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"Sanificazione
della cera"
Gentile Redazione di L'Apis,
Voglio innanzitutto farvi i miei complimenti per la rivista
che da sempre accompagna la mia avventura apistica, in secondo
luogo vorrei alcuni consigli su come comportarmi riguardo
alla "sanificazione" della cera presente nei miei
alveari dato che insieme con alcuni amici dall'anno prossimo
dovremmo entrare in conversione per la certificazione d'azienda
biologica. Quanta cera bisogna spedire e dove per avere analisi
sui residui? Quali principi attivi si devono far ricercare?
Come devo operare per fare il campionamento? E' consigliabile
fare lavorare la mia cera insieme con altri? Mi rendo conto
che le domande sono molte, ma credo che sia di interesse anche
per altri lettori. Con stima,
Pavanello Daniele, Padova
Caro lettore, per quanto riguarda la quantità necessaria
per le analisi, 15-20 g di cera fusa sono più che sufficienti.
E' sempre opportuno preparare due o tre campioni sigillati
da utilizzare in caso di contestazioni. Per una migliore rappresentatività
del campione, è sempre consigliabile prelevare delle
scaglie da più pani di cera appartenenti alla stessa
partita. Per quanto riguarda la rappresentatività della
partita se la cera proviene esclusivamente dagli opercoli
dei favi da melario, la variabilità all'interno del
lotto può considerarsi trascurabile. Differenze notevoli,
anche all'interno di una stessa partita, potrebbero invece
derivare dall'inglobamento (nella sceratrice o nel torchio)
nella massa degli opercoli, di favi da nido. E' sempre caldamente
sconsigliabile destinare la cera che deriva dalla fusione
dei favi da nido, alla fabbricazione di nuovi fogli cerei:
solo in questo modo si può sperare di arrivare al "residuo
zero" nella propria cera. La cera derivante dalla fusione
dei favi da nido deve essere utilizzata per impieghi non apistici:
candele, preparazione di vernici o cere per mobili… Per quanto
riguarda la posizione in cui prelevare i campioni è
possibile spaccare una o più forme in due parti e asportare
alcuni frammenti dal centro verso l'esterno del blocco di
cera.
Quali principi attivi ricercare? Se lo scopo è farsi
un'idea del livello d'inquinamento della cera, occorre ricercare
soprattutto coumafos e fluvalinate. Nel caso invece siano
utilizzati altri p.a. (amitraz, cimiazolo, clorfenvinfos ecc.),
questi potranno essere aggiunti alla lista dei precedenti
due.
Diverso è il discorso nel caso di una lavorazione di
tipo associativo. Le caldaie per la lavorazione normalmente
possono contenere fino a 8 quintali e se la cera proviene
da più apicoltori è sufficiente che uno o pochi
di questi apportino materiale fortemente inquinato per ottenere
fogli cerei di pessima qualità. E' quindi ovvio che
se per riempire la caldaia fosse necessario unire la propria
cera a quella di altri (di fiducia o sconosciuti che siano),
la conoscenza di due parametri, residualità media e
quantità per ogni lotto-apicoltore, può contribuire
a chiarire le eventuali contestazioni tra apicoltori (inquinamento
interno) e/o tra questi ed il trasformatore (inquinamento
esterno) in caso di residui anomali riscontrati successivamente
nei fogli cerei. Nel caso il campione di cera grezza serva
come riscontro nell'eventualità di contestazioni con
il trasformatore occorrerà ricercare i p.a. nel foglio
cereo e solo se risultassero anomalie evidenti si procederà
all'analisi del campione.
Infine, per far eseguire le analisi della cera, uno dei laboratori
più accreditati è l'Istituto Nazionale di Apicoltura,
Bologna - Via di Saliceto, 80 tel. Tel. 051 353103 visionabile
anche al sito web, www.inapicoltura.org
"Allergie
al veleno d'ape"
Spett.le redazione, ho
letto con molto piacere e interesse l'articolo del collega
apicoltore relativo alla sua esperienza con il veleno d'api.
