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Dieci domande sulle morie di api
1. Cosa sta succedendo alle api nel mondo?
Una crisi di sopravvivenza delle api, progressiva,
sempre più grave e preoccupante, si è manifestata dall’inizio
del nuovo secolo nei vari continenti. La crisi ha provocato una conseguente
e impressionante riduzione delle capacità produttive degli allevamenti
apistici.
Pur avendo carattere pressoché globale, pertanto tale da segnalare
il raggiungimento di un probabile punto limite nella capacità dei
vari ecosistemi di sopportare lo sviluppo delle attività umane,
essa siè manifestata, nei vari paesi, con caratteri di specificità
strettamente correlate alle varie tipologie di apicoltura praticate e
ai diversi stadi di degrado degli ecosistemi nelle quali esse insistono.
Per tutte ha fatto testo, balzando agli onori delle cronache mondiali,
il fenomeno registratosi lo scorso anno negli USA dove il già esiguo
patrimonio apistico nazionale (2,5 milioni di alveari contro gli oltre
15 milioni della U.e.) è stato drasticamente decurtato dal collasso
di centinaia di migliaia di famiglie di api.
In altre parti del mondo analoghe gravissime crisi degli allevamenti non
hanno particolarmente attratto l’attenzione dei media, ma, non per questo,
si sono dispiegate con effetti meno nefasti! Vale ricordare, a titolo
d’esempio, sempre nel 2007, la perdita in Argentina di oltre 1.450.000
alveari (un terzo degli allevamenti nazionali!) o, dal 2000 ad oggi, la
sparizione dal 30 al 50% degli alveari nelle varie regioni d’Europa.
2. Come si è diffusa la notizia?
Le sporadiche manifestazioni di interesse e preoccupazione
nei media (allarmi, per altro, raramente condivisi dalle istituzioni politiche
e amministrative) sono state generalmente provocate non tanto dalle implicazioni
d’insieme conseguenti al fenomeno delle morie di api quanto, piuttosto,
dal rischio immediato di forti diminuzioni nelle rese delle diverse colture
per le quali il “servizio di impollinazione” delle api è, oramai,
fattore agronomico indispensabile.
Anche per questo fa da caposcuola la sparizione degli alveari negli USA,
dove ciò che ha caratterizzato molti titoli di giornale è
stata la mancata produzione dei 242.000 ettari di mandorleti della sola
California, per i quali, dato il deserto entomologico provocato dall’uso
dissennato di insetticidi proprio di quell’agricoltura estensiva, l’azione
impollinatrice delle api è ancor più indispensabile.
Se ben rari sono stati coloro che hanno colto l’allarme ecologico costituito
dal collasso degli alveari,tante sono state le letture fantasiose del
fenomeno, e tali da depistare l’attenzione dell’opinione pubblica, valga
per tutte la teoria dell’influenza negativa delle onde elettromagnetiche
sugli allevamenti apistici, teoria priva, allo stato attuale delle conoscenze,
di fondamento e riscontri.
Il fenomeno del collasso degli alveari ha origine, e denuncia, gravissimi
squilibri ambientali che impongono la necessità di uno sforzo di
analisi mirato a leggere gli accadimenti nella loro specifica complessità
e variabilità. Analisi che deve evitare ogni possibile tendenza
al catastrofismo e alla genericità e sia capace di individuare
con chiarezza i diversi agenti che sono all’origine delle morie nei diversi
ambienti e territori, per contribuire alla condivisione di una precisa
graduatoria di priorità nelle scelte e risposte che è necessario
e possibile attivare nel tentativo di arginarlo.
Per quanto possano essere limitati e frammentari gli elementi di conoscenza
sulle diverse evidenze di campo, possiamo affermare che nelle varie aree
geografiche del mondo si sono manifestati fenomeni con specifiche caratteristiche.
3. Quali sono i fattori di crisi delle api?
Per sgomberare il campo da inutili disquisizioni
è importante affermare che differenti sono le cause con effetto
certo sulla vitalità delle api.
Una imponente campagna di comunicazione è oggi tesa a sottolineare
come siano molteplici le criticità e le problematiche per la sopravvivenza
delle api.
Riteniamo, al contrario, che l’obiettivo per tutti i soggetti direttamente
o indirettamente coinvolti dal problema, sia quello di individuare la/le
possibili cause che , sommandosi e amplificando gli effetti degli elementi
negativi di fondo preesistenti, fa precipitare la situazione.
