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Il trifoglio nei vecchi trattati

Dalla "Flora dell'apicoltore lombardo", pubblicata sulla rivista "L'Apicoltore" nell'anno 1873.
"Fra le moltissime specie di trifoglio l'apicoltore deve conoscerne tre che tanto pella loro diffusione, come per la quantità di miele che somministrano riescono d'una importanza non comune. Le tre specie sono: il Trifoglio pratense, o di Lombardia, o di Stiria, il Trifoglione, o incarnato, ed il Trifoglio ladino, o cavallino, o domestico.
Alcuni apicoltori dissero che le api non raccolgono miele sul Trifoglio incarnato in causa della profondità del calice, anzi alcuni vorrebbero che l'ape italiana per avere una lingua più allungabile della tedesca per raccogliere miele da codesto fiore mentre l'ape tedesca non lo può.
In ogni modo l'importanza di codesto Trifoglio è molto minore delle altre due, e specialmente del Trifoglio ladino che dà ottimo e abbondante miele.
Wagner e Langstroth parlando del T. ladino concordano nell'ammettere che le api visitano a preferenza le piante che crescono nei terreni asciutti."
Dal libro di Angelo Dubini "L'Ape" pubblicato nel 1898.
"I Trifogli, cioè il pratense, l'incarnato e il ladino continuano a dar nettare per tutta la fiorita stagione, in ispecie il ladino. Gli americani lodano molto lo svedese (Alsike Clover) e il trifoglio di Bukhara, varietà del Meliloto bianco."
Dalla "Flora nettarifera" di Luigi Fossati, pubblicata nel 1971.
"La fioritura del trifoglio rosso (T. Pratense) è malamente frequentata dalle api, per la nota forma della corolla del fiore, troppo lunga in proporzione alla lingua degli insetti. Il trifoglio rosso, a semina primaverile, mostra a tarda estate una pianta ridotta nelle dimensioni; anche il fiore è piccolo ed allora vediamo le api frequentarlo normalmente; nella primavera successiva, quando la pianta presenta il massimo della sua robustezza, anche il fiore è più grande ed allora le api lo trascurano. Si vedono sempre volare su questi fiori bombi e farfalle.
Molti anni fa, ad est del paese vi erano colture di trifoglio incarnato e sui suoi fiori ho potuto osservare molto bene le api; la splendida fioritura è senz'altro per loro molto interessante e mi dolgo di non vederla più dato che su di essa le api facevano sempre una grande festa di lavoro.
Purtroppo le mie api hanno alla loro portata (l'Autore viveva a Pinarolo Po, nell'Oltrepò pavese, N.d.R.) solo qualche campo di questa leguminosa, per loro ottima; alla stato spontaneo se ne vede ovunque nei prati, nei terreni incolti, sulle carrarecce, insieme al T. fragiferum, al T. repens ed altri, che nel loro insieme formano una consistente fioritura estiva, forte ausilio alla vita delle api."

Gatti, topi .... trifoglio

Da "L'origine delle specie" di Charles Darwin, pubblicata nel 1869, riportiamo un interessante brano nel quale si dimostra come sull'ambiente dei campi di trifoglio si eserciti l'insospettabile azione del numero di gatti nelle case di campagna.
"Ho anche scoperto che le visite delle api sono necessarie alla fecondazione di alcune specie di trifoglio; per esempio, venti capi di trifoglio ladino (Trifolium repens) produssero 2290 semi, mentre altrettante pianticelle tenute lontane da tali insetti non ne produssero alcuno. E ancora, cento capi di trifoglio violetto (Trifolium pratense) produssero 2700 semi, ma altrettante pianticelle tenute lontane dalle api non ne produssero neanche uno. Solo i bombi visitano il trifoglio violetto.
(....) Possiamo quindi dedurre che se tutto il genere dei bombi dovesse estinguersi o diventare molto raro in Inghilterra, anche il trifoglio violetto diventerebbe raro o sparirebbe completamente.
In ogni regione il numero dei bombi dipende in gran parte dal numero delle arvicole, che ne distruggono i favi ed i nidi; il colonnello Newman, che ha lungamente studiato le abitudini dei bombi, ritiene che - più di due terzi di questi insetti vengono così distrutti in Inghilterra - . Ora il numero dei topi, come tutti sanno, dipende in larga parte dal numero dei gatti, e Newman aggiunge: - Notato che i nidi dei bombi sono più numerosi nei pressi dei villaggi e delle piccole città che altrove, attribuisco questo fatto al gran numero di gatti che distruggono i topi - . Perciò è verosimile che la presenza di un gran numero di felini possa determinare in una data regione la frequenza di piante."

