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INTERVISTA

Il genere è rappresentato in Italia da due specie che si ibridano comunemente: R. ferrugineum prevale sui suoli acidi e R. hirsutum in arbusteti e boscaglie di pino in terreni calcarei.
questa pianta è presente in tutto l'arco alpino, ad altitudini comprese tra gli 800 e i 2300 m; la fioritura si ha in giugno e luglio.
Si produce esclusivamente nell'arco alpino e quote che non permettono la sopravvivenza degli alveari durante tutto l'anno.
Per avere maggiori informazioni su questo tipo di miele ci siamo rivolti al Sig. Ezio Poletti, apicoltore, apicoltore professionista che gestisce una grossa azienda nel Novarese.
Ci dice Ezio:
"Parlando di miele di rododendro posso affermare che si tratti di una produzione non costante, costosa e rischiosa, in quanto in alta quota le condizioni meteorologiche sono molto instabili"
Le aree da me visitate sono rappresentate dai pendii del Monte Rosa, Val Sesia e Val Formazza.
Gli alveari che destino al trasporto a queste quote sono i più popolosi poichè vista la difficoltà di collocamento è un'inutile perdita di tempo portarvi quelli deboli.
Il periodo consigliato va da metà giugno a fine luglio. Ho notato che si ottengono raccolti migliori se durante l'inverno precedente ci sono state abbondanti nevicate che hanno protetto i germogli dal gelo.
Durante questa produzione gli alveari vanno incontro ad un notevole aumento della deposizione e a volte la covata , se non si interviene con l'escludiregina, si spinge fino al secondo melario. Quindi al rientro sarà necessario mettere a disposizione di questi alveari nuovi raccolti per reintegrare le scorte.
Altra caratteristica di questi alveari è la tendenza a sciamare in quanto, a causa delle condizioni climatiche, le api si sentono quasi riportate in una specie di seconda primavera.
Il miele ottenuto, almeno per quanto riguarda la nostra zona, raramente è purissimo perchè inquinato da altre fioriture di prato e molte volte da colpi di melata. Comunque, se l'annata è favorevole, si ottengono ottimi raccolti arrivando a 30 Kg per alveare"

 

 

