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Con vero piacere ospitiamo
uno stimolante contributo che ci auguriamo possa "provocare"
una riflessione sul futuro che vogliamo.
Non è certo la prima volta che nella storia
avviene uno scontro fra vecchio e nuovo, ma oggi non è solo una
questione fra i modernisti e i passatisti. Ora in gioco non c'è
più soltanto la supremazia intellettuale di una delle due parti,
ma il campo di gioco vero e proprio: l'ambiente che ci ospita.
Per questo noi possiamo anche continuare a sperperare le nostre e le altrui
risorse, ma è patetico rifugiarsi nell'ipocondria e concentrare
l'attenzione solo sulla nostra salute: è un atteggiamento irrazionale
ed irragionevole. Igienismo e HACCP non sono altro che tentativi, spesso
isterici, di chiudere la stalla dopo che son scappati i buoi. Anzi, di
accostare appena le porte. Infatti si dimentica che la difesa della salute,
cosa indiscutibilmente importante, è l'ultimo treno che si cerca
di prendere dopo che si è perso quello dell'ambiente: comprometterlo
vuol dire per prima cosa attentare alla salute umana. Certo non sarò
io ad istigarvi a rinunciare all'acqua calda. Non ci penso nemmeno. E
così non sarò mai io a dire di no agli OGM, ma ... ma i
dubbi ce l'ho. E tanti.
Miele di malerbe
In apicoltura ormai abbiamo imparato quale sia l'importanza della diversificazione
dell'ambiente. E chi si occupa di apicoltura sa bene quante implicazioni
siano sottese al ricorso delle tecniche transgeniche, infatti le api vivono
in stretta simbiosi col mondo vegetale e da questa relazione non solo
gli apicoltori traggono sostentamento, ma dipende in gran parte l'impollinazione
delle colture agrarie.
Le nostre api si nutrono di nettare e di polline, introducono queste sostanze
in alveare, le trasformano in miele, trasportano il polline da un fiore
all'altro, da un campo all'altro, attratte dal succedersi delle fioriture.
Il miele millefiori, per quanto sottopagato, è una garanzia produttiva,
mentre i monoflorali sono sempre una scommessa in cui i fattori biotici
(disponibilità delle fioriture) e abiotici (clima) giocano la loro
parte e spesso portano a produzioni scarse o scadenti.
Dunque le piante spontanee non sono malerbe ma una ricchezza irrinunciabile
sia per gli apicoltori come fonte di reddito sia per l'ambiente come "banca"
della biodiversità.
A questo riguardo la Monsanto ha brevettato una varietà di soia
modificata geneticamente capace di resistere al glifosato, un erbicida
prodotto dalla stessa azienda. Dunque il diserbo della soia non è
più un problema, infatti si potrà tranquillamente spargere
quel diserbante specifico per quella soia senza preoccuparsi dei sovradosaggi.
E le conseguenze?
Ma non basta. Se la soia è un possibile fonte proteica per le api,
la colza è un'altra di quelle coltivazioni interessate dall'ingegneria
genetica ed in questo caso anche fonte primaria di nettare normalmente
raccolto dalle api per lo sviluppo primaverile, ma talvolta anche oggetto
di scorte e quindi fonte di miele monoflorale. Vale poi ricordare che
in Italia al momento ci sono sperimentazioni ufficiali anche su ciliegio,
colza, fragola, ginestrino, kiwi, lattuga, mais, melanzana, olivo, pomodoro
e molte di queste sono fonte di pascolo per le api. Dunque anche agli
apicoltori DEVE interessare il problema.
Libertà per
la ricerca, cautela per la tecnologia
Recentemente la SiTE (Società italiana di Ecologia) ha promosso
una sottoscrizione invocando il "principio di cautela" nei confronti
delle biotecnologie raccogliendo le firme di grandi nomi della ricerca
nazionale. Altri noti scienziati, il fisico Tullio Regge in prima persona,
sono invece scesi in campo con opposti ragionamenti. Non ci interessa
entrare nel merito della questione, ci interessa invece evidenziare che
in entrambi i casi si invochi la libertà delle ricerca sia come
presupposto di una società civile, sia, molto più praticamente,
perché dalla ricerca possono venire i termini di paragone fra "un
prima ed un dopo". Sia detto per inciso che entrambi gli schieramenti
concordano sul fatto che l'applicazione dei risultati della ricerca all'industria,
ovvero la tecnologia, non è né più ricerca, né
ha niente a che fare con la scienza e che ogni forma di controllo deve
essere invece indirizzata sull'uso industriale dei risultati ottenuti.
