Tra i diversi tipi di miele quello di robinia
è senza dubbio il più estesamente conosciuto ed
apprezzato in Italia. E' la qualità uniflorale più
diffusa nei punti vendita della grande distribuzione; la produzione
nazionale è largamente insufficiente a soddisfare le richieste
e ogni anno ne vengono importati grandi quantitativi dai Paesi
dell'Est Europeo (Ungheria, soprattutto) e dalla Cina.
Alla base del suo successo sono le caratteristiche peculiari:
colore chiaro, stato fisico liquido, odore e sapore leggeri e
delicati. Queste qualità non si trovano riunite in nessun
altra produzione nazionale e sono evidentemente molto apprezzate
dal consumatore.
Le specificità del prodotto sono ben conosciute, essendo
stato l'oggetto di diversi studi e, in particolare, delle ricerche
svolte dall'Istituto Nazionale di Apicoltura di Bologna e dalla
Sezione di Apicoltura di Roma dell'Istituto Sperimentale per la
Zoologia Agraria per la caratterizzazione dei principali tipi
di mieli italiani. La caratteristica principale di questo tipo
di miele risiede nell'alto contenuto in fruttosio, che è
alla base della scarsa tendenza a cristallizzare e dell'elevato
potere dolcificante. Dal punto di vista della composizione è
inoltre caratterizzato dal basso contenuto in sali minerali, in
enzimi e in acidità (vedi scheda).
A livello microscopico il miele di robinia è caratterizzato
da un basso contenuto di polline; in melissopalinologia lo si
classifica sempre nella I classe di rappresentatività (fino
a 20.000 granuli pollinici / 10 grammi di miele), spesso con meno
di 10.000 g.p. 10 grammi. Il polline di robinia, particolarmente
iporappresentato, è presente in percentuali non molto elevate,
(generalmente tra il 10 e il 60%).
I mieli di robinia di origini geografiche diverse (italiane e
non) possono essere differenziati grazie ai pollini di accompagnamento
che permettono, per lo meno per i prodotti più diffusi
e meglio conosciuti, un agevole riconoscimento.
A livello organolettico si presenta generalmente liquido; può
eventualmente presentarsi torbido per la formazione di cristalli,
senza tuttavia raggiungere una cristallizzazione completa.
Il colore è sempre molto chiaro, da quasi incolore a paglierino.
L'odore è leggero, ricorda quello dei fiori o appena fruttato.
Il sapore è decisamente dolce,con leggerissima acidità.
L'aroma è molto delicato, tipicamente vanigliato, confettato,
poco persistente e privo di retrogusto. La consistenza varia a
seconda del contenuto d'acqua.
Le particolari caratteristiche del miele di robinia, che ne costituiscono
il pregio stesso, possono essere facilmente alterate da cause
diverse: può non essere quindi superfluo ricordare quali
sono i difetti che più comunemente si ritrovano in questo
prodotto, quali le cause e i possibili rimedi. Considerando la
particolarità del nettare di robinia, anche piccole quantità
di altri nettari che si aggiungano al raccolto principale possono
produrre notevoli variazioni nelle caratteristiche del prodotto
finale. Nelle zone dove la robinia non da una copertura sufficiente
il miele ottenuto sarà più spesso un millefiori
che una robinia. A volte però anche raccolti aromatici
precedenti (tarassaco nelle prealpi ed erica in Toscana) o, più
raramente, seguenti (ailanto, melate) possono "contaminare"
la robinia.
Gli effetti sono evidenti sull'aroma (si ritrovano spesso robinie
con leggero aroma di tarassaco, di melo, di crucifere, di erica,
di ailanto), sul colore (una traccia di erica o di melata può
inscurire notevolmente il raccolto), sulla composizione e, conseguentemente,
sulla cristallizzazione.
Per ridurre l'incidenza di questi problemi è indispensabile
una buona conoscenza del territorio e delle risorse nettarifere,
tempismo nella posa e nel prelievo dei melari, una adeguata sorveglianza
degli alveari e del lavoro delle api.
Nel caso l'incalzare di un raccolto seguente obblighi a ritirare
i melari a fioritura non conclusa occorrerà provvedere
ad un idoneo sistema di laboratorio di eliminazione dell'acqua
in eccesso.
Nel miele di robinia, dall'aroma così delicato, odori e
sapori estranei sono facilmente percepibili: le abituali precauzioni
vanno raddoppiate. E' proprio nei mieli di robinia (e in quelli
di sulla e di rododendro) che capita più spesso (ormai
raramente, per fortuna) di ritrovare odore e/o aroma di naftalina
(usata impropriamente per proteggere dall'attacco della tarma
della cera i favi dei melari immagazzinati), di acido fenico o
di benzaldeide (usati per allontanare le api dai melari al momento
della raccolta), di fumo (prodotto con materiali inidonei o usato
eccessivamente durante le visite e alla raccolta), di timolo (usato
per la lotta alla varroa).