E’ evidente che ci riferiamo alla classica “goccia che fa traboccare il
vaso” la cui rimozione può contribuire a contenere, se non ad eliminare,
il danno.
La vera e grande “novità”: i recenti indirizzi della produzione
agronomica L’unica certezza che, a oggi, accomuna l’insieme delle problematiche
verificatesi in campo è quella di un enorme peggioramento degli
equilibri vitali, necessari per il mondo degli insetti, provocato dalle
modificazioni ambientali in atto su scala planetaria.
Di fronte a questa variazione l’ape dimostra una particolare fragilità.
Negli ultimi decenni, con una impressionante intensificazione negli ultimi
anni, si è, infatti, verificato un immane ed epocale cambiamento
delle modalità produttive agricole e di conseguenza del paesaggio
botanico naturale. Siamo in presenza di modifiche ambientali con conseguenze
ancora poco valutate, per l’importanza che assumono ai fini della sopravvivenza
e della vitalità di tutto il mondo animale e di quello degli insetti
in particolare.
E’ l’insieme del mondo degli insetti che sta male…molto male!
A conferma di quanto sopra affermato, è sufficiente riflettere
sul fatto che se l’ape domesticaè accudita e allevata dagli apicoltori,
che ricostruiscono pazientemente i loro apiari dalle perdite subite, gli
insetti solitari (che rappresentano l’80% delle varie specie di apoidei)
sono soggetti ad una ancor più forte difficoltà e, in alcuni
casi, sono estinti o a rischio di sparizione.
Basti citare ad esempio lo studio pubblicato dall’autorevole rivista Science
Magazine -7/06- che rispetto al 1980 conferma la perdita del 52% delle
api selvatiche in Gran Bretagna e del 67% nei Paesi Bassi.
La percezione di tale enorme danno alla biodiversità e alla vita
vegetale e animale certamente nonè immediata.
Gli allarmi degli apicoltori andrebbero pertanto colti quali segnali dalla
punta dell’iceberg di un
enorme, difficilmente “visibile”, ma non per questo meno allarmante, squilibrio
ambientale.
L’affermarsi, sempre più esteso nel mondo, delle coltivazioni intensive
e delle monocolture in successione (“perenni” e con effetti addirittura
desertificanti in alcuni areali) comporta l’esponenziale incremento d’utilizzo
di insetticidi e diserbanti e la conseguente riduzione della varietà
floreale e delle risorse di pastura per gli insetti, quindi una immensa
perdita di biodiversità vegetale e animale.
E’ un dato incontrovertibile che, sotto il profilo della varietà
e della continuità degli apporti botanici, enormi areali sono a
questo punto totalmente o parzialmente incompatibili con la vita delle
api e degli altri insetti pronubi, per l’incostanza e/o insufficienza
di risorse di pascolo, nettare e polline.
4. Come è possibile che vi sia un tale
impatto ambientale se è in riduzione il quantitativo di prodotti
chimici utilizzati in agricoltura?
Se qualcuno sostenesse che, in caso di conflitto
armato, sia meglio utilizzare una o poche bombe atomiche piuttosto che
tonnellate di bombe convenzionali non gli dedicheremmo più di un
attimo d’attenzione. E’ infatti concetto condiviso che una sola testata
nucleare ha una potenza distruttiva equivalente a infinite ogive convenzionali.
Eppure un’analoga comparazione quantitativa è quella in gran voga
in merito all’ utilizzo di fitofarmaci dispersi nell’ambiente nella guerra
agli insetti dannosi.
Per certe lobby agroindustriali e per i politici e responsabili amministrativi
che riescono a influenzare, infatti conterebbe solo la riduzione quantitativa
e non la valutazione qualitativa delle “armi” in uso.
In realtà, la tecnologia attuale ha posto a disposizione dell’uomo
strumenti, molecole e metodi agronomici assolutamente straordinari, per
tossicità ed efficacia distruttiva, rispetto a quelli in uso anche
solo poco tempo or sono.
Di fatto, varie delle attuali tecniche e prassi agronomiche implicano
l’utilizzo costante e crescente di preparati chimici sempre più
pesanti e letali (anche quando si tratta di combattere insetti dannosi
e banali come la Diabrotica del mais che è contrastabile con il
semplice avvicendamento delle colture).
