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Tutti
gli apicoltori sanno che un miele troppo umido rischia di fermentare
e di perdere così il suo valore commerciale. Da cosa dipende
la fermentazione e come si può evitare? I parametri che influenzano
la fermentazione del miele sono stati studiati dal Laboratoire de
Brasserie et des Industries Alimentaires dell'U.C.L.. Vengono qui
presentati i risultati di questo lavoro.
Generalmente,
i microrganismi non si sviluppano nel miele. I mieli contengono
delle inibisse che impediscono lo sviluppo della maggior parte dei
microrganismi. Inoltre, il miele presenta una pressione osmotica
elevata. Questa pressione è dovuta a una differenza di concentrazione
tra due mezzi separati da una membrana semipermeabile. Nel nostro
caso è la pressione esercitata alla superficie dei lieviti,
legata alla differenza di concentrazione in zuccheri tra il miele
e l'interno della cellula del lievito. Se la parete semipermeabile
di quest'ultimo non è abbastanza resistente, scoppierà.
Esistono tuttavia alcuni lieviti che resistono a pressioni osmotiche
elevate e vengono chiamati lieviti osmofili. Molti di questi sono
stati identificati nel miele. Alcuni di questi lieviti sono causa,
in alcune condizioni particolari, della fermentazione.
Praticamente, perché la fermentazione si sviluppi devono
essere riunite diverse condizioni favorevoli:
- una attività dell'acqua compresa tra 0,60 e 0,66;
- la presenza di lieviti osmofili viventi in quantità sufficiente;
- una temperatura (optimum = 25°C circa) e un pH (optimum =
4,5 - 6,2) favorevoli;
Il pH del miele varia tra 3,5 e 4,5. Questi valori, tuttavia, non
sono abbastanza distanti dall' optimum per evitare la fermentazione.
In una stanza d'abitazione i primi due parametri elencati sono quelli
che influenzeranno quindi tutto il processo. A titolo di esempio,
Cremer e Riedmann (1965) hanno mostrato che lo stoccaggio di un
miele durante un anno a temperatura ambiente aumentava il suo contenuto
in alcoli (indicatore di fermentazione). Questi ultimi potrebbero
provenire dalla degradazione degli aminoacidi o degli zuccheri da
parte dei lieviti osmofili. L'attività del lieviti potrebbe
ugualmente essere all'origine dell'apparizione di aromi sgradevoli
durante la conservazione del prodotto.
Rischi
legati all'acqua
Tutti gli apicoltori sono coscienti dell'importanza del contenuto
d'acqua per la conservazione dei loro mieli. Se si analizza il parametro
che influenza effettivamente i meccanismi di degradazione, si constata
che è l'acqua realmente disponibile per le reazioni chimiche
e biologiche che è importante. Nel miele, una parte dell'acqua
è legata alle molecole di zucchero e non può quindi
intervenire nelle reazioni. Si utilizza il termine di attività
dell'acqua (aw) per designare l'acqua libera. La conoscenza della
relazione esistente tra l'aw e il contenuto d'acqua è importante.
Questa ci permette di definire un limite di umidità al di
là del quale sono possibili le alterazioni dovute ai lieviti
osmofili. Il campo dell'attività dei lieviti osmofili si
estende tra 0,60 e 0,65 di aw L'abbassamento dell'attività
dell'acqua al di sotto del valore ottimale aumenta il periodo di
latenza, diminuisce la velocità di crescita e diminuisce
il numero massimo di cellule viventi.
La tabella n. 1 ci dà l'evoluzione della percentuale di mieli
in cui l'attività dell'acqua è superiore a 0,6, in
funzione dell'umidità.
Vediamo che il campo d'attività dell'acqua compreso tra 0,6
e 0,65 corrisponde ai tenori di umidità compresi tra 17,2
e 21,2 %. Tra 17 e 19 % d'acqua è quindi indispensabile affidarsi
unicamente dei valori d'aw. I mieli che hanno un tenore d'umidità
superiore a 19% possiedono sempre, invece, una aw critica. Questi
risultati confermano quelli di White (1975) e Lochhead (1933) che
avevano definito un limite di umidità critica al di sopra
della quale le quantità di lieviti (colonie) dovevano essere
molto limitate (da 17,1 a 18%: < 1000/g; da 18,1 a 19%: <
10/g; da 19,1 a 20%: < 1/g) per evitare la fermentazione.
