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CENNI
SULL'APICOLTURA TRADIZIONALE NELLE ALPI LIGURI E MARITTIME
C'era una volta un paese dove il latte ed il miele scorrevano a fiumi.
Con un pizzico di presunzione osiamo rifarci ad un'immagine biblica
(Esodo 3.8) per caratterizzare una regione dove per secoli la pastorizia
e l'apicoltura costituivano due grandi risorse locali. Per più
di due anni abbiamo percorso una vasta zona sui versanti italo-francesi
delle Alpi Marittime alla ricerca delle vestigia di una tradizione
apistica oggi quasi del tutto scomparsa.
Da Tenda a La Briga in Alta Valle Roja e, quindi, a Realdo in Valle
Argentina e poi Vernante in Valle Vermenagna e quindi di nuovo in
Francia, a Saint-Sauveur-sur-Tinée, ed infine a Lantosque nella
Vallée de la Vésubie.
Queste sono le tappe di un lungo itinerario che ci ha permesso di
rivivere un passato fatto di pietre, di stenti e di sudore, ma anche
di miele, di sole e di tantissimi fiori.
Ignorata dai più, abbiamo riscoperto un tipo particolare di
architettura subalpina che si è espressa in tipiche forme locali
che avevano come centro un piccolo ma preziosissimo insetto: l'Apis
mellifera.
E stata una ricerca che ci ha aiutato a conoscere meglio un universo
quasi misterioso, a interrogarci su un passato che non è mai
stato scritto e, infine, a fare un consuntivo stupefacente sia per
il numero che per la diversità delle opere da noi reperite
e che avevano la funzione specifica di apiari. Oggi quando si parla
di apiari ci si riferisce generalmente ad un certo numero di arnie
"gettate" qua o là nella campagna senza una qualsiasi
recinzione o altro sistema di protezione.
Ma nei secoli passati l'ape è sempre stata oggetto di premurose
attenzioni e di amorevoli cure per difenderla dai predatori di ogni
sorta anche se alla fine dell'annata apistica, verso gli inizi di
ottobre, si ricorreva, ahimè, al sacrificio di circa due terzi
delle colonie per estrarre il miele dai "bugni" o "bruschi"
(arnie primitive costituite da tronchi di larice o di castagno appositamente
svuotati).
Sul percorso da Tenda a La Briga, che potrebbe essere tranquillamente
battezzato "la strada del miele", e poi fino a Realdo, abbiamo
recensito in un ipotetico cerchio di circa 12 km di raggio oltre 90
imponenti recinti in pietra, di una singolare e caratteristica forma
a "ferro di cavallo", che costituivano veri "sacrari"
dove erano custoditi da 50 a 100 "bugni" con una popolazione
estiva che poteva variare da 1 a 3 milioni di api per ogni recinto.
Ma vediamo ora in dettaglio le caratteristiche di questi singolari
apiari: a Tenda ne esistono 28 e localmente sono chiamati "naiiou"
(plurale, naiji).(1)
A La Briga ne abbiamo recensiti 48 e a Realdo ne esistono almeno 8.
In queste due località gli apiari sono detti "cà
d'arbinée" o, letteralmente, "case delle api"
e sarà con questo ultimo termine che parleremo ulteriormente
di questi recinti di cui esiste qualche esempio anche a Saorge (3),
Fontan (1) e, come già detto, almeno 5 nella Vallée
de la Tinée, e 2 nella Vésubie.
Queste
"case delle api" sono veri e propri monumenti che rassomigliano
non poco agli antichi anfiteatri e sono stati costruiti con pietre
a "secco" (per 2/3 circa del numero totale) o con una malta
di calce e silice estratta sul posto. Le loro dimensioni sono variabili
e possono misurare da circa 7 m di lunghezza per 7 m di larghezza
fino a 12 m x 12 m e anche più. All'interno di queste costruzioni
a cielo aperto, circondate da alti muri che possono raggiungere l'altezza
di 2 o 3 m sui lati e anche 5 sulla parte posteriore che è
usualmente di forma arrotondata, si trovano delle gradinate in pietra
su cui si posavano i "bugni", (2)
che erano ricoperti da una lastra di ardesia detta "ciappa"
o "losa".