Schema della relazione lineare che lega la presenza di gatti e la diffusione del trifoglio violetto.
Come addestrare le api agli odori
Il trifoglio violetto non ha mai entusiasmato le api, mentre è frequentato assiduamente dai bombi. Ma i bombi sono troppo rari per effettuare efficacemente l'impollinazione di questo trifoglio, specie su superfici vaste.
Negli anni Trenta alcuni scienziati russi addestrarono le api all'impollinazione del trifoglio violetto, portandole vicino ad un campo di questi fiori e nutrendole di notte con soluzioni zuccherine profumate con fiori di questo trifoglio. La maggior parte delle api nutrite in questo modo il giorno seguente visitava le piante di trifoglio violetto.
Sempre negli stessi anni, in Germania, Karl von Frisch affrontò il problema in modo più raffinato. Lo scopo era sempre quello di addestrare le api al profumo del trifoglio violetto, ma quella volta venne realizzata un'apposita cassettina collocata all'ingresso dell'arnia.
Il disegno ne illustra efficacemente il funzionamento: i due scomparti laterali contengono soluzione zuccherina concentrata, mentre quello centrale, in linea con l'ingresso dell'arnia, porta superiormente una griglia attraverso la quale le api possono passare. Sopra la griglia vengono posti fiori di trifoglio di modo che le api, per raggiungere i due scomparti laterali con lo sciroppo, devono passare attraverso di essi e si impregnano del profumo del trifoglio violetto. Von Frisch notò che subito dopo aver applicato la cassettina le api danzavano sui favi dell'alveare e le altre api, percependo sui corpi delle danzatrici l'odore dei fiori collocati nella cassetta, frequentavano i fiori di trifoglio violetto. Vennero effettuate una dozzina di prove per verificare l'efficacia del metodo e risultò che in tutti i casi in cui le api erano state addestrate dalla cassetta il numero di api che visitava i fiori di trifoglio era il triplo o il quadruplo rispetto i testimoni. L'incremento produttivo di semi di trifoglio raggiunse in peso il 40%.

Un vecchio caso di strage di api
Nel 1979 l'Istituto di Entomologia agraria e Apicoltura di Torino ricevette dall'Associazione Senese Grossetana Apicoltori la segnalazione di estese morie di api in apiari nomadi dislocati in una vasta zona della Maremma grossetana presso il parco dell'Uccellina.
Un immediato sopralluogo permise di accertare che gli operatori agricoli locali utilizzavano scriteriatamente pesticidi su molte fioriture, e che la coltura maggiormente trattata era quella del trifoglio alessandrino, molto diffusa in quella zona. Le famiglie d'api colpite presentavano una scena sconsolante: cadaveri di bottinatrici ammassati davanti agli alveari e disseminati lungo i voli di ritorno. Gli alveari periti o gravemente danneggiati risultarono essere 3.000; esattamente quanti ne esistevano in quella zona.
Le successive analisi di laboratorio permisero di accertate che i pesticidi responsabili delle morie: prodotti a base di carbaryl, dimetoato ed oxidemeton-metil, ma, soprattutto, un prodotto a base di demeton-S-metile, distribuito sul trifoglio alessandrino da agricoltori impreparati per combattere un coleottero curculionide, Apion trifolii L..
[Tratto da "Sulla strage di 3000 famiglie di api per trattamenti parassitari su trifoglio alessandrino in fioritura" di C. Vidano e A. Arzone, L'Apicoltore Moderno, n. 5/1979, pagg. 141-150]