Comunque cosa c'entra tutto questo con le api? Questa diatriba mi ha colpito
non tanto per la novità, ormai son anni che ci scontra su queste
questioni, quanto per il fatto che si è appena concluso il programma
di ricerca AMA (Api, Miele, Ambiente) e che, almeno dai primi commenti
raccolti parlando con gli apicoltori, sembra non aver ottenuto il loro
consenso.
Non s'è trovata la soluzione per la varroa, non s'è ancora
selezionata un'ape resistente, la peste non è stata oggetto di
studio, per il miele non è venuta una sola prova sperimentale a
sostegno del vergine integrale, ecc. Ma c'è anche una cosa che
vien fuori più sul "non detto" e solo con un po' di malignità
alla fine si riesce a tirar fuori: "e poi tutte quelle energie spese
per i bombi e le osmie …, ma cosa c'entra con le api, cosa c'interessa
a noi apicoltori!"
E invece c'entra. Eccome se c'entra. Se con le biotecnologie si fosse
scoperta un'ape resistente alla peste o alla varroa, come l'avrebbero
accolta gli apicoltori? Si sarebbero mai posti problemi riguardo ai possibili
rischi verso la salute pubblica, la biodiversità, il depauperamento
del patrimonio vegetale e la rarefazione dei pronubi? No. Probabilmente
no. Così come evidentemente certuni non si rendono conto che proprio
dallo studio dei pronubi selvatici derivano le conoscenze da indirizzare
alla salvaguardia di quello stesso ambiente dove pascolano le nostre api.
Questi scontenti si sarebbero invece ritenuti soddisfatti per la soluzione
di problemi "a breve" ed allora avrebbero soprasseduto sulle
digressioni entomologiche dei ricercatori. E probabilmente anche i più
intransigenti fautori dell'apicoltura biologica avrebbero avuto dei dubbi,
delle esitazioni, delle perplessità. Un'ape varroa o peste resistente
limiterebbe gli interventi sanitari e quindi l'immissione in alveare,
e di conseguenza nel miele, di sostanze estranee; faciliterebbe il lavoro,
ridurrebbe il numero delle visite agli alveari, tutte cose che "costano"
in termini monetari. Dunque, a parità di prezzo, più miele
e meno lavoro. E chi ci sputa sopra.
L'ape senza veleno
Tutti questi discorsi sulle biotecnologie sembravano oziosi; tanto oziosi
che il primo articolo su questo argomento non smosse alcun interesse nei
lettori di L'Apis. Ma la realtà, come sempre supera la fantasia
ed ora sappiamo dai giornali che negli USA un apicoltore biologo informatico,
tipico esempio di plasticità intellettuale degli apicoltori in
tutto il mondo, ha "inventato" in casa, con la modica spesa
di 500 dollari un'ape senza veleno. La cosa interessante è che
non la commercerà, ma la regalerà alle associazioni degli
apicoltori statunitensi, notoriamente artefici di mieli veramente scadenti.
Perle ai porci penseranno alcuni di voi. Io, più malignamente,
ritengo che il nostro scienziato abbia capito che con questa regalia s'è
aperto un mercato molto più lucroso: gli basterà trasportare
questa tecnica in altri settori commercialmente più redditizi per
compensare le sue aspettative economiche. E senza rischiare.
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Alla faccia della mansuetudine! Un giovane
ricercatore americano "ribelle": "Entro breve otterrò
l'ape senza pungiglione!
Eric Engelhard ha attivato un programma di
manipolazione
genetica delle api avvalendosi
delle api poste nel suo giardino, a nord di San Francisco, e di
un
piccolo laboratorio casalingo
nella cameretta della figlia di tre anni. Per identificare il gene
responsabile della produzione di veleno fa effettuare le analisi
da una società locale specializzata nel decriptaggio del
codice genetico.
