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I pesticidi, il polline e le api
Allarme contaminazione del polline!!!
Alcune sintetiche considerazioni e possibili chiavi di lettura.
Presentiamo questo innovativo
ed impegnativo studio francese che svela uno scenario veramente inquietante
e che propone varie e nuove problematiche:
• il polline, in modo radicalmente diverso dal miele, appare soggetto
a gravi fenomeni di contaminazione conseguenti all’utilizzo nelle pratiche
agronomiche di pesticidi.
• L’effetto nel tempo della presenza residuale di principi attivi nel
polline, singolarmente o in combinazione tra loro, non è conosciuto,
ma è prevedibile possa essere assai pericoloso per la sopravvivenza
e lo sviluppo delle api (basta in merito ricordare gli studi che evidenziavano
come residui infinitesimali di esterifosforici, quale ad esempio il coumaphos,
presenti non in un alimento delle api, bensì nella cera dei favi,
possano incidere sui meccanismi vitali della riproduzione delle api).
• La determinazione della pericolosità, e la conseguente autorizzazione
d’uso agricolo dei preparati fitosanitari, dovrebbe radicalmente cambiare
non limitandosi a considerare la mortalità acuta delle api, ma
studiando attentamente anche gli effetti di lungo periodo di dosaggi residuali
che sono, forse, solo apparentemente sub-letali.
• Le produzione apistica di polline dovrebbe, a differenza di quella del
miele, concentrarsi nelle zone meno sottoposte a contaminazione agricola.
• Le stesse pratiche apistiche, che utilizzano nella lotta alla varroa
insetticidi persistenti, espongono a gravi rischi di contaminazione i
pollini immagazzinati nell’alveare.
LA REDAZIONE
Per
studiare la presenza dei residui di pesticidi utilizzati in agricoltura
e soprattutto per studiarne l’influenza sulla salute delle colonie di
api, è stato avviato in Francia nel 2002 uno studio sul campo guidato
dall’AFSSA Sophia Antipolis. Obiettivo dello studio analizzare il fenomeno,
oggetto dell’attenzione dei media, delle gravi mortalità delle
colonie d’api a seguito dell’esposizione a determinati raccolti. Per quanto
a nostra conoscenza, questo studio è il primo a render conto del
tasso di presenza di pesticidi nei granuli di polline d’api raccolti nel
corso di un anno intero. Dopo la Seconda Guerra Mondiale i pesticidi sono
stati largamente impiegati per combattere gli insetti a partire dall’utilizzo
generalizzato di organoclorati.
In tempi più recenti, nel solo 2003 in Francia, sono state utilizzate
circa 74.500 tonnellate di pesticidi, collocando così il nostro
paese in prima linea in Europa per quanto riguarda il consumo in quantità
assoluta, ma in un livello intermedio se si considerano le dosi utilizzate
(4 kg/ha coltivazione) in rapporto a Paesi grandi utilizzatori (Paesi
Bassi) o scarsi utilizzatori (Portogallo) (Devillers et al. 2005). Per
ciascun prodotto, le quantità totali dipendono dall’importanza
della coltura e dalle dosi autorizzate che vanno da qualche grammo a 1
o 2 chilogrammi per ettaro.
Perché studiare
il polline raccolto?
Da diversi anni la presenza di residui di pesticidi nell’acqua, nell’aria
e negli alimenti viene attentamente studiata a causa della loro tossicità
per la salute dell’uomo, ma anche a causa del rischio potenziale che rappresentano
per gli equilibri ecologici. L’impiego dell’ape domestica (Apis mellifera)
come sentinella dell’ambiente è stato più volte descritto
e discusso in occasione di diversi studi.
L’efficacia di questo insetto, quale strumento ecologico, si fonda su
diverse caratteristiche biologiche ed etologiche quali un elevato tasso
riproduttivo, una grande mobilità, la capacità di volare
a grandi distanze e di visitare un gran numero di fiori in un solo giorno.
