NOMADISMO
A FAVIGNANA NELL'800
Nel secolo scorso Favignana era conosciuta ovunque per i deliziosi
mieli prodotti, ma anche per le evolute tecniche di apicoltura che
vi si praticavano. Nel 1868 "L'Apicoltore" pubblicò
un articolo di un certo Carlo Fumagalli sulle tecniche transumanti
diffuse nelle Isole Egadi: eccone un ampio stralcio.
"Favignana è una delle molte isolette che sorgono dirimpetto
al capo di Marsala (.... ). Il poco orzo e frumento che si coltiva
non basta a sostenere i suoi 1.800 abitanti, e il foraggio è
così scarso che se ne deve importare buona quantità
pel mantenimento del bestiame.
In compenso di tanta penuria di prodotti del suolo la natura concesse
a' favignanesi il privilegio di raccogliere un miele che a' più
rinomati del mondo non la cede in merito, e a cui ben si potrebbero
applicare tutte quelle lodi che i poeti antichi profondevano al miele
del monte Imetto e dell'antica Ibla. Il prodotto è poi tanto
abbondante che da una posta di 32 arnie che costa 90 ducati, ne cavano
annualmente settanta. Tanta fecondità e squisitezza di prodotti
delle api non è certo da attribuirsi al caso e nemmeno ad una
vegetazione lussureggiante dell'isola ricca di fiori e specialmente
di meliferi: che anzi il suolo è nell'estate così arso
dal sole che non presenta più pascolo di sorta alle api e sono
obbligati a trasferire le loro arnie sulle coste della vicina Sicilia
e alle isole di Levanzo e Maretimo. (.... )
I favignanesi ereditarono dai loro avi la costumanza di trasmigrare
le loro colonie in estate, poiché sappiamo che già la
praticavano gli antichi siciliani del monte Ibla: così continuano
ad osservarla con molta sagacità e prudenza. Essi hanno osservato
che: 1° nell'inverno e nella primavera i prati dell'isola sono
costantemente coperti da fiori che riproduconsi ogniqualvolta alle
ipogei ed ai venti desolanti succeda il sole e la calma dell'atmosfera;
2° che dalla fine di maggio in poi l'isola bruciata dall'ardore
del sole senza foreste né alberi non presenta alcun fiore né
verdura, mentre sulla costa della Sicilia principia a fiorire il timo
di cui abbondano a dovizia quei terreni; 3° che nel mese d'agosto
e nel principio di settembre i giardini e gli orti, le vigne e i fichi
nell'isola possono somministrare qualche nutrimento alle api; 4°
sanno finalmente che dopo le prime acque d'agosto nel Maretimo e a
Levanzo fiorisce l'erica che chiamano galengio. Tengono adunque le
api nei prati dell'isola fino a maggio: indi sulle coste delle Sicilia
fino a tutto luglio ove raccolgono per la prima volta il miele: poscia
le riconducono nell'isola vicino ai giardini: e a metà settembre
le trasportano a Levanzo e nel Marettimo ove compiuta in novembre
la seconda raccolta del miele nuovamente le trasferiscono nell'isola
vicino ai prati a passare l'inverno. Così le api trovandosi
fornite di abbondante e gradito pascolo in ogni stagione dell'anno,
non solo trovano di che nutrirsi, ma compensano le fatiche del diligente
loro cultore, di copiosa messe."
Apicoltura
razionale in altri tempi
Il Monticelli pubblicò a Napoli, nel 1807. "Del trattamento
delle api in Favignana" nel quale descrisse il raffinato metodo
di gestione delle api che permetteva agli apicoltori di quell'isola
di raccogliere miele e cera senza dover sacrificare le api, come
allora facevano gli altri apicoltori. La tecnica, basata sul trasferimento
dei favi da un'amia all'altra, permetteva di prevenire la sciamatura
naturale e di pareggiare le famiglie. Ecco come il già citato
C. Fumagalli ne descrisse l'applicazione.
"(....) Dirò da principio come si diportino nella formazione
degli sciami artificiali che essi chiamano figliuolini.
In primavera, visitano presto le amie e prescelgono per la riproduzione
quelle con numerosa popolazione e con favi sani. Circa alla fine
di marzo visitano internamente le arnie per assicurarsi che alcune
delle uova siano gia schiuse in vermetti e delle ninfe abbiano già
rosicchiato il coperchio di cera: in allora si accingono a formare
il figliuolino. Tre ore dopo la levata del sole portano l'arnia
su di uno sgabello capovolto a 120 passi dalla posta. Levano il
chiusino posteriore e cavano i favi fino alla profondità
di 20 centimetri: rimesso lo sportello e lutato levano lo sportello
anteriore e spingono le api col fumo verso il fondo: poscia col
coltello piatto e coll'uncinetto tolgono fuori man mano i favi e
di questi scelgono quelli operculati per la riproduzione i quali
chiamano latini. A ciò prendono un'arnia nuova e levati gli
sportelli vi collocano quattro o cinque dei detti favi latini alla
distanza di 45 cm dallo sportello posteriore, e vi aggiungono due
o tre favi di miele verso il fondo, e due o tre di cera sul davanti.
