Il
tarassaco è la fioritura caratteristica del prato perenne
o avvicendato della pianura cuneese, dalla cerchia pedemontana fino
ai confini con la Provincia di Torino e sino ai piedi delle Langhe.
E' distribuito talvolta in modo così uniforme da sembrare
specie seminata ed è dominante quasi ovunque, salvo che nel
prato di primo anno.
Il
tarassaco è così diffuso in questo areale poiché
predilige l'habitat pedemontano, e poiché i prati nella pianura
cuneese vengono seminati con specie erbacee poco competitive nei
suoi confronti. La leguminosa qui più diffusa è il
trifoglio ladino, specie di taglia ridotta e quasi assente in primavera
(si sviluppa solo al 2° e 3° taglio del prato). La graminacea
consociata è il Lolium italicum (Ioiessa) che muore in estate
e si riproduce per trasemina; pertanto è poco competitiva
nella primavera successiva e concede largo spazio alle infestanti,
tarassaco prima e ranuncolo poi. Dunque i prati in primavera si
colorano di giallo iniziando dai pendii meglio esposti e dai bordi
delle strade, per diffondersi nei prati in ombra sotto i pioppi.
La fioritura dura circa 15-20 giorni, si blocca in caso di maltempo,
per riprendere quasi senza danni al cessare delle piogge. Il raccolto
primaverile è atteso con ansia dagli apicoltori e normalmente
si verifica nel mese di aprile.
In Provincia di Cuneo, dopo il raccolto del tarassaco, segue un
intervallo di 10-15 giorni prima del raccolto della robinia. Per
chi fa nomadismo, e sposta gli alveari nell'astigiano per l'acacia,
questo intervallo si riduce notevolmente. I nomadisti non mirano
ad un raccolto abbondante sul tarassaco perché questo comporterebbe
problemi tecnici considerevoli. Per contro l'apicoltura stanziale
della zona pedemontana cerca di ottimizzare la produzione perché
in tali areali, spesso, il tarassaco è un raccolto, più,sicuro
rispetto alla robinia.
I risvolti tecnici legati allo sfruttamento di questa fioritura
presentano, dunque, due situazioni ben distinte che impongono scelte
di conduzione degli apiari molto diverse.
Chi
punta alla massima produzione di miele deve impostare per tempo
la preparazione delle famiglie, cominciando con l'invernamento (alveari
con almeno 7-8 favi coperti di api), scegliendo la postazione ideale
e, quindi, prevedendo in primavera la nutrizione stimolante. I migliori
risultati si ottengono utilizzando api non di pura razza ligustica,
bensì ibridi con la mellifera, l'ape nera francese, che un
tempo era allevata quasi ovunque in provincia e che adesso è
limitata ad alcune areali montani, od agli allevamenti che puntano
alla produzione di tarassaco e di sciami.
L'ape nera francese ha, infatti, uno sviluppo molto più rapido
che le permette di raggiungere il massimo sviluppo sin da inizio
raccolto. Non è difficile, in tale situazione, arrivare a
porre il secondo e, spesso, il terzo melario. A questo punto quasi
tutte le famiglie sciamano o, comunque, entrano in febbre sciamatoria.
In entrambe le situazioni il raccolto successivo è compromesso,
perché per esso non risultano pronte spesso neppure la metà
delle famiglie dell'apiario; il raccolto principale risulterà
poi essere il castagno o l'alta montagna.
Attualmente va sempre più assottigliandosi il numero degli
apicoltori che cercano questo indirizzo produttivo, perché
l'acacia ha assunto tale importanza commerciale da soppiantare anche
i più pregiati mieli di alta montagna. L'ape mellifera non
si presta ad essere produttiva per tempi lunghi e dunque per più
raccolti, perché al rapido sviluppo accompagna sempre l'incapacità
di mantenere famiglie numerose; l'ape ligustica, per contro, è
più lenta a primavera, più tardiva nello sviluppo
della covata, e riesce a raggiungere la massima dimensione solo
in presenza del primo raccolto.
Il tarassaco si rivela, dunque, fondamentale per la preparazione
delle famiglie. Questo fatto non vuol dire che si rinuncia a priori
alla produzione di miele, ma che essa passa in secondo piano rispetto
alla formazione di nuclei e famiglie. La situazione ottimale si
verifica quando pressoché tutte le famiglie sono in grado
di immagazzinare miele nei melari, anche se la produzione si limita
a 5-10 kg per cassa. La posa di molti doppi o terzi melari spesso
si accompagna ad una più difficile gestione della sciamatura.
