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DOVE
E PERCHE' NON VOLANO PIU' LE API
Il“giallo”: alla ricerca
dell’arnia perduta.
(8 maggio 2009) Finalmente
dal mondo degli apicoltori una buona notizia: nel nord Italia è
tornato nella primavera 2009 l’allegro e operoso ronzio delle api.
Dopo dieci anni di crescente moria dei preziosi insetti gli apicoltori
della padana tirano un sospiro di sollievo. Gli apicoltori e le loro associazioni
territoriali testimoniano che le “Le api sono tornate come dieci anni
fa, prima dell’entrata in commercio dei neonicotinoidi. Una vera e propria
“esplosione di vita”.
Gli apicoltori, fra i pochi uomini quotidianamente
a contatto con un insetto, hanno negli ultimi anni levato, in varie
parti del Mondo, la loro allarmata voce su fenomeni sempre più
inquietanti, anche se diversi e non facilmente spiegabili, di crisi delle
api e apicoltura.
Ogni buona “indagine” per avere qualche speranza di successo deve necessariamente
procedere effettuando da un lato verifiche e connessioni indiziarie e
dall’altro esclusioni e subordinazioni causali rispetto alle prime apparenze.
Salta agli occhi in primo luogo un enorme
problema veterinario da globalizzazione conseguente a un “salto
di specie”: un acaro parassita, ben tollerato e contrastato da un’altra
razza d’api asiatica, è passato sulla nostra ape domestica. La
vampirizza, prolifica e si moltiplica, succhia le energie vitali della
famiglia d’api, diffonde vari virus e patologie e quindi prima debilita
gli alveari per poi portarli inesorabilmente a morte.
Da sole le nostre api non sanno difendesi
da questo parassita, la varroa, e senza l’ausilio dell’uomo, per
la prima volta da milioni di anni, la nostra adattabile e vitale ape non
riesce a sopravvivere e a produrre. Questa si è dimostrata quindi
una sfida ben ardua! E’ assai difficile, infatti, “spulciare” con acaricidi
e difendere l’ape, uno degli insetti più fragili e complessi, da
un “parassita scemo”, scemo proprio poiché uccide il suo ospite.
Ma questa “bio invasione” è avvenuta
da diversi decenni in Italia e in Europa e ha già provocato
una selezione drastica degli apicoltori. Hanno continuato a poter coltivare
questa passione solo gli apicoltori che hanno imparato ad aggiornarsi
per accudire e difendere il loro animale.
Come mai allora solo negli anni più
recenti le cose sono così peggiorate?
Per cercare di rispondere a questo quesito bisogna considerare tutti gli
indizi e allargare l’orizzonte e visione, non limitarsi a sorbire cronache
sovente superficiali, se non a volte addirittura condizionate da precisi
interessi in gioco.
In una indagine epidemiologica si procede normalmente per esclusione dei
fattori concomitanti e conseguenti per concentrare l’attenzione sui macro
fenomeni, l’esatto opposto di quanto stanno facendo nel mondo gran parte
della “ricerca scientifica” e delle amministrazioni pubbliche.
Significativo e non ricordato da nessun
commentatore è il fatto che nonostante enormi programmi di sviluppo
e relativi investimenti da parte delle nazioni emergenti (già fra
i maggiori paesi produttori di miele) come Cina, Brasile e Turchia la
produzione mondiale di miele non incrementi ma anzi sia in calo.
Altrettanto di rilievo è poi che la crisi dell’apicoltura sia particolarmente
grave proprio nell’insieme del territorio che è stata la culla
per l’evoluzione di api e apicoltura: l’Europa.
Insomma, pur con andamento discontinuo,
vari e crescenti segnali confermano una crisi mondiale sia di sopravvivenza
e sia, soprattutto, di produttività delle api.
Su parte di questo fenomeno (la sopravvivenza) si sono incentrati molteplici
studi e interrogativi. L’esito di molte ricerche scientifiche unidirezionali
incentrate prioritariamente se non unicamente sulle possibili cause patologiche
quale probabile spiegazione del fenomeno (conseguenti e coerenti con l’opzione,
di grande presa comunicazionale, tesa ad affrettatamente “battezzare”
il fenomeno quale patologia: il CCD) segna il fallimento, la limitatezza
di visione (casuale?), di tale impostazione d’indagine.
Mentre l’effetto di nuovi pesticidi e della monocoltura desertificante
della biodiversità vengono solo citati (non sempre…) tra le possibili
cause e non sono oggetto di approfondimenti non si contano gli studi che
imputano a questa o a quella patologia fattoriale ruolo determinante,
per poi accertare e concludere che tali agenti patologici non sono né
così “nuovi”, come affermato in primo momento, né “importati-
arrivati” di recente, né probabilmente così determinanti
nell’insorgenza della debilitazione ma, forse, conseguenti alla debilitazione
stessa.