"Un operazione banale che costa solo 25 dollari". Eric
ha la
convinzione di lavorare nell'interesse della scienza ed ha deciso
di diffondere gratuitamente su internet i risultati delle sue
ricerche. Insieme ad altri giovani ricercatori ha fondato un'associazione
per la libertà della
scienza senza alcun tipo di
controllo e di vincolo sociale se non l'etica individuale.
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Infatti una simile ape sarà un vero terno
al lotto. Noi sappiamo già bene come la fecondazione artificiale
dia risultati poco soddisfacenti, se poi la dovessimo estendere ad un
OGM da liberare in natura ci sarebbe da ridere e da piangere.
Ce la voglio proprio vedere un'apetta inerme a competere in condizioni
di selezione semi-naturale. Ciò non toglie che alla beffa verso
gli apicoltori creduloni, si aggiungerà un danno ambientale di
tutto rispetto dal momento che per quanto inetta, sarà comunque
veicolo di un patrimonio genetico "perdente".
Si tende a dimenticare che gli apicoltori vengono usualmente definiti
allevatori di api, ma mai il termine "allevatore" è stato
usato in maniera così impropria. L'apicoltore, al massimo può
essere un coadiutore delle api, quando va male uno sfruttatore. Fa di
tutto: le trasporta, le stimola, le manipola, quando va bene le contiene,
ma allevare proprio no. I coccodrilli e le lumache si allevano. Anche
le aquile si son fatte riprodurre in cattività. Probabilmente arriverà
il giorno che i giapponesi decideranno di allevare anche le balene; magari
gli ci vorrà un po' di posto, ma ci riusciranno. Ma con le api
sfido chiunque a riuscirci. Le api, non si chiamano "Dolly";
loro si scelgono i propri pascoli, saccheggiano e sciamano quando vogliono
e, punto critico del sistema, si accoppiano non solo come e quando, ma
anche con chi vogliono. Dunque la notizia di quest'ape senza veleno non
mi preoccupa più di tanto se non per il fatto che una volta di
più si dimostra che i risultati della ricerca possono sfuggire
ad ogni forma di controllo sull'uso dei risultati ottenuti. Più
o meno siamo nella stesso situazione in cui i Realiani, gli adoratori
di marziani, nei laboratori della loro casa madre in Nevada si stanno
adoprando per clonare un bimbo morto: si sa, forse, come si comincia,
ma non certo come si finisce. Comunque se volete aderire a questo progetto
non importa che andiate lontano, basta che vi guardiate intorno: le loro
sedi sono a Milano, Napoli, Pordenone, Roma, Collegno, Treviso e Chieti.
Una nuova
ricerca australiana rinnova l'allarme sui vegetali geneticamente modificati
(Ogm), indicando che il polline della canola (una varieta' di colza
dai semi molto oleosi) puo' contaminare altre coltivazioni fino a
3 km di distanza.
La ricerca, appena pubblicata da 'Science', dimostra che il polline
si disperde in maniera sorprendentemente sporadica, dovuta in parte
al comportamento delle api. Lo studio esamina la dispersione dei geni
di una varietà di canola resistente agli erbicidi, da poco
in commercio in Australia.
Non e' una varietà' Ogm, ma i risultati si possono applicare
direttamente alle coltivazioni Ogm. Gli agricoltori biologici hanno
reagito chiedendo di nuovo una moratoria sulla commercializzazione
di canola geneticamente modificata, dato che il colosso degli Ogm
Monsanto ha presentato domanda, all'Ente regolatore della tecnologia
genetica, di mettere in commercio il primo raccolto di canola Ogm. |
La Varroa all'apicoltore:
"destructor sarà lei"
Insomma i Realiani sono fra noi. Così com'erano fra noi quegli
apicoltori "improvvidi" che una ventina d'anni fa importarono
inconsapevolmente, magari di nascosto, api varrosate. Improvvidi come
quelli che anni e anni prima avevano esportato le nostre api in oriente.