Il raccolto, infatti, molto ricco sia in nettare che in polline
stimola la produzione di covata e anche le regine giovani possono
entrare in febbre sciamatoria. Durante tutto il raccolto del tarassaco
è, quindi, essenziale l'intervento dell'apicoltore che cerca
di pareggiare le famiglie e, con la covata e le api in esubero,
produce sciami artificiali. Anche le annate più sfortunate
con piogge e nevicate sul raccolto (1994 ad esempio), consentono
comunque lo sviluppo ottimale delle famiglie. Poche ore di sole
permettono la riapertura dei fiori ed un improvviso abbondante raccolto.
La gestione dell'apiario sul tarassaco è, quindi, molto delicata
ed è il trampolino di lancio per tutta la stagione. Il raccolto
successivo sulla robinia provocando un più o meno parziale
blocco di covata potrà semplificare il lavoro dell'apicoltore".
Secondo
alcuni autori al genere Taraxacum appartengono 25 specie, secondo
altri oltre 60.
Una tale discrepanza nasce dal fatto che all'interno delle singole
"specie" è possibile distinguere numerose "stirpi",
caratterizzate da caratteri costanti, per quanto localizzate territorialmente.
La causa di questo fenomeno è l'apogamia, che si manifesta
sostanzialmente a causa dei processi di poliploidizzazione. Nelle
nicchie ecologiche fortemente compromesse dall'azione dell'uomo
l'apogamia si presenta con maggior frequenza che non negli ambienti
naturali.
In Italia l'unica specie presente diploide, con normale riproduzione
sessuale, è T. glaciale, pianta endemica solo sull'Appennino
abruzzese e rarissima. Tutte le altre specie sono polipoidi.
Per meglio precisare la complessità consideriamo la specie
più diffusa in Italia, T. officinale: non viene classificata
in realtà come una specie unitaria, ma piuttosto come un
aggregato comprendente numerose stirpi apogame (agamospecie),
non ancora completamente note.
Descrizione
del genere
Il genere Taraxacum è diffusissimo; il centro di origine
è l'Asia Centrale ed Occidentale e attualmente si trova
in tutte le regioni temperate degli emisferi settentrionale e
meridionale, fino al limite artico, dal livello del mare al piano
montano.
Le piante, perenni e rustiche, si adattano a condizioni ambientali
variabili e ad ogni tipo di terreno.
Dispongono
di una grossa radice a fittone contenente abbondante latice amarognolo.
Le foglie intere, dentate o sinuate e di differente forma sono
disposte a rosetta.
I fiori, generalmente gialli, sono riuniti in infiorescenze alla
estremità di uno scapo cavo, privo di foglie.
Il frutto è un achenio allungato che si prolunga in un
rostro aperto superiormente in numerose setole originanti la tipica
infruttescenza.
In Italia il genere è diffuso ovunque, particolarmente
negli incolti e nei prati stabili e ben conciliati. E' una discreta
foraggiera, ma è considerata infestante a causa della bassa
resa alla fienagione.
Sistematica
In Italia dovrebbero essere state classificate (usiamo il condizionale
in quanto non siamo botanici di professione) 17 specie ed aggregati
del genere Taraxacum. Per rendere più comprensibili le
singole schede abbiamo predisposto i disegni delle piante più
diffuse.
Taraxacum
glaciale Hand-Mazz., ex Huet.
Si tratta di una pianta piccola bassa con le foglie appressate
al suolo.
E' l'unica specie diploide (2n = 16), quindi un tipo ancestrale.
Rappresenta una stirpe isolatissima, localizzata esclusivamente
sull'Appennino abruzzese; per la sua rarità e per il suo
significato evolutivo è una pianta da conservare accuratamente,
evitandone tassativamente la raccolta.
Taraxacum pacheri Sch-Bip.
Piccola pianta rintracciabile solo sulle pietraie e sui pendii
franosi delle Alpi Orobie, nella zona del Brennero.
Taraxacum megalorrhizon (Forsskal) Hand-Mazz., (aggregato).
Gruppo polimorfo, all'interno del quale si riuniscono numerose
agamospecie.
Pianta generalmente bassa, ha foglie profondamente divise, diffusa
in tutto il territorio nazionale.
Taraxacum obovatum (Willd.) DC.
Pianta piccola e delicata, con foglie appressate al suolo
di un verde scuro lucido. Presente in ambienti antropizzati dell'Italia
centro meridionale e delle isole.
Taraxacum palustre (Lyons) Symons, (aggregato).
Aggregato composto da numerose agamospecie, presente in tutto
il territorio nazionale. E' tipicamente rintracciabile nei prati
umidi, negli ambienti torbosi, anche salmastri; le concimazioni,
i drenaggi e le bonifiche ne stanno decretando una rapida scomparsa.
Taraxacum
alpinum (Hoppe) Hegetschw, (aggregato).
La radice fittonante è sottile, le foglie sono di un verde
scuro. I fiori sono giallo carico, talvolta arrossati ed esternamente
con striature grigie o rossastre. Presente sui pascoli alpini
ed appenninici, sui pendii franosi e negli ambienti antropizzati.