Non solo api
Solo le api visitano il trifoglio? Non solo, ma anche, ed in modo consistente, alcune specie pronube selvatiche (Andrena flavipes, Osmia coerulescens, Megachile melanopyga, Anthocopa andrenoides, Diptera Syrphidae, ed altri Imenotteri), sono pronubi del trifoglio. Questo secondo una ricerca condotta in Sardegna settentrionale nel 1987 da S. Ortu, I. Floris e S. Pampaloni su due distinte fioriture di Trifolium repens L., che portò i ricercatori a riaffermare l'importanza di evitare l'uso indiscriminato di pesticidi anche su colture limitrofe e la necessità di prevedere fasce di terreno incolto per favorire la riproduzione di questi importanti pronubi selvatici
L'introduzione dell'ape incrementò del 36% l'attività complessiva dei pronubi, ma fioriture concomitanti ne limitarono l'azione che, altresì, potrebbe essere efficacemente accresciuta con la concimazione borica o con la cassetta-nutritore di Frisch.
[Tratto da "Osservazioni su insetti impollinatori di Trifoglio bianco (Trifolium repens L.) in Sardegna" di S. Ortu, I. Floris, S. Pampaloni, L'Apicoltore Moderno, n.3/1991, pagg. 103-111]

trifoglio
(Trifolium spp.)

il miele di trifoglio

Genere diffuso in tutte le zone d'Italia, sia nei coltivi che spontaneo... ma il suo miele non è comune

Il genere Trifolium appartiene alla famiglia della Papilionacee e ne rappresenta una delle unità più numerose e più caratteristiche a causa dei fiori piccoli - a differenza di quelli delle altre papilionacee vistosi e di maggiori dimensioni - riuniti trifolium hybridumin capolini o in corte spighe. I trifogli si possono trovare ovunque, dal livello del mare fino a 3000 metri di altezza, nei luoghi boscosi e negli incolti, su terreni acidi ed alcalini.
Trifolium si compone delle due radici latine, "tres" e "folium", per indicare la caratteristica più appariscente di queste piante, le cui foglie sono composte da "tre foglioline" in disposizione digitata.
Il genere venne istituito da Linneo e ad esso, attualmente, si attribuiscono circa trecento specie distribuite essenzialmente nelle regioni temperate e subtropicali dell'emisfero nord; poche specie vivono spontanee sulle Ande e nell'Africa meridionale.
La flora spontanea dell'Italia è ricca di specie di Trifolium; il Fiori ne indica una sessantina; il Fenaroli, nella descrizione della flora delle Alpi, ne riporta una dozzina, alcune delle quali localizzate in forme endemiche nelle zone più alte delle Alpi e degli Appennini.
Si tratta di piante erbacee, annuali o perenni, a foglie composte da tre foglioline (raramente cinque-sette).
I fiori sono riuniti in infiorescenze a capolino, o spiga, raramente in ombrelle o solitari, sessili o peduncolati. Il calice è persistente, campanulato o gibboso. La corolla è a petali che avvizziscono senza cadere. Il frutto è un legume di forma ovale e compressa.
Il valore dei trifogli risiede nel loro diffuso utilizzo come piante foraggere in ogni parte del mondo, nei prati monofiti - composti da un'unica specie - oppure in formazioni prative temporanee o permanenti e pascolive polifite in consociazione con graminacee.
Le produzioni degli erbai monofiti di trifoglio sono notevoli: il trifoglio ladino dà una media annua di 250-300 quintali di erba (affienando si riducono a 55-65 quintali) largamente utilizzata, fresca o insilata, per l'alimentazione delle vacche da latte fresca, mentre il trifoglio spadone (T. pratense) può dare in condizioni ottimali 400 quintali di erba (circa 100 quintali di fieno).

Sistematica
Il Fiori attribuisce le specie italiane ad undici sezioni, e ne classifica oltre sessanta specie. Descriviamo in questo articolo solo quelle che hanno un preciso interesse produttivo.