Il tema dell’impatto ambientale complessivo degli insetticidi assume particolare
rilievo per noi
italiani, visto che oltre ad essere la nazione dell’eccellenza alimentare,
siamo in Europa anche il paese con il più elevato e impressionante
utilizzo di questi prodotti.
L’Italia infatti distribuisce nelle sue campagne ben il 33% della quantità
totale di insetticidi
utilizzati nell’intero territorio comunitario, a fronte di una S.A.U.
nazionale (superficie agricola utilizzata) ampiamente al di sotto del
10% del totale della S.A.U. europea.
1 Fonte EUROSTAT 2007
5. Cosa è cambiato negli ultimi anni
in Italia?
Dal 2000 nel nostro paese e in Europa gli apicoltori
hanno lanciato un pressante allarme sull’utilizzo di nuovi principi insetticidi
di nuova e diversa veicolazione e di crescente impatto. Tale allarme,
se si eccettua in parte quanto è avvenuto in Francia, è
restato inascoltato.
L’atteggiamento di gran parte del mondo istituzionale e, purtroppo, anche
di parte di quello della ricerca, trovano un elemento comune nella difficoltà
a voler prendere atto delle evidenze di campo:ciò che non è
certificato da uno “scienziato”, da una procedura ufficiale, da un ricercatore,
da un pubblico ufficiale o, quantomeno, da un media non esiste o non si
è verificato!
Mentre nell’ambito del sistema di farmaco sorveglianza dei medicinali
per la salute dell’uomo, anche la testimonianza di effetti collaterali
debitamente riferita semplicemente da un farmacista, assume un certo e
determinato rilievo di cui tenere debito conto, i fenomeni, le osservazioni
e le coincidenze riportate dagli operatori in campo agricolo non trovano
alcun ascolto o attenzione.
Gli apicoltori denunciano enormi difficoltà: veterinari delle ASL
che “non hanno tempo” per una tempestiva indagine, ASL che non “hanno
fondi” per effettuare analisi chimiche, agenzie ambientali “che non avviano
indagini di sorta”, Carabinieri che si rifiutano di accogliere le denunce
degli apicoltori.
La totale mancanza di un adeguato sistema di monitoraggio nella fito-sorveglianza,
che preveda la registrazione e lo studio dei possibili impatti negativi
delle molecole chimiche e dei prodotti fitosanitari, dopo la loro autorizzazione,
è fondata sulla voluta e “programmata” sottovalutazione delle possibili
evidenze di campo.
Affermiamo con forza che l’impatto degli insetticidi è fra le principali
novità che influenzano negativamente gli equilibri ambientali con
drammatiche ripercussioni sulla vitalità delle api.
Abbiamo più volte denunciato il fatto che i fenomeni si manifestano
a seguito d’irrorazioni, di
dispersioni di polveri o di utilizzo di sementi conciate e come gli effetti
si verificano in modo ben più subdolo e prolungato nel tempo rispetto
agli esiti provocati dall’uso dei tradizionali insetticidi.
Spesso le intossicazioni dovute a dosi solo apparentemente subletali,
provocano la comparsa di disfunzioni comportamentali, egualmente letali
per la vita degli insetti, ma difficili da cogliere nel loro manifestarsi
e nei rapporti di causa/effetto.
I prodotti “incriminati” sono gli insetticidi sistemici neurotossici utilizzati
sia in nebulizzazione
(Confidor della Bayer, e della Syngenta Actara… per esempio) ma soprattutto
nel trattamento conciante delle sementi o del suolo (Cruiser della Syngenta,
Gaucho e Poncho della Bayer, Régent della BASF …).
In questi giorni nel nord ovest impera la siccità e le operazioni
di semina del mais sono iniziate intorno a Pasqua nei terreni più
fertili di pianura.
Quasi tutte le sementi di mais disponibili sul mercato sono oramai conciate
(ricoperte da una polvere con un collante) con i nuovi insetticidi “neonicotinoidi
di seconda generazione”.
Nella semina vengono disperse polveri sottili (PM10) di veleno insetticida.
La rugiada del mattino, i fiori dei fruttiferi e dei prati primaverili,
le gialle distese di tarassaco, sono contaminati con un impatto ambientale
“invisibile” ma non per questo meno pericoloso, poiché anche dosi
infinitesimali di tali molecole uccidono tutti gli insetti con cui entrano
in contatto, ed anche a chilometri di distanza dai campi di semina.