Notiamo che noi abbiamo studiato anche mieli (con un tenore in umidità
> 21%) in cui l'attività dell'acqua era superiore a 0,65,
considerata come massima nella bibliografia
Tabella
1 - Evoluzione della percentuale di mieti con aw superiore a 0,6
in funzione del contenuto di umidità.
|
Umidità
%
|
Percentuale
di mieli con aw > 0,6
|
Numero
di mieli
|
|
15-
16
|
0
|
5
|
|
16
- 17
|
0
|
22
|
|
17-
17,5
|
17,4
|
23
|
|
17,6-
18
|
58,3
|
12
|
|
18-
18,5
|
50
|
6
|
|
18,6-
19
|
100
|
5
|
|
>
19
|
95,2
|
21
|
Presenza
di lieviti osmofili
Analizziamo ora il secondo parametro attraverso un campionamento
di 20 mieli del commercio.
Questo si rende necessario per valutare lo stato microbiologico
di questi mieli. Nel nostro studio sono stati utilizzati tre terreni
di coltura. I primi due permettono d'isolare i lieviti, il terzo
isola i batteri. Tutti e tre i mezzi sono sterilizzati per 20 minuti
a 115°C. L'analisi microbiologica ha rivelato la presenza di
tre tipi di lieviti (numero totale di colonie vicino a 1000/g) (Callens,
1992). I risultati di alcuni mieli sono riportati nelle tabelle
2 e 3 (Bouseta., 1990).
Per determinare l'impatto della conservazione sulla qualità
del miele, il conteggio delle cellule di lieviti non è sufficiente;
bisogna anche identificare i lieviti e verificare se sono implicati
nei meccanismi di degradazione biochimica degli aminoacidi e degli
zuccheri fermentescibili.
L'identificazione dei lieviti, realizzata al Laboratoire de Mycologie
Systématique et Appliquée (Professor G. Hennebert)
ha richiesto un lavoro molto impegnativo.
Deve essere effettuata su un ceppo in coltura pura, precedentemente
isolata su un mezzo adeguato (terreno già utilizzato senza
aggiunta di inibitori della crescita batterica). In questo modo
sono state isolate quattro specie nelle colonie bianche, rosse e
nere descritte nelle tabelle 2 e 3. Questi lieviti sono stati in
seguito inoculati in una serie di provette contenenti dei terreni
specifici per i test di identificazione morfologica e metabolica.
L'insieme dei test è indispensabile per poter identificare
correttamente un lievito. I criteri di analisi sono raggruppati
in 4 categorie: l'aspetto della coltura, la morfologia delle cellule
vegetative, i caratteri sessuali e fisiologici. I nostri risultati
permettono di identificare distintamente le seguenti quattro specie:
Cryptococcus albidus, Trichosporon beigelii, Rhodotorula minuta,
Debaryomyces hansenii. Secondo le prove metaboliche eseguite, solo
Debaryomyces hansenii presenta test positivi per la fermentazione
del glucosio, galattosio, saccarosio e cellobiosio. Tuttavia anche
Trichosporon beigelii utilizza glucosio per la crescita se questo
è presente in forte concentrazione (le tabelle con questi
dati sono disponibili presso il CARI, su semplice domanda).
Debaryomyces hansenii è stato identificato in numero se derrate
alimentari come il vino, la birra, il saké, il latte e la
frutta (Lodder e Kreger-Van Rij, 1983). Cryptococcus albidus è
stato identificato nel vino, nel saké, nel formaggio e nel
polline (Skinner, 1983). La sua presenza nel miele potrebbe spiegarsi
con l'incorporazione di granuli pollinici contaminati (Gilliam,
1975).
Tabella
2 - Conta dei lieviti sul terreno 1 (PDA: Potato Dextrose Agar)
+ difenile + cloramfenicolo
7=montagna; 9=millefiori; 11=acacia; 20=agrumi; 29=agrumi; 35=rosmarino;
82=millefiori
|
n.
del campione
|
7
|
9
|
11
|
20
|
29
|
35
|
82
|
|
lieviti
|
colonie
rosse
|
801
|
801
|
801
|
801
|
801
|
801
|
801
|
|
colonie
bianche
|
9
|
9
|
9
|
9
|
9
|
9
|
9
|
|
colonie
nere
|
325
|
325
|
325
|
325
|
325
|
325
|
325
|
|
muffe
|
-
|
68
|
-
|
7
|
-
|
-
|
-
|
|
totale
microrganismi/g miele
|
1.135
|
1.135
|
1.135
|
1.135
|
1.135
|
1.135
|
1.135
|
Tabella
3 - Conta dei lieviti su terreno 2
(Estratto di malto 20g. + agar 20g + acqua distillata
1000 ml. Aggiustare il pH a 3,7 con acido tartarico. Aggiungere
cloramfenicolo (300 mg/l) per l'inibizione dei batteri e propinato
di calcio - soluzione al 5% -per l'inibizione delle muffe).