Su una produzione così particolare anche lo stato dei favi
da melario utilizzati è quanto mai importante. Sono da
evitare i favi da melario eccessivamente vecchi o che abbiano
contenuto covata: il miele che vi venga immagazzinato sarà
più scuro e potrà presentare lo stesso odore dei
favi.
Anche la presenza di residui di miele dell'anno precedente contenuti
nei favi stessi rischia di favorire la cristallizzazione prematura
del miele nuovamente immagazzinato: preferibilmente i favi verranno
riposti in magazzino solo dopo essere stati ripuliti dalle api
o conservati in un ambiente tanto secco da asciugare i residui
di miele (con deumidificatore).
Inutile, forse, ricordare quanto le operazioni di decantazione
e filtrazione debbano essere accurate, dal momento che nel prodotto
liquido e pressoché incolore anche le più piccole
impurità vengono messe in evidenza.
Abitualmente si riferisce che il miele di robinia non cristallizza
e la presenza di cristalli viene generalmente interpretata come
una mancanza di "purezza". In effetti è indubbio
che la tendenza a cristallizzare di questo tipo di miele è
molto ridotta. Molto spesso però anche il prodotto "puro",
ma che non abbia subito alcun trattamento termico, tende, con
la conservazione a temperatura fresca, a intorbidirsi o a formare
una rete cristallina abbastanza lassa, mantenendo un aspetto traslucido
e una consistenza pastosa. Questo accade in quanto la cristallizzazione
non dipende solo dalla composizione zuccherina del prodotto e
quindi dalla sua origine botanica, ma anche da altri fattori di
composizione variabili (per esempio il contenuto d'acqua) e da
numerosi altri elementi.
La maggior parte dei mieli di robinia contiene una certa quantità
di glucosio "cristallizzabile", in eccesso cioè
rispetto al punto di saturazione. Se questi mieli non cristallizzano
è solo perché non si verificano le altre condizioni
che favoriscono questo processo. Il meccanismo invece si innesca
nelle robinie che si intorbidano: nella maggior parte dei casi
la causa risiede nei microcristalli che si formano naturalmente
durante l'estrazione (o anche altri tipi di agitazione collegati
alle prime fasi di lavorazione, per esempio il passaggio nelle
pompe).
Questi microcristalli, se non vengono sciolti da un successivo
riscaldamento, provocheranno, all'abbassarsi della temperatura
la cristallizzazione del glucosio disponibile a formare cristalli.
In altri casi a innescare il processo non è l'agitazione,
ma minuscole particelle solide presenti nel prodotto, come accade
nei mieli estratti con disopercolatrice automatica (che frantuma
la cera in minuscole particelle che decantano molto lentamente)
o nei mieli con piccole quantità di nettare di erica (che
contiene materiale cristallino di origine naturale).
Abitualmente la presentazione di un miele di robinia allo stato
cristallizzato o, semplicemente torbido, viene visto come un difetto.
Questo può essere eliminato stabilmente con un riscaldamento
moderato (40-45°C) che sciolga i microcristalli o i cristalli
già visibili. Oppure può essere prevenuto sottoponendo
i melari a un riscaldamento ancora più moderato (30-35°C)
ed estraendo il miele a questa temperatura, in modo che i microcristalli
non si formino.
LA ROBINIA NEI VECCHI TRATTATI
Abbiamo trovato abbondanti notizie sui vecchi trattati; pertanto
selezioniamo solo quelle più curiose.
Da "L'Apicoltore" del 1873: ".... nemica implacabile
dei confini di proprietà, studia ogni mezzo per penetrare
e turbare il possesso altrui .... La robinia va posta tra le piante
mellifere di primo ordine. Infatti la profondità delle
sue radici, la conformazione speciale del fiore, la moltitudine
de'suoi fiori, la fragranza de'medesimi, l'esser pianta mellifera
e polliffifera insieme, son tutte cose che concorrono mirabilmente
a rendere la Robinia una vera risorsa per l'apicoltore .... Da
"L'Ape" di Angelo Dubini del 1898 leggiamo:"....
Felice l'apicoltore che ha nelle sue vicinanze dei boschi di vecchie
Robinie. Le siepi di Robinia che si tagliano annualmente, non
danno fiori.....
Si può innestare la Robinia con rametti dell'Acacia semperfiorens.......
