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La rivista di Aspromiele
specializzata nel settore dell'Apicoltura

Dicembre 2004
anno XII - n. 9

copertina lapis 9/2004


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POSTA DEI LETTORI

"Lo scaldasonno per api"
Cordialissima Direzione, sono un abbonato lettore di L'Apis e vorrei presentare quanto mi viene suggerito da un amico ingegnere col quale ci siamo appassionati a gestire 4 alveari situati in una zona piuttosto fredda dell'Appennino piacentino. Premetto che l'anno scorso due famiglie, quelle meno forti e composte da circa 7 telaini, a causa dell'inverno piuttosto rigido e prolungato ad un certo punto non hanno più resistito: aprendo l'arnia, infatti, abbiamo rilevato che, pur essendoci ancora dell'abbondante miele nei favi posti all'esterno rispetto al nucleo, le api agglomerate erano cadute sul fondo sottostante. Un "vecchio" apicoltore della zona ci riferiva che ciò era accaduto proprio a causa del freddo che ha reso particolarmente solido il loro alimento tanto da renderlo inaccessibile. Arrivo al punto: quello che l'amico Vittorio mi suggerisce di realizzare, e su cui io sono piuttosto scettico, pur prescindendo dall'economicità del progetto, è quello di adottare un sistema di riscaldamento dell'arnia nei periodi invernali più freddi. In sostanza si tratterebbe di inserire sul fondo interno dell'arnia una microresistenza, del tipo di quelle utilizzate dai fornelli elettrici antizanzare "VAPE", posta in corrispondenza del glomere e comunque al centro dell'arnia tanto da agevolare le nostre api nella produzione di calore nei momenti di maggiore difficoltà termica, in modo tale da garantire loro un minimo tepore. Al riguardo attendo conoscere il vostro parere.
Francesco Vantaggiato - Piacenza (idea Vittorio Antoniazzi)

Non vorrei deludere il suo amico inventore o peggio stroncargli sul nascere una carriera, però secondo me è del tutto inutile dedicare del tempo per inventare uno "scaldasonno" per api. Nello scorso anno le vostre api non sono probabilmente morte di freddo, quanto piuttosto di fame, perchè non in grado di raggiungere i favi contenenti miele. Durante l'inverno le api si stringono in un glomere che è caratterizzato da movimenti limitati nello spazio ed influenzati dalle temperature esterne: se la temperatura sale, il glomere si allenta e si allarga leggermente, se la temperatura scende, il glomere si restringe e riduce il volume occupato nell'arnia. Per consentire la sopravvivenza delle colonie in inverno, in presenza di scorte in favo e senza prevedere un'integrazione esterna, bisogna far si che il glomere, anche quando sarà nel momento di maggior restringimento, sia posizionato sui favi con scorte sufficienti. Per fare ciò, soprattutto in presenza di famigliole un po' piccoline e povere di api, occorre ridurre il numero dei favi su cui invernare la colonia, posizionando la famiglia se necessario, anche su cinque, sei favi in totale. In questo modo le api avranno il nutrimento a portata di ligula. Se, invece, i favi di scorta sono lasciati troppo esterni, anche la distanza rappresentata da un solo favo tra glomere e scorta, può rappresentare un ostacolo insormontabile e portare la colonia alla morte per fame, in quanto incapace di raggiungere il miele. A questa premessa aggiungo che è difficile trovare in natura casi di colonie di api morte per freddo mentre negli allevamenti razionali la maggiore o minore coibentazione delle arnie può incidere sul maggior o minor consumo delle scorte e sulla maggiore o minore precocità di risveglio primaverile. L'idea del suo amico non è però del tutto balzana, tant'è che è adottata da allevatori di api regine che con l'artificio di invernare gli alveari in edifici chiusi o con piccole resistenze ed accompagnando alle "stufette" una continua nutrizione provocano un "anticipo artificiale" della ripresa primaverile della deposizione, come anche l'anticipo di deposizione di uova da fuco.

"Campeggio apistico"
Mi servirebbero alcune informazioni. Ho la roulotte in un campeggio in provincia di Varese. Il nuovo gestore è un apicoltore che ha posizionato all'interno del campeggio 46 arnie, di cui mostra autorizzazione ASL. Le arnie sono così posizionate: alcune all'ingresso del campeggio (2 m), altre accanto al campo ricreativo (6 m). Vorrei sapere se esiste qualche legge che stabilisce distanze minime da attività ricreative pubbliche. Ho trovato solo una legge regionale del Piemonte, ma nulla per la Lombardia: non penso che ci si possa basare solo sul buon senso delle persone. In attesa di una vostra risposta, cordialmente saluto.
e-mail di Bocchialini Davide