|
n.
del campione
|
7
|
9
|
11
|
20
|
29
|
35
|
82
|
|
lieviti
|
colonie
rosse
|
921
|
564
|
812
|
625
|
868
|
685
|
1.240
|
|
colonie
bianche
|
25
|
250
|
568
|
125
|
98
|
210
|
12
|
|
colonie
nere
|
238
|
234
|
152
|
98
|
140
|
420
|
8
|
|
muffe
|
20
|
44
|
32
|
10
|
34
|
7
|
4
|
|
totale
microrganismi/g miele
|
1.104
|
1.092
|
1.564
|
858
|
1.206
|
1.322
|
1.264
|
Evoluzione
dei mieli
Ma in pratica, qual è l'influenza dell'attività dell'acqua
sulla fermentazione del miele? Per saperlo abbiamo conservato a
28°C, per 180 giorni, 18 mieli che avevano una aw compresa tra
0,54 e 0,66. Lo sviluppo di composti volatili leggeri (soprattutto
alcoli) da parte di questi mieli durante la conservazione è
stata preso come indicatore di fermentazione.
Come avevamo previsto, i mieli con una attività dell'acqua
inferiore a 0,60 non hanno mostrato una produzione significativa
di etanolo e degli altri alcoli. Nel mieli con aw superiore a 0,60.
invece, è stata constatato un aumento significativo del contenuto
in alcoli. Per alcuni mieli molto umidi (umidità % di 20,2
e 21,1 e aw di 0,63), la fermentazione (caratterizzata da una produzione
di etanolo di 46 - 172 ppm) è evidente. Per altri la produzione
di alcol è meno marcata. Certi mieli, nelle condizioni di
fermentazione, producono invece pochissimo alcol.
In
futuro
Abbiamo visto che i mieli dovrebbero avere una attività dell'acqua
inferiore a 0,60 per non presentare rischi di fermentazione. In
queste condizioni il metabolismo dei lieviti osmofili viene inibito.
Se si vuole migliorare la qualità dei mieli e assicurare
loro una buona, conservazione, sarebbe quindi indispensabile tener
conto dell'attività dell'acqua per i mieli che presentano
un contenuto d'acqua superiore al 17%. Tra 17 e 19%, un numero crescente
di mieli presenta un'attività dell'acqua superiore a 0,6
e, al di là del 19%, tutti i mieli immagazzinati a temperatura
ambiente per 6 mesi possono fermentare.
A livello di analisi, sarebbe interessante poter provare la presenza
di lieviti osmofili nei mieli in cui l'attività dell'acqua
supera 0,6, in modo da classificarli come mieli a rischio. Questo
suppone che siano realizzati preventivamente studi complementari.
Dovrebbe essere messa a punto una tecnica rapida e precisa di isolamento
e identificazione dei lieviti osmofili. Bisognerebbe, per esempio,
poter differenziare i lieviti osmofili nelle colonie bianche (dalle
quali è stato isolato Debaryomyces hansenii). Inoltre, dovrebbe
essere studiata su un numero più grande di mieli la correlazione
tra produzione di alcoli, la presenza di una aw superiore a 0,6
e la presenza di lieviti fermentanti. Tutto questo, disgraziatamente
è molto lungo e costoso.
Per l'apicoltore, l'obiettivo da raggiungere è quindi di
produrre mieli in cui l'attività dell'acqua è bassa.
Ringraziamenti
I nostri ringraziamenti sono rivolti al professar G. Hennebert (Laboratoire
de Mycologie Systématique Appliquée, U.C.L.) che ci
ha permesso di realizzare l'identificazione dei lieviti nel suo
laboratorio.
