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"Lo
scaldasonno per api"
Cordialissima Direzione,
sono un abbonato lettore di L'Apis e vorrei presentare quanto
mi viene suggerito da un amico ingegnere col quale ci siamo
appassionati a gestire 4 alveari situati in una zona piuttosto
fredda dell'Appennino piacentino. Premetto che l'anno scorso
due famiglie, quelle meno forti e composte da circa 7 telaini,
a causa dell'inverno piuttosto rigido e prolungato ad un certo
punto non hanno più resistito: aprendo l'arnia, infatti,
abbiamo rilevato che, pur essendoci ancora dell'abbondante
miele nei favi posti all'esterno rispetto al nucleo, le api
agglomerate erano cadute sul fondo sottostante. Un "vecchio"
apicoltore della zona ci riferiva che ciò era accaduto
proprio a causa del freddo che ha reso particolarmente solido
il loro alimento tanto da renderlo inaccessibile. Arrivo al
punto: quello che l'amico Vittorio mi suggerisce di realizzare,
e su cui io sono piuttosto scettico, pur prescindendo dall'economicità
del progetto, è quello di adottare un sistema di riscaldamento
dell'arnia nei periodi invernali più freddi. In sostanza
si tratterebbe di inserire sul fondo interno dell'arnia una
microresistenza, del tipo di quelle utilizzate dai fornelli
elettrici antizanzare "VAPE", posta in corrispondenza
del glomere e comunque al centro dell'arnia tanto da agevolare
le nostre api nella produzione di calore nei momenti di maggiore
difficoltà termica, in modo tale da garantire loro
un minimo tepore. Al riguardo attendo conoscere il vostro
parere.
Francesco Vantaggiato - Piacenza (idea Vittorio Antoniazzi)
Non vorrei deludere il suo amico inventore o peggio stroncargli
sul nascere una carriera, però secondo me è
del tutto inutile dedicare del tempo per inventare uno "scaldasonno"
per api. Nello scorso anno le vostre api non sono probabilmente
morte di freddo, quanto piuttosto di fame, perchè non
in grado di raggiungere i favi contenenti miele. Durante l'inverno
le api si stringono in un glomere che è caratterizzato
da movimenti limitati nello spazio ed influenzati dalle temperature
esterne: se la temperatura sale, il glomere si allenta e si
allarga leggermente, se la temperatura scende, il glomere
si restringe e riduce il volume occupato nell'arnia. Per consentire
la sopravvivenza delle colonie in inverno, in presenza di
scorte in favo e senza prevedere un'integrazione esterna,
bisogna far si che il glomere, anche quando sarà nel
momento di maggior restringimento, sia posizionato sui favi
con scorte sufficienti. Per fare ciò, soprattutto in
presenza di famigliole un po' piccoline e povere di api, occorre
ridurre il numero dei favi su cui invernare la colonia, posizionando
la famiglia se necessario, anche su cinque, sei favi in totale.
In questo modo le api avranno il nutrimento a portata di ligula.
Se, invece, i favi di scorta sono lasciati troppo esterni,
anche la distanza rappresentata da un solo favo tra glomere
e scorta, può rappresentare un ostacolo insormontabile
e portare la colonia alla morte per fame, in quanto incapace
di raggiungere il miele. A questa premessa aggiungo che è
difficile trovare in natura casi di colonie di api morte per
freddo mentre negli allevamenti razionali la maggiore o minore
coibentazione delle arnie può incidere sul maggior
o minor consumo delle scorte e sulla maggiore o minore precocità
di risveglio primaverile. L'idea del suo amico non è
però del tutto balzana, tant'è che è
adottata da allevatori di api regine che con l'artificio di
invernare gli alveari in edifici chiusi o con piccole resistenze
ed accompagnando alle "stufette" una continua nutrizione
provocano un "anticipo artificiale" della ripresa
primaverile della deposizione, come anche l'anticipo di deposizione
di uova da fuco.
"Campeggio
apistico"
Mi servirebbero alcune
informazioni. Ho la roulotte in un campeggio in provincia
di Varese. Il nuovo gestore è un apicoltore che ha
posizionato all'interno del campeggio 46 arnie, di cui mostra
autorizzazione ASL. Le arnie sono così posizionate:
alcune all'ingresso del campeggio (2 m), altre accanto al
campo ricreativo (6 m). Vorrei sapere se esiste qualche legge
che stabilisce distanze minime da attività ricreative
pubbliche. Ho trovato solo una legge regionale del Piemonte,
ma nulla per la Lombardia: non penso che ci si possa basare
solo sul buon senso delle persone. In attesa di una vostra
risposta, cordialmente saluto.
e-mail di Bocchialini Davide
In effetti la Regione Lombardia non ha legiferato in merito
e vige pertanto il vuoto normativo, o in altre parole il caos.
