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icona tradizioni storia e tradizioni
 
BREVE GITA APISTICA NELL'EMILIA E NELLA TOSCANA

del Dott. Angelo Dubini, tratto da "L'Apicoltore", Milano, 1871.

"Grand Tour" indicava il venire in Italia dei grandi viaggiatori del secolo scorso.
Abbiamo preso a prestito questa definizione per titolare una rubrica che, alquanto modestamente, raccoglie i resoconti dei viaggi degli apicoltori itineranti del secolo scorso.
Viaggi in Italia ma anche all'estero; descrizioni dettagliate dei disagi del viaggio, citazioni relative agli artefici dell'avvento dell'apicoltura razionale in Italia, molti nobili, descrizione di oggetti curiosi costruiti nella totale dimenticanza delle ragioni monetarie, variazioni deprimenti sulla superiorità del sesso maschile ecc.

gita apistica"Partito da Milano il primo settembre ora decorso, mi recai difilato a Reggio, ove era atteso dall'ottimo amico e distinto apicoltore dott. Angelo Cattino di Correggio (…).
L'arnajo in muro è assai elegante, contiene 10 alveari, parte a due piani e parte a tre. Uno di essi è costruito col sistema Mona, modificato dal sig. Triaca. La società possiede ad una certa distanza un altro arnajo in legno. (…).
Verso sera, in compagnia dell'egregio dott. Cattini passai da Reggio a Correggio, dove l'apicoltura fiorisce sotto il suo valido impulso. Quivi mi trovai anche cogli apicoltori dottori Remigio e Ferdinando Rossi-Foglia, i quali, oltre a molte arnie villiche popolosissime in tronchi d'albero, poste in diverse località, tengono ora 31 alveari a favo mobile (sistema Fumagalli). Uno di questi però, al primo aprirlo esalò un puzzo insolito, a me ben noto per aver avuto in mano dei favi consimili mandati da Lugano.
Estratti i primi favi a miele, si arrivò alle covate operculate, molte delle quali presentavano quel forellino centrale indizio sicuro della loque (peste americana, N.d.R.). I cacchioni erano putrefatti e ridotti in una poltiglia puzzolente di colore oscuro. (…).
Presso la città nella villa di san Biagio l'egregio sig. Vitale Zuccardi eresse in società col dott. Cattini, suo nipote, un magnifico apiario circolare contenente ora 22 colonie, più un alveare a favi indipendenti e scomponibili che egli stesso seppe costruirsi con molta finezza d'arte. Questo alveare, come tutti gli altri, era popolatissimo e colmo di miele, quantunque i due bravi soci avessero cavato in quest'anno dalle 23 colonie 288 chili di miele, ossia in media chili 12 e 1/2 per alveare. Ed è a notarsi che la primavera fu infelicissima per freddo e vento; ma nel luglio e nell'agosto comparve sulle foglie degli olmi, che si usano a sostegno delle viti in questi paesi e per foraggio, una straordinaria quantità di rugiada melata colla quale le api riempirono tutte le cassette di un miele giallo-rossiccio, di sapore non aggradevolissimo, poco dolce, e di un odore tutto suo.
I paesani di questi dintorni tengono le loro api in lunghi tronchi scavati, chiusi in alto con una tavola quadrata e affatto aperti al disotto. Le colonie ordinariamente numerosissime prolungano i loro favi per 25 o 30 centimetri sotto all'arnia, essendoché i bugni, che stanno sotto la grondaja appoggiati al muro, vengono sostenuti da una staggia trasversale su cui non poggia che l'orlo. Le api entrano dal disotto e anche da uno o due fori che si praticano alla metà del tronco. Osservabile è il fatto che quasi tutti i favi prolungati, erano favi a freddo o leggermente obliqui.
A Modena, in compagnia del dott. Cattini e del gentilissimo prof. Paolo Bonizzi Vice-presidente, che stampò un buon riassunto delle lezioni popolari di apicoltura che egli diede l'anno scorso, mi recai a visitare l'arnajo sociale. (....).
Nell'apiario sociale di Bologna, in compagni del sig. prof. Gotti, trovai 11 alveari quasi tutti poverissimi, alcuni a tre piani ed altri a due, un'arnia Mona non popolata e un'arnia inglese di paglia a favo fisso e popolata. Parlandosi delle arnie a favi mobili, dirò che in quasi tutti le api furono lasciate costruire nel piano secondo o nel terzo senza dubbio per aver dato in origine troppo spazio nell'arnia. Il piano inferiore è quindi rimasto vuoto e perciò nell'inverno, quando non si faccia un totale trasporto dei telajni, non si potrà rimediare al vuoto ed al conseguente ingresso dell'umidità e del freddo.
L'arnia inglese di paglia, a favi fissi, ha la forma di una cupola, divisa in due parti, una sopra e l'altra sotto. Il piano inferiore è diviso dal superiore per una tavola a forma di disco che presenta in tre punti un foro triangolare per il passaggio nel piano superiore. Su ciascuno di quei fori fu collocata una campana di vetro con nel centro un tubo sottile di latta bucherellato per servire di scala.
