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HOME SANITA' DEGLI ALVEARI 11 dicembre a Roma, Aethina/Veterinaria: avanti tutta con prepotente deficienza!

11 dicembre a Roma, Aethina/Veterinaria: avanti tutta con prepotente deficienza!

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aggiornato 21  dicembre 2014

Nella precedente riunione alla Salute del 1 dicembre abbiamo inteso, a fine riunione, nelle parole del dottor Santucci una prima disponibilità sia al dialogo e sia  a riconsiderare le misure sino a oggi assunte. Abbiamo poi letto le dichiarazioni del Vice Ministro del Mipaaf, Andrea Olivero, con l’importante orientamento dell’Agricoltura ad affrontare ben altrimenti e complessivamente l’emergenza A. tumida.  Abbiamo quindi interpretato l’invito a partecipare all’Unità centrale di Crisi del 11 dicembre come l’avvio, finalmente, di un confronto per costruire un percorso con un minimo di senso , seppur con solo un rappresentante ( ingenuamente abbiamo ritenuto che tale limitazione fosse per la miglior produttività del confronto).

Così purtroppo non è stato!

Di seguito come è si è svolto e cosa è emerso dall’incontro programmaticamente gestito per il “non dialogo”.

Il direttore Borrello e i suoi uffici hanno inteso rispondere, alle più che fondate critiche e proposte di apicoltura e agricoltura, nelle seguenti modalità e contenuti.

Dialogo, confronto, costruzione:

è stato premesso all’inizio, che quella era la riunione di un organo decisionale e formale, agli invitati senza ruolo ufficiale veterinario, veniva quindi “concessa” la partecipazione solo quali “uditori con diritto di parola”. Di fatto neppure questo, più che ridotto, spazio d’interlocuzione è stato possibile:

·         fatti vari giri di tavolo, da cui erano esclusi quanti non responsabili veterinari,

·         sdegnosamente non considerate le chiare, responsabili e circoscritte proposte degli apicoltori di Calabria e Sicilia, così come quelle di Unaapi e Conapi ( vedi: documento Unaapi Conapi, Associazione apicoltori Calabria , Associazioni apicoltori Sicilia),

·         negata la possibilità di parola al responsabile dell’Agricoltura di Calabria (il  dirigente del Mipaaf l’unico cui si è riconosciuto tale “diritto” per l’agricoltura),

·         impossibile ribattere, con informazioni fondate (qualificate come: “il mucchio di news dal web, di cui non abbiamo certo bisogno!"), a diverse sciocchezze dette in piena quanto spensierata libertà e impudente ignoranza. Del tipo: "il coumaphos contro A. tumida comporta gravi rischi di contaminazione del miele italiano" (come mai allora se n’è consentito – e se ne consente in altri paesi Ue - l’autorizzazione d'uso di preparati contro varroa, con modalità di somministrazione di certa maggior esposizione e rischio contaminante?),

·         solo dopo la  fine della riunione alla delegazione di Unaapi e Conapi si è “concesso” un brevissimo intervento.

In conclusione un incontro oltre che totalmente inutile con spiacevole, sdegnosa quanto, offensiva indifferenza al confronto, con prepotente, muscolare riaffermazione dell’esclusività di ruolo e “competenza” per poi,  in definitiva, limitarsi a, ancora una volta, ribadire le scelte già assunte.

Situazione epidemiologica:

i casi ammontano oramai a 60, 59 distribuiti in tutta l’area del focolaio calabrese, ma nell’ultimo caso - del 10/12 - si sono accertate larve in apprezzabile quantità e notevole stato di sviluppo, in tuttavia belle famiglie d’api già diagnosticate "indenni" in vari precedenti controlli. Peraltro si è confermato che laddove si sono posizionati sciami esca, in aree in cui si sono sterminati presumibilmente tutti gli alveari, questi si sono velocemente reinfestati. Non è stato specificato se siano stati posizionati nuovi sciami esca, ne è stato possibile chiedere, nel caso:  quanti e dove?  I controlli sono in fase invernale più difficoltosi ma possibili, e ancora una volta non è stata fornita alcuna spiegazione sulla carenza grave di controlli nell’area sud circostante il focolaio calabrese; né sul perché a oggi, dopo così tanto tempo, siano state controllate solo 15 delle 22 aziende nel focolaio siciliano (che ai locali Servizi Veterinari siciliani risulta equivalga a grosso modo 2.000 alveari). E. Di Chino di Anai ha dichiarato che nell’ultimo caso in Calabria, a Cittanova,  ha constatato la presenza di larve (presumibilmente di A. tumida) nelle arance dell’agrumeto circostante. Nessuna considerazione è stata proposta sulla significatività sia della fase avanzata larvale del caso di Cittanova, né sulla significatività delle osservazioni di Di Chino, ma solo sull’inopportunità che altri soggetti mettano il naso nella verificabile, dilagante evidenza epidemiologica con espansione inarrestabile, e totalmente indifferente alle costose, drammatiche misure attivate.