CACCIATORI DI RODODENDRO

Nel 1700 Luigi XIV di Francia inviò Joseph Pitton de Tournefort (1656-1708), professore di Botanica al Jardin du Roi, in Grecia, Turchia ed in Oriente con lo scopo di saperne di più sulle "piante degli Antichi". In due anni di perlustrazioni vennero raccolti oltre 1.300 esemplari di semi e di piante, molte delle quali, compreso il papavero orientale, Papaver orientale, vennero coltivate con successo in Francia. Nel libro Un viaggio nel Levante (1718) Pitton fu il primo botanico a descrivere il rododendro e l'azalea.
Qualche decennio dopo il quacchero John Bartram (1699-1777) della Pennsylvania, definito da Linneo come "il botanico più grande del mondo", introdusse in Europa un gran numero di piante americane, compresi i rododendri.
Lo scozzese John Fraser (1750-1811), dalla costa orientale degli Stati Uniti compì avventurosi viaggi nei territori indiani, fino al Mississippi. In una spedizione a Terranova trovò lo spettacolare Rhododendron catawbiense. Ebbe un ottimo istinto per le piante che si sarebbero trapiantate bene in Europa: tra queste importò Rhododendron speciosum.
Una terra di intense ed imprevedibili missioni fu la Cina. Lo scozzese George Forrest (1873-1932) divenne uno dei migliori ricercatori di piante specializzandosi nella raccolta di rododendri e di primule.
Forse il più famoso raccoglitore di piante dell'Estremo Oriente fu Frank Kingdon-Ward (1885-1958), i cui resoconti di viaggio sono un classico moderno. Seguì le tracce di Forrest, viaggiò nello Yunnan e nel Szechuan ed introdusse in Europa rododendri, primule, genziane, gigli e altro.
Joseph Hooker andò in Oriente nel 1847 come raccoglitore per i Giardini di Kew. I suoi racconti di viaggi nella regione himalayana sono una lettura affascinante. Raggiunse, dopo innumerevoli peripezie, anche Chakung, il luogo di incontro tra la vegetazione delle zone tropicali e quella delle regioni temperate, ossia il luogo in cui crescono assieme querce ed orchidee. Il suo libro sui rododendri intitolato Rhododendrons of the Sikkim Himalaya venne pubblicato in Inghilterra nel 1850.
La raccolta di piante risale agli antichi egizi ed agli imperatori cinesi: la coltivazione di giardini ornamentali molto sofisticati richiedeva l'invio di emissari nelle province anche più lontane alla ricerca di piante nuove e di abbellimento. Normalmente, comunque, l'esplorazione botanica, fino al Rinascimento, fu una conseguenza di spedizioni militari o commerciali; Teofrasto catalogò alcune delle piante incontrate durante le campagne di Alessandro Magno.
Dopo l'invenzione della stampa uno dei primi libri di successo fu l'erbario: nel XVI secolo si ebbe un'autentica invasione di testi costruiti sugli erbari classici e sulle tradizioni medioevali. Appena si palesarono i limiti di tali erbari i redattori si trasformarono in botanici raccoglitori; inizialmente cercarono le piante conosciute e successivamente si misero alla ricerca di nuove specie.
Nella seconda metà del XVI secolo si sviluppò l'interesse per le piante fanerogame poiché incominciarono a diffondersi i giardini floreali i Europa. Sembra che la Turchia abbia esercitato un particolare fascino sui botanici europei di allora.
All'inizio del XVII secolo la botanica divenne una disciplina di studio autonoma, separata dalla medicina. Inoltre la maggior apertura mentale e la diffusione dei viaggi fecero aumentare notevolmente le scoperte botaniche. Alcune difficoltà furono di ordine politico: i governi spagnolo e portoghese erano contrari ad ingaggiare botanici per le esplorazioni dei loro territori in Sud America. La Cina ed il Giappone a causa delle difficoltà di movimento, ma soprattutto a causa dell'avversione verso il materialismo occidentale, crearono maggiori difficoltà alle spedizioni botaniche e non vennero esplorate che fino alla metà del XIX secolo.
Nei primi decenni del XVIII secolo si adottò un approccio maggiormente scientifico. Le spedizioni botaniche duravano non meno di un anno per permettere agli studiosi di osservare le piante in tutte le fasi vegetative. Si risolse il problema del trasporto degli esemplari impacchettandoli in vasi di vetro noti come campane di Ward
Le serre calde, molto frequenti all'epoca vittoriana, alimentarono un fiorente commercio dalle regioni tropicali; John Veitch durante una crociera nelle isole della Polinesia raccolse ed inviò in Inghilterra molte piante esotiche.
Una delle più antiche spedizioni alla ricerca di piante, di cui ci sia pervenuta notizia, fu allestita dalla regina egiziana Hatshepsut intorno al 1500 a.C. Questo bassorilievo rappresenta il ritorno dalla Somalia con un albero di incenso.
Il trasporto di piante da regioni remote rappresentò una delle principali difficoltà. Si è calcolato che ogni importazione dalla Cina, obbligando le navi a passare due volte dai Tropici, comportava la perdita di un migliaio di piante. Si dimostrò un utile strumento la campana di Ward, un contenitore di vetro, come quello rappresentato dalla figura, all'interno del quale era possibile mantenere un microclima sufficiente per la sopravvivenze delle piante.