Da "Saggi di flora apistica della Provincia di Parma"
del 1932 di A.Nicoletti: "peccato che la sua fioritura sia
piuttosto di breve durata e che le piante tagliate ogni anno al
piede diano pochi fiori. Il miele che ne deriva è aromatico,
limpido, di un colore d'ambra chiara e di difficile cristallizzazione".
Più recentemente dal libro "Flora nettarifera"
di Luigi Fossati, edito nel 1971 dalle Edizioni "L'Apicoltore
d'Italia" leggiamo interessati:".... Gli aspetti dominanti
del fiore di robinia sono: il suo candore, la forma artistica
ed il suo delicato profumo; per questo forse è diventato
il simbolo dei nostri amori. Gli alberi fioriti, con i rami soverchiati
dalla massa del fiori e chini per il dolce peso, da lungi, quasi
non lasciano distinguere le foglie novelle, talché il paesaggio
di un bosco di robinie assume un fantastico aspetto invernale,
nevoso, insinuatosi, come per magia, nel verde tenero della primavera
.... La robinia secerne nettare, seppur in quantità modeste,
anche nelle ore notturne e pur con venti non molto favorevoli.
Ciò è in relazione con il luogo di origine: l'America
del Nord.... Da questa pianta l'importazione di nettare è
forte nella mattinata e tale si mantiene sino verso le 13, per
diminuire di mano in mano che le api vanno prosciugando i calici
dei fiori.... Nel popolo vi è la credenza che, all'epoca
della festa padronale di Voghera, il giorno dell'ascensione, vi
debbano essere grossi temporali. Purtroppo a quell'epoca, con
la robinia in piena fioritura, i temporali si verificano davvero....
Non è facile far germogliare i semi della robinia.... Avendo
raccontato ciò ad un amico, bravo floricoltore di Broni,
il De Dionigi, egli mi assicurò che per far nascere bene
i semi della robinia, occorre conservarli in una cassetta stratificati
con sabbia umida per tutto l'inverno, così perdono la naturale
durezza ed iniziano il processo di germinazione.
ROBINIA D'UNGHERIA
Parlando di robinia non si può non dedicare uno spazio
all'Ungheria. Una redazione seria avrebbe fatto i bagagli e si
sarebbe spostata, senza difficoltà, in quel paese, avrebbe
intervistato un responsabile del mondo apistico ed avrebbe fornito
ai lettori un reportage adeguato all'argomento. Ma noi non siamo
a questi livelli e, quindi, i lettori si dovranno accontentare
di un ben più modesto lavoro d'archivio fatto sulle riviste
nazionali. Siamo stati fortunati ed abbiamo rintracciato su un
numero del 1986 della "Città delle api" un articolo
dedicato alla robinia d'Ungheria.
Dall'articolo (di Béla Karesztesi, tradotto da Luca Tosi),
abbiamo appreso che la robinia si è diffusa spontaneamente
in Ungheria, almeno fino all'inizio degli anni Settanta, favorita
dall'importanza che gli assortimenti di legname da essa forniti
avevano per le aziende rurali. La graduale collettivizzazione
dell'agricoltura e gli incentivi economici contenuti nel piano
quinquennale, relativo alla prima metà degli anni Settanta,
spinsero gli agricoltori all'impianto di essenze resinose e la
superficie a robinia diminuì. Il successivo piano quinquennale,
invece, capovolse la propria azione favorendo l'impianto di nuove
varietà di robinia. Non sappiamo nulla sugli anni più
recenti; di certo se la sua presenza forestale rappresentava nel
1885 il 2,1%, nel 1965 era salita al 21,5%, lasciando supporre
che essa sia costantemente cresciuta di anno in anno.
Attualmente senza la robinia un'apicoltura remunerativa in Ungheria
non sarebbe neppure pensabile: i tre quarti del miele ungherese
commercializzato (sono dati riferiti alla seconda metà
degli anni Settanta) sono di robinia e si stima, in termini comparativi,
che la resa in miele delle foreste di robinia, per anno e per
ettaro, sia pari alla metà della loro resa in legno.
Date queste premesse nessuno si stupisce scoprendo che gli Istituti
governativi ungheresi abbiano dedicato attenzione e risorse allo
studio di questa leguminosa, ed abbiano concentrato l'interesse
su due aspetti essenziali: valutazione del potenziale nettarifero
e selezione di cloni adatti alle esigenze dell'apicoltura.
Potenziale produttivo
Per due anni (1968-1970) si effettuarono diversi conteggi sui
fiori degli alberi di robinia dislocati in 12 regioni forestali.
I risultati ci hanno oltremodo incuriosito.