Le colonie di api, inoltre, coprono l’intero territorio francese e le
loro condizioni vengono attentamente seguite dagli apicoltori. Da un punto
di vista scientifico, si possono citare gli studi che hanno utilizzato
l’ape domestica per monitorare la presenza di elementi radioattivi o di
metalli pesanti nell’ambiente. In modo più originale, uno studio
italiano ha parimenti evidenziato che l’A. mellifera può essere
utilizzata con successo per evidenziare la presenza di micro-organismi
patogeni per le piante (Porrini et al. 2002).
L’esame delle matrici apistiche, miele, cera, api e polline, può
fornire informazioni utili sulla presenza di agenti inquinanti nell’ambiente.
Essendo Il miele un prodotto destinato al consumo da parte dell’uomo,
il suo inquinamento da parte di varie molecole è ampiamente studiato
in vari Paesi. In Francia, un piano di sorveglianza nazionale valuta ogni
anno la contaminazione dei mieli francesi con molecole di sintesi e metalli
pesanti. Nel 2003, sui 117 mieli analizzati, sono stati rintracciati residui
che superavano la soglia massima autorizzata nel 2,8% dei casi. Si trattava
di residui di antibiotici (tetracicline e sulfatiazolo) e di metalli pesanti
(piombo e cadmio).
Benché il polline in granuli sia una derrata consumata dall’uomo,
ad oggi al prodotto non è applicata alcuna legislazione. Per questo
ci sono soltanto pochi dati disponibili in letteratura sull’inquinamento
del polline.
Il
protocollo di studio
Sono stati scelti venticinque apiari in cinque dipartimenti (Eure, Yonne,
Indre, Gers et Gard, vedi Figura 1) in funzione del loro ambiente (zone
a grande coltura o altre zone).
In ciascun apiario sono state scelte a caso cinque colonie (125 colonie
in totale) e le si sono ispezionate quattro volte l’anno: prima dell’inverno
2002, al termine dell’inverno, prima dell’estate, in estate e infine prima
dell’inverno 2003. In occasione delle ispezioni si è preceduto
ad osservazioni cliniche. Sono state scelte, inoltre, due colonie supplementari
per apiario e le si sono dotate di trappole per polline. Gli apicoltori
dovevano mettere in funzione le trappole alcuni giorni prima della nostra
ispezione e raccogliere il polline ogni due giorni. I campioni venivano
immediatamente congelati e così conservati sino alla loro analisi.
Le analisi sono state condotte in due laboratori: l’AFSSA Sophia Antipolis
e il GIRPA (Groupe Interrégional sur les Recherches des Produits
Agropharmaceutiques) ad Angers. Si è proceduto a due tipi di analisi
per ricercare i residui di 41 diverse molecole: analisi “multiresiduali”,
che ricercano simultaneamente i residui di diverse molecole in uno stesso
campione, ed analisi specifiche che mirano all’individuazione di una singola
molecola. Il primo tipo di analisi è evidentemente meno sensibile
del secondo, ma presenta il vantaggio di permettere la ricerca simultanea
di più prodotti (36 nelle nostre analisi). Sono state condotte
su un cromatografo a fase gassosa utilizzando un rivelatore a cattura
di elettroni, per i pesticidi organoclorati e per i piretroidi di sintesi,
ed un rilevatore azoto-fosforo per i pesticidi organofosforati. La famiglia
chimica dei pesticidi, il loro inquadramento legale di utilizzo e gli
organismi nocivi bersaglio sono dettagliati nella tavola 1 con i limiti
di rilevamento (LD) e di quantificazione (LQ) di queste analisi. La scelta
delle sostanze attive ricercate è stata determinata dalla loro
tossicità nei confronti dell’ape e/o dal loro ampio utilizzo in
agricoltura. I limiti di rilevamento delle diverse molecole ricercate
in occasione dell’analisi multiresiduali sono stati compresi fra 0,1 e
57,0 µg/kg, e i limiti di quantificazione fra 4,0 e 196,7 µg/kg.