Quantunque però il piano inferiore rigurgitasse di api, come potevasi scorgere da quattro usciolini con vetro, praticati ai quattro lati e quantunque l'alveare non avesse sciamato, le api non fabbricarono che qualche rudimento di favo vuoto entro i cristalli.
Nel giardino della Scuola di Veterinaria il figlio del sig. prof. Gotti tiene pure alcune arnie alla svizzera con favi mobili tanto nel corpo dell'arnia quanto nella calotta; più un alveare di sua invenzione a favi altissimi e scomponibili, che egli poi modificò alquanto e che trovasi ora ben popolato. (....)
Partito verso le 3 pom. da Bologna, e, giunto a Pistoja verso sera, mi portati tosto fuori di Porta Borgo a Capo-Strada n.60 ove dimora il sig. dott. Isidoro Guerinoni, che sfortunatamente erasi recato a Valle Ombrosa. Nel giardino dello stesso si scorgono 49 alveari popolati e poco provveduti di miele per l'attuale secca stagione. A pochi passi presso la strada ferrata che mena a Bologna, si distende in un campo una lunga fila di altri 70 alveari della Società, tutti a tre piani (sistema Guerinoni).(....).
In Pistoja e ne' suoi dintorni si trovano ora non meno di 500 alveari a favi mobili; ma fatalmente i telajni delle migliaia di arnie che il sig. Guerinoni diffuse in buona parte della Toscana, meno Firenze, sono della lunghezza di centimetri 28 nel portafavo.
Per tal guisa anche in Italia ci siamo posti sotto la fatalità delle differenze di misura, fatalità che tanto ora, ma troppo tardi, si rimpiange in Germania. (....).
Dovendo recarmi a Parma e, stanco delle ferrovie e del loro malaugurato fischio, dell'afa infuocata e della polvere che soffocava il respiro, in luogo di rifare la via di Bologna, pensai di portarmi a Pisa e di là per Viareggio a Sarzana e cercare sul dosso degli Appennini una consolante frescura.
Da Sarzana mi recai verso sera a Pontremoli, il giorno dopo, con undici ore di viaggio a Parma.
Nell'orto agrario di Parma cominciai a trovare una decina di alveari del sig. Zappieri, tutti a due piani, abbastanza forti; ma fatalmente la loque vi ha preso stanza. (....).
E' una fatalità questa che si introduca da noi una tal peste. Converrebbe che tutti si capacitassero della necessità di non fare degli sciami artificiali poveri, di non ismelare troppo o troppo presto, di aumentare le popolazioni in primavera colla nutrizione stimolante e di tenerle popolatissime nell'inverno mediante le riunioni autunnali. (....).
A Piacenza, ultima delle città visitate, non si è peranco costituita una società apistica. Dal conte Giacomo Costa si tengono intanto 9 alveari, in alcuni dei quali trovai tarine in quantità e cetonie vive che avevano corroso diversi favi. (…).
Il sullodato sig. conte comperò l'anno scorso all'Esposizione di Parma vari oggetti modificati o inventati dalla sig. Pescatori, tra i quali un'arnia contenente un'intelaiatura di ferro estraibile (…); uno smelatore con un sistema d'orologeria che aiuta l'operatore nel far girare la gabbia. Questa è in ferro e sostiene quattro buste di tela metallica nella quale discendono i favi. Il tamburo in rame stagnato, bello invero per la sua eleganza, figurerebbe assai in un gabinetto di fisica fra le macchine di precisione; ma costa la bagatella di 150 franchi. Si vede che la sig. Pescatori non va a stecchetto nel costruire i suoi attrezzi apistici e che l'economia non è il primo de' suoi pensieri, mentre poi sa dar prova di molto talento d'invenzione, dote fenomenale nella donna che in generale non fa che copiare tutto ciò che l'uomo inventa, anche nelle cose che sono di sua spettanza. (…).
Da tutto quanto si è detto il lettore può facilmente convincersi che in tutte le città percorse io ho trovato gli elementi necessari per una buona e razionale coltivazione apistica. - Uomini di ingegno e di volontà che con lodevole disinteresse, costituitisi in società, si diedero chi a dare lezioni elementari, chi ad attendere alle manipolazioni e chi ancora a pensare a nuovi congegni. Sfortunatamente l'uniformità tanto desiderata nelle misure non arriva che fino a Bologna e si riproduce a Firenze per opera del M. R. Sac. Giotto Ulivi. Al di là, dove si fece sentire l'influenza del sig. dott. Guerinoni la bella uniformità si spezza e il maneggio delle arnie viene difficoltato. Ciò che veramente mancherebbe sarebbe un uomo pratico, istruito alla buona scuola, che dimorasse presso l'apiario sociale e che sotto la direzione del Comitato promotore fosse costantemente occupato a nutrire gli alveari in primavera, a preparare Regine feconde per gli sciami ed a farli. Con una minima retribuzione quest'uomo dovrebbe, essendo falegname di professione, occuparsi anche nell'inverno a preparare delle buone arnie e degli attrezzi. (....)."


ultima modifica: 31 Luglio, 2010