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Anno 2010: la paglia
pagata più del grano… e… morte dell’Agricoltura!
Nessuno ne parla. Sarà
invece, io credo, riportata nei libri di storia del
futuro come data emblematica, svolta epocale, aberrazione
senza confronti. Varrebbe la pena di organizzare un
grande “evento” in lussuosa “location”, per offrire
un sontuoso banchetto a tutti i nostri amministratori,
nazionali ed europei, con ricche portate a base paglia
d’“eccellenza”.
Precedenti abiezioni, come la bolla dei bulbi di tulipano
nei Paesi Bassi del XVII secolo, sono state connesse
a circostanziate distorsioni, ma di portata temporanea.
L’attuale sottovalutazione del grano, con tali livelli
di fame nel Mondo, è invece segnale, campane
e sirene d’allarme dispiegate, di un processo -inarrestabile?-
di ben altra entità e conseguenze, tutte disastrosamente
prevedibili: la morte, la fine dell’attività
che ha per millenni scandito la capacità dell’uomo
di vivere e progredire.
L’insieme dei costi vivi, da quelli energetici a quelli
burocratico amministrativi, e chi più ne ha
più ne metta, s’impenna. I ricavi degli agricoltori,
al contrario, si assottigliano sino ad annullarsi.
Lo stesso termine “redditività” non è
oggi più accostabile a gran parte delle specializzazioni
produttive primarie agricole, comprese buona parte
delle “eccellenze” del made in Italy. Nel paese dall’imprenditoria
agricola variegata e diffusa chiudono i battenti,
a ritmo vertiginoso, sempre più aziende agricole.
Quelle che resistono sovente ci rimettono o si salvano
solo grazie alla manodopera famigliare o al lavoro
sottopagato, se non nero.
Eppure il “sostegno” al comparto agricolo assorbe
quasi la metà dell’intero bilancio Ue. Gran
parte degli alimenti li paghiamo, infatti, sia alla
cassa e sia, in modo occulto, nella veste di cittadini
come reinvestimento del prelievo fiscale. La nostra
contabilità casalinga, tuttavia, ci dice che
è elevata l’incidenza del costo per mangiare.
Se contadini e allevatori sono oggi ridotti in miseria
e i consumatori continuano a pagare cara l’alimentazione,
qualcosa non torna. Chi ci guadagna? Da qualche decennio
si è realizzata una silente, radicale e drammatica
trasformazione. Continua il silenzioso, incessante
abbandono delle estensioni di terra “non produttiva”
(ogni anno -1% di SAU italiana). Si è imposta
la specializzazione e l’intensificazione di tutte
le procedure produttive. Monocolture intensive in
monosuccessione a randa, vacche iperselezionate e
ipernutrite trasformate in macchine da latte. Galline
dalle uova d’oro (ma pagate nulla!) e polli di solo
petto, ma dall’ossatura che si spezza per impossibilità
di reggere il peso. Pervasiva crescita d’uso di chimica
d’efficacia tossica e impatto ambientale inaccettabili.
L’agricoltura è ancora, per abitudine, definita
“settore primario”, ma non è più comparto
retto, indirizzato, gestito e condizionato dagli uomini
e donne che coltivano i campi e allevano bestiame.
Chi comanda e guadagna sono tutti i “soggetti forti”,
a monte e a valle della vera produzione: Fornitori
di mezzi tecnici, Venditori di chimica, Trasformatori
e Distribuzione Commerciale. Questo è il branco
che, siccome iene, sbrindella e sbrana senza alcuna
remora la loro sempre più succube e inerme
preda. Il loro latrato nega la stessa natura e varietà
della produzione agricola, nega la delicata interazione
con il ciclo della vita. La furia predona vuole trasformare
gli agricoltori in succubi addetti alla catena di
montaggio agro-industriale.