 

 

IL RODODENDRO NEI VECCHI TRATTATI

Il Tannoja, nel trattato "Delle api e loro utile" pubblicato all'inizio dell'ottocento, nel capitolo dedicato al miele velenoso, dopo aver diffusamente citato quanto scritto al proposito da Senofonte, da Dioscoride, da Strabone, da Aristotele e da Plinio il Vecchio, passa ai resoconti di autori suoi contemporanei.
"....E' questa (il rododendro o meglio Rhododendros come lo chiama l'Autore, N.d.R.) una pianta molto grande. I fiori, de' quali abbonda, nascono diciotto, o venti, uniti insieme ed in mazzetti all'estremità dei rami (....) Mr Tournefort, viaggiando nell'Asia, conobbe anch'esso tutte e due queste piante in Eraclea. Accompagnando sul Mar Nero Numan Coproni, Bassà di Candia, si bello gli parve il fiore della prima pianta, che, fattone un mazzetto, era per presentarlo al Bassà; ma fu avvertito dal di lui Chtaja, che questo fiore faceva starnutare, cagionava delle vertigini, ed era per nuocere al cervello. Egli chiamò la prima Chamaerhododendros Pontica, Maxima, folio, lauro, flore coruleo purpurascente e la seconda, Chamaerhododendros Pontica, Maxima, Mespilifolio, flore luteo (....) Il P. Lamberti, Missionario Teatino Napoletano, scrive anch'esso, esser pernicioso un mele succhiato dalle Pecchie sopra un arbusto della Colchide, o Mengrelia. Questo arbusto egli lo chiama oleandro giallo, cioè lauro, rosa, giallo, che senza contrasto è lo stesso, che il Chamaerhododendros Pontica, Maxima, masphiliflorio, flore luteo. (....) L'Ape, come si vede, non eccettua verun fiore, ancorché nocivo. Ella si ciba di tutto, e non soffre incommodo. Quì non ancora vi è entrata la fisica; nè si sa come un mele così pernicioso per gli altri, per l'Ape esser debba salubre, e di verun noncumento...."
Dalla rubrica di flora apistica pubblicata sulla rivista "L'apicoltore" nel 1873: "Vi è una specie di Rododendro detto Ponticum, che da noi si coltiva per ornamento e che è rovinoso all'apicoltore per la cattiva qualità del miele. (....)
Altre specie di rododendri vi sono molto melliferi; accenneremo alla Rosa delle Alpi (Rhododendron hirsutum) che è una delle più belle piante della flora delle alte Alpi, dove esclusivamente si trova...."
Dal libro di Dubini, "L'Ape", pubblicato nel 1898: "....rallegra le altitudini alpine e fornisce molto nettare, come ho veduto visitando gli apiarii che stanno ai piedi dei ghiacciai del Monte Rosa. La sua fioritura non è lunga, ma il suo nettare è prelibato. Il maestro G.F. Long ha trovato, col ragionamento per esclusione, che il famoso miele di Pragelato viene dal Rododendro."

rododendro
(Rhododendron spp.)

il miele di rododendro

Il termine rododendro deriva da due vocaboli greci, "rhodon", rosa e "dendron", albero, con evidente allusione alle numerose specie arboree dai caratteristici fiori color rosa.
Le due specie tipiche delle Alpi, R. ferrugineum diffuso nella zona del granito e della silice e R. hirsutum presente nelle zone calcaree, permisero a Linneo di fondare, nel 1753, il genere Rhododendron, destinato a diventare con le esplorazioni fuori dall'Europa uno dei generi più affollati ed uno dei più importanti per il giardinaggio.

Caratteristiche morfologiche del genere
rododendro arboreoI rododendri sono arbusti eleganti, talvolta alberi.
Le foglie sono alterne, spesso ravvicinate alla sommità dei rami, intere, a ciclo annuale o biennale e, pertanto, le piante presentano fogliame persistente.
I fiori sono di solito grandi, da bianchi a rossi a gialli, riuniti in corimbi od in falsi grappoli terminali, raramente solitari. Il calice è variabile, generalmente con cinque sepali a coppa che formano altrettanti denti. La corolla è irregolare, talvolta ad imbuto altrimenti tubulosa, con un lembo più o meno obliquo che si manifesta in cinque lobi. Gli stami sono da otto a dieci, l'ovario presenta uno stilo sottile.