Trifolium subterraneumT. subterraneum L.
Specie annua a radice fittonante, stelo eretto, tomentoso e che tende ad indurirsi alla fine della fioritura. Infiorescenza a capolino composta da fiori sessili di colore bianco o leggermente roseo o giallastro che tende a sgranare alla maturazione. Preferisce terreni di medio impasto neutri, e non tollera sia i terreni pesanti che sciolti. Rifugge i terreni umidi. Vegeta ottimamente nel clima mediterraneo-caldo, non molto arido. La produzione oscilla intorno ai 5-12 q/ha di seme. Zone di produzione tipiche sono la Toscana, il Lazio e la Puglia.
Spontaneo si trova da 0 a 1200 metri s.l.m. negli incolti aridi in tutta Italia.

T. incarnatum L.
Specie annuale ad uno sfalcio, ha infiorescenza a capolino Trifolium incarnatumcomposta da fiorellini rosso purpurei, stelo pieno, morbido, foglie pelose, radice fittonante, non molto profonda. Resistente al freddo, predilige i terreni sciolti, ma vegeta anche su quelli acidi, poco fertili, e rappresenta una pianta interessante per i terreni asciutti e poveri di calcare, dove la veccia ed il pisello forniscono produzioni scadenti. Si utilizza solitamente come componente del miscuglio Landsberg con loietto italico e veccia, e con avena, veccia ed altri trifogli. Viene coltivato anche in purezza, sebbene la diffusione dell'erbaio di incarnato si stia riducendo. Preferisce il clima temperato-fresco, ma vegeta bene anche in Italia meridionale. In coltura pura si semina ai primi di ottobre, la raccolta viene eseguita con piante in fioritura; raccolte più tardive possono provocare disturbi agli animali a causa dei peli ispidi presenti sul calice dei fiori. La produzione di un buon erbaio di incarnato può essere di 250-300 q di foraggio verde per ettaro.
Spontaneo in Italia è diffuso negli incolti e nei campi in tutto il territorio.

T. alexandrinum L.
Specie annuale con fusti eretti, ramificati e scarsamente pelosi; foglioline grandi e bislunghe; capolini emisferici, composti da piccoli fiori bianchi. Adatto ai ripetuti sfalci (2-5), predilige i terreni fertili, sia sciolti che argillosi e clima temperato-caldo. Sensibile ai cali di temperatura, specialmente nei primi stadi di vegetazione. Gli sfalci si effettuano all'inizio della fioritura. Sfrutta bene le irrigazioni di soccorso dopo ogni sfalcio. La produzione globale di verde, in condizioni di buona fertilità e con 5 sfalci, è di 700-900 q/ha. Il foraggio è impiegato fresco, in quanto affienato perde facilmente le foglie.
Si trova spontaneo in Italia negli incolti, da 0 a 800 metri s.l.m., nella provincia di Vercelli, nel Teramano, Brindisino ed in provincia di Palermo.

T. pratense L.
Il trifoglio pratense, o violetto, è una tra le più diffuse leguminose foraggere. É una pianta perenne, anche se di longevità limitata e la sua durata, in genere, non supera i due anni. La radice è robusta, fittonante e può approfondirsi notevolmente. Sia sulla radice principale che sulle branche laterali sono inseriti numerosi tubercoli (più che nella medica) di forma cilindrica e della lunghezza di qualche millimetro dovuti alla presenza del rizobio specifico (Rhizobium trifolii) in grado di fissare l'azoto atmosferico (anche tutte le altre specie di trifoglio dispongono dei tubercoli radicali per la fissazione dell'azoto atmosferico). Gli steli possono raggiungere i 70 cm. Le foglie sono trifogliate, le foglioline sono ovali od ellittiche e caratterizzate dal tipico disegno biancastro a forma di "V". I fiori, di colore rosato o viola pallido, sono numerosi - da 50 a 250 - e riuniti in capolini globosi.
ape su fiore di trifoglioIn Italia è tipico delle regioni centro-settentrionali nelle quali può sostituirsi alla medica in virtù della maggior tolleranza nei confronti del pH e, grazie alla minore durata, può inserirsi in avvicendamenti brevi (tri o quadriennali). Resiste molto bene al freddo e preferisce terreni argillosi. Fornisce due o tre ricacci annui, molto fogliosi e nutrienti. La produzione media annua è di 400-600 q/ha. Viene consumato come foraggio verde, raramente come fieno - causa la perdita delle foglie - o come insilato. Spesso entra nei prati artificiali in consociazione con fleolo, erba mazzolina, loietto inglese ecc. Il momento ideale per la raccolta coincide con lo stadio di inizio fioritura, nel quale le radici sono più ricche di carboidrati di riserva e sono, quindi, meglio in grado di dar luogo ad un pronto ricaccio.
Il trifoglio violetto è un gruppo polimorfo, composto da tre sottospecie:
- pratense, il tipo più comune in tutto il territorio;
- nivale, presente nei pascoli subalpini delle Alpi orientali;
- semipurpureum, diffusa nei pascoli subalpini sull'Appennino centro-meridionale ed in Sicilia. Si ritiene che il trifoglio violetto si sia originato sulle montagne della Penisola e della Sicilia, dove raggiunge la massima variabilità. Come tipo originario si indica la sottospecie semipurpureum che popola stazioni naturali; la sottospecie nivale sembra indicare il passaggio verso il T. noricum, ed è forse ibridogena. Da queste potrebbe essersi formata la subspecie pratense, in particolare grazie all'invasione del nuovo spazio ecologico creato dall'uomo.