Vari soggetti nel campo della ricerca e delle organizzazioni apistiche
stanno e con crescenti riscontri seguendo una pista ben diversa.
Si sta cioè
diffondendo, finalmente, la consapevolezza che la crisi delle api non
è conseguente a un solo e unico fattore di ordine veterinario e/o
climatico, non è un’epidemia similare alla BSE…non è l’Aviaria…!
Nel mondo degli insetti le e api si contraddistinguono per essere, infatti,
molto più fragili e delicate ad esempio di scarafaggi e zanzare,
poiché hanno un ciclo vitale, un’”intelligenza vitale”, molto più
complessi e articolati.
Il ciclo vitale delle api e di relazione
unica con l’ambiente. Un’ape può visitare 700 fiori in media. Un
alveare - 20.000 api bottinatrici- = 14 milioni i fiori/giorno. Un kg
di miele in media = circa 100.000 chilometri , quanti giri completi della
Terra? Velocità media di volo di un ape: 24 km/h orari. Raggio
di raccolto 3 km = 2.600 Ha = 4.000 campi da calcio.
Enorme consumo energetico in un anno per la sopravvivenza dell’alveare
(200 e + Kg miele, 60 e + Kg polline ad elevatissimo contenuto e qualità
proteici) indipendente da fonti di energia poco costanti e da qualità
variabile di nutrimento in spazio vitale protetto, con temperatura controllata.
Gli apicoltori accudendole raccolgono solo il sovrappiù
rispetto alle necessità vitali dell’alveare.
Miliardi di prelievi quotidiani di diversificata qualità di matrici-
aria, nettare, acqua, polvere, polline e propoli- la rendono più
efficiente che qualsiasi umana agenzia ambientale.
L’organismo dell’alveare è
un animale complesso, capace di assolvere compiti e funzioni molto articolate
e mirate, ma è privo di significativi
meccanismi biologici di depurazione. Qualsiasi sostanza con cui
entra in contatto la famiglia d’api può lasciare una traccia residuale
nel suo “corpo”, l’eventuale contaminazione non è sottoposta ad
analoga dinamica di metabolizzazione o di espulsione come negli altri
esseri viventi, se non quella determinata dal consumo, nel caso delle
scorte, e del degrado delle varie molecole. in funzione delle loro caratteristiche
precipue e del tempo.
Peraltro i vari elementi costituenti l’alveare (cera,
miele, polline e propoli) si dimostrano sovente un ambiente ottimale per
la conservazione, stabile nel tempo, di diversi principi attivi.
Il declino delle api è ovviamente
conseguente all’intersecarsi di multifattoriali cause, veterinarie e climatiche
incluse, ma, come l’esperienza dell’Italia dimostra, il degrado ambientale
è la causa scatenante se non principale di tale declino.
Un dato fino a poco tempo fa scontato non viene più ricordato da
molti “studiosi” e una evidenza innegabile è stranamente “non osservata”
da più d’un interessato o condizionato ricercatore e responsabile
amministrativo.
Le api sono un ottimo, eccezionale, “bio
indicatore” ambientale e la loro crisi si evidenzia in tutta la sua gravità
nei paesi dove più ha preso piede il modello agrochimico industriale,
come Usa, Canada, Argentina, Francia, Italia e Germania, con tutto il
corollario di Ogm, diserbo sistematico e pesticidi.
Nel mondo si constata una
impressionante perdita di terre coltivate e coltivabili. Su 1.500 milioni
di Ha coltivati nel Mondo, dal 1985 al 2000 si sono persi 285 milioni
di Ha: 150 m. per strade, città e industrie, 60 m. per salinizzazione,
50 m. per erosione, 25 m. per desertificazione (FAO http://faostat.fao.org).
In Italia dal 1970 al 2005 la superficie agricola utilizzata e diminuita
del 29%.
Dal 2000 nel nostro paese e in Europa gli apicoltori
hanno lanciato un pressante e crescente allarme sull’utilizzo di nuovi
principi insetticidi. Si sono scontrati con un muro di gomma fatto di
ben scarsa attenzione alle loro reiterate denunce, eppure l’Italia è
il paese che distribuisce nelle sue campagne ben 150.000 tonnellate di
chimica ed è il paese che usa ben il 33% dell’intera quantità
d’insetticidi usata nei 27 paesi dell’Europa tutta.
I prodotti “incriminati” sono gli insetticidi
sistemici neurotossici utilizzati sia in nebulizzazione e sia nel
trattamento conciante delle sementi o del suolo. Le sementi di mais vengono
conciate (ricoperte da una polvere) con i nuovi insetticidi “neonicotinoidi
di seconda generazione”.