Eradicazione:

Si è voluto, ancora una volta, sfacciatamente sostenere che questa sarebbe un obbligo dettato dall’Europa. Non è, infatti, l’Ue che “decide” se un insetto si è insediato, né cosa attivare per contenerlo al meglio, ma solo chi sa farsi carico delle responsabilità che gli competono. E questo, una volta di più in Italia, è il vero tema e criticità… A tre mesi dal primo rinvenimento non si è stati capaci (cioè: pervicacemente e cecamente non si è voluto!) chiedere un parere scientifico a una fonte competente (forse perché lo è un entomologo e non a un veterinario?) sulla possibilità probabilistica di eradicazione della popolazione di questi insetti! Né si stati capaci (voluto?) di documentarsi sui mezzi di contenimento scientificamente testati e utilizzati nel Mondo per contenere questo parassita. Pertanto l’unico, primitivo quanto limitato intervento, concepito, considerato e pervicacemente confermato è, e resta, il fuoco per tutti gli apiari in cui si ritrovi anche un solo coleottero (tanto nessuno è tenuto a rispondere del danno, anche qualora questo sia inflitto in modo ingiustificato e inutile!)

Se, come, e quando passare da eradicazione a contenimento:

non è stato proposto alcun metro, né metodo, per misurare quando e come prendere atto del più che probabile, se non certo, fallimento dell’eradicazione. Gran parte della scienza entomologica non può che affermare che questo fallimento è già lampante, ma si è voluto accuratamente evitare di proporre un qualche possibile riscontro temporale e obiettivo.  Del tipo: se esce (com’è già successo!) dal focolaio non è più eradicabile. In piena tranquillità l’Unità di Crisi onorerà le Festività e si riconvocherà dopo le medesime. In situazione analoga alla presente perché è evidente che nel frattempo “calerà” l’intensità dei controlli e la loro (già più che discutibile) affidabilità. Assoluta l’indifferenza per gli apicoltori delle due regioni colpite, che hanno urgenza di sapere se e come programmare l’attività che s’avvia a metà gennaio, come per la gran maggioranza di chi vive di api in Italia, in più che giustificata apprensione, per il rischio di perdere il proprio lavoro, a causa di improvvidi provvedimenti veterinari. 

Costi/benefici:

tale tema che dovrebbe essere centrale per chiunque si occupi di sanità non è stato presente, in alcun momento e sotto nessuna forma, in alcuno degli interventi. I costi a carico degli allevatori sono un “male necessario”, la Salute di suo non ha né risorse né  gerarchica capacità d’azione - quindi i suoi limiti sono postulati e vanno solo accettati - che e quali benefici comportino le scelte della Salute non può essere oggetto di confronto (“Ce lo chiede la Ue! Con cui non dobbiamo fare brutta figura”). Né tanto meno alcuno dei presenti sembra essersi minimamente documentato, né ha proposto all’attenzione del “dibattito”, quali sono state le modalità di valutazione e decisione in merito negli altri paesi (USA, Canada e Australia) in cui ci si è confrontati con l’emergenza A. tumida, e quindi al rapporto tra misure e cosa queste comportano.  Addirittura Diegoli dell’Emilia Romagna ha dato per scontati blocchi regionali di qualsiasi attività di transumanza, senza essere neppure sfiorato dal quesito sulle conseguenze non solo per le migliaia di apicoltori che lo praticano ma anche per l’agricoltura della sua stessa Regione.

Indennizzi. Unica seppur limitata nota positiva della giornata:

il Ministero della Salute, a ben tre mesi dall’inizio della vicenda, è finalmente riuscito a licenziare il provvedimento che da il via alle procedure di risarcimento parziale dei danni subiti, a seguito delle sue più che discutibili scelte. Dal canto suo, invece, il Mipaaf s’è adoperato per cercare di poter far sì che sia corrisposta una, non certo adeguata alla realtà, ma più consistente somma per alveare, rispetto a quella censita e considerata, fino a oggi da Ismea, per il solo sciame.

Conclusioni

inutile soffermarsi ulteriormente sui vari spiacevoli passaggi di un “incontro”, in cui si è voluto riaffermare un modo di intendere il ruolo pubblico totalmente scollegato dal raggiungimento di obiettivi concreti e praticabili.  Per fortuna non siamo in una dittatura, tanto meno (come si vorrebbe far credere) in una dittatura europea. Non dubito che grazie alla capacità e intelligenza dell’insieme dell'apicoltura italiana, grazie anche all’apporto di istituzioni e mondo agricolo, si possa ricondurre la veterinaria nazionale a cercare di fronteggiare un fenomeno e a provare di gestirlo positivamente, piuttosto che pretendere che la realtà si adegui ai supposti obblighi normativi.