Le analisi specifiche hanno riguardato le molecole imidacloprid e fipronil
e tre dei loro metaboliti (l’acido-6-cloronicotinico per l’imidacloprid
e i derivati sulfone e désulfinyl per il fipronil). L’imidacloprid
e tutti i suoi metaboliti sono stati innanzitutto idrolizzati per dare
l’acido-6-cloronicotinico.
I metodi analitici riguardanti i residui di fipronil e dei suoi metaboliti
si sono evoluti nel corso dello studio, per cui i limiti di quantificazione
sono diminuiti da 2,0 a 0,5 µg/kg.

Nella tavola 2, le percentuali di pollini contenenti
residui sono state calcolate dividendo il numero di campioni positivi
(campioni in cui sono stati rintracciati residui del composto studiato)
per il numero totale di campioni oggetto dell’analisi condotta. Tale numero
totale variava in funzione della quantità di polline raccolta in
certe stagioni che talvolta era troppo esigua e non ha permesso di realizzare
l’insieme delle analisi su uno stesso campione. In questa tavola i pesticidi
sono stati classificati in ordine decrescente secondo la frequenza di
comparsa nei campioni. Il tasso medio è stato calcolato utilizzando
il valore della mediana allorché la quantità dei residui
veniva trovata entro il limite di rilevamento (LD) e il limite di quantificazione
(LQ). Per esempio, essendo il LD del tau-fluvalinate 1,1 µg/kg e
il LQ 76,0 µg/kg, la mediana aveva per valore 38,6 µg/kg.
I test statistici sono stati condotti sulle frequenze di presenza di residui
e non sul tasso di residuo.
Le vie di contaminazione
del polline
Nei granuli di polline sono stati rintracciati i residui di 19 pesticidi
sul totale di 41 molecole ricercate. I residui più frequenti sono
stati: l’imidacloprid (49,4% dei campioni), l’acido-6-cloronicotinico
(44,4 %) ed il fipronil (12,4 %). La frequenza della presenza di altri
residui (16 componenti) è risultata variare da 11,1% a 1,2% (tavola
2). La proporzione di campioni contenenti almeno l’imidacloprid o l’acido-6-chloronicotinico
è stata del 69,1 %. Su 101 campioni di polline analizzato per 73
si è ricercato l’insieme delle 41 molecole. In tali condizioni
solo 9 campioni (12,3%) non contenevano tracce di residui. Nei granuli
di polline sono stati rintracciati residui che andavano da uno a cinque
componenti. L’inquinamento più frequente corrispondeva alla presenza
di un solo residuo (31,5%). Un solo campione conteneva cinque residui.
I residui di due pesticidi, il coumaphos e il tau-fluvalinate, sono stati
quantificati a livello di un milligrammo per chilogrammo, il che rappresenta
una quota 1.000 volte superiore all’unità utilizzata per esprimere
LD e LQ, il microgrammo per chilogrammo. E’ interessante notare che questi
acaricidi sono utilizzati per il trattamento della Varroa destructor,
parassita delle api che distrugge le colonie francesi dagli anni 80.
I due campioni che contenevano il coumaphos provenivano da apiari ove
l’apicoltore dichiarava di aver usato il prodotto per il trattamento della
varroasi. E’ probabile che l’acaricida sia stato introdotto nelle pallottole
di polline dalle api. E’ noto che le bottinatrici impiegano il nettare
e/o il miele per agglomerare i grani di polline per formare le pallottole.
La quantità di zuccheri aggiunta è variabile e può
rappresentare sino al 40% del peso secco del granulo di polline (Roulston
and Cane 2000). Benché l’altro acaricida, il tau-fluvalinate, sia
ancora utilizzato in apicoltura malgrado ne sia stata evidenziata la resistenza
degli acari, nessuno dei partecipanti al nostro studio ha riferito il
suo utilizzo per il trattamento della varroasi. Lo scenario della contaminazione
dei granuli da parte delle api non spiega probabilmente la presenza di
residui di tau-fluvalinate nel polline. Nel 2003 il tau-fluvalinate era
ampiamente utilizzato per proteggere le piante. L’origine fitosanitaria
potrebbe spiegare la presenza di residui di tau-fluvalinate e altresì
di tutte le altre sostanze attive nei granuli.
