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L'inquinamento da antibiotici è
diventato una realtà preoccupante.
Si stima che nell'anno 2000, su tutto il pianeta, si siano consumate circa
50.000 tonnellate di antibiotici per il trattamento delle malattie umane,
animali e vegetali.
Una consistente percentuale di tali medicamenti si ritrova nell'ambiente,
in forma attiva. L'apicoltura non è, purtroppo, risparmiata, poiché,
da alcuni anni, si rintracciano residui di antibiotico nel miele, in quantità
certamente troppo esigue per arrecare danni alla salute dei consumatori,
ma sicuramente eccessive perché si possa rispettare il desiderio
dei consumatori, che ricercano qualità naturali del miele.
Gli
antibiotici riducono o bloccano lo sviluppo e la moltiplicazione dei batteri.
A seguito del loro grandissimo successo nel campo della medicina umana,
sono stati utilizzati nella prevenzione e nel trattamento di malattie
microbiche degli animali e delle piante. Ci si è rapidamente resi
conto che il loro impiego regolare favoriva l'accrescimento degli animali
tramite un miglior utilizzo del nutrimento.
Da lì ad utilizzarli come promotori della crescita, non c'era che
un passo che tutti hanno, in un primo tempo, compiuto con leggerezza.
Si stima che la metà degli antibiotici venduti oggi sia utilizzata
per il trattamento e per
l'accrescimento degli animali. Attualmente, gli antibiotici sono tanto
aggiunti all'acqua dei pesci d'allevamento, quanto utilizzati per eliminare
la crescita dei batteri nelle tubature! Tale eccessivo consumo crea problemi
per l'ambiente e per la salute. Nell'edizione del 6 marzo 1999, una rivista
scientifica inglese, il "New Scientist", dà l'allarme
per i cocktails di medicinali rintracciati nei fiumi e nelle acque di
consumo.
Queste sostanze, che non costituiscono l'oggetto di un monitoraggio pubblico,
si ritrovano pertanto in forma attiva a soglie inquietanti. La ragione
è che dal 30 al 90% degli antibiotici consumati dagli esseri viventi
è espulso, attraverso le urine, nella sua forma originale o in
forma di prodotti di decomposizione che, in certi casi, possono essere
più reattivi e più tossici del medicamento di origine. Altri
studi, effettuati sulle acque dei laghi svizzeri, sull'acqua consumata
a Berlino o sull'acqua proveniente dal Tamigi hanno rilevato un cocktail
con più di 170 diversi medicinali, che vanno da quelli che regolano
il tasso di colesterolo ai derivati della morfina, passando attraverso
antibiotici e medicinali per la chemioterapia del tumore! Le autorità
nazionali e quelle europee cominciano ad occuparsi delle conseguenze di
questo inquinamento farmaceutico sull'ambiente e sulla sanità pubblica.
Per tornare agli antibiotici, il loro impiego nella medicina umana e veterinaria
ha comportato un fenomeno di resistenza: i batteri sensibili a questi
medicinali hanno elaborato numerose strategie per sopravvivere alla presenza
di antibiotici. Un antibiotico può indurre una resistenza in batteri
diversi e tale resistenza si può trasmettere da un batterio all'altro,
anche in assenza delle molecole di antibiotico. Infine, la resistenza
acquisita dall'uomo può essere trasmessa agli animali che, a loro
volta, possono trasmettere altre forme di resistenza all'uomo.
Nell'edizione del 21 aprile 2001, il "New Scientist" rivela
che alcuni ricercatori hanno scoperto che dentro l'acqua del suolo sottostante
fattorie d'allevamento, si trovano dei batteri resistenti alla tetraciclina
(un antibiotico usato comunemente sia in medicina veterinaria che umana),
proveniente dai batteri del sistema digestivo dei maiali allevati nelle
fattorie. Questo fenomeno di resistenza è diventato assai inquietante
per la sanità pubblica mondiale, poiché malattie tipo la
tubercolosi, un tempo facilmente curabili tramite antibiotico, diventano
sempre più difficili da arginare.
L'Organizzazione Mondiale della sanità ha recentemente lanciato
un allarme e raccomandato, quanto meno, che l'impiego di antibiotici venga
limitato, soprattutto quando esistono alternative. L'impiego di antibiotici
a piccole dosi per periodi di tempo prolungati costituisce condizione
assai favorevole all'emergere della resistenza nei batteri. Nell'Unione
Europea, dal 1° luglio 1999, quattro degli otto antibiotici utilizzati
come stimolatori della crescita sono stati proibiti. Le associazioni europee
dei consumatori si augurano la proibizione totale ed hanno recentemente
avanzato delle proposte in tal senso al Parlamento Europeo.
