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UTILIZZI IN ERBORISTERIA

Il tarassaco è raccomandato per le virtù eccitanti epatobiliari ed anticolesterolo della sua radice e delle sue foglie. L'uso della decozione (bollitura per l'ottenimento di un decotto) della radice al 5% esercita azione colagoga (contrazione della cistifellea e svuotamento della bile, in essa contenuta, nel duodeno) in grado di alleviare la cirrosi in fase iniziale; in tal senso se ne può bere una tazza poco prima dei pasti anche per parecchio tempo. Lo stesso effetto, più blando, si ottiene con le foglie.
La radice va conservata con cura e rinnovata ogni anno.
Si preparano:
- tintura: 20 grammi di radice di tarassaco in 100 ml di alcool a 20° per 10 giorni; tre cucchiai al giorno lontano dai pasti;
- vino: 50 grammi di radici di tarassaco in un litro di vino bianco per 10 giorni; a bicchierini dopo i pasti;
- sciroppo: 10 grammi di estratto di foglie di tarassaco in 90 grammi di sciroppo semplice F.U. (Farmacopea ufficiale)..
tarassaco
(Taraxacum ssp.)
il miele di tarassaco
tarassacoIl tarassaco è la fioritura caratteristica del prato perenne o avvicendato della pianura cuneese, dalla cerchia pedemontana fino ai confini con la Provincia di Torino e sino ai piedi delle Langhe.
E' distribuito talvolta in modo così uniforme da sembrare specie seminata ed è dominante quasi ovunque, salvo che nel prato di primo anno.
Il tarassaco è così diffuso in questo areale poiché predilige l'habitat pedemontano, e poiché i prati nella pianura cuneese vengono seminati con specie erbacee poco competitive nei suoi confronti. La leguminosa qui più diffusa è il trifoglio ladino, specie di taglia ridotta e quasi assente in primavera (si sviluppa solo al 2° e 3° taglio del prato). La graminacea consociata è il Lolium italicum (Ioiessa) che muore in estate e si riproduce per trasemina; pertanto è poco competitiva nella primavera successiva e concede largo spazio alle infestanti, tarassaco prima e ranuncolo poi. Dunque i prati in primavera si colorano di giallo iniziando dai pendii meglio esposti e dai bordi delle strade, per diffondersi nei prati in ombra sotto i pioppi.
La fioritura dura circa 15-20 giorni, si blocca in caso di maltempo, per riprendere quasi senza danni al cessare delle piogge. Il raccolto primaverile è atteso con ansia dagli apicoltori e normalmente si verifica nel mese di aprile.
In Provincia di Cuneo, dopo il raccolto del tarassaco, segue un intervallo di 10-15 giorni prima del raccolto della robinia. Per chi fa nomadismo, e sposta gli alveari nell'astigiano per l'acacia, questo intervallo si riduce notevolmente. I nomadisti non mirano ad un raccolto abbondante sul tarassaco perché questo comporterebbe problemi tecnici considerevoli. Per contro l'apicoltura stanziale della zona pedemontana cerca di ottimizzare la produzione perché in tali areali, spesso, il tarassaco è un raccolto, più,sicuro rispetto alla robinia.
I risvolti tecnici legati allo sfruttamento di questa fioritura presentano, dunque, due situazioni ben distinte che impongono scelte di conduzione degli apiari molto diverse.
foto tarassacoChi punta alla massima produzione di miele deve impostare per tempo la preparazione delle famiglie, cominciando con l'invernamento (alveari con almeno 7-8 favi coperti di api), scegliendo la postazione ideale e, quindi, prevedendo in primavera la nutrizione stimolante. I migliori risultati si ottengono utilizzando api non di pura razza ligustica, bensì ibridi con la mellifera, l'ape nera francese, che un tempo era allevata quasi ovunque in provincia e che adesso è limitata ad alcune areali montani, od agli allevamenti che puntano alla produzione di tarassaco e di sciami.
L'ape nera francese ha, infatti, uno sviluppo molto più rapido che le permette di raggiungere il massimo sviluppo sin da inizio raccolto. Non è difficile, in tale situazione, arrivare a porre il secondo e, spesso, il terzo melario. A questo punto quasi tutte le famiglie sciamano o, comunque, entrano in febbre sciamatoria. In entrambe le situazioni il raccolto successivo è compromesso, perché per esso non risultano pronte spesso neppure la metà delle famiglie dell'apiario; il raccolto principale risulterà poi essere il castagno o l'alta montagna.
Attualmente va sempre più assottigliandosi il numero degli apicoltori che cercano questo indirizzo produttivo, perché l'acacia ha assunto tale importanza commerciale da soppiantare anche i più pregiati mieli di alta montagna. L'ape mellifera non si presta ad essere produttiva per tempi lunghi e dunque per più raccolti, perché al rapido sviluppo accompagna sempre l'incapacità di mantenere famiglie numerose; l'ape ligustica, per contro, è più lenta a primavera, più tardiva nello sviluppo della covata, e riesce a raggiungere la massima dimensione solo in presenza del primo raccolto.
Il tarassaco si rivela, dunque, fondamentale per la preparazione delle famiglie. Questo fatto non vuol dire che si rinuncia a priori alla produzione di miele, ma che essa passa in secondo piano rispetto alla formazione di nuclei e famiglie. La situazione ottimale si verifica quando pressoché tutte le famiglie sono in grado di immagazzinare miele nei melari, anche se la produzione si limita a 5-10 kg per cassa. La posa di molti doppi o terzi melari spesso si accompagna ad una più difficile gestione della sciamatura.
Il raccolto, infatti, molto ricco sia in nettare che in polline stimola la produzione di covata e anche le regine giovani possono entrare in febbre sciamatoria. Durante tutto il raccolto del tarassaco è, quindi, essenziale l'intervento dell'apicoltore che cerca di pareggiare le famiglie e, con la covata e le api in esubero, produce sciami artificiali. Anche le annate più sfortunate con piogge e nevicate sul raccolto (1994 ad esempio), consentono comunque lo sviluppo ottimale delle famiglie. Poche ore di sole permettono la riapertura dei fiori ed un improvviso abbondante raccolto.
La gestione dell'apiario sul tarassaco è, quindi, molto delicata ed è il trampolino di lancio per tutta la stagione. Il raccolto successivo sulla robinia provocando un più o meno parziale blocco di covata potrà semplificare il lavoro dell'apicoltore".

