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La rivista di Aspromiele
specializzata nel settore dell'Apicoltura


Agosto-Settembre 2010
anno XVIII - n. 6

copertina lapis 6/2010

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anno 2002 - nn: 9 - 8 - 7 - 6 - 5 - 4 - 3 - 2 - 1

anno 2001 - nn: 9

EDITORIALE

Anno 2010: la paglia pagata più del grano… e… morte dell’Agricoltura!

Nessuno ne parla. Sarà invece, io credo, riportata nei libri di storia del futuro come data emblematica, svolta epocale, aberrazione senza confronti. Varrebbe la pena di organizzare un grande “evento” in lussuosa “location”, per offrire un sontuoso banchetto a tutti i nostri amministratori, nazionali ed europei, con ricche portate a base paglia d’“eccellenza”.
Precedenti abiezioni, come la bolla dei bulbi di tulipano nei Paesi Bassi del XVII secolo, sono state connesse a circostanziate distorsioni, ma di portata temporanea. L’attuale sottovalutazione del grano, con tali livelli di fame nel Mondo, è invece segnale, campane e sirene d’allarme dispiegate, di un processo -inarrestabile?- di ben altra entità e conseguenze, tutte disastrosamente prevedibili: la morte, la fine dell’attività che ha per millenni scandito la capacità dell’uomo di vivere e progredire.
L’insieme dei costi vivi, da quelli energetici a quelli burocratico amministrativi, e chi più ne ha più ne metta, s’impenna. I ricavi degli agricoltori, al contrario, si assottigliano sino ad annullarsi. Lo stesso termine “redditività” non è oggi più accostabile a gran parte delle specializzazioni produttive primarie agricole, comprese buona parte delle “eccellenze” del made in Italy. Nel paese dall’imprenditoria agricola variegata e diffusa chiudono i battenti, a ritmo vertiginoso, sempre più aziende agricole. Quelle che resistono sovente ci rimettono o si salvano solo grazie alla manodopera famigliare o al lavoro sottopagato, se non nero.
Eppure il “sostegno” al comparto agricolo assorbe quasi la metà dell’intero bilancio Ue. Gran parte degli alimenti li paghiamo, infatti, sia alla cassa e sia, in modo occulto, nella veste di cittadini come reinvestimento del prelievo fiscale. La nostra contabilità casalinga, tuttavia, ci dice che è elevata l’incidenza del costo per mangiare. Se contadini e allevatori sono oggi ridotti in miseria e i consumatori continuano a pagare cara l’alimentazione, qualcosa non torna. Chi ci guadagna? Da qualche decennio si è realizzata una silente, radicale e drammatica trasformazione. Continua il silenzioso, incessante abbandono delle estensioni di terra “non produttiva” (ogni anno -1% di SAU italiana). Si è imposta la specializzazione e l’intensificazione di tutte le procedure produttive. Monocolture intensive in monosuccessione a randa, vacche iperselezionate e ipernutrite trasformate in macchine da latte. Galline dalle uova d’oro (ma pagate nulla!) e polli di solo petto, ma dall’ossatura che si spezza per impossibilità di reggere il peso. Pervasiva crescita d’uso di chimica d’efficacia tossica e impatto ambientale inaccettabili. L’agricoltura è ancora, per abitudine, definita “settore primario”, ma non è più comparto retto, indirizzato, gestito e condizionato dagli uomini e donne che coltivano i campi e allevano bestiame. Chi comanda e guadagna sono tutti i “soggetti forti”, a monte e a valle della vera produzione: Fornitori di mezzi tecnici, Venditori di chimica, Trasformatori e Distribuzione Commerciale. Questo è il branco che, siccome iene, sbrindella e sbrana senza alcuna remora la loro sempre più succube e inerme preda. Il loro latrato nega la stessa natura e varietà della produzione agricola, nega la delicata interazione con il ciclo della vita. La furia predona vuole trasformare gli agricoltori in succubi addetti alla catena di montaggio agro-industriale.