Auspico che ciò apra una finestra affinché si
approfondiscano conoscenze e problematiche sulle punture degli
imenotteri. Io sono un anziano hobbista apicoltore che negl'anni
70 ha frequentato la scuola d'apicoltura del maestro Abramo
Andreatta di Trento.
In quella sede il dott.
Adamo Adami medico di Trento illustrò la sua esperienza
trentennale d'apipuntura praticata ad oltre tremila pazienti
con un suo metodo. Ci ha lasciato pure una relazione scritta
sull'rgomento che conservo gelosamente e che rendo eventualmente
disponibile. Questo metodo che conserva tutta la sua validità,
è stato integrato da altre esperienze in materia, vedi
il recente libro sull'apipuntura del Dott. Federico Grosso
e del cav. Galli di Milano, libro tra l'altro molto interessante
utile e piacevole da leggere. Il dott. Adami per praticare
l'apipuntura senza danni, ha stabilito un protocollo minimo
da rispettare. Quanto previsto da questo protocollo raggruppa
una serie di utili suggerimenti che dovremmo anche noi apicoltori
conoscere per cautelarci dal pericolo del veleno delle api.
A mio modesto parere il problema crescente delle allergie
acquisite denunciate dagli apicoltori, non è tale bensì
riconducibile alle interazioni di cause sfavorevoli al momento
in cui viene punto l'apicoltore. In sintesi cercherò
di ricordare le più importanti cause che possono favorire
o generare condizioni di rischio di reazioni sistemiche di
tipo allergico previste dal protocollo Adami.
Esse sono:
- condizioni di stress-stanchezza,
stato di malessere generale e peggio influenzale,
- non essere in terapia con vaccini
antinfluenzali da meno di 25 gg.,
- non aver preso farmaci da almeno
una settimana,
- non avere la digestione in atto,
- rimanere seduti per 20 minuti dopo
essere stati punti.
In caso di
reazioni importanti l'apicoltore deve fare un attento esame
per rendersi conto se vi erano in atto condizioni sfavorevoli
che hanno interagito prima di parlare di allergia acquisita.
La desensibilizzazione al veleno degli imenotteri si pratica
con un kit crescente di veleno fino alla completa immunità
ossia si costruisce lentamente il famoso I.G.g antagonista
dell'I.G.-E. responsabile delle allergie. Da tempo, da questo
punto di vista, noi apicoltori dovremmo andare tranquilli
con le centinaia o migliaia di pungiglioni presi nel tempo,
la nostra è una sorta di terapia di desensibilizzazione
permanente!
E' evidente che vi sono cose da chiarire.
In questo ruolo l'apicoltore con la sua esperienza sul campo
può offrire alla ricerca immunologica un prezioso contributo
di conoscenze per fare chiarezza sulle allergie acquisite
dagli apicoltori. Suggerirei alla redazione di L'Apis di rendere
disponibile agli apicoltori il libro di apipuntura del dott.
Grosso, Vi assicuro sarà per tutti di grande utilità.
Cordiali Saluti
Piergiorgio Michieletto
Ringraziamo il lettore Piergiorgio Michieletto
per l'attenzione con cui ci segue e, soprattutto, per il contributo
portato sulla problematica delle allergie, che coinvolge anche
un significativo numero di apicoltori.
L'interesse suscitato dal tema è confermato anche dall'elevato
numero di telefonate giunte in redazione. Confidiamo di ricevere
e pubblicare altre significative esperienze sui prossimi numeri
di L'Apis.
Per quanto riguarda la richiesta di "mettere a disposizione
degli apicoltori il libro del dr. Grasso", non siamo
purtroppo in grado, per motivi commerciali, di gestire una
attività di rivendita di libri che vada oltre a quanto
da noi direttamente edito.
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