Residui
nel polline: quando dove e che in misura?
La figura 2 rappresenta la frequenza dei residui nel polline in funzione
del tempo. 81 campioni di granuli sono stati analizzati per la ricerca
del fipronil e dei suoi metaboliti. Un picco nella frequenza dei residui
di fipronil (e/o suoi metaboliti) nei granuli del polline è stato
osservato nei campioni raccolti nel marzo-aprile 2003. La sostanza attiva
fipronil non è mai stata quantificata (livelli mai superiori al
LQ). Il componente sulfone è stato quantificato tre volte (1,7;
3,3 e 3,7 µg/kg), il composto désulfinyl una volta (1,5 µg/kg).
Sugli stessi campioni sono stati cercati l’imidacloprid e l’acido-6-chloronicotinico.
Su 56 sono stati rilevati residui almeno di una delle due molecole. Questi
campioni positivi sono stati raccolti in modo uguale nell’arco dell’anno
(figura 2b).
L’imidacloprid è stato quantificato in 11 campioni (i livelli variavano
da 1,1 a 5,7 µg/kg), l’acido-6-chloronicotinico in 28 (i livelli
variavano da 0,6 a 9,3 µg/kg). Relativamente agli altri pesticidi,
la frequenza della presenza nei granuli variava dal 50% per i campioni
raccolti in marzo-aprile 2003 e in maggio-giugno 2003 allo 0 % per i campioni
raccolti nel novembre 2002.
Nel nostro studio i residui dei pesticidi sono stati messi in evidenza
a livelli inferiori a quelli riportati in letteratura. Per esempio il
livello medio di méthyl-parathion è stato di 24,8 µg/kg.
Per comparazione, nel 1982 uno studio relativo ai residui di méthyl-parathion
realizzato in Francia sul polline di trappola aveva mostrato livelli variabili
fra 1.700 e 17.800 µg/kg (Faucon et al. 1986). Nel corso di un’altra
sperimentazione di campo, negli USA, è stato raccolto polline con
l’aiuto di trappole nel 1984. I livelli di méthyl-parathion nei
granuli erano compresi fra i 40 e i 1.940 µg/kg. Nel corso di quest’ultima
sperimentazione, non è stata riscontrata un’anormale mortalità
fra le api adulte, né problemi di regine o di anormale sviluppo
della covata (Waller et al. 1984). Nessun residuo dei diversi altri pesticidi
ricercati in questo studio è stato ritrovato nei granuli del polline.
Tuttavia alcuni riferimenti in letteratura riferiscono la possibilità
di trovare tracce di questi pesticidi nell’ambiente. In Svezia, in occasione
di una sperimentazione, sono stati rilevati residui di cipermetrina e
lambdacialotrina con una variazione fra 70 e 1900 µg/kg nel polline
da trappola. I livelli di residui erano elevati il giorno del trattamento
e andavano decrescendo rapidamente col trascorrere dei giorni. Nel nostro
studio l’assenza di residui di cipermetrina nei granuli di polline si
potrebbe spiegare con la sua debole persistenza nell’ambiente. Metodi
di somministrazione più mirati, una maggiore specificità
delle sostanze attive e le nuove preparazioni commerciali attive a dosi
più basse spiegano le diminuzioni dei livelli di residui da noi
osservate.
