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LA GRECIA CLASSICA

Si ritiene che nel mondo greco le api fossero allevate con estrema perizia fin dai tempi più remoti e "che l'apicoltura greca fosse realmente in gran vigore emerge anche dal fatto che la piccola Attica (40 miglia quadrate) già ai tempi di Pericle, (morto nel 429 a.C.), era in grado di esibire 20.000 alveari". Normalmente si occupava degli alveari uno "schiavo apicoltore" chiamato mellitouros. L'arnia utilizzata era di tipo a paniere capovolto, permetteva l'estrazione dei favi e la gestione razionale degli alveari. Si ritiene, anzi, che le precise descrizioni di Aristotele sulle api siano da collegarsi alla diffusione di questo tipo di arnia. Erano diffuse anche altre arnie: un modello a forma di parallelepipedo rettangolo, allungato e disposto orizzontalmente, era costruito con assi di legno, mentre un altro modello, cilindrico e realizzato in terracotta, permetteva di realizzare apiari formati dalla sovrapposizione di alveari disposti uno sopra l'altro.
"Della Rocca, un ecclesiastico nell'isola di Sira nell'Arcipelago, cerca nel suo libro: "Traités sur Les Abeilles", Parigi 1790, di provare che già gli antichi Greci adoperassero nei loro panieri del listelli mobili, che essi ponevano in alto nell'alveare in qualche distanza l'uno dall'altro e sui quali le api attaccavano i loro favi. Quando i Greci volevano formare un nuovo sciarne, prendevano solamente alcuni di tali listelli con covata e li mettevano in un alveare vuoto".
"Al progresso dell'apicoltura greca pare abbia non poco contribuito la conoscenza della tradizione egiziana di praticare l'apicoltura nomade. Columella narra che gli abitanti dell'Acaja spedivano già ab antico i loro alveari nella penisola Attica, per mettere a partita la sua magnifica fioritura. Secondo il Codice di Solone i greci hanno praticato l'apicoltura nomade già 600 anni a.C. Si incontrano in esso articoli speciali nei quali è presa in considerazione anche l'apicoltura nomade, specialmente relativamente al modo di esporre gli alveari quando si spedivano in altri paesi. Ordinava il Codice, per esempio, che gli alveari dell'Acaja, che erano portati in gran quantità sui campi di questo paese così largamente fortunato, dovessero essere esposti ad una distanza di 300 piedi dal più prossimo apiario".
Durante le operazioni in apiario gli addetti si proteggevano con indumenti adatti e ricorrevano al fumo emesso da uno strumento in terracotta munito, sui lati opposti, di due aperture dimensionate in modo tale da convogliare l'aria.
La raccolta del miele avveniva tramite l'asportazione parziale dei favi; quindi una parte delle scorte veniva lasciata alla famiglia e non si praticava l'apicidio.
Sulla base degli scritti di Aristotele la raccolta principale veniva realizzata quando i fichi incominciavano a maturare, cioè in giugno. I favi raccolti, una volta sbriciolati, erano messi in una tela a filtrare. Il miele ottenuto veniva lasciato decantare in grandi vasi di terracotta e, tolte le impurità risalite a galla, era commercializzato come miele di prima scelta. Dai residui dei favi pressati si otteneva un miele di seconda qualità.
Gli scrittori greci, in particolare Aristotele, trattarono anche le malattie delle api, ignorandone l'origine e dando ad esse nomi curiosi. Ritenevano anche che il nettare primaverile dell'olivo, del tasso, del mandorlo e del comiolo fossero dannosi per le api. "Le api - scriveva Aristotele - sono particolarmente soggette ad ammalarsi quando il fiore degli alberi è rovinato dalla ruggine o carbone degli alberi ed in annate di caldo secco".
La legislazione greca regolamentava la creazione dell'apiario e la sua disposizione: Dracone aveva proibito l'installazione di un apiario a meno di circa 92 metri da uno già presente.
E' soprattutto la proprietà degli sciami selvatici o di quelli che fuggono dagli alveari ad aver sviluppato un'estesa legislazione: Platone scriveva che "se, cedendo alla passione di allevare le api, ci si appropria degli sciami altrui e li si attira battendo su vasi di bronzo, si dovrà risarcire il padrone".
Il miele era normalmente presente nella dieta alimentare degli antichi greci ed era alla base di numerosi cibi. "Nelle famiglie greche veniva fatto un grande uso di miele. Il palato delicato dei Greci amava molto i dolciumi e nei loro banchetti il miele, il quale parte era mescolato a molte vivande parte veniva in tavola puro come dessert, vi rappresentava una gran fetta. Ciò che pare essere stato gradito in modo speciale erano le torte al miele e le cotte mielate, delle quali ultime fa cenno anche la Batracomiomachia.
Merita di essere notato che i Greci conoscevano già le conserve di miele, come per esempio sapevano mettere dentro al miele pere ed altra frutta, per modo che Arrione può persino parlare di merci indiane bollite col miele. Anche il vino col miele non era sconosciuto ai Greci. Assai di sovente vien fatto menzione del Meliteion, una bevanda fermentata, fatta con acqua e miele. Parimenti il miele serviva a moderare il sapore aspro del vino greco e soprattutto ad attenuare il vino forte di Chio".