Il
Commento
La fermentazione del miele è un fenomeno conosciuto da tutti
gli apicoltori e da tutti i tecnici che si occupano di miele. Ciononostante
le informazioni di tipo scientifico su questo tipo di alterazione
sono molto limitate. Parlando di fermentazione si fa riferimento
all'unico studio organico effettuato sull'argomento nell'ormai lontano
1933 da Lochhead, citato anche in questa ricerca. Probabilmente
alla base del disinteresse della ricerca scientifica sull'argomento
vi è il fatto che il problema, pur essendo importante, può
essere risolto in maniera definitiva abbassando il contenuto d'acqua
al di sotto del limite di sicurezza assoluta (17%) o inattivando
i lieviti con un trattamento termico. Conoscere il nome, le caratteristiche
e l'origine dei microrganismi responsabili della fermentazione,
sapere perché un miele con 17,8% d'acqua è fermentato
e non lo è invece un altro con il 19% può sembrare
più una curiosità da naturalisti che una preoccupazione
dei tecnologi alimentari. Inoltre il problema riguarda, nei nostri
climi e nelle nostre condizioni di produzione, solo una quantità
limitata (meno del 20% del miele italiano) di un prodotto che possiamo
considerare marginale rispetto alle altre derrate alimentari. Questo
tipo di degradazione non è però un'esclusiva del miele:
altri alimenti a forte concentrazione zuccherina hanno gli stessi
problemi e i lieviti osmofili (o osmotolleranti) sono conosciuti
e studiati nell'industria degli zuccheri (estrazione dello zucchero
e produzione di sciroppi zuccherini per uso alimentare), delle conserve
di frutta (marmellate, frutta secca) e in confetteria industriale
(caramelle e affini). Le informazioni acquisite in questi campi
possono essere in parte applicate al miele e l'approccio adottato
nel presente articolo ne è un esempio.
In realtà l'articolo ha un taglio misto, metà scientifico
e metà tecnico-divulgativo e necessita forse di qualche complemento
per rispondere alla domanda che fa da titolo. Nel miele lo svilupparsi
o meno della fermentazione è in relazione con diversi fattori:
da una parte quelli legati alle caratteristiche del prodotto e alle
modalità di conservazione (quantità di acqua libera
disponibile, presenza di sostanze nutritive, pH, eventuale presenza
di sostanze che inibiscono la crescita dei lieviti, temperatura)
dall'altra la quantità e le caratteristiche dei lieviti.
Questi, se il mezzo presenta le caratteristiche necessarie, si moltiplicano
e consumano gli zuccheri del miele, rigettando all'esterno i prodotti
del metabolismo (anidride carbonica, alcol, acidi), provocando i
danni conosciuti.
I lieviti osmofili, responsabili della fermentazione, sono gli unici
microrganismi che possono svilupparsi in un mezzo che ha le caratteristiche
del miele. Sono sempre presenti nel miele in quanto derivano dal
nettare e dalle altre materie zuccherine raccolte dalle api e, soprattutto,
dall'interno dell'alveare, dove sono particolarmente abbondanti
soprattutto se ci sono, o vengono introdotti, residui di miele fermentato
(per esempio scorte dell'anno precedente che sono rimaste esposte
all'aria umida in quanto contenute in favi non presidiati dalle
api o residui presenti nei favi da melario). Altra possibile fonte
di contaminazione, sono i residui di miele vecchio che possono essere
presenti nei materiali che si utilizzano per l'estrazione e la lavorazione.
La quantità iniziale di lieviti è importante in quanto,
poiché questi si sviluppano in maniera abbastanza lenta,
un piccolo numero di lieviti impiegherà molto tempo per raggiungere
una quantità tale da produrre danni evidenti nel prodotto,
assicurando così una conservazione sufficientemente prolungata.
Le caratteristiche morfologiche e biochimiche dei lieviti del miele
sono poco conosciute, ma la maggior parte degli studi sull'argomento
identifica i lieviti più comuni nel miele con ceppi che oggi
sono raggruppati sotto il nome specifico di Zygosaccharomy'ces rouxii
(la sistematica in questo campo cambia rapidamente). Sorprendentemente
questa specie non è tra quelle identificate nello studio
qui riportato. Questi lieviti possono essere inattivati con un breve
riscaldamento a 60°C e questo fatto è alla base delle
tecniche di pastorizzazione per la conservazione del miele.
Per quello che riguarda le caratteristiche del miele, conosciamo
tutti il ruolo giocato dal contenuto d'acqua: più questo
è elevato, maggiore è il rischio di fermentazione.