Una gestione moderna delle sostanze nocive deve trovare un equilibrio
fra l’ottimizzazione dell’efficacia degli insetticidi e la diminuzione
della perdita di sostanze attive. Tale obiettivo ideale può essere
conseguito integrando diverse tattiche, quali la scelta dell’insetticida
e della sua concentrazione, il suo modo di applicazione ed il periodo
in cui è utilizzato. Negli anni 70 e 80, sono state sviluppate
nuove tecniche relative al trattamento dei parassiti. E’ giocoforza constatare
che i nuovi insetticidi sviluppati svolgono una migliore azione potenziale:
la loro tossicità nei confronti degli organismi bersaglio, grazie
alla loro più specifica modalità di azione, è aumentata.
Conseguentemente vengono utilizzati in quantità inferiori per ettaro.
Essendo i loro residui più limitati dovrebbero essere, teoricamente,
eliminati più facilmente. Tuttavia, l’esempio della produzione
di insetticidi micro-incapsulati mostra che lo scopo che ci si è
proposti non sempre viene conseguito. Questa tecnica era stata presentata
come un’importante tappa nella riduzione delle perdite di colonie di api
dovute alla deriva di prodotti fitosanitari applicati per polverizzazione.
Eppure, in occasione della procedura post-omologazione, si è constatato
che le micro-capsule venivano considerate come granuli di polline da parte
delle api. Le colonie di api non erano più esposte al pesticida
per la sua deriva, bensì per il suo stoccaggio nell’alveare con
i granuli di polline. Per ridurre questa conseguenza, è stato proposto
di aggiungere un additivo che incolli le micro-capsule al supporto, impedendone
la raccolta da parte degli insetti non-bersaglio (Dahl and Lowell 1984).
Successivamente, gli insetticidi sistemici utilizzati nella concia delle
sementi sono stati presentati come la soluzione al problema della polverizzazione
purché le api non siano esposte in modo significativo alla sostanza
attiva o ai suoi metaboliti tramite il nettare o il polline. La controversia
generata dall’impiego di Gaucho® nella concia dei semi di girasole
ha provato che la realtà era più complessa. In Francia il
fipronil è stato accusato da parte degli apicoltori di essere responsabile
della perdita di numerose famiglie di api. Questo insetticida è
stato largamente utilizzato per il trattamento della semente di girasole
perché protegge efficacemente i semi e poi le pianticelle. E’ possibile
che questa proprietà sia il frutto dell’azione combinata della
molecola madre e del suo metabolita, il componente sulfone, che ha un’azione
insetticida potenzialmente simile a quella del fipronil. Un altro fattore
potrebbe essere la presenza del fotoprodotto (il componente désulfinyl)
la cui tossicità nei confronti di mosche e topi è simile
a quella del fipronil (Hainzl and Casida 1996). Quando si studia la presenza
di questi tre componenti, i nostri risultati suggeriscono che i residui
della molecola madre (il fipronil) sono i più frequenti nei granuli
di polline.

Quale tossicità
per l’ape
Il pericolo che i pesticidi costituiscono per l’ape è il risultato
dell’esposizione e della tossicità. I tempi di esposizione (= esposizione
cronica o acuta) e lo stadio di sviluppo degli individui esposti (= adulto,
covata) giocano parimenti un ruolo importante nell’effetto dei pesticidi
su una colonia di api.
E’ interessante constatare che i residui più frequentemente rintracciati
sono quelli per i quali i LD (limite di rilevabilità) sono assai
bassi.
Il LD dell’imidacloprid e dell’acido-6-chloronicotinico è di 0,2
µg/kg, quello del fipronil di 0,3 µg/kg. Questi valori assai
bassi sono rilevati grazie alle analisi specifiche condotte per la ricerca
di queste molecole. Se i limiti di rilevamento dell’insieme di 41 pesticidi
fossero stati bassi quanto quelli succitati, è ovvio che le significatività
dei residui ne sarebbero risultate decisamente aumentate. In altri termini,
più si cerca e con maggior precisione, più si trova.
Nel corso di questo studio non si è registrata alcuna forte mortalità
di api (=intossicazione acuta). Tuttavia, la presenza di vari residui
di pesticidi nei granuli di polline mostra che le colonie di api sono
state esposte ad inquinanti in maniera cronica (sui 73 campioni analizzati
per la ricerca dell’insieme dei pesticidi, solo 9 non contenevano residui).