Perché i favi non abbiano a cadere li assicurano al tetto
dell'arnia con cannucce traverse e perpendicolari in modo che vi
resti il libero passaggio alle api.
Poi rimessi i sportelli e ben lutati portano il figliuolino all'amajo
al posto dell'arnia madre e questa a 50 passi distante dall'arnajo
e in luogo da cui non si vegga la vecchia posta. Per sportello frontale
del figliuolino adoperano quello dell'arnia madre. Il numero dei
favi necessaria per formare un figliuolino dipende dalla quantità
di pullo in essi contenuto: quattro basteranno se saranno completamente
ripieni di pullo. Talvolta cavano i favi latini da diverse arnie
perché in una sola non ne trovano abbastanza: tal altra accade
che un'arnia sia tanto popolata e vigorosa che dia tanti favi di
pullo per due flgliuolini e in allora ne formano due: ma non pensano
mai a cavame un terzo per quanto buone siano le condizioni della
famiglia.( .... )
Al 15° giorno dalla formazione del figliuolino sogliono praticare
la prima visita: cavano i favi ad uno ad uno vi togliono fuori quelle
parti che ancora contengono pullo: vi aggiungono talvolta alcuni
favi di pullo vigoroso ed altri di miele se vedono il bisogno di
avviare lo sciame. Dopo ventidue giorni praticano la seconda visita
per assicurarsi della buona riuscita de' figliuolini di che sono
indizj rassicuranti una forte popolazione di favi bianchi, doppi
e consistenti, con miele abbondante e qualche cella con pullo, questi
conservano e gli altri sopperiscono levando i favi e lasciando cadere
a terra le api che facilmente trovano ricovero nelle vicine arnie.
Nella prima e nella seconda visita si assicurano della presenza
della regina per supplire al caso con altre prese da altri sciami,
ovvero con un favo con cella reale.
Dopo 29 giorni eseguiscono una terza visita. In ciascuna di queste
visite i favignanesi raccolgono qualche favo di miele e cera e questa
sottrazione lungi dal disturbare le api le rende d'una attività
prodigiosa per cui in breve tempo formano nuovi favi e non solo
riparano le perdite fatte dalle arnie madri per la formazione dei
figliuolini, ma questi stessi presentano al mese di luglio dei favi
superflui di cui si approfitta il diligente cultore. (.... )
Tanto dalle arnie madri come dai flgliuolini raccolgonsi in Favignana
favi di miele o cera in aprile, maggio e giugno: ma la vera raccolta
si fa in luglio e in novembre.
In luglio le api stesse indicano l'epoca della raccolta quando cioè
uccidono i pecchioni: portano allora le arnie da vendemmiare a 20
passi dalla posta levano lo sportello posteriore, ne cacciano le
api col fumo e vi fanno la distanza di 20 centimetri poi chiudono
e lutano: aprono poscia lo sportello anteriore e cacciano le api
nello spazio vuoto e col coltello piano levano fuori mano a mano
i favi fino che arrivano alla scheggia che segna il limite della
vendemmia."
Come
l'illustre Mariano Augusto Alber scopri l'apicoltura di Sortino
Nel 1950 il Sig. Alber, maestro di apicoltura fin dal 1925, iniziò
a praticare l'apicoltura in Calabria e Sicilia attirato dalle straordinarie
possibilità che quelle regioni offrivano all'apicoltura,
ma anche per lo studio e per l'allevamento di razze premiate di
api nelle isole Eolie, ove creò un centro sperimentale. Si
interessò presto delle arnie "villiche" e del cosiddetto
"metodo favignanese". Non trovando nulla di adeguatamente
approfondito sui manuali di apicoltura nel 1950 fece un primo giro
in macchina di tutta la Sicilia, ma con poca fortuna. Continuò
comunque le ricerche finché "trovai un grande centro
di questo antichissimo tipo di apicoltura razionale: a Sortino (Provincia
di Siracusa, circa 55 km da Catania) ben cinquanta famiglie vivono
tuttora della produzione di miele, cera, alveari, usando proprio
il metodo descritto dal Monticelli. Ho visto lavorare questi uomini
con una destrezza straordinaria e sono rimasto pieno di ammirazione.
Il loro metodo non è soltanto pari, ma anche superiore a
quello della stragrande maggioranza degli apicoltori "moderni"
che in realtà sono quasi tutti dei tremendi pasticcioni".