Sistematica
La classificazione del genere Rhododendron rappresenta un incubo per i tassonomi: oltre ad essere uno dei più grandi nel regno vegetale, presenta specie strettamente affini al punto che sono più numerose le specie che si confondono tra di loro rispetto a quelle che chiaramente si distinguono. Per averne un'idea si dovrebbero passare in rassegna le pubblicazioni specializzate sull'argomento e, particolarmente, l'opera curata dalla Società Inglese dei Rododendri.
Naturale, quindi, che anche il numero di specie da ascrivere al genere sia motivo di controversia: attualmente si conoscono circa 1.200 specie, ma una parziale riclassificazione le ridurrebbe a 750. Peraltro alcuni botanici ne riportano trecentocinquanta ed altri addirittura solamente duecento.
I rododendri occupano ogni possibile ambiente: il sottobosco forestale, le rive dei ruscelli, le radure, le catene montuose, le paludi, le macchie, i prati, i dirupi, le pietraie, la base e la cima delle montagne e spesso gli alberi stessi come epifite.
La più alta segregazione di specie si ha nella regione dell'Himalaya, ma il genere è anche numeroso nella Cina centrale ed occidentale. Alcune crescono allo stato spontaneo nelle Filippine ed una ventina fanno parte della flora dell'America settentrionale. Dalle Indie orientali il genere si spinge in gran parte dell'Asia sud orientale, fino all'Australia Settentrionale.
Gli adattamenti a climi tanto differenti hanno selezionato forme e dimensioni disparate. Le foglie variano da pochi millimetri ad un metro di lunghezza, i fiori passano dalle enormi trombette profumate e lunghe fino a 12 cm di R. nuttallii e dai grandi fiori composti di R. sinogrande, entrambi nativi dell'Asia Sud Orientale, fino ai piccoli fiori di alcune specie d'alta montagna della sottosezione Lapponica. Dai rododendri striscianti si arriva ai rododendri arborei del'Himalaya.
Ricordiamo che i rododendri appartengono alla famiglia delle Ericacee e che le numerose specie vengono suddivise in due sottogeneri:
Eurhododendron, a cui appartengono le specie a foglie raramente caduche;
Azalea, caratterizzato da specie le cui foglie sono caduche, raramente persistenti.

Rhododendron, le principali specie

Regione dell'Himalaya
R. arboreum, albero alto fino a 25 metri, fiori rossi e rosa, a fioritura precoce.
R.campanulatum, arbusto o albero alto fino a 10 metri, fiori dal bianco al viola, all'azzurrino, maculati.
R. falconeri, albero alto fino a 12 metri, foglie lunghe fino a 30 cm, fiori carnosi color crema.
R. thomsonii, arbusto alto fino a 5 metri, fiori rosso scuri e cerosi.
R. cinnabarinum, arbusto alto fino a 5 metri, fiori penduli e cerosi di colore bianco, albicocca, rosa, giallo, cremisi scuro e viola.
R. nuttallii, raggiunge i 10 metri di altezza, fiori lunghi oltre 12 cm color giallo crema, di norma profumati.
Regione cinese
R. bureavii, arbusto alto fino a 7 metri, foglie lunghe fino a 20 cm, fiori da bianchi a rosa, maculati.
R. decorum, si spinge fino alla Birmania, albero alto 9 metri, fiori rosso o rosa pallido profumati.
R. fortunei, arriva all'altezza di 10 metri, fiori dal rosa al bianco-lilla profumati. E' la specie profumata più rustica e resiste fino a -28°C.
R. neriflorum, arbusto alto fino a 3 metri, fiori di colore scarlatto.
R. sinogrande, albero alto 11 metri, foglie lunghe fino a 90 cm, fiori color crema.
R. souliei, arbusto di 5 metri, fiori da bianchi a rosa. Si tratta di una delle più belle specie viventi in ambiente arido.
R. campylogynum, diffuso fino al Tibet raggiunge i 50 cm, fiori dal nero viola al bianco crema, di forma tubulare portati da lunghi peduncoli.
R. dauricum, arbusto alto fini a 2,5 metri, foglie decidue o sempreverdi, fiorisce in inverno o all'inizio della primavera.
R. dalhousiae, è considerato il capostipite di quei rododendri a fiore di giglio che nella forma, nel colore e nel profumo, ricordano esattamente un giglio bianco. Si tratta di un arbusto legnoso a foglie picciolate.