I granuli di polline sono immagazzinati nell’alveare in forma di pane
d’ape. Il pane d’ape è una mistura di polline e miele cui sono
stati aggiunti molti enzimi. Le api adulte e la covata vengono nutrite
direttamente e indirettamente (attraverso la produzione di pappa reale
secreta dalle ghiandole ipofaringee) con pane d’ape.
Queste popolazioni, pertanto, possono essere esposte ai residui dei pesticidi
durante periodi variabili. Non abbiamo che pochi dati sul divenire dei
pesticidi quando vengono immagazzinati nell’alveare sotto questa forma:
a che velocità vengono metabolizzati e attraverso quali processi?
Ancora, non è disponibile alcun dato sulle possibili interazioni
fra le molecole presenti simultaneamente nel polline o nel pane d’api.
Nel nostro studio per esempio, sono stati trovati residui di fungicidi
e di piretroidi simultaneamente in un campione. Ora si sa che tale associazione
aumenta in certi casi la tossicità per le api di ciascuna delle
sostanze attive in questione allorché le molecole vengono applicate
simultaneamente in polverizzazione. E’ forse possibile un aumento analogo
di tossicità nel polline o nel pane d’api?
Molte equipe hanno lavorato sulla quantità di polline di cui una
larva ha bisogno per il suo sviluppo. Tale quantità dipende innanzitutto
dalle stagioni, dalla varietà di polline e dalle condizioni in
cui le larve vengono allevate.
Nei riferimenti bibliografici si citano numerose cifre: per il suo sviluppo
completo una larva di bottinatrice necessita di 86 mg di polline di mais
secondo Babendreier et al. (Babendreier et al. 2004) o di 145 mg di polline
secondo altri autori senza che si menzioni la specie floreale (Winston
1993). D’altra parte si sa che l’apporto di polline influenza la resistenza
delle api ai pesticidi. La diversità pollinica, così come
la quantità di polline ingerita dalla larva in occasione dei suoi
primi giorni di sviluppo, condizionano la successiva sensibilità
ai pesticidi da parte delle bottinatrici derivate da tali larve (Wahl
and Ulm 1983). E’ interessante notare che i pesticidi presenti con maggior
frequenza nei campioni di polline non erano quelli che mostravano maggiori
concentrazioni medie. Si può far l’esempio dell’imidacloprid presente
in circa la metà dei campioni di polline (49,4%) ad una concentrazione
media di 1,2 µg/kg. All’opposto, soli tre campioni contenevano residui
di carbaryl ad una concentrazione media di 218,7 µg/kg. E’ importante
completare queste osservazioni con la tossicità intrinseca delle
sostanze attive. La tossicità acuta di una molecola viene misurata
con la dose letale 50 (DL 50) orale o di contatto. E’ noto che questi
valori sono estremamente dipendenti dalla temperatura, dalle sostanze
attive, dalla razza delle api e dall’età degli individui testati.
Le DL 50 delle molecole, su cui verte il nostro studio e disponibili in
letteratura, sono state raccolte in tavola 3. E’ positivo il fatto che
i residui rintracciati in concentrazioni più forti hanno DL 50
elevate.
Eppure, la domanda a cui tutti vorrebbero una risposta resta: se i pesticidi
sono presenti nei granuli di polline a certi livelli, queste quantità
sono pericolose per le api? Consideriamo il caso dell’imidacloprid.
Sarebbe interessante sapere quanto polline contaminato deve consumare
un’ape per ingerire la quantità d’imidacloprid necessaria al raggiungimento
della DL 50. Se si considera il livello medio trovato in questo studio
(1,2 µg/kg), un solo individuo deve consumare 33 g di polline.