Se si vuole fare politica veterinaria nel nostro settore l’associazionismo apistico è un partner indispensabile.  A nome della parte maggioritaria dell’apicoltura italiana associata, che si riconosce nelle proposte reiteratamente inviate al Ministero della Salute (mai nemmeno degnate di risposta), lancio  una sfida pubblica  alla Direzione della Veterinaria:

è in grado il Ministero della Salute di trovare un entomologo che determini e attesti quali sono le possibilità e le probabilità di successo, con i mezzi attualmente adottati, d’eradicazione dall’Italia di A. tumida? Se riesce a fare tale sforzo è poi capace di organizzare un serio confronto scientifico su come e cosa è meglio per affrontare l’emergenza?

 Se si sarà capaci di fare questo primo ma sensato passo,  saremo volentieri partecipi  e propositivi sia al confronto sia all’implementazione di scelte condivisibili.

Se invece si perseguirà a volerci propinare la favoletta per cui "lo vuole l'Europa" non ci si stupisca se chiederemo conto alla veterinaria europea:

  • delle basi scientifiche, delle conoscenze entomologiche, su cui si baserebbe l'imperativo categorico per cui per eradicare l'A.tumida si debba sterminare l'apicoltura prima meridionale e poi italiana.

Altrimenti,  nel pieno del nostro diritto/dovere di parola e di opinione, non essendo né sudditi né sottoposti a disciplina militare, impegneremo d’ora in avanti  tutte le nostre energie per ottenere  ben altre modalità di civile relazione e rispetto, per l’adozione di  misure praticabili, fondate su riscontri scientifici sensati, con valutazione di costi/benefici ed effettiva, possibile utilità.  

Noi sappiamo bene qual'è primaria arma di ogni lotta sanitaria: saper essere convincenti e coinvolgenti sulle misure da adottare.  

Francesco Panella

12 dicembre 2014

Una vicenda complessa, di seguito la sintesi delle "puntate" precedenti

  • Il 22 settembre Sanità e Agricoltura della Regione Calabria hanno convocato le associazioni apistiche calabresi (all’incontro hanno partecipato anche i presidenti di Unaapi e Fai) e hanno comunicato la decisione di tentare l’eradicazione della nuova parassitosi. Alla riunione la gran maggioranza dei presenti, allo stato delle cose e conoscenze, ha preso atto e si è dichiarata fattivamente disponibile, ribadendo però l’importanza della continuità del confronto con tutti gli interlocutori ai fini della più efficace collaborazione.
  • Agli inizi del mese di ottobre, preso atto dell’evoluzione ed estensione dell’infestazione, Unaapi, Conapi e Consorzio Apicoltori di Calabria (Cac) hanno sollecitato l’urgenza di un incontro con Sanità e Agricoltura della Regione Calabria.
  • L’assessorato Agricoltura della Regione Calabria ha quindi espresso in una nota diverse e fondate perplessità su obiettivi e modalità delle misure attuate.
  • Il 25 ottobre Unaapi e Conapi hanno avanzato alcune circostanziate richieste e proposte.
  • Il 28 ottobre è stato quindi convocato un incontro, cui sono state invitate nuovamente e unicamente le associazioni calabresi, a Catanzaro, vedi resoconto.
  • Il 12 novembre Unaapi, Conapi si sono con forza appellati ad autorità nazionali ed europee per il blocco della mattanza d’api, per il cambiamento radicale di approccio e delle misure da attuare e per l’attivazione di differenti modalità di relazione e collaborazione con gli apicoltori e le loro rappresentanze.
  • Il 1 dicembre la Salute, a quasi tre mesi dall’accertamento della presenza in Calabria dell’insetto, nella sede del Ministero della Salute a Roma si è svolto l’atteso incontro tra i responsabili della Salute,dell’Ambiente, dell’Agricoltura, le Organizzazioni nazionali degli apicoltori (Unaapi, Fai, Conapi-Alleanza Cooperative, Anai), i funzionari regionali della Sanità di Calabria e Sicilia, il funzionario dell’Agricoltura della Calabria, il CRA – API, l’IZS delle Venezie, il professor Roversi del CRA-Agrobiologia di Firenze, le Organizzazioni Agricole Nazionali Coldiretti e Cia, i NAS.
    L’Unaapi ha partecipato con una delegazione composta dal presidente e da Luigi Albo, Gaetano Mercatante, Giovanni Caronia e Michele Barbagallo. Vedi report dell'incontro
  • il 4 dicembre il Vice Ministro del Mipaaf, A. Olivero, emette un comunicato da cui si evince con chiarezza la necessità e determinazione a cambiare impostazione nella lotta al parassita.
 


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