In effetti la Regione Lombardia non ha legiferato in merito e vige pertanto il vuoto normativo, o in altre parole il caos. E' al momento in discussione una legge regionale, in cui saranno fornite indicazioni anche relativamente alle distanze minime da confini di proprietà, strade ed abitazioni: come lei ben sa, però, i tempi che intercorrono tra discussione, approvazione ed attuazione di una legge non sono mai da primato. In compenso la legge quadro nazionale di prossima (almeno speriamo) emanazione detta in proposito precise norme.
Benché, a giudicare da quanto da lei riferito, il gestore non sembri mostrare molto buon senso, tanto meno quello degli affari, lei potrebbe proporgli o di spostare gli alveari al di fuori dell'area del campeggio oppure di delimitare l'area dell'apiario con una rete ombreggiante alta un paio di metri. In quest'ultimo caso si obbligano le api ad innalzarsi velocemente e pertanto arrecano minor disturbo nell'area circostante.
Se invece il gestore non ne vuole proprio sapere, allora non le resta che cambiare campeggio!!

"Considerazioni"
Spett.le Redazione e Comitato Scientifico de la rivista L'Apis, mi si consenta la richiesta di ospitalità in "La posta dei lettori".
Benché il costo del prodotto non sia fra i più allettanti, quest'anno ho optato per l'Apiguard come trattamento tampone antivarroa, introducendolo negli alveari a tempo debito (primo di agosto), come da istruzioni. Risultato: nessuna caduta. Che bidonata, mi son detto! In seguito ho trattato con Apistan, riscontrando una caduta compresa fra le 70 e le 400 unità di acari. Altra considerazione: 20 arnie erano dotate di spazio Mussi. Le tre famiglie più infestate, così come le tre famiglie con minor caduta, appartenevano a questo gruppo. A voi il commento. Grazie.
Guadagnini Vincenzo - Val di Fiemme "Vincent"

Gentile Apicoltore, mi piacerebbe darle una risposta carica di certezze evadendo ogni suo dubbio: lo facessi, non sarei sincera. Tra le sue affermazioni, però, una mi lascia alcune perplessità: in nessun caso le cadute delle varroe è pari a zero, nemmeno la caduta naturale. Probabilmente qualcosa non ha funzionato nel suo sistema di controllo delle cadute durante il trattamento con Apiguard. Per avere la certezza che le formiche, così rapide e precise nel loro lavoro, non allontanino le varroe cadute, si procuri dei fogli con un lato adesivo oppure, alla vecchia maniera, spalmi della vaselina su un foglio o altro supporto. Le raccolte dei fogli così preparati vanno effettuate almeno una volta a settimana, meglio due se si vuole ottenere una lettura più agevole. La conta delle varroe deve proseguire con cadenza regolare durante tutto il ciclo di trattamento ed ancora una settimana dopo l'ipotetica data di termine trattamento: praticamente, nel complesso un mese circa.
Fatta questa premessa, ammetto di riscontrare giudizi contrastanti sull'efficacia non solo dell'Apiguard, ma della famiglia dei timoli in generale. Il clima di quest'estate è risultato più che ottimale per l'evaporazione dei timoli, pertanto non può essere chiamato in causa. I prodotti commerciali, dal canto loro, non hanno subito modifiche né nelle formulazioni, né nei dosaggi. Si potrebbe quindi ravvisare una resistenza al timolo, ma anche questa obiezione è stata confutata da prove di laboratorio: nessuna resistenza ai timoli. Non sono tuttavia isolati i casi in cui si assiste, con il passare degli anni, ad una crescita graduale della popolazione di varroa negli apiari, fino ad arrivare a veri e propri allevamenti di varroe. Sarà un caso, ma si tratta perlopiù di apiari gestiti sempre in "modo pulito", ossia mai con la chimica pesante, ma sempre con timoli, secondo le varie formulazioni, ed ossalico. Da taluni è stata avanzata l'ipotesi di una modifica del comportamento della varroa durante il periodo di trattamento con timolo, con un allungamento della fase riproduttiva a scapito di quella foretica: questo potrebbe spiegare una riduzione dell'efficacia di questo principio attivo e quindi una popolazione di varroa ancora particolarmente numerosa in autunno. Sicuramente di questi possibili fattori evolutivi della varroa occorrerà tenere conto in vista della prossima annata apistica. I prodotti chimici, comunque, non possono essere considerati quale via di fuga sicura, a causa della facilità con cui si evidenziano le farmaco resistenze. Recente è, a questo proposito, la comunicazione di Vita Italia che invita gli apicoltori alla cautela nell'impiego dell'Apistan e soprattutto ad un attento monitoraggio. Per concludere, non trarrei poi conseguenze certe sullo spazio Mussi solo sulla base di una sua esperienza molto limitata; siamo tutti in merito in paziente attesa che qualcuno lo studi con la dovuta serietà scientifica e che ne verifichi e quantifichi percentualmente la possibile efficacia.


ultima modifica:9 Aprile, 2006 -