Quest’ultima cifra va comparata con il consumo di polline per l’allevamento
di una larva, citato in precedenza. E’ evidente che tale quantità
non la si raggiungerà mai in alcuni giorni e che il polline dovrà
essere stoccato nell’alveare
Si ritorna dunque al problema della nostra mancanza di conoscenze sulla
stabilità e il divenire delle molecole attive nell’alveare. Inoltre
si è mostrato che quantità molto piccole di sostanze attive
possono avere effetti deleteri sulla fisiologia e il comportamento delle
api. Questi effetti sono molto difficili da individuare. In occasione
di studi sulla tossicità cronica si è visto che l’imidacloprid
provoca un effetto sulle api a dosi assai basse: queste dosi erano fino
a 60.000 volte inferiori a quelle necessarie per produrre lo stesso effetto
in occasione di intossicazioni acute. Lo stesso tipo di responso è
stato registrato per il fipronil. Effetti sull’apprendimento sono stati
registrati nel caso in cui le api ne avevano ingerito dosi assai basse:
0,075 e 0,15 nanogrammi di fipronil per ape e per giorno, cosa che corrisponde
alla dose di DL 50 divisa rispettivamente per 80 e per 40. Se gli effetti
registrati su ciascun individuo vengono sommati l’un l’altro ci si può
attendere che la colonia sia condizionata nella sua collettività
dall’ingestione di dosi molto basse. Eppure, le conseguenze sulla colonia
dovute all’ingestione di dosi assai basse sono ancora poco conosciute
e mal quantificate.
In conclusione
Questo
studio ha rivelato la presenza di residui di un gran numero di pesticidi
nei granuli di polline raccolti dall’ape domestica. Questi residui sono
stati trovati a concentrazioni medie assai variabili che vanno da minime
tracce a centinaia di microgrammi per chilogrammo. Questo inquinamento
è stato evidenziato nel corso di un’annata intera: nessuna stagione
era più rappresentata rispetto alle altre, eccetto che per i residui
di fipronil, la cui frequenza osserva un picco nei mesi di marzo e aprile.
Le api sono esposte a queste molecole per contatto nella colonia e potenzialmente
attraverso l’ingestione di pane d’ape. Eppure, sono necessarie maggiori
informazioni per valutare la pericolosità di questi residui sulle
colonie di api: dati sulla presenza dei pesticidi nelle colonie, nel pane
d’api e nelle larve. Sono anche necessari dati circa le conseguenze dell’esposizione
cronica delle api ad un pesticida o ad un’associazione di molecole.
Una delle questioni più difficili per la ricerca in apidologia
è quella di sviluppare tecniche nuove che permettano di valutare
sul campo gli effetti dell’inquinamento di pesticidi sulle api adulte.
Il mezzo migliore per valutare questa esposizione sarebbe quello di lavorare
su colonie intere, ma questa soluzione sperimentale non è ancora
disponibile. Allo stato attuale, e per quanto a nostra conoscenza, è
difficile descrivere l’impatto sulle api dei pesticidi immagazzinati nell’alveare
attraverso i granuli di polline.
Ringraziamenti
Desideriamo ringraziare tutti gli apicoltori che ci hanno messo a disposizione
i loro alveari per questo studio. Senza la loro assistenza e la loro buona
volontà questo studio non avrebbe visto la luce. Un grande ringraziamento
anche ai nostri colleghi della Direzione dei Servizi Veterinari per il
loro aiuto materiale.
Questo progetto è stato finanziato in parte da fondi FEOGA della
Comunità Europea.
Marie-Pierre CHAUZAT,
Jean-Paul FAUCON,
Anne-Claire MARTEL,
Julie LACHAIZE,
Nicolas COUGOULE e
Michel AUBERT
mp.chauzat@afssa.fr
AFSSA, Les Templiers, 105, route des Chappes, BP 111
F-06 902 Sophia-Antipolis Cedex
Tratto dalla rivista La Santé de l’Abeille
n° 216 – 11-12/2006
Traduzione di Federica Zotti
(Da
L'Apis n.5 - 2007)
4 Agosto, 2010
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