L'articolo propone un parametro diverso dal contenuto percentuale
di acqua, normalmente utilizzato. L'attività dell'acqua è
il parametro che viene usato in microbiologia industriale e tecnologia
alimentare per predire la suscettibilità di un alimento all'attacco
microbico. Misura la quantità d'acqua effettivamente disponibile
in un prodotto alimentare, quella che non è impegnata in
leganti di coordinamento: nell'acqua pura è 1. Nel miele
varia tra 0,58 e 0,74 soprattutto a seconda del contenuto d'acqua
ma anche della composizione zuccherina e quindi dell'origine botanica
e dello stato fisico del miele (liquido o cristallizzato). In effetti,
come avevamo già proposto alcuni anni fa in un lavoro sull'argomento,
questo parametro potrebbe sostituire la misura dell'umidità
percentuale, con il vantaggio di avere una relazione più
diretta con la conservabilità del prodotto. Al di sotto del
17,0 % tutti i mieli hanno un attività dell'acqua tale per
cui lo sviluppo dei lieviti non è possibile, ma al di sopra
di questo valore l'acqua effettivamente disponibile può essere
o meno sufficiente a permettere la fermentazione: soprattutto in
questi casi la misura di aw potrebbe essere utile a prevedere la
conservabilità. La cristallizzazione del miele produce un
aumento dell'acqua libera rispetto all'equivalente allo stato liquido:
la fermentazione è quindi più probabile nel miele
cristallizzato che in quello liquido. Le altre sostanze contenute
nel miele possono avere un ruolo, anche se generalmente non determinante,
nel favorire o inibire la fermentazione. Così il pH, come
ricordato nell'articolo, la presenza di piccole quantità
di vitamine, sali minerali e sostanze azotate sono necessari per
assicurare lo sviluppo dei lieviti e alcuni mieli possono esserne
carenti. Al contrario alcune sostanze inibiscono lo sviluppo dei
lieviti: per esempio le stesse sostanze che si formano con la fermentazione
(alcoli, acidi) possono bloccare l'ulteriore procedere della fermentazione,
le sostanze che si producono per degradazione degli zuccheri (fùrfùrale
e analoghi), eventuali sostanze antimicrobiche di origine vegetale.
La temperatura, oltre ad avere un effetto sull'attività dell'acqua
e sulla cristallizzazione, influenza la moltiplicazione dei lieviti,
come ricordato nell'articolo.
Abbiamo così passato in rassegna tutti i parametri che influenzano
la fermentazione. Gli autori dell'articolo suggeriscono di prevedere
la fermentazione procedendo ad analisi microbiologiche sui mieli
con attività dell'acqua superiore a 0,6. Penso che tutti
i mieli con aw superiore a un certo limite (che però situerei
più vicino a 0,65 che non a 0,60) debbano essere considerati
prodotti a rischio, indipendentemente dalla presenza di lieviti.
Tali prodotti devono essere consumati rapidamente o, più
opportunamente, concentrati a un valore di aw di sicurezza (oppure
pastorizzati o conservati a temperatura di frigorifero, secondo
i casi).
Molto più interessante, dal punto di vista pratico, sarebbe
invece dar corso all'altra ricerca suggerita dagli autori. Oggi
infatti, pur esistendo un divieto a livello europeo nella commercializzazione
del miele fermentato per uso umano diretto, non vengono definiti
i parametri coi quali tale difetto deve essere controllato. Occorre
ricordare che tale divieto è dettato da una minor qualità
organolettica e alimentare del prodotto fermentato rispetto a quello
stabile e non da un possibile rischio per la salute. Visto che il
prodotto fermentato può comunque presentare parametri fisico-chimici
all'interno della norma prevista e non essendo contemplato alcun
limite per le caratteristiche microbiologiche o microscopiche, il
riconoscimento del miele fermentato viene affidato esclusivamente
alla valutazione organolettica. Seppure un miele fortemente fermentato
sia facilmente riconoscibile (schiuma, aspetto spugnoso, presenza
di bolle di gas, odore e aroma alcolico e fruttato, sapore acido),
non è chiaro se tale limitazione nella commercializzazione
debba applicarsi anche ai mieli con una fermentazione meno sviluppata
o a quelli in cui la fermentazione sia stata bloccata con un processo
di concentrazione o di pastorizzazione. L'identificazione della
relazione esistente tra la fermentazione evidenziabile organoletticamente,
il contenuto di alcol o di altre sostanze che indicano lo sviluppo
microbico, la quantità di lieviti osmofili viventi e l'aw.
potrebbe suggerire un sistema di controllo più obiettivo
di quello oggi possibile.
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