T. fragiferum L.
Chiamato "trifoglio fragolino" è una pianta prostrata, cespugliosa, con foglie di forma molto variabile. I capolini sono ascellari e la corolla bianco-rosata. In Australia è oggetto di selezione per i prati falciabili. In Italia si trova spontaneo in incolti e pascoli, per lo più umidi, pressoché ovunque

T. hybridum L.
Specie perenne, a radice fittonante, glabra, alta da 20 a 50 cm, con stelo prostrato nella parte inferiore, poi eretto, di colore verde o rosso. Le foglie hanno la pagina inferiore di colore verde-grigio. Fiori di colore rosa chiaro, lungamente peduncolati, riuniti in capolini inizialmente sferici, poi appiattiti.
Si adatta bene ai terreni freschi-freddi, umidi, acidi, compatti. Non tollera il caldo e sostituisce il trifoglio violetto nelle condizioni più fredde. In Italia si trova quasi esclusivamente nel Veneto, in aree di fondovalle o montane fresche. Si semina in monocoltura, o in consociazione con graminacee perenni per prati polifiti (fleolo, festuca pratense, loietti). Fornisce un taglio abbondante ed un ricaccio. Non esistono varietà italiane e per seme non viene coltivato in Italia. In Svezia, sua patria di origine, è stata selezionata una varietà tetraploide, "Tetra", dotata di caratteristiche produttive migliori rispetto alle varietà diploidi. Si trova spontaneo in Italia sulle Alpi, gli Appennini e la Pianura Padana.

T. repens L.
Conosciuto come trifoglio bianco, oppure ladino, è una specie bi-triennale in condizioni non umide, mentre è perenne nelle zone irrigue-umide della Lombardia. La pianta ha fusti striscianti, per lo più stoloniferi, solo in alcuni casi cespugliosi. Le foglioline sono denticolate sui margini e spesso vagamente chiazzate di bianco. L'infiorescenza è a capolino, composta da fiori pedicellati di colore bianco-roseo.
Viene seminato in monocoltura, o in consociazione con loietto inglese ed italico, fleolo, festuca pratense, ecc. Fornisce 5-8 sfalci di ottima qualità che, normalmente, sono utilizzati come foraggio verde, con produzioni di 90-110 q/ha di sostanza secca all'anno. Tollera bene i freddi e non sopporta le alte temperature estive.
Nella flora italiana è alquanto comune, lo si ritrova lungo le strade campestri, nei prati, in qualsiasi tipo di terreno tranne in quelli troppo compatti o, all'opposto, troppo sabbiosi. In montagna si spinge fino a 2.000 metri.
Nella specie T. repens si distinguono tipi diversi:
- var. sylvestre, comprende le forme che entrano come componenti naturali dei prati e dei pascoli e che si sono selezionate sotto l'azione dell'ambiente e della forma di utilizzazione. Sono forme perenni, con elevata capacità di radicamento, in grado di colonizzare velocemente il suolo. Le dimensioni degli organi vegetativi e riproduttivi sono ridotte;
- var. hollandicum, poco diffusa in Italia;
- var. giganteum, trifoglio ladino, varietà gigante selezionatasi nelle zone del Cremonese e del Lodigiano caratterizzate da terreni alluvionali freschi e leggeri. Si differenzia dal trifoglio bianco per le maggiori dimensioni degli organi vegetativi e riproduttivi. Il tipo di selezione che ha portato a questa varietà fa si che il ladino sopporti con difficoltà la mancanza nel terreno di adeguati livelli di umidità, e ne ha contrastato la diffusione in Europa centrale e negli Stati Uniti.

