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La rivista di Aspromiele
specializzata nel settore dell'Apicoltura

Dicembre 2003
anno XI - n. 9

copertina lapis 9/2003


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POSTA DEI LETTORI

"Sanificazione della cera"
Gentile Redazione di L'Apis, Voglio innanzitutto farvi i miei complimenti per la rivista che da sempre accompagna la mia avventura apistica, in secondo luogo vorrei alcuni consigli su come comportarmi riguardo alla "sanificazione" della cera presente nei miei alveari dato che insieme con alcuni amici dall'anno prossimo dovremmo entrare in conversione per la certificazione d'azienda biologica. Quanta cera bisogna spedire e dove per avere analisi sui residui? Quali principi attivi si devono far ricercare? Come devo operare per fare il campionamento? E' consigliabile fare lavorare la mia cera insieme con altri? Mi rendo conto che le domande sono molte, ma credo che sia di interesse anche per altri lettori. Con stima,
Pavanello Daniele, Padova

Caro lettore, per quanto riguarda la quantità necessaria per le analisi, 15-20 g di cera fusa sono più che sufficienti. E' sempre opportuno preparare due o tre campioni sigillati da utilizzare in caso di contestazioni. Per una migliore rappresentatività del campione, è sempre consigliabile prelevare delle scaglie da più pani di cera appartenenti alla stessa partita. Per quanto riguarda la rappresentatività della partita se la cera proviene esclusivamente dagli opercoli dei favi da melario, la variabilità all'interno del lotto può considerarsi trascurabile. Differenze notevoli, anche all'interno di una stessa partita, potrebbero invece derivare dall'inglobamento (nella sceratrice o nel torchio) nella massa degli opercoli, di favi da nido. E' sempre caldamente sconsigliabile destinare la cera che deriva dalla fusione dei favi da nido, alla fabbricazione di nuovi fogli cerei: solo in questo modo si può sperare di arrivare al "residuo zero" nella propria cera. La cera derivante dalla fusione dei favi da nido deve essere utilizzata per impieghi non apistici: candele, preparazione di vernici o cere per mobili… Per quanto riguarda la posizione in cui prelevare i campioni è possibile spaccare una o più forme in due parti e asportare alcuni frammenti dal centro verso l'esterno del blocco di cera.
Quali principi attivi ricercare? Se lo scopo è farsi un'idea del livello d'inquinamento della cera, occorre ricercare soprattutto coumafos e fluvalinate. Nel caso invece siano utilizzati altri p.a. (amitraz, cimiazolo, clorfenvinfos ecc.), questi potranno essere aggiunti alla lista dei precedenti due.
Diverso è il discorso nel caso di una lavorazione di tipo associativo. Le caldaie per la lavorazione normalmente possono contenere fino a 8 quintali e se la cera proviene da più apicoltori è sufficiente che uno o pochi di questi apportino materiale fortemente inquinato per ottenere fogli cerei di pessima qualità. E' quindi ovvio che se per riempire la caldaia fosse necessario unire la propria cera a quella di altri (di fiducia o sconosciuti che siano), la conoscenza di due parametri, residualità media e quantità per ogni lotto-apicoltore, può contribuire a chiarire le eventuali contestazioni tra apicoltori (inquinamento interno) e/o tra questi ed il trasformatore (inquinamento esterno) in caso di residui anomali riscontrati successivamente nei fogli cerei. Nel caso il campione di cera grezza serva come riscontro nell'eventualità di contestazioni con il trasformatore occorrerà ricercare i p.a. nel foglio cereo e solo se risultassero anomalie evidenti si procederà all'analisi del campione.
Infine, per far eseguire le analisi della cera, uno dei laboratori più accreditati è l'Istituto Nazionale di Apicoltura, Bologna - Via di Saliceto, 80 tel. Tel. 051 353103 visionabile anche al sito web, www.inapicoltura.org

"Allergie al veleno d'ape"
Spett.le redazione, ho letto con molto piacere e interesse l'articolo del collega apicoltore relativo alla sua esperienza con il veleno d'api. Auspico che ciò apra una finestra affinché si approfondiscano conoscenze e problematiche sulle punture degli imenotteri. Io sono un anziano hobbista apicoltore che negl'anni 70 ha frequentato la scuola d'apicoltura del maestro Abramo Andreatta di Trento.
In quella sede il dott. Adamo Adami medico di Trento illustrò la sua esperienza trentennale d'apipuntura praticata ad oltre tremila pazienti con un suo metodo. Ci ha lasciato pure una relazione scritta sull'rgomento che conservo gelosamente e che rendo eventualmente disponibile. Questo metodo che conserva tutta la sua validità, è stato integrato da altre esperienze in materia, vedi il recente libro sull'apipuntura del Dott. Federico Grosso e del cav. Galli di Milano, libro tra l'altro molto interessante utile e piacevole da leggere. Il dott. Adami per praticare l'apipuntura senza danni, ha stabilito un protocollo minimo da rispettare. Quanto previsto da questo protocollo raggruppa una serie di utili suggerimenti che dovremmo anche noi apicoltori conoscere per cautelarci dal pericolo del veleno delle api. A mio modesto parere il problema crescente delle allergie acquisite denunciate dagli apicoltori, non è tale bensì riconducibile alle interazioni di cause sfavorevoli al momento in cui viene punto l'apicoltore. In sintesi cercherò di ricordare le più importanti cause che possono favorire o generare condizioni di rischio di reazioni sistemiche di tipo allergico previste dal protocollo Adami.
Esse sono:

  • condizioni di stress-stanchezza, stato di malessere generale e peggio influenzale,
  • non essere in terapia con vaccini antinfluenzali da meno di 25 gg.,
  • non aver preso farmaci da almeno una settimana,
  • non avere la digestione in atto,
  • rimanere seduti per 20 minuti dopo essere stati punti.

In caso di reazioni importanti l'apicoltore deve fare un attento esame per rendersi conto se vi erano in atto condizioni sfavorevoli che hanno interagito prima di parlare di allergia acquisita. La desensibilizzazione al veleno degli imenotteri si pratica con un kit crescente di veleno fino alla completa immunità ossia si costruisce lentamente il famoso I.G.g antagonista dell'I.G.-E. responsabile delle allergie. Da tempo, da questo punto di vista, noi apicoltori dovremmo andare tranquilli con le centinaia o migliaia di pungiglioni presi nel tempo, la nostra è una sorta di terapia di desensibilizzazione permanente!
E' evidente che vi sono cose da chiarire.
In questo ruolo l'apicoltore con la sua esperienza sul campo può offrire alla ricerca immunologica un prezioso contributo di conoscenze per fare chiarezza sulle allergie acquisite dagli apicoltori. Suggerirei alla redazione di L'Apis di rendere disponibile agli apicoltori il libro di apipuntura del dott. Grosso, Vi assicuro sarà per tutti di grande utilità.
Cordiali Saluti
Piergiorgio Michieletto

Ringraziamo il lettore Piergiorgio Michieletto per l'attenzione con cui ci segue e, soprattutto, per il contributo portato sulla problematica delle allergie, che coinvolge anche un significativo numero di apicoltori.
L'interesse suscitato dal tema è confermato anche dall'elevato numero di telefonate giunte in redazione. Confidiamo di ricevere e pubblicare altre significative esperienze sui prossimi numeri di L'Apis.
Per quanto riguarda la richiesta di "mettere a disposizione degli apicoltori il libro del dr. Grasso", non siamo purtroppo in grado, per motivi commerciali, di gestire una attività di rivendita di libri che vada oltre a quanto da noi direttamente edito.


ultima modifica:9 Aprile, 2006 -