Improvvidi come chi ha "inventato" l'ape africanizzata. Tutte
azioni fatte in buona fede, magari solo per curiosità o per lucro
e mai per dolo, ma questo agire in assenza di controllo ha prodotto danni
permanenti e "globalizzati". Dopo, per salvarci la coscienza,
siamo solo capaci di deresponsabilizzarci, vittimizzandoci ed accusando
ipocritamente il "mostro" perennemente fuori di noi. Così
l'ape africanizzata l'abbiamo battezzata "assassina" e la varroa
"destructor"; ma i destructor e gli assassini di equilibri siamo
stati solo noi. Adesso il prezzo si alza. Le biotecnologie incalzano e
se non vogliamo trovarci fra un po' di tempo a rimpiangere il bel tempo
che fu sarà bene che ci rendiamo responsabili delle nostre scelte.
Dobbiamo scegliere se accettare che la manipolazione genetica entri nel
nostro quotidiano oppure opporvisi; dobbiamo scegliere quali limiti porre
ai nostri no e quali ai nostri sì; dobbiamo scegliere da quale
parte stare. Ma ricordiamoci anche che dire sì o no non basta.
Se qualcuno vorrà dire no all'ape senza veleno, saprà anche
dire anche no all'ape senza varroa? E come saprà spiegare questo
no alle migliaia di allergici alle punture delle api? Forse affermando
la sacralità degli insetti? E in questo caso come saprà
sostenere con tanta intransigenza un no agli studi in atto sulla manipolazione
genetica della zanzara per non farle trasmettere la malaria? Ai milioni
che moriranno chi glielo dice? Ma se diciamo sì per salvaguardare
milioni di vite umane minacciate da malattie e fame con quale faccia rivendicheremo
ancora il diritto a fregiarci del MVI. Il Miele Vergine Integrale è
un'aspirazione legittima dei produttori, ma si ridurrebbe ad una foglia
di fico se dovesse solo coprire le vergogne di un sistema ambientale irrimediabilmente
compromesso.
Signori miei è veramente dura. Qui non basta mettersi la maschera,
accendere l'affumicatore ed infilare la testa dentro un alveare. Qui,
senza demagogia, senza preclusioni, ma anche senza ottusi egoismi bisogna
cominciare a guardarci attorno. Cominciamo a parlarne, perché nessuno
ha "la soluzione". Io per primo. Ed è per questo che
vi offro i miei dubbi e le mie contraddizioni.
Perché non fate sentire la vostra voce? Queste pagine sono anche
vostre.
Marco Accorti
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I geni introdotti tramite le tecniche
di bioingegneria in una pianta possono migrare in piante selvatiche
nell'ambiente naturale.
Per la prima volta, i ricercatori hanno dimostrato
che i geni introdotti tramite le tecniche di bioingegneria in una
pianta possono migrare in piante selvatiche nell'ambiente naturale.
Le erbe spontanee infestanti possono incorporare tali geni con la
possibilità di rendersi più forti e resistenti agli
attacchi di insetti.
Gli scienziati di 3 università americane hanno studiato i
girasole GM, modificati con un gene che produce una sostanza chimica
tossica per certi insetti, per vedere cosa sarebbe accaduto quando
i transgeni fossero passati alle piante affini selvatiche.
I ricercatori hanno coltivato in due siti diversi, due varietà
di girasole, una modificata, l'altra selvatica. La seconda generazione
di girasole selvatici conteneva il transgene, il che dimostra che
esso può essere trasferito.
I ricercatori hanno poi studiato gli effetti del nuovo gene sulle
piante. I girasole selvatici con il transgene avevano il 50% di
semi in più delle piante senza il gene. Queste piante avevano
anche meno danni causati da insetti, suggerendo che il gene insetticida
stava funzionando impedendo agli insetti di nutrirsi della pianta.
Un co-autore dello studio ha detto che molte piantagioni potrebbero
incrociarsi con le erbacce che già sono piante forti; l'aggiunta
dei transgeni potrebbe renderle ancora più forti creando
delle super-erbacce.
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ultima modifica:11 Aprile, 2004
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