La datazione delle "case delle api" è piuttosto ardua
ed, in mancanza di testimonianze scritte, il nostro metodo di indagine
si è limitato alla ricerca minuziosa di rove sul terreno. Nonostante
le distruzioni dovute all'infiltrazione della vegetazione ed all'azione
deleteria del tempo e, purtroppo, anche all'uomo, abbiamo avuto la
fortuna di trovare quattro pietre con incise le seguenti date:
a La Griga: 1575 - 1609 - 1612;
a Tenda: 1869 (si tratta verosimilmente di una delle costruzioni più
recenti).
Parecchi indizi ci porterebbero a concludere che alcune "case
delle api" possono essere anteriori al 1575, ma in materia di
datazione bisogna essere molto prudenti e, quindi, per il momento
ci limiteremo a dire che la costruzione delle "case delle api"
è durata per circa tre secoli e cioè dal 1575 al 1869.
A questo punto ci si potrebbe chiedere per quale motivo sono state
costruite le "case delle api" in così gran numero
e per così molto tempo.
Geograficamente si tratta di un fenomeno del tutto particolare in
quanto non sembrano esistere in altre regioni o paesi d'Europa, salvo
la Spagna, dove ne è stato recensito un gran numero in Galizia
e nelle Asturie.
In Spagna le "case delle api" sono di forma piuttosto ovale
e sono chiamate "cortin", dal latino cohors o cohortis con
significato di piccolo recinto, o anche di vasca, o di recipiente
circolare. Possiamo notare qui una strana somiglianza con il significato
di "naijou" che, come abbiamo detto, a Tenda significa vasca
o bacino. Certo ci troviamo di fronte a due strane coincidenze: a
più di mille chilometri di distanza si scoprono delle costruzioni
molto simili sia nella forma che nella denominazione.
Peccato non avere informazioni sulla data delle "case delle api"
della penisola iberica per stabilire un parallelo preciso. Dove sono
state costruite per prime, nelle Asturie o nella Roja? E sono state
edificate allo stesso scopo? Nelle Asturie la loro funzione principale
era, come è ancora oggi, di proteggere le arnie contro le malefatte
dell'orso, mangiatore di miele (3)
e di larve delle api che contengono molte preziose proteine.
E un'ipotesi plausibile anche se noi siamo piuttosto inclini a pensare
che le alte e possenti muraglie che circondano le "case delle
api" della Val Roja siano state erette per scoraggiare un altro
temibile predatore di alveari: il ladro di arnie! In effetti l'uomo
si è specializzato da millenni nel furto di quegli scrigni
preziosi che racchiudono una sorta di oro giallo, cioè il miele,
unico alimento dolcificante conosciuto prima della diffusione della
canna da zucchero e della barbabietola da zucchero. Come abbiamo già
menzionato, un gruppo di 4 "case delle api" esiste anche
a Realdo e nelle immediate vicinanze e cioè a Bomiga e a Carineli.
Ma
quello che ci ha qui veramente sorpresi è stata la presenza
inaspettata di svariate forme di apicoltura tradizionale e questo
grazie all'entusiasmo ed all'acutezza di un apicoltore locale, Edoardo
Alberti, che nutre per le api una passione viscerale ed un vero amore
paterno.
Spesso l'abbiamo sentito pronunciare, fra le sue pittoresche espressioni,
il seguente aforisma: "l'ape nasce nuda" come dire che ha
bisogno di calore e protezione! Per cominciare Edoardo possiede a
Carmeli una "casa delle api" che, a dire il vero, è
stata rimaneggiata e trasformata in buona parte nel corso dei secoli,
ma che contiene ancora un numero considerevole di "bugni"
in piena attività!
Caso rarissimo oggi qui si allevano le api come veniva fatto nei secoli
scorsi e tutto questo per amore di una tradizione che nella memoria
famigliare risale alle guerre napoleoniche. Sono eventi tramandati
oralmente di generazione in generazione e che Edoardo e i suoi fratelli
amano rievocare con passione attorno ad una bottiglia di buon vino
locale centellinato a casa loro o nella trattoria del paese: anno
1794, calata dei francesi con razzie e saccheggi come in ogni guerra.
