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Chi lo scorso mese
ha dato ascolto ai miei suggerimenti "vacanzieri" ora
è appena tornato e, abbronzato o no, sicuramente si è
"ricaricato le pile" completamente scaricate da una stagione
sventurata. Agli altri non resta che ascoltare i racconti di viaggio
e sognare ad occhi aperti.
Ora
basta però, non si può poltrire ancora a lungo. E'
tempo di ricominciare. Anche la natura ci dà i primi segnali
di risveglio:
i noccioli con i loro amenti ricchi di polline sostengono le colonie
nella loro ripresa dell'attività di covata. Se ci soffermeremo
davanti agli alveari potremo osservare le numerose api che tornano
a casa con la pallottolina di polline giallo e prezioso come l'oro:
è proprio il caso di dirlo!
La camera di covata in questo periodo dell'anno si trova spostata
nella parte anteriore -superiore dei favi, ossia dove il calore
è maggiore ed è minore l'impegno richiesto alle api
per portare la temperatura a 35°C. Se l'andamento climatico
si attesta su valori stabili e l'apicoltore interviene ora, od è
già intervenuto, con una nutrizione stimolante, le rose di
covata si espandono velocemente fino ad arrivare ad occupare entro
la fine del mese la porzione superiore anche di quattro favi. In
queste situazioni, però, attenzione ai ritorni di freddo,
peraltro frequenti nel mese di febbraio. Una inversione di tendenza
delle temperature riporta le api in glomere, comportando, quindi,
l'abbandono della giovane covata più esterna. Con perdita
di cicli di covata e superlavoro per la rimozione delle larve morte:
in poche parole si tratta di condizioni stressanti per la colonia
appena uscita dalla dormienza invernale, ancora povera di api giovani
e, anzi, con la necessità di sostituire quelle che hanno
affrontato e superato i mesi freddi.
Proprio ora si può vedere con chiarezza come evolvono differentemente
le colonie tenute strette e quelle su un numero elevato di favi,
specialmente se poco popolose. Non vi è mai capitato in primavera
di constatare come i nuclei siano spesso decisamente più
belli delle famiglie? Compatto dentro al portasciami, il nucleo
è un trattorino: una volta superato l'inverno cresce con
costanza superando spesso agilmente anche un andamento climatico
bizzarro.
Vediamo,
nella pratica, quali possono essere gli interventi in apiario in
questo periodo. Mentre all'inizio del mese ci si deve limitare all'osservazione
esterna degli alveari, una bella giornata di sole verso la fine
di febbraio può invece essere un'occasione per procedere
alla prima vera ispezione degli alveari. Spostati velocemente i
favi laterali, si esaminano quelli centrali presidiati dalle api
per verificare la presenza o meno di covata. La regina viene valutata
sulla base della covata: non è il caso di tenere aperta a
lungo un'arnia in questa stagione. Assenza di covata, di uova, di
larve e di pupe non possono essere più imputabili ad una
congenita svogliatezza della famiglia, quanto piuttosto sono sintomo
certo di orfanità. Se dentro all'alveare orfano ci sono ancora
api da recuperare, conviene effettuare la riunione della famiglia
orfana con un'altra colonia. In autunno ci siamo annotati la condizione
sanitaria di tutte le famiglie? Su qualcuna avevamo espresso dubbi
in merito alla peste? Bene. Se l'orfana è una di quelle colonie
con un punto interrogativo sulla voce "peste", è
il caso di lasciar perdere qualsiasi tentativo di riunione ed il
fuoco è la miglior cura. Se invece l'orfana in autunno godeva
di ottima salute conviene riunirla a nucleo o ad altra famiglia.
La riunione è in questo caso operazione assai banale: è
sufficiente scrollare le api orfane dentro alla colonia ricevente
accompagnandole con due belle sbuffate di fumo e nulla più.
Per i sintomi della peste, invece, febbraio può essere ancora
troppo presto per evidenziarli. La riduzione della camera di covata,
se non già messa in opera in fase di invernamento, può
essere praticata anche adesso mediante la rimozione dei favi che
ancora non contengano covata. L'occasione è da cogliere anche
per eliminare quei favi ormai vecchi, deformati e con la cera imbrunita
che non lasciano vedere le uova e le
larvette neanche nei giorni estivi con il sole alto nel cielo. Ricordiamoci
sempre che se da un lato la regina predilige i favi vecchi, dall'altro
questi, con il loro carico di esuvie nelle cellette, rappresentano
una ricca fonte di patogeni. Eliminando ora questi favi conseguiamo
due obiettivi importanti: manteniamo bassa la carica patogena dentro
all'alveare e ci procuriamo spazio per i fogli cerei che le api
andranno a costruire nel periodo di pre-sciamatura. La cera di questi
vecchi favi può essere fusa e recuperata, ma attenzione a
non mischiarla con quella d'opercolo. Per quanto riguarda il magazzino
gli apicoltori diligenti hanno già preparato quasi tutto
per la stagione ormai prossima. I ritardatari, invece, devono ancora
fondere la cera, farla lavorare, pensare a cosa debbono acquistare,
ordinano le arnie ora per travasare i nuclei che tra meno di un
mese scoppieranno dentro ai portasciami. Insomma, per me nulla di
nuovo, anzi ordinaria amministrazione.
In fin dei conti si sa, il ciabattino gira sempre con le scarpe
bucate!!
Buon lavoro a tutti.
Ulderica Grassone
Appunti
dal Sud
Varroa in clima mediterraneo: stato d'allerta! - Diverse segnalazioni
dall'Italia centrale e dal Sud (in particolare dalla Sicilia)
di interi apiari morti per varroa e d'ampi areali con alveari
gravemente infestati, nonostante i trattamenti, sono pervenute
alla Commissione Sanitaria dell'U.N.A.API. ed alla Professionisti.
La si-tuazione di recrudescenza dell'infestazione di acari che
ci riporta al quadro di preoccupazione d'alcuni anni addietro,
non ha, verosimilmente una spiegazione univoca e certa. E' possibile
e probabile che si siano manifestati fenomeni di resistenza
al principio attivo Coumaphos. Ricordiamo che già in
altre zone d'Italia, tale meccanismo, a fronte di un utilizzo
reiterato (sovente con sovradosaggio) si è verificato
ed è stato documentato, con andamento altalenante ed
a "macchia di leopardo". Vale la pena di ricordare,
in proposito, che l'utilizzo di tale principio attivo in formulati
commerciali che contengono coformulati collanti espone, da un
lato, a gravi rischi di contaminazione del miele e dall'altro
crea accumulo di principio attivo nella cera dei favi favorendo
la selezione di ceppi di varroa "resistenti". E' nel
contempo, possibile e verosimile che alcuni apicoltori si siano
convertiti ad altre opzioni ed abbiano adottato metodiche di
lotta più "dolci" (timolo liquefatto e posto
in capsule da vaso e/ o diverse modalità di uso d'ossalico)
fidandosi delle indicazioni dei rivenditori dei preparati o
dell'esperienza d'apicoltori che operano in altri contesti climatico/geografici
senza l'opportuna e collettiva verifica dei livelli d'efficacia
nel clima centro meridionale, rapportata al locale andamento
della co-vata e della dinamica di sviluppo delle famiglie. Per
chi si trova in zona rischio si raccomanda una particolare vigilanza
ed attenzione, per la tempestiva verifica del tasso d'infestazione.
e si consiglia, quindi, d'avviare misure di contenimento tampone
prima della fase primaverile e produttiva.
Giuseppe Orrico, Cosenza . |
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