T. resupinatum L.
Specie annua, ramificata, a stelo vuoto molto lungo, infiorescenza a capolino molto profumato, composta da fiori azzurro-roso-purpurei. Predilige il clima temperato-caldo, ma non arido, terreni ricchi sia leggermente sciolti che argillosi. La pianta è di notevoli dimensioni, dà produzioni elevatissime, con ricacci non molto abbondanti. Si coltiva per foraggio verde, sia in monocoltura sia in consociazione di tipo erbaio Landsberg, nell'Italia centrale e meridionale. La fioritura molto lunga lo rende importante come pianta mellifera. La fienagione è difficoltosa a causa dello stelo succoso, mentre si adatta come insilato.
Allo stato spontaneo si trova negli incolti erbosi umidi da 0 a 1000 metri pressoché in tutta la Penisola.

T. vesiculosum Savi
Conosciuto come trifoglio Ruffo di Calabria è una specie annua, ramificata, cespugliosa a stelo semivuoto, infiorescenza a capolino composta da 15-20 fiori sessili di colore bianco-roseo tendenti al porporino verso la fine della fioritura. Selezionato all'inizio degli anni Trenta nell'Italia centrale, si adatta a terreni non molto ricchi, sciolti, a climi temperato-caldi non troppo secchi ed è una delle specie del genere Trifolium a più tarda fioritura. Si semina in monocoltura o in consociazione per erbaio con varie specie di graminacee ed è poco adatto al ricaccio. Si sfalcia all'inizio della fioritura, per evitare di avere foraggio troppo fibroso.
Spontaneo si rintraccia negli incolti erbosi da 0 a 800 metri nella Penisola a partire dalla Toscana ed in Sicilia.

T. squarrosum L.
Specie annua, a stelo eretto, tomentoso e che tende ad Trifolium squarrosumindurirsi alla fine della fioritura. Infiorescenza a capolino composto da fiori sessili di colore bianco o leggermente roseo o giallastro. Preferisce i terreni di medio impasto e neutri; sopporta sia i terreni pesanti che sciolti, mentre non si adatta a quelli umidi. Vegeta bene nel clima mediterraneo-caldo, non eccessivamente arido. Si coltiva in alcuni comprensori dell'Italia centrale e meridionale; a nord, per quanto questo trifoglio sopporti bene il freddo, può essere danneggiato dal gelo. Le produzioni sono elevate, arrivando a 4-500 quintali di erba da falciare, possibilmente non oltre la fioritura per evitare steli fibrosi.
Spontaneo si incontra nei pascoli aridi della Penisola e delle isole.