Le piante di questo gruppo vivono generalmente in ambienti aperti,
dove non subiscono la concorrenza di altre piante. Gruppo polimorfo
composto da numerose agamospecie.
Taraxacum alpestre DC, (aggregato).
Il cosiddetto tarassaco delle Alpi, pianta slanciata, di piccole
dimensioni. Foglie di color verde erba, profondamente lobate.
Fiori di colore giallo-aranciato-rossastro.
Diffuso nella zona alpina dai 1.500 ai 2.500 metri s.l.m., raramente
scende sotto i 1.000 metri.
Taraxacum fontanum Hand-Mazz.
Pianta robusta con foglie verde-erba in genere strettamente lineari
e quasi intere. Fiori giallo chiari. Presente in alta quota, nei
prati palustri e nelle sorgenti.
Taraxacum cucullatum Dahlst.
Pianta di piccole dimensioni con foglie sottili e molli, presente
solo nei pascoli alpini.
Taraxacum dissectum (Ledeb.) Ledeb.
Pianta piccola, con foglie verde pisello: porta numerosi fiori
gialli. E' presente solo sulle Alpi piemontesi.
Taraxacum laevigatum (Willd.) DC, (aggregato).
Pianta gracile e di piccole dimensioni, foglie profondamente incise.
Fiori giallo chiari. Numerose le agamospecie appartenenti a questo
aggregato, generalmente riconoscibili per la caratteristica incisione
delle foglie. Diffusa negli ambienti aridi e soleggiati della
penisola, spesso anche fortemente antropizzati.
Taraxacum hoppeanum Griseb.
Pianta robusta, presente nelle fessure delle rupi e sui ghiaioni
consolidati dalle Alpi Carniche a quelle Marittime.
Taraxacum aquilonare Hand-Mazz.
Pianta piccola presente sulle Alpi dall'Alto Adige alla Valle
d'Aosta.
Taraxacum officinale Weber, (aggregato).
Il tarassaco comune, detto anche Dente di Leone, Piscia cane,
Piscialetto, Soffione.
Pianta perenne, alquanto polimorfa, può raggiungere dimensioni
fino al oltre 50 cm. La radice fittonante è grossa ed allungata
a forma di fuso. Le foglie sono basali con nervature reticolate,
generalmente profondamente incise. I fiori singoli, detti flosculi,
piccoli e di colore giallo dorato, sono riuniti in capolini portati
all'estremità di steli cavi e numerosi per pianta. I frutti
sono acheni allungati dotati di un lungo becco ed un pappo che
ne facilita la dispersione.
La fioritura principale avviene tra marzo e maggio, ma continua
fino in autunno.
Non si tratta di una specie unitaria, ma di un complesso formato
da numerosissime stirpi apogame. Presenti in tutta Italia, ad
eccezione delle zone mediterranee e di alta montagna, vivono spesso
in ambienti antropizzati, soprattutto nei prati stabili regolarmente
falciati e conciliati, come pure nei suoli continuamente calpestati.
Taraxacum schroeteranum Hand-Mazz.
Presente negli ambienti umidi e palustri delle Alpi dall'Alto
Adige al Cuneese.
Taraxacum reichenbachii Huter ex Dahlst.
Presente solamente nei pascoli alpini in Alto Adige nella zona
del Brennero.
Taraxacum
handelii Murr.
Anche questa specie è presente solamente nei pascoli alpini
del Brennero.
Interesse
apistico
Le
notizie riportate in questo paragrafo si riferiscono solo a T.
Officinale.
Il nettario è posto sopra l'ovario, attorno alla base dello
stilo. Il nettare prodotto è ricco di zuccheri (1 8-51
%), e tra essi prevale il glucosio (45,4%).
Le antere formano, saldate tra loro, una sorta di tubo attraverso
il quale lo stilo allungandosi sospinge il polline, rendendolo
fruibile agli insetti.
Il polline di tarassaco, di colore arancione vivace, viene liberato
prevalentemente nelle ore del mattino. Ogni flosculo ne produce
circa 5 mg, con un contenuto medio di proteine dell'11,1%, di
zuccheri del 35%, di grassi del 14% e di sali minerali dello 0,9%.
I granuli pollinici sono quasi sferici.
Il tarassaco è ricercato dalle api sia per il nettare che
per il polline-, è spesso competitivo nei confronti dei
fiori dei fruttiferi e ne limita l'impollinazione. I fiori del
tarassaco si chiudono alle prime ore del pomeriggio, riaprendosi
solo la mattina successiva. In annate favorevoli si possono ottenere
discreti raccolti di miele di tarassaco.
Indipendentemente dalla produzione di miele la fioritura di tarassaco
rappresenta un importante fattore per lo sviluppo primaverile
delle famiglie di api.
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