Il rapporto di causa effetto è immediato ed evidente, fuor d’ogni
dubbio: iniziano le semine e gran parte delle api di campo ubriacate non
sanno più tornare alla loro famiglia. Quelle che riescono a rientrare
in breve tempo muoiono trascinandosi con terribili spasmi convulsivi.
Negli alveari restano solo la covata in allevamento e la casta delle giovani
api (dedite alle cure di casa). Questi apiari non produrranno quindi più
miele.
6. Ma non vi sono crescenti attenzioni per
la riduzione dell’impatto ambientale e lo sviluppo di una nuova agricoltura
basata sul rispetto dell’ambiente con la “Lotta integrata”?
Le scelte tecnologiche per la produzione di energia
agricola sono di rilevanza strategica per il futuro dell’uomo e dell’ambiente
in cui vive.
La ricerca scientifica in campo agricolo è oggi prevalentemente
effettuata da grandi holdings internazionali che perseguono prioritariamente
l’obiettivo di realizzare ingenti profitti privati, basti ricordare che
su un solo principio attivo neonicotinoide, l’Imidacloprid, il businnes
annuale si aggira sui 500 milioni di euro.
L’insieme del modello produttivo e delle scelte strategiche loro proposte
non sono certo influenzati da prioritarie preoccupazioni ambientali ed
è in totale contrasto con pratiche agricole tradizionali consolidate,
quali la rotazione delle colture.
L’approccio della lotta integrata in agricoltura presuppone l’intervento
fitofarmaceutico solo quando occorre, alla quantità che risponda
al grado d’infestazione con preparati a limitata persistenza e di tossicità
mirata a produrre effetti limitati ai soli insetti obiettivo, effettivamente
presenti.
Il pervasivo e crescente utilizzo dei neonicotinoidi di seconda generazione
è l’antitesi della protezione delle piante contro l’aggressione
degli insetti fitofagi, basata sui concetti fondanti della lotta integrata;
corrisponde ad un trattamento a quantità unica, realizzato nel
momento in cui si ignora generalmente quali specie di insetti nocivi saranno
da combattere ed a quale livello d’infestazione si dovrà far fronte.
L’utilizzo dei neonicotinoidi equivale ad un ritorno a micidiali organoclorati,
quali il Lindano, tale famiglia chimica neurotossica e sistemica presenta
infatti elevatissima tossicità, micidiale efficacia sugli insetti
(ma non solo sugli insetti) che vengono contaminati, persistenza con accumulo
nel suolo, nelle colture in successione e nelle acque!
Gli insetticidi neurotossici esplicano la loro attività insetticida
su tutti gli insetti impollinatori, non solo sulle api! Il danno per gli
agricoltori rischia di divenire doppio! Si spende di più per l’acquisto
del seme e si rischia domani di raccogliere meno perché l’azione
di impollinazione fatta dagli insetti è insufficiente.
7. Ma non vi sono normative che impongono
complesse procedure di valutazione dei rischi?
I prodotti fitosanitari, vengono valutati in relazione
ai rischi che possono presentare per le persone, le piante, gli animali
e l’ambiente ma a fronte di nuove e potenti molecole e innovazioni non
vi è una vera e adeguata valutazione d’impatto ambientale complessivo.