Giappone
R. metternichii, alto fino a 3,5 metri, foglie lunghe 15 cm, fiori di color rosa intenso, talvolta tinti di blu, resiste fino a -28°C e molte forme sono resistenti anche al calore.
India
R. indicum, è la azalea più famosa e se ne conoscono almeno settecento differenti varietà orticole che derivano dalle forme botaniche di questa specie alquanto polimorfa, ed anche da fecondazioni interspecifiche con specie morfologicamente vicine, quali R. ledifolium. Comunemente conosciuta come azalea indica è un arbusto alto 1-2 metri, largo molto ramoso, a foglie persistenti. I fiori sono leggermente peduncolati e solitari, di colore salmone vivo, posti alla sommità dei rami. Tra le varietà ottenute una quarantina sono regolarmente coltivate e hanno fiori che variano dal bianco puro al salmone, al rosso, al lilla-violaceo, ma anche a colorazioni striate, maculate.

Stati Uniti
R. catawbiense, arbusto alto 3 metri originario delle regioni orientali, fiori di color lilla, fioriscono tardi, resiste a - 40°C ed è molto rustico.
R. carolinianum, arriva a 1,8 metri di altezza, fiori dal rosa al bianco, estremamente rustico.
Asia Minore
R. ponticum, specie arbustiva, alta 3-4 metri, con fiori campanulati con diametro di almeno 5 cm, di colore porpora-violaceo. E' la specie che per ibridazione con R. caucasicum e R. catawbiense ha dato luogo ai policromi rododendri ibridi moderni. Questa specie si è naturalizzata con successo in molte regioni della Gran Bretagna, diventando una pianta infestante in grado di creare problemi all'arboricoltura locale.
R. Caucasicum, noto come "rododendro del Caucaso", è un compatto cespuglio che non supera il metro di altezza, i fiori sono bianchi, ma esternamente rosati.

Le tre specie spontanee in Italia
Rhododendron ferrugineum L.
Cespuglio sempreverde con rami fragili, generalmente rododendro ferrugineumascendenti. Foglie ellittiche, intere ed arrotondate all'apice, glabre ed inferiormente ferruginee per le dense squame ghiandolari. I fiori sono riuniti in racemi brevi, con peduncoli lunghi 1-2 cm, a calice brevissimo, corolla rosso-purpurea con tubo di 7-8 mm. Il profumo è resinoso ed intenso.
Questa specie è caratteristica della fascia subalpina delle Alpi e cresce nelle brughiere su suolo acido. Sale oltre i 2.300 metri, di solito sterile, ed in Val d'Aosta raggiunge i 3.000 metri. Nella zona insubrica scende nei fondovalle (nel Canton Ticino fino a 230 metri). In queste posizioni è presente nei castagneti fitti e raggiunge le massime dimensioni. Sull'Appennino è rarissima e limitata alle vette più alte dell'Appennino Tosco-Emiliano.
Rhododendron hirsutum L.
Simile alla specie precedente si distingue per le foglie che hanno sul bordo lunghe ciglia e nella parte inferiore sono verdi e con sparse ghiandole puntiformi, inizialmente bianche e successivamente brune. Inoltre la corolla è roseo sbiadita e quasi priva di odore. A differenza della precedente è abbondantissima sulle Alpi calcaree, ove si comporta spesso da pianta pioniera ed è facilmente rintracciabile su ghiaioni e macerati appena consolidati. Sale fino a 2.200 metri, raramente a 2.600, diffusa in arbusteti nani ed in boscaglie di Pino mugo e Pino silvestre. Nella Valle dell'Adige scende fino quasi al piano, ma, a differenza della precedente, sempre in zone soleggiate.
Rhodothamnus chamaecistus (L.) Rchb.
Secondo alcuni botanici questa specie è considerata un genere a parte, mentre per altri forma una sezione del genere.
Comunque la si consideri si tratta di un suffrutice con fusti legnosi, prostrati od ascendenti. Le foglie sono ellittiche, sempreverdi. I fiori sono all'apice dei rami, a corolla rosea.