Cinque corporazioni della chimica, che monopolizzano e gestiscono con i relativi profitti, detengono il 75% dell’intera fornitura mondiale di mezzi tecnici agli agricoltori; sette gruppi di grande distribuzione in Italia si spartiscono il 98% del mercato, con ingiustificabili ricarichi tra il prezzo di origine e il prezzo finale al consumatore. Tutto ciò anche grazie alla continua e sotterranea distorsione della concorrenza e del mercato. Gran parte dei pubblici bilanci di Europa e USA, formalmente destinati agli agricoltori, in realtà impiegati per creare un’industria e un'offerta alimentare che stravolgono le consuetudini e le consolidate diete locali e tradizionali. Un’offerta commerciale alimentare che convoglia principalmente gli “aiuti” per drogare al ribasso il prezzo di carne e derivati animali. Un condizionamento che si traduce in eccesso, senza senso, di consumo, specie da parte dei più poveri, di proteine animali. Dilagante, conseguente impennata dell’obesità, del diabete (la più grave patologia epocale) con, per la prima volta da un secolo, una speranza e una qualità di vita inferiori a quelle della generazione precedente. I plotoni di porzioni proteiche pre confezionate a basso prezzo sugli scaffali dei supermercati divorano milioni di animali, di esseri viventi capaci di provare sensazioni e sofferenza, trattati e ridotti anch’essi a cosa inanimata. Costretti in lager rigorosamente separati, ben lontani da sguardo e consapevolezza di chi se ne nutre, modificati geneticamente perché strutturalmente soffrano di patologie e menomazioni ereditarie, variamente mutilati, a loro volta gonfiati con diete forzate di cereali con prezzo “politico”, perennemente rinchiusi in spazi angusti, affogati nelle loro deiezioni, afflitti da parassiti, rimpinzati d’antibiotici, irrorati d’insetticidi. Immense fabbriche di tortura e supplizio indicibile del vivente e nel contempo “vitale” vero brodo di coltura, di selezione e diffusione di super virus e super batteri. Gulag utili e forieri di generare solo, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, farmaco resistenze a gogò e rischio pandemico per l’umanità tutta, di difficile se non impossibile cura. Alla faccia della prevenzione sanitaria! Allevamenti senza alcuna similitudine con quelli del recente passato; fabbriche di tormento in cui l’unico atto di carità è l’abbattimento, per quanto industrialmente doloroso, che almeno mette fine a una sopravvivenza che nega la compassione che ha sempre distinto l’uomo dalla bestia.
Quando macchine e meccanizzazione, organizzazione, ricerca e razionalità, sono arrivati nelle campagne, al sollievo della fatica e dello sforzo fisico si sono accompagnate grandi speranze di un grande progresso. Così è stato in prima battuta, ma poi soggetti più forti e organizzati degli agricoltori hanno saputo pian piano prendere il comando, per corrompere il senso stesso del rapporto dell’uomo con terra e animali. Non è progresso, infatti, ma aberrazione gestire la produzione agricola come fosse quella di un’industria, di una fabbrica. L’agricoltura non trasforma ciò che è inerte, interviene e modifica processi vitali, fenomeni complessi e interagenti tra viventi, siano essi vegetali o animali. Trattare la complessità e ricchezza del vivente come se fosse cosa inanimata è presuntuosa follia che comporta la morte della bio diversità, dei molteplici equilibri e genera solo infertilità, sterilità, strazio della vita.
Oggi l’apicoltura è fra i pochi settori agricoli con ancora margini economici di sopravvivenza. Sarà proprio perché è uno dei pochi comparti che non è stato indirizzato dalle politiche pubbliche?
Oggi, una volta di più, l’apicoltura mondiale è termometro puntuale del declino degli equilibri naturali. Sono, infatti, enormi gli investimenti in apicoltura in tanti importanti paesi. Come mai la produzione mondiale di miele non aumenta ma anzi ristagna, se non addirittura flette?
Noi apicoltori siamo parte integrante della riproduzione della vita vegetale, siamo anche parte indispensabile all’insieme della produzione agricola.
Possiamo essere parte dello sforzo disperato e importante che il mondo agricolo sta esprimendo per resistere, per rovesciare l’inarrestabile declino. Per quanto piccoli, dobbiamo contribuire a dare voce al nostro mondo, quello degli agricoltori e degli allevatori.
D’altra parte la parola “cultura” nasce proprio dalla capacità d’interazione dell’uomo con la terra. E’ ora che il destino della Coltura sia al centro di ben diversa attenzione e scelte da parte della Cultura e della Società tutta.

Francesco Panella Novi Ligure, 12 luglio 2010


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ultima modifica: 6 Agosto, 2010 -
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