Nella semina vengono disperse polveri
sottili (PM10) di veleno insetticida. La rugiada del mattino, i
fiori dei fruttiferi e dei prati primaverili, le gialle distese di tarassaco,
e la stessa aria sono contaminati con un impatto ambientale “invisibile”
ma non per questo meno pericoloso, poiché anche dosi infinitesimali
di tali molecole uccidono tutti gli insetti con cui entrano in contatto,
ed anche a grande distanza dai campi di semina.
Il rapporto di causa effetto è immediato ed evidente, fuor d’ogni
dubbio: iniziano le semine e gran parte delle api di campo colpite nella
trasmissione celebrale, ubriacate non sanno più tornare alla loro
famiglia. Quelle che riescono a rientrare in breve tempo muoiono trascinandosi
con terribili spasmi convulsivi.
Negli alveari restano solo la covata in allevamento e la casta delle giovani
api (dedite alle cure di casa). Questi apiari non produrranno quindi più
miele.
Ma questi potentissimi
veleni vengono anche e sempre più distribuiti e utilizzati in vario
modo su tutte le coltivazioni: nei fruttiferi, nei vigneti, sugli agrumi,
su orticole, barbabietole, per la difesa del verde pubblico e privato,
su ornamentali ecc…E le campagne si spopolano non solo di uomini ma anche
di tutti gli insetti indispensabili alla perpetuazione della vita e della
fertilità….
A seguito di una vasta campagna di monitoraggio degli spopolamenti degli
alveari, che ha visto in prima fila enti locali e associazioni apistiche
si è ottenuto che il Governo, anche grazie all’azione di parte
delle regioni, si decidesse a finalmente sospendere precauzionalmente
e provvisoriamente l’uso di queste molecole almeno per la concia del mais.
La vicenda delle conce killer di api e insetti utili, che ha avuto analoghi
sviluppi anche in Francia, Germania e Slovenia, conferma alcuni gravi
sospetti ed è tale da implicare una necessaria messa in discussione
della capacità pubblica di controllo sugli interessi privati di
alcuni potenti soggetti economici.
Conferma, infatti, l’inadeguatezza e inefficienza
delle procedure autorizzative comunitarie e nazionali di principi attivi
e preparati copiosamente sparsi nelle nostre campagne.
Conferma più che altro le pericolose conseguenze di un metodo che
chiede prioritariamente al venditore di fornire garanzie sull’innocuità
e/o accettabilità del rischio del prodotto che vende e che addirittura
pone il venditore stesso nel ruolo di importante se non unico “consulente
scientifico” delle scelte pubbliche.
Conferma infine che anche agricoltura e agricoltori possono essere oggetto
di marketing per “creare e indurre a consumi” utili solo a chi trae profitti
da quei consumi, a prescindere dal danno economico, sociale e ambientale
che comportano nel tempo.
E’ un film già visto, un brutto film con
drammatico finale, un film dall’esito scontato come dimostrano le recenti
vicende del mondo della finanza: guai
e solo guai (irreparabili?) possono derivare da un sistema in cui i “controllati”
sono al contempo controllori!
Ma siamo proprio nella situazione di Davide e Golia: le pressioni dei
grandi colossi della chimica per far sì che sia nuovamente legalizzato
al più presto l’uso di queste sostanze è fortissima e nel
contempo… se ne continua a consentire l’uso per varia somministrazione
su molte altre colture. E ciò nonostante siano gravissimi gli indizi
di un effetto di tali sostanze non solo puntuale, come nel caso della
semina del mais, ma anche nel tempo, subdolamente efficace con esiti cronici
e comportamentali sulle api, conseguenti alla stabilità ed efficacia
prolungata propria di queste molecole.
Quanto osservato in campo e denunciato dagli apicoltori
trova, infatti, sempre più importanti e fondate conferme in evidenze
e ricerche scientifiche:
- Il professor Vincenzo
Girolami entomologo agrario dell’Università di Padova ha
dimostrato che la sostanza tossica dispersa nel terreno, dove stabilmente
si conserva, contamina pesantemente l’acqua essudata dalle piantine
quando si verifica il fenomeno
della guttazione.
- Negli U.S.A. il Dipartimento di Regolazione dei
Pesticidi (DRP) dello Stato della California ha accertato un livello
di contaminazione ambientale da neonicotinoidi tale da costringere l’ente
a dover decidere la riconsiderazione
dell’autorizzazione d’uso di tutti (centinaia!) i preparati utilizzati
in agricoltura a base di tali principi attivi. E ciò da parte
di un’amministrazione e ricerca che propone, ancora (imperterrita nella
subalternità totale a interessi privati ammantati della qualifica
di “referenti scientifici”) criteri di tossicità per l’ape superiori
centinaia di volte a quelli determinati scientificamente e utilizzati
correntemente in Europa!
