari. Per lo
scambio dei prodotti, secondo numerose citazioni, vi erano giorni stabiliti
e in genere legati a festività religiose (la festa di San Giovanni
era una di tali ricorrenze, ancora viva ad Olbia fino a qualche decennio
fa). Il miele si scambiava alla pari col formaggio e col frumento, una
parte di miele con due di lardo e di lana; un alveare nel mese di marzo
si scambiava con una pecora o una capra in produzione e con un suino di
circa un anno; uno sciame con un'agnella o una capretta nate in autunno.
In tutta la Sardegna la lunghissima convivenza con le api portò
sin dal periodo della dominazione romana e durante il periodo giudicale
ad una larga diffusione nella onomastica di cognomi attestati in documenti
medioevali. Ne citiamo alcuni: Medde, Mele, Melis, Melinu, Melachinu,
Melaiu, Abe, Ape, Casiddu ed altri. (…)
I primi tentativi di svecchiamento degli apiari, per quanto ci risulta,
avvennero nell'area di Cagliari già alla fine dell'800, quando
industriosi pionieri tentarono la trasformazione degli allevamenti, passando
dagli alveari rustici alle arnie con favi mobili. Tali pionieri, mossi
dalla novità delle casette in legno con i telaini, dal desiderio
di accogliere meglio le nostre produttrici per ottenere produzioni più
abbondanti, iniziarono a distinguere pian piano sapori e qualità
derivanti dall'ampia gamma delle fioriture. La transumanza non era un'operazione
frequente, né allora c'era l'esigenza di distinguere in modo adeguato
i periodi delle fioriture delle varie specie botaniche: in sostanza si
produceva esclusivamente millefiori ed in qualche zona si estraeva pochissimo
miele di corbezzolo. (...) Un maggior sviluppo ed impegno nell'apicoltura,
si ebbe con la costituzione nel 1951 del primo sodalizio apistico sardo:
il Consorzio Apicoltori della Sardegna e, fu grazie a questa spinta associativa
che il Consiglio Regionale votò la prima legge sull'apicoltura
nel 1954, assegnando contributi per favorire la crescita e diffusione
degli apiari, con particolare attenzione alla cura delle malattie. Il
Consorzio Regionale continuava ad accogliere gli allevatori di tutte le
province, ma le distanze impedivano la partecipazione agli incontri. Avvenne
così che nel 1977, grazie a un corso di informazione apistica promosso
dall'ERSAT, fu costituita in Olbia l'Associazione Apicoltori Galluresi
che per alcuni anni gradualmente aggregò tutti gli apicoltori della
provincia di Sassari.
I corsi di apicoltura, rilevato l'interesse crescente di anziani e di
giovani, si moltiplicarono e nell'arco di un lustro nacquero successivamente
un'Associazione a Sassari, una a Nuoro, altre a Cagliari ed infine ad
Oristano ed ancora a Nuoro.
L'azione svolta dalla nostra Associazione dal `77 fino al `90, relativamente
alla trasformazione degli apiari da rustici in razionali, è stata
di grande fortuna. Dobbiamo rilevare con soddisfazione che in quel momento
vi fu una risposta insperata al tentativo di cambiamento di metodo e nacque
una apprezzabile volontà di allevare le api non più nei
bugni di sughero, ma nelle arnie razionali.
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Le arnie in sughero: la storia dell'apicoltura in
Sardegna
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Il passato dell'apicoltura sarda a confronto con
un razionale apiario della odierna apicoltura.
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Trent'anni fa
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Asfodelo: una delle fioriture caratteristiche dell'isola
che, nelle annate favorevoli, garantisce una importante produzione
monoflorale
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La nuova casa fu accolta con entusiasmo e chi ancora
operava in apicoltura rustica non tardò ad accorgersi che la trasformazione
era indispensabile ed urgente.
Il mercato richiedeva notevoli quantità di prodotto che gli apiari
rustici non erano in grado di fornire. Occorreva cambiare sistema, rendere
la produzione più abbondante, disporre di miele igienicamente più
accettabile, costruire o migliorare gli ambienti di lavoro, orientarsi
su contenitori non più raccogliticci né antidiluviani ed
assolutamente antiigienici..(…)
Negli anni Ottanta e Novanta nacquero in tutta la regione Cooperative
di giovani alcune delle quali riuscirono ad affermarsi, altre per defezione
di soci non ebbero vita lunga. Tutto ciò contribuì alla
svecchiamento degli apiari esistenti ed alla creazione di nuovi, partendo
non più da sciami reperiti qua e là presso amici, ma con
nuclei acquistati in allevamenti locali e della Penisola. In quei due
decenni vi fu un passaggio continuo di api tra le sponde tirreniche che,
se da un lato servì a rinforzare la razza locale, col cambio delle
regine, dall'altro portò nell'isola patologie prima sconosciute
e per ultima la varroa. La diffusione rapida del parassita portò
a gravi perdite di colonie in tutti gli apiari. (…)
Di pari passo è cresciuta la capacità produttiva in tutte
le aziende. I finanziamenti per l'acquisto di materiali, la costruzione
di strutture idonee alla produzione, raccolta e commercializzazione del
miele in pochi anni ci hanno messo in condizioni di uscire allo scoperto.
Singoli operatori e cooperative hanno sostenuto la diffusione e lo sviluppo
di un'apicoltura moderna, razionale, redditizia e varia nella gamma delle
produzioni monoflorali che qui cito per conoscenza degli apicoltori ospiti:
abbiamo aree limitate, ma numerose, di agrumeti; fioriture assai estese
e lunghe di asfodelo, cardo, castagno, erica, lavanda, mirto, rosmarino,
timo, nonché vaste plaghe di colla rivestite di corbezzolo che
ci danno il ben noto miele amaro; resta 1'eucaliptus che, pur non essendo
un'essenza locale, fornisce oggi un abbondante raccolto entrato nella
grande filiera del consumo quotidiano. (…)
Negli oltre vent'anni di attività le Associazioni hanno creato
una cultura nuova di tutta l'apicoltura, nelle sue varie ramificazioni
ed hanno posto solide basi per lo sfruttamento delle essenze floreali
di tutta la Regione. Ci auguriamo che non vengano meno la volontà
e l'entusiasmo nei giovani di oggi e di domani. A loro è affidata
la buona fortuna delle nostre laboriose e carissime api.
Sebastiano Spiggia
(Da
L'Apis n.3 - 2004)
4 Agosto, 2010
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