Secondo alcuni autori al genere Taraxacum appartengono 25 specie, secondo altri oltre 60.
Una tale discrepanza nasce dal fatto che all'interno delle singole "specie" è possibile distinguere numerose "stirpi", caratterizzate da caratteri costanti, per quanto localizzate territorialmente.
La causa di questo fenomeno è l'apogamia, che si manifesta sostanzialmente a causa dei processi di poliploidizzazione. Nelle nicchie ecologiche fortemente compromesse dall'azione dell'uomo l'apogamia si presenta con maggior frequenza che non negli ambienti naturali.
In Italia l'unica specie presente diploide, con normale riproduzione sessuale, è T. glaciale, pianta endemica solo sull'Appennino abruzzese e rarissima. Tutte le altre specie sono polipoidi.
Per meglio precisare la complessità consideriamo la specie più diffusa in Italia, T. officinale: non viene classificata in realtà come una specie unitaria, ma piuttosto come un aggregato comprendente numerose stirpi apogame (agamospecie), non ancora completamente note.

Descrizione del genere
Il genere Taraxacum è diffusissimo; il centro di origine è l'Asia Centrale ed Occidentale e attualmente si trova in tutte le regioni temperate degli emisferi settentrionale e meridionale, fino al limite artico, dal livello del mare al piano montano.
Le piante, perenni e rustiche, si adattano a condizioni ambientali variabili e ad ogni tipo di terreno.

Dispongono di una grossa radice a fittone contenente abbondante latice amarognolo.
Le foglie intere, dentate o sinuate e di differente forma sono disposte a rosetta.
I fiori, generalmente gialli, sono riuniti in infiorescenze alla estremità di uno scapo cavo, privo di foglie.
Il frutto è un achenio allungato che si prolunga in un rostro aperto superiormente in numerose setole originanti la tipica infruttescenza.
In Italia il genere è diffuso ovunque, particolarmente negli incolti e nei prati stabili e ben conciliati. E' una discreta foraggiera, ma è considerata infestante a causa della bassa resa alla fienagione.

Sistematica
In Italia dovrebbero essere state classificate (usiamo il condizionale in quanto non siamo botanici di professione) 17 specie ed aggregati del genere Taraxacum. Per rendere più comprensibili le singole schede abbiamo predisposto i disegni delle piante più diffuse.