Gli antibiotici in apicoltura
In apicoltura, vengono impiegati tre antibiotici per il trattamento delle
malattie da batteri (peste americana ed europea): le tetracicline, la
streptomicina ed i sulfamidici. Nell'Unione Europea, l'impiego di antibiotici,a
titolo preventivo, è vietato come pure, in linea teorica, per il
trattamento della patologia. I paesi del Nord Europa (fra cui il Belgio)
impongono la distruzione degli apiari malati di peste.
In
Gran Bretagna, solo gli alveari malati di peste americana devono essere
bruciati. I Paesi del Sud Europa non impongono la distruzione delle colonie
malate. La decisione di trattarle con antibiotici viene presa sotto la
responsabilità del veterinario.
La situazione è molto diversa nei Paesi che non rientrano nella
CE, a parte la Svizzera che rispetta regole d'igiene molto rigide e paragonabili
a quelle CE e la cui applicazione è regolarmente controllata. Negli
USA e in Australia, il trattamento antibiotico delle colonie a titolo
preventivo ha progressivamente sostituito una gestione più ecologica
della malattia che consisteva nell'ispezione regolare degli apiari e nel
bruciare le colonie infette. Trattare le colonie in maniera preventiva
e prolungata con dosi esigue di antibiotico ha conseguenze nefaste per
la salute delle api e nuoce ad una gestione sana dell'apicoltura. La prima
conseguenza è che la peste diventa endemica: si entra, quindi,
in un circolo vizioso, ove è necessario continuare il trattamento
per timore di scatenare la malattia. L'altro importante problema è
il riciclaggio o la rivendita di materiale apistico: tutti gli apiari
che hanno contenuto delle colonie trattate a titolo preventivo sono soggetti
a propagare la malattia a colonie sane. Infine, si arriva a ciò
che era prevedibile: in Argentina e negli USA, sono stati constatati i
primi segni di resistenza alle tetracicline da parte del bacillo della
peste americana.
Un'ulteriore ragione per trattare le colonie di api in modo biologicamente
più armonico è ovviamente quella di salvaguardare il miele.
Gli antibiotici somministrati alle api, malate e no, si ritrovano inevitabilmente
nel miele. Qual è la relazione fra la quantità di antibiotico
somministrata e quella che si ritrova nel miele? Non la si conosce ancora
esattamente. Ciò che sappiamo è che il miele che proviene
dai Paesi dove l'impiego degli antibiotici è autorizzato contiene
residui del medicinale che vanno da qualche ppb a 240 ppb! I residui di
antibiotico possono anche originare dal colaticcio proveniente dai maiali
ingrassati con sulfamidici. La qualità dei mieli stranieri ci riguarda
tutti, poiché circa la metà del miele consumato nell'Unione
Europea proviene da Paesi terzi. I maggiori esportatori di miele verso
la UE sono l'Argentina, la Cina ed il Messico. I rari controlli effettuati
ed i cui risultati sono resi pubblici rivelano una forte contaminazione
da antibiotici, (si veda a tal proposito l'edizione di febbraio 2002 di
Test-Achats). Sebbene tale situazione sia assolutamente inaccettabile
per i consumatori e per la maggior parte degli apicoltori che rispettano
le loro api e le regole vigenti, queste concentrazioni di antibiotico
sono, però, molto basse rispetto alle dosi accettate dagli enti
che si occupano della sanità pubblica per altri elementi di origine
animale quali la carne di maiale, quella bovina, il pollame o le uova.
Per esempio, si considera che un consumo quotidiano accettabile (D.G.A)
di residui delle tetracicline è pari a 25 ppb per kg di peso corporeo.
La FDA americana raccomanda, del resto, che gli Americani non consumino
più di 1,5 mg di sostanze anti-infettive al giorno, corrispondenti,
cioè a 1500 ppb. La presenza di residui antibiotici nel miele non
va posta, quindi, in termini di sanità pubblica. Si tratta, piuttosto,
di preservare l'immagine di qualità e di salubrità del miele.
La maggior parte dei Paesi dell'Unione ha cominciato a reagire e si stanno
studiando dei progetti di regolamentazione. Per
avere una visione chiara della situazione in Europa, saranno necessari
degli studi su scala più ampia e dei metodi-tests uniformi che
permettano di effettuare dei validi paragoni.
Le prime proposte nazionali si muovono in direzione di un limite di tolleranza
esiguo, che va sino ai 50 ppb a seconda del tipo di antibiotico rintracciato.
In Belgio, tale soglia di tolleranza dovrebbe essere sostituita, nel tempo,
da una tolleranza 0, cosa che corrisponde al desiderio dei consumatori
per i quali il miele è un alimento naturale di alta qualità.
Myriam Lefevre
tratto da Abeille
& Cie - n. 85 - 6/2001
Traduzione di F. Barbero
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ultima modifica:17 Ottobre, 2002
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