Il miele, un prodotto così apprezzato, non poteva non stimolare la frode. Erodoto, 450 anni a. C, scriveva: "quando l'armata di Serse passò dalla Frigìa in Lidia attraversò Collatébe ove alcuni lavoratori fanno il miele con i fiori dei pruni e con farina di grano" e, sempre nella spessa opera: "Presso gli Zayéces vi sono i Zygametz, dove le api fanno del miele in grande quantità, ma si crede che gli uomini ne facciano ancora di più".
Si riteneva che il miele non venisse fabbricato dalle api ma, più semplicemente, raccolto tal quale dai fiori sui quali cadeva sotto forma di rugiada celeste inviata dagli dei.
Secondo Plinio il Vecchio i migliori mieli erano quelli di Atene e della Sicilia, mentre quello di Heraclia, nel Ponto era considerato velenoso; quello raccolto nel paese di Sanni, sempre nel Ponto, era in grado di fare impazzire, perché raccolto sui fiori di oleandro.
Comunque, il miele più pregiato era quello del monte Hymetto; possedere alveari in quella zona rappresentava una vera fortuna.
Circolavano numerose altre credenze bizzarre: ad esempio che tra il miele ed il sangue esistesse una particolare affinità, tale da consigliamo l'uso ai lottatori. "Attesa la produzione rilevante nel campo apistico è facile a comprendere, che gli Elleni tenessero un commercio esteso di cera. Le merci relative venivano portate sotto forme le più varie dal melitopolo, mercante di miele, del quale fa menzione il poeta comico Aristofane di Atene e dal Keropolo, mercante di cera. Il qual ultimo ne faceva certamente anche delle fiaccole di cera, kerion, le quali servivano nelle pompe solenni, nelle feste nuziali e simili, e tavolette di cera fusa sul legno, sulle quali si scrivevano con uno stile le notizie che venivano poi scancellate colla parte piatta dello stile.
Tante volte la cera veniva adoperata come intonaco conservatore, pare per esempio che i metalli, le lampade e simili ricevessero un sottilissimo intonaco di cera come preservativo dell'ossidazione.
Nello stesso modo servivansi del miele. Così s'intrise nel miele il corpo di Alessandro il Grande, che per tal modo, come l'attesta Stazio, si sarebbe conservato. Agesipoli, Re di Sparta, fu trasportato a Sparta in una botte di miele e il suo cadavere rimase per tal modo incorrotto".

Numerosi oggetti di culto recuperati dagli archeologi dimostrano che l'ape era venerata in tutta la Grecia antica. Le caste d'api erano associate ai culti di fertilità: le Melisse, sacerdotesse della Grande Madre, avevano l'ape come simbolo. La Melissa era la donna simbolo delle virtù domestiche, fedele al marito, retta, virtuosa e buona madre. La Dea Madre, conosciuta anche come "Ape Regina", veniva celebrata con riferimento all'annuale rinnovarsi della natura.
L'ape simboleggiava anche l'eloquenza umana ed il potere che essa può esercitare: una leggenda narra che uno sciarne d'api depose sulle labbra di Platone un favo. Al miele furono associati numerosi miti, tra i quali quello secondo cui sulla tomba del famoso medico Ippocrate nidificarono le api, producendo un miele miracoloso. Si narra che Democrito sia giunto alla rispettabile età di 109 anni facendosi in vita rispettoso della sua prescrizione: "miele all'interno ed olio all'esterno".

ultima modifica: 31 Luglio, 2010