Taraxacum glaciale Hand-Mazz., ex Huet.
Si tratta di una pianta piccola bassa con le foglie appressate al suolo.
E' l'unica specie diploide (2n = 16), quindi un tipo ancestrale. Rappresenta una stirpe isolatissima, localizzata esclusivamente sull'Appennino abruzzese; per la sua rarità e per il suo significato evolutivo è una pianta da conservare accuratamente, evitandone tassativamente la raccolta.
Taraxacum pacheri Sch-Bip.
Piccola pianta rintracciabile solo sulle pietraie e sui pendii franosi delle Alpi Orobie, nella zona del Brennero.
Taraxacum megalorrhizon (Forsskal) Hand-Mazz., (aggregato).
Gruppo polimorfo, all'interno del quale si riuniscono numerose agamospecie.
Pianta generalmente bassa, ha foglie profondamente divise, diffusa in tutto il territorio nazionale.
Taraxacum obovatum (Willd.) DC.
Pianta piccola e delicata, con foglie appressate al suolo di un verde scuro lucido. Presente in ambienti antropizzati dell'Italia centro meridionale e delle isole.
Taraxacum palustre (Lyons) Symons, (aggregato).
Aggregato composto da numerose agamospecie, presente in tutto il territorio nazionale. E' tipicamente rintracciabile nei prati umidi, negli ambienti torbosi, anche salmastri; le concimazioni, i drenaggi e le bonifiche ne stanno decretando una rapida scomparsa.
pianta tarassacoTaraxacum alpinum (Hoppe) Hegetschw, (aggregato).
La radice fittonante è sottile, le foglie sono di un verde scuro. I fiori sono giallo carico, talvolta arrossati ed esternamente con striature grigie o rossastre. Presente sui pascoli alpini ed appenninici, sui pendii franosi e negli ambienti antropizzati.
Le piante di questo gruppo vivono generalmente in ambienti aperti, dove non subiscono la concorrenza di altre piante. Gruppo polimorfo composto da numerose agamospecie.
Taraxacum alpestre DC, (aggregato).
Il cosiddetto tarassaco delle Alpi, pianta slanciata, di piccole dimensioni. Foglie di color verde erba, profondamente lobate. Fiori di colore giallo-aranciato-rossastro.
Diffuso nella zona alpina dai 1.500 ai 2.500 metri s.l.m., raramente scende sotto i 1.000 metri.
Taraxacum fontanum Hand-Mazz.
Pianta robusta con foglie verde-erba in genere strettamente lineari e quasi intere. Fiori giallo chiari. Presente in alta quota, nei prati palustri e nelle sorgenti.
Taraxacum cucullatum Dahlst.
Pianta di piccole dimensioni con foglie sottili e molli, presente solo nei pascoli alpini.
Taraxacum dissectum (Ledeb.) Ledeb.
Pianta piccola, con foglie verde pisello: porta numerosi fiori gialli. E' presente solo sulle Alpi piemontesi.
Taraxacum laevigatum (Willd.) DC, (aggregato).
Pianta gracile e di piccole dimensioni, foglie profondamente incise. Fiori giallo chiari. Numerose le agamospecie appartenenti a questo aggregato, generalmente riconoscibili per la caratteristica incisione delle foglie. Diffusa negli ambienti aridi e soleggiati della penisola, spesso anche fortemente antropizzati.
Taraxacum hoppeanum Griseb.
Pianta robusta, presente nelle fessure delle rupi e sui ghiaioni consolidati dalle Alpi Carniche a quelle Marittime.
Taraxacum aquilonare Hand-Mazz.
Pianta piccola presente sulle Alpi dall'Alto Adige alla Valle d'Aosta.
Taraxacum officinale Weber, (aggregato).
Il tarassaco comune, detto anche Dente di Leone, Piscia cane, Piscialetto, Soffione.
Pianta perenne, alquanto polimorfa, può raggiungere dimensioni fino al oltre 50 cm. La radice fittonante è grossa ed allungata a forma di fuso. Le foglie sono basali con nervature reticolate, generalmente profondamente incise. I fiori singoli, detti flosculi, piccoli e di colore giallo dorato, sono riuniti in capolini portati all'estremità di steli cavi e numerosi per pianta. I frutti sono acheni allungati dotati di un lungo becco ed un pappo che ne facilita la dispersione.
La fioritura principale avviene tra marzo e maggio, ma continua fino in autunno.
Non si tratta di una specie unitaria, ma di un complesso formato da numerosissime stirpi apogame. Presenti in tutta Italia, ad eccezione delle zone mediterranee e di alta montagna, vivono spesso in ambienti antropizzati, soprattutto nei prati stabili regolarmente falciati e conciliati, come pure nei suoli continuamente calpestati.
Taraxacum schroeteranum Hand-Mazz.
Presente negli ambienti umidi e palustri delle Alpi dall'Alto Adige al Cuneese.
Taraxacum reichenbachii Huter ex Dahlst.
Presente solamente nei pascoli alpini in Alto Adige nella zona del Brennero.
Taraxacum handelii Murr.
Anche questa specie è presente solamente nei pascoli alpini del Brennero.

Interesse apistico
Le notizie riportate in questo paragrafo si riferiscono solo a T. Officinale.
Il nettario è posto sopra l'ovario, attorno alla base dello stilo. Il nettare prodotto è ricco di zuccheri (1 8-51 %), e tra essi prevale il glucosio (45,4%).
Le antere formano, saldate tra loro, una sorta di tubo attraverso il quale lo stilo allungandosi sospinge il polline, rendendolo fruibile agli insetti.
Il polline di tarassaco, di colore arancione vivace, viene liberato prevalentemente nelle ore del mattino. Ogni flosculo ne produce circa 5 mg, con un contenuto medio di proteine dell'11,1%, di zuccheri del 35%, di grassi del 14% e di sali minerali dello 0,9%. I granuli pollinici sono quasi sferici.
Il tarassaco è ricercato dalle api sia per il nettare che per il polline-, è spesso competitivo nei confronti dei fiori dei fruttiferi e ne limita l'impollinazione. I fiori del tarassaco si chiudono alle prime ore del pomeriggio, riaprendosi solo la mattina successiva. In annate favorevoli si possono ottenere discreti raccolti di miele di tarassaco.
Indipendentemente dalla produzione di miele la fioritura di tarassaco rappresenta un importante fattore per lo sviluppo primaverile delle famiglie di api.


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ultima modifica: 9 Guigno, 2002 - Credits

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