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E’ scoppiata la bugna
del… propoli
Sintetizzo di seguito le informazioni
lanciate da varie agenzia di stampa e riprese in articoli
di testate di rilievo nazionale quali La Stampa o
Il Resto del Carlino:
“Bloccate dalla Forestale in provincia di Torino altre
11 mila confezioni di propoli contaminate, dopo le
2 mila scoperte alcuni giorni fa a Forlì. Le
confezioni contenevano 450 mila pastiglie al propoli,
contaminate con antiparassitari gravemente nocivi
per la salute umana, utilizzati nella lotta al Varroa.
E’ il primo risultato di una complessa indagine della
Procura di Ascoli Piceno. Nell’ambito dell’operazione
battezzata “Ape Maia” sono state emesse le prime otto
segnalazioni all’autorità giudiziaria per il
reato di contaminazione di sostanze alimentari. Uno
degli antiparassitari utilizzato nella lotta al Varroa
è stato ritirato dal commercio alla fine del
2003. E’ stata avviata la procedura comunitaria di
allerta alimentare e i prodotti contaminati sono già
stati ritirati dal mercato. Con tale attività
il Corpo forestale dello Stato intende bloccare l`uso
negli alveari degli antiparassitari banditi dall`Unione
Europea, accertare nei prodotti apistici, miele, cera
e propoli le irregolari quantità degli antiparassitari
consentiti e verificare la tracciabilità della
propoli se di provenienza nazionale o estera.”
La notifica comunitaria n° 0145 chiarisce che
si tratta di perle gelatinose da masticare, contaminate
da coumaphos (0.90 mg/kg) e chlorfenvinphos (0.03
mg/kg); prodotte in Italia, con l’utilizzazione di
parte delle materie prime provenienti dalla Bulgaria.
Non credo che sia il caso di soffermare più
di tanto la nostra preoccupata riflessione sull’incerta
origine geografica della contaminazione.
Anni or sono, lo ricordano tutti gli apicoltori, scoppiò
analogo scandalo, quando furono diffusi, nell’ambito
della nota trasmissione televisiva di Rai3, i risultati
delle analisi, commissionate da Altroconsumo, che
accertavano una diffusa contaminazione da antibiotici
in mieli di varia origine, Italia inclusa.
Da allora si è fatta molta strada, sono state
avviate, e sono ora pratica obbligata e diffusa, onerose
e impegnative attività di autocontrollo. L’acceso
dibattito ci ha, in più di un caso, visti (“senza
se e senza ma”) contrapposti a sostenitori, sia apicoltori
e sia importanti referenti delle politiche veterinarie,
della somministrabilità di questi farmaci agli
alveari. E’ in fase avanzata la modificazione radicale
del mercato del miele, con l’effettuazione di analisi
di routine e controlli accurati per ogni partita di
miele immessa al consumo.
Procedura che comporta, tra l’altro, un aggravio di
costo analitico per ogni transazione all’ingrosso
con una penalizzazione proporzionale alla dimensione
della partita di miele scambiata e un’obiettiva difficoltà
alla commercializzazione associata all’ingrosso tra
apicoltori di medio/piccole dimensioni. Di fatto è
oggi “di qualità commerciale” solo il miele
che risponde al prerequisito: “esente da antibiotici
di sorta”.
L’U.N.A.API. si è distinta e ha proposto, sovente
in desolante solitudine, la considerazione delle specificità
dell’animale in questione, l’alveare, con sostanziale
assenza di metabolismo che trasformi o espella le
sostanze con cui entra in contatto. L’U.N.A.API. ha
indicato conseguentemente l’uso prioritario di procedure
gestionali apistiche sanitarie e di molecole, quando
necessarie, di certa innocuità per l’uomo,
tali da garantire scarsa o nulla residualità.
La netta proposta per la lotta alla peste americana
è stata fatta propria, alla fine, anche dall’insieme
della filiera del miele europea che esclude, oggi,
qualsiasi possibile utilizzo di antibiotici. Viviamo
quindi una crescente e radicale divaricazione nel
mercato mondiale del miele, tra l’Europa e gran parte
del resto del pianeta che non solo consuma miele con
antibiotici, ma anzi continua a proporne la somministrazione
agli alveari. Ottenere che tutti marcino al passo
dei tempi non è facile: circolano certo ancora,
in Italia e in Europa, partite di miele contaminato,
ma è sempre più difficile che siano
irresponsabilmente proposte ai consumatori europei
e tantomeno sul mercato italiano. Il miglioramento,
sotto questo profilo, del mercato sia europeo e soprattutto
nazionale è testimoniato da precisi segnali
che monitoriamo costantemente e su cui L’Apis proporrà
presto un’analisi dettagliata.
