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lavori in apiario
 
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La stagione apistica volge al suo termine un po' ovunque; tuttavia qualcosa da fare con le api c'è ancora.
Spesso mi capita di vedere apicoltori spaventati dal pensiero di mettere le mani all'interno degli alveari quando inizia a far freddo; a mio parere è invece proprio questo un momento da non mancare. Se qualcuno ha letto la rubrica del mese di ottobre avrà osservato che ho posto molta importanza a non compiere visite complete quando le temperature sono ancora miti e non sono più presenti raccolti. Bisogna infatti evitare assolutamente il saccheggio. Per gli ultimi aggiustamenti e pareggiamenti, come descritto nel mese scorso, aspetto sempre i primi freddi e, in autunni miti come questo, può capitare che tali lavori slittino al mese di novembre, quando le api diminuiscono l'attività esterna e si preparano all'inverno.
La festività dei Santi rappresenta per me anche un appuntamento abituale per il controllo delle scorte. Durante i mesi autunnali la situazione delle riserve di miele e polline può variare notevolmente fra apiario ed apiario, ma anche fra alveare ed alveare, in funzione dei possibili ultimi raccolti e, soprattutto, della covata che viene ancora allevata. Per poter valutare con precisione le scorte per l'inverno bisogna pertanto attendere i primi freddi e la drastica diminuzione di covata. Si aspetta quindi una bella giornata, dopo i Santi, approfittando magari dell'estate di San Martino (per chi segue il calendario di Frate Indovino…).
La dimensione delle famiglie necessaria per uno svernamento senza rischi dipende sicuramente dal clima e può oscillare dai sei favi ben coperti di api nel Nord Italia, ai tre nelle zone più miti del Sud. Più ci si avvicina al limite minimo, più sono possibili perdite invernali.
Anche per quanto riguarda le scorte il clima gioca un ruolo importante, ma, contrariamente a ciò che si può pensare, non sempre è il freddo a causare maggiori consumi. Quando le temperature sono comprese fra poco sotto lo zero ed i più dieci gradi centigradi, i consumi sono ridotti al minimo. Se il glomere ha dimensione corretta, è sufficiente per le api rimanere addossate le une alle altre per mantenere 10° C all'esterno del glomere e 25° C al suo centro, ove staziona la regina. Con movimenti lenti le api si scambiano poi le posizioni dal centro verso l'esterno.
Con temperature più miti le api mantengono un glomere meno compatto, escono più frequentemente all'esterno, non solo per i voli di purificazione, ma anche alla ricerca di polline; con queste situazioni continua o riprende la deposizione di covata e pertanto i consumi si innalzano. Se per proteggere la regina dal freddo i 25° C sono sufficienti, in presenza di covata bisogna portare la temperatura a 35° C ed il dispendio energetico è ben diverso.
Si stima che nel mese di dicembre, se il clima è giustamente rigido, una famiglia completa consumi circa un chilo di miele. Le morti per fame arrivano in genere solo a fine gennaio o a febbraio.
Cosa fanno le api quando fa ancora più freddo e le temperature scendono anche oltre i 10° C sotto zero?
A questo proposito ricordo ancora quanto mi ha raccontato una sera d'inverno un apicoltore, attento osservatore, con la fortuna di avere le api vicino a casa. Non ricordo chi fosse, ma forse lui ricorderà la mia figura da ebete! Era gennaio e la temperatura era scesa per la prima volta in modo deciso. L'apicoltore mi disse con semplicità: "Le api oggi si muovevano, è la prima volta nel corso di questo inverno che le ho sentite". Sul momento non ho colto l'affermazione e ho fatto la classica figura del tecnico che vede le api solo sui libri… Poi, dopo vari ripensamenti, ho capito. Quando le temperature esterne scendono al punto che il glomere non riesce più a mantenere le temperature sopra indicate, la soluzione è una sola: muoversi ed è proprio grazie al movimento che si produce il calore! E' chiaro: i consumi aumentano, ma le condizioni estreme non durano troppo a lungo. Tutto ciò avviene in modo più marcato in presenza di un glomere di piccole dimensioni. Quella sera ho scoperto una cosa che non avevo mai avuto occasione di osservare, perché… quando fa così freddo alle api proprio non ci penso!
Mi viene in mente un'altra considerazione che non sempre è evidente. La funzione del miele all'interno dell'alveare non è solo di fornire cibo, quindi energia e calore.
Il miele è anche un accumulatore di calore. La conducibilità di calore del miele, infatti, è molto scarsa. Pertanto se è vero che è difficile scaldarlo, è altrettanto vero che si raffredda anche molto lentamente. Funzione essenziale del miele all'interno del glomere è pertanto di accumulare il calore e cederlo lentamente quando le temperature scendono. I favi vuoti non possono svolgere questa funzione. Per l'inverno si dimostrano quindi più efficienti i favi vecchi e soprattutto quelli con abbondanti scorte. Anche in questo caso, a pancia piena, si ragiona meglio.
Non serve dunque fare i farmacisti nel calcolare i consumi e provvedere alle scorte, difficilmente si esagera.
A novembre, in ogni caso, siamo certi che la nostra eventuale nutrizione sarà immagazzinata al centro del glomere, dove più necessita.
A dicembre… pensiamo al Natale, o forse pensiamo ancora alla varroa e all'ultimo trattamento di pulizia (ossalico sgocciolato, spruzzato, sublimato a scelta) e, se proprio non sappiamo che fare, possiamo pulire gli alveari, i melari, le attrezzatura, fondere la cera senza il fastidio di vespe ed api; di questo non parlo perché credo siano più eloquenti le foto a corredo dell'articolo. Augurandovi una buona fine della stagione apistica, vi do appuntamento con i lavori di gennaio. Saremo già in nuovo anno che ci auguriamo sia per tutti prospero.

Carlo Olivero

ultima modifica: 4 Agosto, 2010