Elenco dei trifogli in Italia
A quanto sembra non è facile classificare i trifogli, non foss'altro per il loro numero notevole: oltre sessanta specie solo in Italia. Qualora si volesse procedere con criterio è necessario, secondo Pignatti,
- "distaccare un fiore in modo da accertare se esso sia sessile o peduncolato";
- "quindi distaccare la corolla dal calice in modo da poter apprezzare esattamente le reciproche dimensioni del tubo calicino, delle lacinie calicine (nella chiave denti) e della corolla".
Naturalmente "il calice va esaminato con una buona lente per contarne le nervature". Non solo, "nei limiti del possibile il calice andrebbe studiato anche su capolini completamente fruttificati, onde apprezzarne le trasformazioni dopo la fecondazione."
Invece "forma e dimensione delle foglie e così pure le frequenti variegature di esse sono in generale caratteri variabili, di scarso valore tassonomico." (Tratto da S. Pignatti: "Flora d'Italia", Edagricole, 1982)
Di seguito ci limitiamo ad elencare le specie spontanee in Italia.
T. ornithopodioides L.
T. alpinum L.
T. strictum L.
T. montanum L.
T. repens L.
T. pallescens Schreber
T. thalii Viil.
T. hybridum L.
T. bivonae Guss.
T. isthmocarpum Brot.
T. nigrescens Viv.
T. michelianum Savi
T. glomeratum L.
T. suffocatum L.
T. uniflorum L.
T. spumosum L.
T. vesiculosum Savi
T. mutabile Portenschlag
T. physodes Steven
T. fragiferum L.
T. resupinatum L.
T. tomentosum L.
T. badium Schreber
T. spadiceum L.
T. speciosum Willd.
T. brutium Ten.
T. patens Schreber
T. aureum Pollich
T. campestre Schreber
T. sebastiani Savi
T. dubium Sibth.
T. micranthum Viv.
T. striatum L.
T. arvense L.
T. saxatile All.
T. bocconei Savi
T. tenuifolium Ten.
T. phleoides Pourret
T. ligusticum Balbis
T. scabrum L.
T. stellatum L.
T. incarnatum L.
T. pratense L.
T. pallidum L.
T. diffusum Ehrh.
T. noricum Wulfen
T. lappaceum L.
T. congestum Guss.
T. hirtum All.
T. cherleri L.
T. medium L.
T. patulum Tausch
T. alpestre L.
T. rubens L.
T. angustifolium L.
T. smyrnaeum Boiss.
T. ochroleucum Hudson
T. pannonicum Jacq.
T. alexandrinum L.
T. echinatum Bieb.
T. latinum Sebastiani
T. leucanthum Bieb.
T. maritimum Hudson
T. squarrosum L.
T. obscurum Savi
T. subterraneum L.

Interesse apistico
Le specie appartenenti al genere Trifolium rappresentano un'ottima fonte sia di nettare che di polline per le api. In alcune località il polline di trifoglio si può raccogliere allo stato monoflora e nei mesi di maggio giugno e luglio rappresenta l'unica fonte nettarifera. Inoltre il nettare dei trifogli favorisce il prolungarsi dell'ovideposizione, predisponendo adeguatamente le api per la stagione fredda.
Nella pianura padana si producono notevoli quantità di miele monoflora di trifoglio ladino. Questa specie ha un lungo periodo di fioritura (dalla primavera all'autunno), è rifiorente e la sua diffusione la rendono una delle piante più importanti per l'apicoltura. Normalmente il raccolto viene effettuato sul trifoglio in fioritura di luglio-agosto. Il nettario di questa specie si trova al fondo del tubo staminale ed il nettare è facilmente raggiungibile dagli insetti in quanto il calice è molto corto. La quantità di nettare secreta giornalmente è maggiore nelle varietà tetraploidi rispetto alle diploidi e si aggira tra 0,05-0,4 mg, con il 26-51% di zuccheri tra cui predomina il saccarosio; tra i monosaccaridi prevale leggermente il glucosio.
I granuli pollinici del trifoglio bianco sono quasi triangolari visti da sopra ed ovalari visti di lato, tricolporati, cioè dotati di tre solchi ciascuno con un poro da cui può fuoriuscire il tubo pollinico. Le dimensioni sono di 24 x 27 millesimi di millimetro. Il polline è presente sui fiori per tutto il giorno, massimamente nelle ore centrali. Viene raccolto in pallottole di colore marroncino del peso di 5,5-7,4 mg.
Nell'Italia centrale in estate è importante quale fonte di nettare e polline trifoglio violetto il cui miele può essere confuso con quello della medica. In realtà, potendo scegliere tra due appezzamenti contigui di medica e di trifoglio, le api scelgono quasi esclusivamente il trifoglio.
Sempre nell'Italia centrale e meridionale si possono ottenere discrete quantità di miele di trifoglio incarnato.


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ultima modifica: 9 Guigno, 2002 - Credits

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