E' al momento in discussione una legge regionale, in cui saranno
fornite indicazioni anche relativamente alle distanze minime
da confini di proprietà, strade ed abitazioni: come
lei ben sa, però, i tempi che intercorrono tra discussione,
approvazione ed attuazione di una legge non sono mai da primato.
In compenso la legge quadro nazionale di prossima (almeno
speriamo) emanazione detta in proposito precise norme.
Benché, a giudicare da quanto da lei riferito, il gestore
non sembri mostrare molto buon senso, tanto meno quello degli
affari, lei potrebbe proporgli o di spostare gli alveari al
di fuori dell'area del campeggio oppure di delimitare l'area
dell'apiario con una rete ombreggiante alta un paio di metri.
In quest'ultimo caso si obbligano le api ad innalzarsi velocemente
e pertanto arrecano minor disturbo nell'area circostante.
Se invece il gestore non ne vuole proprio sapere, allora non
le resta che cambiare campeggio!!
"Considerazioni"
Spett.le Redazione e Comitato
Scientifico de la rivista L'Apis, mi si consenta la richiesta
di ospitalità in "La posta dei lettori".
Benché il costo del prodotto non sia fra i più
allettanti, quest'anno ho optato per l'Apiguard come trattamento
tampone antivarroa, introducendolo negli alveari a tempo debito
(primo di agosto), come da istruzioni. Risultato: nessuna
caduta. Che bidonata, mi son detto! In seguito ho trattato
con Apistan, riscontrando una caduta compresa fra le 70 e
le 400 unità di acari. Altra considerazione: 20 arnie
erano dotate di spazio Mussi. Le tre famiglie più infestate,
così come le tre famiglie con minor caduta, appartenevano
a questo gruppo. A voi il commento. Grazie.
Guadagnini Vincenzo - Val di Fiemme "Vincent"
Gentile Apicoltore, mi piacerebbe darle una risposta carica
di certezze evadendo ogni suo dubbio: lo facessi, non sarei
sincera. Tra le sue affermazioni, però, una mi lascia
alcune perplessità: in nessun caso le cadute delle
varroe è pari a zero, nemmeno la caduta naturale. Probabilmente
qualcosa non ha funzionato nel suo sistema di controllo delle
cadute durante il trattamento con Apiguard. Per avere la certezza
che le formiche, così rapide e precise nel loro lavoro,
non allontanino le varroe cadute, si procuri dei fogli con
un lato adesivo oppure, alla vecchia maniera, spalmi della
vaselina su un foglio o altro supporto. Le raccolte dei fogli
così preparati vanno effettuate almeno una volta a
settimana, meglio due se si vuole ottenere una lettura più
agevole. La conta delle varroe deve proseguire con cadenza
regolare durante tutto il ciclo di trattamento ed ancora una
settimana dopo l'ipotetica data di termine trattamento: praticamente,
nel complesso un mese circa.
Fatta questa premessa, ammetto di riscontrare giudizi contrastanti
sull'efficacia non solo dell'Apiguard, ma della famiglia dei
timoli in generale. Il clima di quest'estate è risultato
più che ottimale per l'evaporazione dei timoli, pertanto
non può essere chiamato in causa. I prodotti commerciali,
dal canto loro, non hanno subito modifiche né nelle
formulazioni, né nei dosaggi. Si potrebbe quindi ravvisare
una resistenza al timolo, ma anche questa obiezione è
stata confutata da prove di laboratorio: nessuna resistenza
ai timoli. Non sono tuttavia isolati i casi in cui si assiste,
con il passare degli anni, ad una crescita graduale della
popolazione di varroa negli apiari, fino ad arrivare a veri
e propri allevamenti di varroe. Sarà un caso, ma si
tratta perlopiù di apiari gestiti sempre in "modo
pulito", ossia mai con la chimica pesante, ma sempre
con timoli, secondo le varie formulazioni, ed ossalico. Da
taluni è stata avanzata l'ipotesi di una modifica del
comportamento della varroa durante il periodo di trattamento
con timolo, con un allungamento della fase riproduttiva a
scapito di quella foretica: questo potrebbe spiegare una riduzione
dell'efficacia di questo principio attivo e quindi una popolazione
di varroa ancora particolarmente numerosa in autunno. Sicuramente
di questi possibili fattori evolutivi della varroa occorrerà
tenere conto in vista della prossima annata apistica. I prodotti
chimici, comunque, non possono essere considerati quale via
di fuga sicura, a causa della facilità con cui si evidenziano
le farmaco resistenze. Recente è, a questo proposito,
la comunicazione di Vita Italia che invita gli apicoltori
alla cautela nell'impiego dell'Apistan e soprattutto ad un
attento monitoraggio. Per concludere, non trarrei poi conseguenze
certe sullo spazio Mussi solo sulla base di una sua esperienza
molto limitata; siamo tutti in merito in paziente attesa che
qualcuno lo studi con la dovuta serietà scientifica
e che ne verifichi e quantifichi percentualmente la possibile
efficacia.
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