*L'età degli alberi influisce sul numero medio del fiori
per ettaro in una maniera poco marcata. Più precisamente,
con alberi da 1 a 10 anni in media si sono valutati 71 milioni
di fiori per ettaro, con età compresa tra 11 e 20 anni
76 milioni di fiori, con età da 21 a 30 anni, 67 milioni
di fiori, ecc. Bene, in quegli anni, su una superficie di 130.080
ettari di robinia, si stimava la presenza di 16 miliardi di fiori
di robinia.
*La durata media del fiori fu di 5,46 giorni.
*La resa media giornaliera in nettare di ogni fiore fu stimata
in circa 2 mg.
*Correlando i dati precedenti ne risulta una produzione di nettare
pari a 176.000 tonnellate ed una resa potenziale in miele di 88.000
tonnellate. Solo un quinto delle quali prodotto dalle api.
*Un altro elemento importante risulta essere la correlazione tra
produzione in nettare ed età della pianta. I massimi valori
si ebbero con piante di 15 e 16 anni e le rese minime con le piante
di oltre 30 anni (vedere la seguente tabella, riferentesi alla
realtà ungherese).
Fioriture più lunghe.
Anche in Ungheria il limite della fioritura della robinia è
dato dalla sua brevissima durata, compresa tra i 10 ed i 12 giorni
e dal fatto che, successivamente a questa fioritura, non esistono
fonti nettarifere consistenti. Inevitabile quindi che l'attenzione
dei ricercatori ungheresi si sia orientata verso le varietà
di robinia a fioritura tardiva e verso tecniche finalizzate ad
una rapida ed economica diffusione dei nuovi cloni (si ritiene,
almeno, nella misura del 30%). Sono state, quindi, tenute sotto
controllo oltre 30.000 piante appartenenti a 54 varietà
(6 delle quali della specie Robinia ambigua ), distribuite su
una superficie di oltre 9 ettari. 36 di queste varietà
si sono dimostrate interessanti dal punto di vista apistico. Più
precisamente:
*33 delle varietà selezionate avevano (siamo nel 1973)
una durata media della fioritura variante tra i 13 ed i 20 giorni,,
rispetto ad un media di fioritura della varietà comuni
di 12 giorni;
*42 varietà si dimostrarono più tardive, nella fioritura,
da 1 a 11 giorni rispetto alle robinie comuni.
Nello specifico la ricerca permise di evidenziare le varietà:
Robinia pseudoacacia cv. Zalai: fioritura abbondante, assiduamente
frequentata dalle api;
Robinia pseudoacacia cv. nyirségi: fioritura mediocre,
fiori visitati dalle api, resistente alle gelate tardive;
Robinia ambigua cv. decaisneana: fiori con il maggior contenuto
in nettare, fiorisce dopo la robinia comune, abbondante fioritura
dopo il completo sviluppo delle foglie, fiori di colore rosa.
Come diffondere le nuove varietà
Questo è l'aspetto più problematico, in quanto se
si utilizzano per il miglioramento del boschi piante ottenute
tramite fecondazione incrociata e libera, solo circa la metà
delle "figlie" messe a dimora presenta i caratteri selezionati
nelle piante madri. In altre parole è vano sperare che
sia sufficiente introdurre nel boschi pochi esemplari selezionati
per avere nel giro di alcuni anni una nuova popolazione spontanea
di piante più produttive. E' obbligatorio, quindi, ricorrere
alla riproduzione vegetativa. L'innesto è improponibile
per i costi; ha senso, invece, almeno in Ungheria, la riproduzione
in due tempi:
I fase: trapianti di talee verdi ottenute a partire dalle radici
delle piante selezionate;
II fase: messa a dimora delle talee all'aperto.
ED IN ITALIA....
Dopo una doviziosa raccolta di dati sulla robinia ungherese siamo
ritornati con lo sguardo in Italia, raccogliendo, però,
poca cosa. Ci è anche venuto il dubbio che essa sia stata
poco studiata. Abbiamo acquisito elementi contrastanti: per alcuni
autori occupa in Italia una superficie di circa 100.000 ettari,
mentre in uno studio pubblicato su "L'Apicoltore moderno"
del 1987 si stima che solo in Piemonte i boschi di robinia si
estendano su una superficie di 85.000 ettari. Comunque, è
certo che la Robinia è principalmente diffusa in Piemonte,
Lombardia, Veneto e Toscana e, come qualcuno sostiene, si sta
diffondendo velocemente in altre regioni. Se gli ungheresi danno
una produzione massima di 400 kg di miele per ettaro all'anno,
in Italia vengono segnalate addirittura produzioni di 800 kg di
miele per ettaro all'anno. Non si hanno precise conoscenze sull'età
di massima produzione, mentre si ritiene che i turni di ceduazione
fin oltre i 15 anni possano favorire la produzione di nettare.
Lucia Piana