L’accertamento della contaminazione di formulati al
propoli segnala un ritardo inaccettabile dell’insieme
della filiera specializzata nella produzione e commercializzazione
(con lauti margini economici!) di preparati consumati
principalmente dall’infanzia, da soggetti debilitati
e per l’attività benefica e salutare.
Segnala però anche un pesante ritardo nostro,
dei produttori apistici associati e quindi dell’U.N.A.API.
in primo luogo. E’ risaputo, infatti, che alcune molecole
sono, come quelle in questione, lipofile (ben si legano
e accumulano progressivamente in cera e propoli e
“passano” con più difficoltà nel miele)
mentre altre (amitraz e soprattutto suoi metaboliti)
più accentuatamente sono idrofile (trasmigrano
e si conservano più facilmente nel miele).
Ogni sostanza e/o somministrazione lascia un’impronta
incancellabile nell’alveare; il segno di una molecola
lipofila sarà certo più importante,
indelebile e crescente in una matrice stabile come
il propoli composto di resine e che l’alveare non
“consuma” e anzi riutilizza e ricicla nel suo ciclo
vitale “infinito”. Qual è l’apicoltore che
non ha osservato le api recuperare il propoli nelle
cassette vuote accatastate presso la sede aziendale?
“Avremmo dovuto
occuparcene, prima che scoppiasse la bugna!”
mi ha rampognato un collega e amico. Ho risposto:
“hai ragione siamo
in colpevole e grave ritardo, avremmo dovuto, pur
con le nostre scarse se non nulle risorse umane ed
economiche, farci carico per tempo anche di questo…”
Oggi “chiudere
la stalla quando i buoi…” non serve, serve
invece “far tesoro
degli sbagli”.
D’ora in avanti siamo tenuti a ricordare che per gli
alveari ogni contatto e/o somministrazione di principi
attivi stabili e contaminanti, inclusi alcuni legalmente
utilizzabili, può comportare il degrado del
propoli derivatone. D’ora in avanti la cessione e
soprattutto la proposta ai consumatori di questa meravigliosa
sostanza (impropriamente ancora per troppi apicoltori:
“sottoprodotto”) non potrà più essere
fatta a cuor leggero, ma solo dopo aver accertato,
con ancor più attenzione e garanzie di quanto
non si faccia oggi per il miele, che sia esente da
ogni inquinante tossico e se ne possano vantare solo
i plurimi e sempre più apprezzati effetti benefici.
Dobbiamo promuovere e attuare, a breve anche per il
propoli, una “rivoluzione” commerciale: se oggi all’ingrosso
un generico propoli pulito da impurità, quali
sporcizia e schegge, vale al kg intorno ai 50/60 euro,
quale deve essere invece la quotazione equa del propoli
pulito da molecole residuali? Quanto e come questo
primo allarme comunitario si ripercuoterà nel
mercato mondiale? Quali saranno al mondo gli apicoltori
e le apicolture in grado di soddisfare la crescente
domanda di propoli “pulito”? L’apicoltura italiana
è capace, l’ha dimostrato, di accollarsi e
vincere sfide complesse e “impossibili” pur di sopravvivere:
i monoflora, il Regolamento U.E. per l’apicoltura
(oggi 1234), l’assistenza apistica professionale,
la riformulazione radicale della Direttiva CE sul
miele, le vere procedure di lotta alla peste americana,
l’aggiornamento e la condivisione culturale e tecnologica,
il riconoscimento istituzionale del valore ambientale
delle api, gli effettivi criteri distintivi per il
bio, il continuo aggiornamento e aggiustamento nella
lotta alla varroa, la compatibilità dei pesticidi...
L’apicoltura italiana è una delle poche, se
non l’unica, che può dare nuovo impulso alla
produzione di propoli
solo benefico e trasformare l’attuale difficoltà
in opportunità. Facciamoci sotto!
Francesco Panella Novi Ligure, 13 febbraio 2010
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