Cinque corporazioni della chimica, che monopolizzano
e gestiscono con i relativi profitti, detengono il
75% dell’intera fornitura mondiale di mezzi tecnici
agli agricoltori; sette gruppi di grande distribuzione
in Italia si spartiscono il 98% del mercato, con ingiustificabili
ricarichi tra il prezzo di origine e il prezzo finale
al consumatore. Tutto ciò anche grazie alla
continua e sotterranea distorsione della concorrenza
e del mercato. Gran parte dei pubblici bilanci di
Europa e USA, formalmente destinati agli agricoltori,
in realtà impiegati per creare un’industria
e un'offerta alimentare che stravolgono le consuetudini
e le consolidate diete locali e tradizionali. Un’offerta
commerciale alimentare che convoglia principalmente
gli “aiuti” per drogare al ribasso il prezzo di carne
e derivati animali. Un condizionamento che si traduce
in eccesso, senza senso, di consumo, specie da parte
dei più poveri, di proteine animali. Dilagante,
conseguente impennata dell’obesità, del diabete
(la più grave patologia epocale) con, per la
prima volta da un secolo, una speranza e una qualità
di vita inferiori a quelle della generazione precedente.
I plotoni di porzioni proteiche pre confezionate a
basso prezzo sugli scaffali dei supermercati divorano
milioni di animali, di esseri viventi capaci di provare
sensazioni e sofferenza, trattati e ridotti anch’essi
a cosa inanimata. Costretti in lager rigorosamente
separati, ben lontani da sguardo e consapevolezza
di chi se ne nutre, modificati geneticamente perché
strutturalmente soffrano di patologie e menomazioni
ereditarie, variamente mutilati, a loro volta gonfiati
con diete forzate di cereali con prezzo “politico”,
perennemente rinchiusi in spazi angusti, affogati
nelle loro deiezioni, afflitti da parassiti, rimpinzati
d’antibiotici, irrorati d’insetticidi. Immense fabbriche
di tortura e supplizio indicibile del vivente e nel
contempo “vitale” vero brodo di coltura, di selezione
e diffusione di super virus e super batteri. Gulag
utili e forieri di generare solo, secondo l’Organizzazione
Mondiale della Sanità, farmaco resistenze a
gogò e rischio pandemico per l’umanità
tutta, di difficile se non impossibile cura. Alla
faccia della prevenzione sanitaria! Allevamenti senza
alcuna similitudine con quelli del recente passato;
fabbriche di tormento in cui l’unico atto di carità
è l’abbattimento, per quanto industrialmente
doloroso, che almeno mette fine a una sopravvivenza
che nega la compassione che ha sempre distinto l’uomo
dalla bestia.
Quando macchine e meccanizzazione, organizzazione,
ricerca e razionalità, sono arrivati nelle
campagne, al sollievo della fatica e dello sforzo
fisico si sono accompagnate grandi speranze di un
grande progresso. Così è stato in prima
battuta, ma poi soggetti più forti e organizzati
degli agricoltori hanno saputo pian piano prendere
il comando, per corrompere il senso stesso del rapporto
dell’uomo con terra e animali. Non è progresso,
infatti, ma aberrazione gestire la produzione agricola
come fosse quella di un’industria, di una fabbrica.
L’agricoltura non trasforma ciò che è
inerte, interviene e modifica processi vitali, fenomeni
complessi e interagenti tra viventi, siano essi vegetali
o animali. Trattare la complessità e ricchezza
del vivente come se fosse cosa inanimata è
presuntuosa follia che comporta la morte della bio
diversità, dei molteplici equilibri e genera
solo infertilità, sterilità, strazio
della vita.
Oggi l’apicoltura è fra i pochi settori agricoli
con ancora margini economici di sopravvivenza. Sarà
proprio perché è uno dei pochi comparti
che non è stato indirizzato dalle politiche
pubbliche?
Oggi, una volta di più, l’apicoltura mondiale
è termometro puntuale del declino degli equilibri
naturali. Sono, infatti, enormi gli investimenti in
apicoltura in tanti importanti paesi. Come mai la
produzione mondiale di miele non aumenta ma anzi ristagna,
se non addirittura flette?
Noi apicoltori siamo parte integrante della riproduzione
della vita vegetale, siamo anche parte indispensabile
all’insieme della produzione agricola.
Possiamo essere parte dello sforzo disperato e importante
che il mondo agricolo sta esprimendo per resistere,
per rovesciare l’inarrestabile declino. Per quanto
piccoli, dobbiamo contribuire a dare voce al nostro
mondo, quello degli agricoltori e degli allevatori.
D’altra parte la parola “cultura” nasce proprio dalla
capacità d’interazione dell’uomo con la terra.
E’ ora che il destino della Coltura sia al centro
di ben diversa attenzione e scelte da parte della
Cultura e della Società tutta.
Francesco Panella Novi
Ligure, 12 luglio 2010
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