- L’Università di Tolosa in Francia ha nel
frattempo reso noto un approfondito
studio che documenta importantissime e rilevanti turbe comportamentali
all’ape se questa entra in contatto con infime (0,1ppb) quantità
di principi attivi neurotossici. Con particolari enormi, possibili implicazioni
proprio sulla capacità olfattiva che tale e tanto rilievo ha
nel ciclo biologico dell’ape e proprio sotto il profilo della risposta
e resistenza dell’ape a vari patogeni e parassiti.
La crisi di api e apicoltura è strettamente
connessa alla relazione unica di questo animale con il territorio e ci
segnala ben di più che una problematica dell’animale: il degrado
dell’ambiente e in particolare l’imprevista, nefasta, influenza dei recenti
indirizzi di produzione e di difesa delle colture agrarie. Monocoltura,
monocoltura in successione, utilizzo non sufficientemente prudente di
molecole chimiche nuove di devastante, persistente tossicità, questi
sono alcuni dei fattori “patogeni” che affliggono la sopravvivenza dell’ape,
ne indeboliscono le difese immunitarie e ne implicano il calo apprezzabile
delle capacità produttive.
Le api sono partner e parte indispensabile della fertilità vegetale
e ci segnalano giusto appunto un grave crescente degrado della fertilità.
L’ape è un eccezionale termometro
di vivibilità ambientale, ci parla delle modificazioni ambientali
e ci dice che il suo declino mondiale è parte e sintomo lampante
della rottura degli equilibri naturali del ciclo della vita, impariamo
a considerarla senza più dare retta alle interessate sirene di
quanti cercano di sollevare polveroni per non lasciarci prendere atto
della realtà.
In conclusione possiamo affermare che il cuore di questo problema non
è questa o quella “diabolica” molecola ma come d’ora in avanti
produrre l’energia primaria che deriva all’uomo dalla coltivazione della
terra. Gli insetticidi neurotossici pervasivi sono affiancati da sempre
più potenti, e pericolosi, fungicidi, di possibile effetto tossico
sinergico con gli insetticidi e le patologie di api e insetti, e da modalità
produttive basate sul “diserbo” sistematico e sullo stravolgimento dei
cicli colturali, frutto delle acquisizioni di conoscenza e scienza agricola
che l’uomo ha sviluppato in migliaia di anni. La monosuccessione colturale
assorbe più input energetici di quanti può renderne nel
tempo, inquina acque di superficie e di profondità, crea deserto
di vita e biodiversità, è metodo più efficace e veloce
per selezionare e diffondere piaghe agricole e…infertilità. I neurotossici
sono, e saranno sempre più, accompagnati da altre se non più
potenti armi e molecole. I neonicotinoidi sono detti “sistemici” poiché
trasformano la pianta per tutta la sua vita in un insetticida per poi
trasferirsi dalla terra, ancora attivi, nelle piante che gli succederanno
in quei campi, sono le truppe d’assalto di tale “nuova rivoluzione verde”;
pian piano si infiltrano ovunque, ovunque lasciano il loro segno e residuo
e quello dei loro ancor più subdoli metaboliti.
I neonicotinoidi sono il plotone d’assalto che afferma
una “cultura”, una modalità di coltivare e invadere l’ambiente
di chimica a prescindere dalla presenza dello stesso pericolo per le colture,
una difesa preventiva continuata senza necessità e sovente priva
persino d’utilità se non per il profitto di chi li vende e riesce
a variamente imporne l’uso.
Non si sa se sia di Einstein l’affermazione che circola ovunque, ma possiamo
affermare invece con certezza che uomo e ape hanno sempre vissuto assieme,
rispettosamente, e ora se questo rispetto non c’è più e
se uno dei due non sopravvive rimarranno ben poche speranze di vita anche
per l’altro.
Dalle api stesse viene in definitiva la risposta
alla nostra indagine.
Le api sono e debbono essere considerate
la carta di tornasole!
La natura stessa ci mette a disposizione
uno strumento per misurare l’impatto e l’accettabilità dell’umano
operare: la sopravvivenza di api e apicoltura è termometro indispensabile
per lo sviluppo di una nuova, moderna agricoltura durevole che
consenta la produzione e la bio diversità dell’ape e dell’insieme
degli insetti utili non solo nell’oggi ma anche e sopratutto nel domani.
Novi Ligure 6 maggio 2009
Francesco Panella
Presidente U.N.A.API.
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