Le deficienze messe in rilievo dalla valutazione sui prodotti OGM si confermano
in tutta la loro gravità e si sono verificate nell’intero processo
di autorizzazione dei neonicotinoidi:
• non tutte le possibili variabili di rischio d’esposizione delle api
a molecole altamente tossiche sono considerate. Valga a solo titolo di
esempio la perseveranza nel non voler considerare l’importanza della rugiada
quale fonte di approvvigionamento d’acqua per le api e possibile serbatoio/raccoglitore
delle micropolveri tossiche disperse nell’ambiente; l’assenza di adeguati
studi sull’effetto delle sostanze tossiche sulle varie caste di api, e
in particolare gli effetti sub-letali sulla deposizione delle uova o sull’accoppiamento
della regina o anche sulle capacità d’orientamento o di bottinatura
dell’ape adulta;
• sono valutate le sole ricerche che“opportunamente” sono presentate dal
richiedente l’autorizzazione. Non sono considerate ricerche indipendenti,
disponibili da tempo e di certo carattere scientifico fatte, in Italia
e nel resto d’Europa, da istituti pubblici e privati. La procedura di
valutazione, infatti, non impone di accompagnare le richieste di autorizzazione
alla commercializzazione con tutte le pubblicazioni scientifiche relative
al prodotto in esame;
• varie fasi della procedura non sono pubbliche e non né previsto
e possibile il contributo e il contraddittorio da parte di altri soggetti
portatori di interessi diversi da quelli delle holdings della chimica;
• una volta concessa l’autorizzazione all’uso, le problematicità,
i danni riscontrati sul campo, attestati da molteplici elementi sia indiziari,
sia di prova scientifica, non sono monitorati e anzi sovente si fa di
tutto per negarne l”accertamento scientifico” e quindi il valore, di conseguenza
non si avvia alcun meccanismo per rimettere in discussione la concessione
rilasciata. Salvo dopo anni e anni “accorgersi” del pericoloso impatto
sull’ambiente e/o sulla salute e provvedere ad un tardivo ritiro dal mercato.
Bisogna dunque portare a compimento un consistente lavoro di natura scientifica
ed amministrativa prima che un nuovo schema completo di valutazione possa
essere approvato e integrato nella regolamentazione. Soltanto allora gli
effetti delle sostanze sistemiche sulle api potranno essere realmente
valutati.
8. Come hanno risposto i produttori dei prodotti
“incriminati”?
Il copione è tristemente sempre lo stesso:
la“prima linea di difesa” dietro cui si arrocca chi contempo detiene importanti
interessi economici da difendere negare ogni responsabilità anche
di fronte alla evidenza dei fatti!
Anche in questo caso i soggetti portatori degli enormi interessi economici,
connessi alle scelte agronomiche dell’agroindustria e delle holdings produttrici
di fitofarmaci, ben supportati da quanti in forma singola o associata
dipendono da tale complesso e articolato sistema produttivo, si sono alacremente
attivati a cercare di sollevare più confusione possibile sia in
merito alle caratteristiche del fenomeno delle morie, sia sulla/e possibili
cause.
Il polverone e le cortine fumogene sono tesi ancora una volta ad affermare
una trita equazione: tanti colpevoli = nessun colpevole!
9. Cosa è successo negli ultimi anni
in Italia?
Gli apicoltori e le loro associazioni così
come gli ambientalisti da anni propongono denunce e interrogativi sia
per i danni visibili e immediati e sia per quelli più difficilmente
dimostrabili, ma non per questo meno gravi, perché nel medio/lungo
periodo comportano l’insorgenza o l’aggravamento di altre problematiche
e/o patologie.
I segnali d’interesse in risposta a tali allarmi da parte delle istituzioni
sono stati episodici e fino ad ora non hanno comportato l’assunzione di
nessuna scelta o misura e neppure l’avvio di azioni conoscitive, di monitoragio
e/o d’inchiesta.
Diversamente dalla Francia sembra essere predominante l’incapacità
di analizzare e fronteggiare i problemi e saper assumere decisioni conseguenti.
10. Quali sono le vostre richieste?
Quanto detto motiva le nostre richieste alla Commissione
Europea e al governo italiano perché:
- sia decisa una moratoria su qualsiasi nuova molecola
sistemica utilizzata per il trattamento di suolo o di sementi (cioè
che nessuna molecola nuova sia ammessa ad entrare nel processo di valutazione);
- siano ritirate dall’allegato I le sostanze attive
clothianidina, thiamethoxam e fipronil;
- sia rifatta la valutazione della sostanza attiva
imidacloprid sulla base di uno schema di valutazione adeguato;
- siano sottoposte che le sementi trattate alle
stesse restrizioni ed obblighi dei prodotti fitosanitari.
- sia sospesa d’urgenza, come in Francia, l’autorizzazione
d’uso dei preparati a base di clothianidina, thiamethoxam, fipronil
o imidacloprid finché l’innocuità di questi prodotti per
le api, anche a quantità subletale, non sia stata dimostrata
adeguatamente attraverso uno schema di valutazione adeguato e finché
studi indipendenti effettuati su queste molecole da laboratori di ricerca
pubblici non escludano ogni rischio per la salute delle api.
Francesco Panella
presidente dell’Unione associazioni Apicoltori Italiani –U.N.A.API.
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