La nuova scoperta suscitò in Alber una legittima curiosità:
da dove proveniva il metodo di apicoltura siciliano? Vagliasindi
sosteneva che fosse stato introdotto dai saraceni. Ma un ulteriore
viaggio in macchina nel Nord Africa "fino alla più lontana
oasi" permise di confutare la congettura. Scrive l'Alber: "Trovai
subito ed ovunque le arnie di ferula della stessa fattura di quelle
siciliane. Si chiamavano in arabo gebhà. Però mai
mi capitò di vederele accatastate e mai vidi un Arabo fare
quello che fanno i siciliani. Il loro metodo è così
estremamente primitivo e disordinato che neanche la ben nota decadenza
delle civiltà araba può servire da scusa. E' da escludersi
che loro siano mai stati i maestri dei Siciliani.... Molto più
attendibile sarebbe invece la teoria secondo la quale il favo mobile
sia stato importato dai Greci nei tempi della Magna Grecia…".
I
fasceddari siciliani
Sempre dall'articolo sull'apicoltura a Favignana di Fumagalli leggiamo
la descrizione delle tipica arnia siciliana.
"( ) L'arnia loro è composta di piccole ferule connesse
insieme in modo da formare una cassa lunga un metro, alta e larga
25 cm, con due sportelli mobili che chiudono il fondo e la bocca
(.). Ogni posta si compone di 32 arnie che collocano sovra muricciuolo
largo un metro e alto soltanto 30 cm: ne fanno tre ordini uno sopra
l'altro, il primo di 12 arnie, il secondi di 11, e il terzo di 9.
L'esposizione è generalmente quella di mezzodì e non
ostante il sole cocente di quel clima quasi tropicale, ben di rado
si vedono le poste ombreggiate da qualche albero sia perché
i favignanesi poco si curino di piantarne, sia perché difficilmente
l'aria marina li lascia prosperare nell'isola se non che ne' luoghi
più bassi."
Da una relazione sull'apicoltura sortinese, pubblicata dal Comune
di Sortino nel 1979, riportiamo la descrizione della tecnica di
costruzione di un'arnia di ferula. "Il notevole interesse di
questo tipo di artigianato sta nel fatto che la lavorazione, dall'inizio
alla completa costruzione dell'arnia, è un lavoro esclusivamente
manuale.
L'arnia sortinese è costituita totalmente dalla ferula. I
motivi legati alla scelta di questa pianta sono: la termicità
(la ferula permette di mantenere la temperatura costante); la leggerezza,
importante per i trasporti; la spugnosità, che permette la
facile perforazione.
La ferula raccolta viene tagliata a pezzi mediante una specie di
mannaia rudimentale, nella quale è inserita una guida che
permette di tagliare pezzi di uguale lunghezza. Successivamente
ogni pezzo viene piallato, con attrezzature anch'esse antiche, per
ottenete la perfetta adesione ed, all'interno dell'arnia, pareti
lisce. Quindi, la ferula viene forata con uno strumento detto 'furnetru",
composto da un blocco di pietra lavica di forma parallelepipeda
svuotato, e nel quale si introduce legna o carbole; a circa metà
altezza nel blocco sono pratica i fori per l'introduzione dei "pricciaturi",
cioè ferri con manici di legno che forano i listelli. E'
importante che questi ferri siano costantemente incandescenti. Per
la precisa foratura viene adoperata la "merca", un pezzo
di ferro con tre fori entro il quale si introduce il listello di
ferula e che viene, a sua volta, introdotto nel "furnetru".
I pezzi di ferula forati vengono congiunti tra di loro con sottili
verghe di "alàniu" (agnocasto) o anche con verghe
di mandorlo, terebinto o melograno, le quali, attraversando i fori,
formano cassette prismatiche a base quadrata le cui dimensioni sono:
lunghezza circa 85 cm e larghezza circa 18,5 cm. Per evitare che
i listelli di ferula possano uscire si incastrano pezzettini di
legno a mò di schegge detti "cugni". L'arnia viene
quindi livellata esternamente con una falce detta "fauci di
passari" che, fatta passare sulla superficie, recide gli spuntoni.
L'arnia sortinese è quindi pronta e viene marchiata con le
iniziali dell'apicoltore. Si passa, infine, dello sterco di vacca
che consente di sigillare le fessure, impedire la tarlatura e tenere
ben calda "fascedda". Le api provvederanno poi a rivestire
le pareti interne con la propoli, detta "cirubicia". I
coperchi, detti "tumpagni", completano l'arnia. Da un
lato si apre la porticina di ingresso, detta "uccaloru",
tagliando un pezzettino di ferula al centro. L'apicoltore può,
quindi, popolare le arnie (....). L'apicoltore quando stacca i favi,
detti "brische", per le eventuali sostituzioni, deve avere
un appoggio per il nuovo favo: a poca distanza dall'ingresso dell'amia
vengono fissati due pezzetti di "bbusi", gambi di ampeldesno,
e due pezzettini di canne verdi, piegate ad arco ed incastrate a
croce, detti "brocchi", sui quali poggia il favo che viene
scostato dal favo successivo ad una distanza di 2,5 cm."
(Gli
ultimi due paragrqfi di questo servizio sono stati realizzati grazie
alla gentilezza del Rag. Paolo Pagliaro, Presidente dell'Associazione
Apicoltori Sortinesi, che ci ha inviato prezioso materiale).
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