Si cerca di salvare quello che è più prezioso. Per il
trisavolo le api valgono tanto oro. E allora egli corre a nascondere
quattro o cinque arnie in una grotta buia e ben nascosta ai piedi
della falesia. Giusto in tempo per evitare parzialmente il saccheggio
e la totale distruzione dei favi di miele. E quindi, passata la furia
distruttrice, l'apicoltura locale rinasce e prospera nuovamente grazie
alle api salvate in extremis dal vecchio Alberti! (4)
Ma Edoardo ci riserva altre sorprese: due nicchie ricavate in un muro
di sostegno dove sono sistemate ben confortevolmente 2 arnie moderne
ed un'arnia sistemata in una soffitta di una casa che possiede in
paese. Le nicchie murali o "murs à abeilles" sono
abbastanza comuni in Provenza ed in Inghilterra, ma non pensavamo
di trovarne due esemplari a Realdo! Per quanto riguarda le arnie in
soffitta si tratta ancora di una rara sistemazione tipica di alcune
vallate con inverni lunghi e rigorosi. Ad ogni modo un "bravo"
a Edoardo per un tris di tradizioni apistiche eccezionali!
Un'altra persona che ci ha fatto scoprire altre due forme di apicoltura
tradizionale subalpina è il sig. Giovanni Risso, che ci ha
mostrato un piccolo e grazioso apiario verticale, nonché una
fila di "bugni" sistemati sopra la porte d'entrata di un
cascinale in località "Tetti Castello", a Vernante.
Per terminare questo articolo torniamo in Francia, a Lantosque, nella
vallata della Vésubie, dove abbiamo potuto ammirare una cascina
che presenta sul lato sud 10 graziose nicchie su due file sovrapposte
e sul lato ovest 9 nicchie dello stesso stile.
La parte alta della soffitta è aperta su due lati per accogliere
della arnie tradizionali che sono ancora sul posto e che sono state
utilizzate fino a poco tempo fa. Una visone unica e straordinaria!
Per ragioni di spazio siamo costretti ad interrompere qui la nostra
panoramica sulle "case delle api" ed altre vestigia che
costituiscono la caratteristica di un'architettura agreste del tutto
unica e singolare. Speriamo che il nostro studio serva a sensibilizzare
le autorità competenti e gli abitanti della regione, alfine
di rendere al più presto possibile qualche provvedimento per
salvare almeno qualcuno di questi piccoli monumenti come testimoni
di tradizioni rurali e tecniche apistiche ormai quasi scomparse.
NOTE
1- Nella parlata celtico-ligure si designava
con questo termine una vasca o bacino dove si metteva a macerare la
canapa. Col passare del tempo, per analogia ed estensione, il significato
di questa parola si è esteso ad identificare un recinto dove
venivano custoditi animali grandi o piccoli e quindi anche le api.
2- Questo tipo di arnia tradizionale, "vecchio"
di parecchi millenni, dato il suo volume ridotto, favoriva la sciamatura
che a quei tempi era essenziale per rinnovare in primavera le colonie
asfissiate con lo zolfo nell'autunno precedente per raccogliere il
miele. Da quasi un secolo queste arnie sono state rimpiazzate da arnie
razionali di grande volume che permettono di prelevare molto più
miele senza uccidere le api e quindi l'uso dei "brüschi"
è stato abbandonato, tuttavia se ne può trovare ancora
qualcuno presso qualche apicoltore tradizionalista.
3- L'Orso in Russia e nei Balcani è
chiamato "medvar", letteralmente mangiatore di miele".
Nonostante le nostre ricerche non siamo riusciti a trovare nelle cronache
locali alcun riferimento alla presenza massiccia dell'orso nella nostra
regione quando si iniziarono a costruire le "case delle api".Tuttavia
negli statuti di Triora (XIV secolo?) ed in quelli di Pigna (XVI secolo)
si menzionano le taglie dovute per la cattura di orsi, lupi e cinghiali
ed in una cronaca locale si legge che l'ultimo orso "regionale"
fu catturato nella valle della Vesubia (Vésubie) nel 1760.
4- Secondo fonti storiche il 27 aprile
1794 al Passo del Collardente, non lontano da Realdo, ha avuto luogo
un violentissimo scontro durante il quale le truppe piemontesi del
conte Radicati furono sconfitte dalla fanteria francese del generale
Messena. Che anche Napoleone, che allora comandava l'artiglieria francese,
abbia assaggiato il miele del trisavolo di Edoardo? E possibile anche
se a quel tempo non indossava ancora il famoso manto imperiale adorno
di innumerevoli api! |
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ultima modifica:
31 Luglio, 2010
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