Interesse apistico
I rododendri spontanei in Italia fioriscono in giugno-luglio.
Il nettare è prodotto da un ispessimento del tessuto ghiandolare localizzato internamente al tubo della corolla; ha un contenuto zuccherino del 24-30%, con prevalenza del saccarosio.
Il polline, come in tutte le ericacee, si presenta nelle cosiddette tetradi di forma subsferica composte dai quattro granuli pollinici che, derivati da un'unica cella madre, non si separano. Le pallottoline di polline raccolte dalle api sono bianchicce e piccole (circa 6,8 mg).
Questa pianta offre abbondante nettare e polline alle api, portate sui pascoli da apicoltori nomadi; comunque i mieli uniflorali di rododendro sono piuttosto rari.

Interesse economico
E principalmente in floricoltura che i rododendri manifestano le loro potenzialità economiche. Nella seconda metà del XVIII secolo vennero introdotti in Europa i primi rododendri esotici (R. ponticum e R. luteum) ed i giardinieri incominciarono a selezionare morfologicamente ed a diffondere numerose specie. Molto più tardi si iniziarono le ibridazione tra le diverse specie e oggi il mercato è quasi completamente dominato sia dai rododendri propriamente detti che dalle azalee ibride. Famose sono le "azalee di Gand" nate da incroci tra le più classiche azalee, la cinese la giapponese e e la pontina e da ibridazioni con R. calendulaceum, R. nudiflorum, R. canadense ecc.
Sono famose le fioriture di azalee sui laghi di Como e Maggiore tra la fine di maggio ed i primi di giugno.
Un utilizzo marginale è legato alle proprietà curative delle foglie, che contengono arbutina, ericolina, acido rodotannico, altri acidi, cere ed un olio essenziale con una composizione ritenuta velenosa, e che in infuso o per estrazione a mezzo dell'olio, sono usate contro le malattie della pelle, le malattie dei reni ed i dolori reumatici.
Inoltre le galle che si formano sulle piante, se raccolte fra giugno ed agosto, posseggono proprietà vulnerarie che permettono l'estrazione di un olio per uso esterno.
Nel cosiddetto "tè svizzero" entrano tra le altre foglie anche quelle di R. ferrugineum, meno velenose di quelle dell'altra specie.

Coltivazione
La principale esigenza dei rododendri è un terreno umifero subacido (pH 6), terra d'erica o di castagno o di bosco, mescolata a torba. Il terreno deve anche essere leggero, aggiungendo sabbia e stallatico ben consumato. Pochissime sono le specie che si adattano a terreni alcalini. Il sistema radicale, fitto e piuttosto superficiale, non richiede un terreno profondo; 30-50 cm sono sufficienti. Importante il drenaggio e, pertanto, il dissodamento del sottosuolo. A sud i rododendri esigono luoghi ombreggiati, mentre oltre gli 800 metri l'esposizione soleggiata diventa una necessità.
Generalmente sia le specie che gli ibridi resistono bene a - 6°C.
I rododendri normalmente non si potano, ad eccezione delle spuntature ai rami giovani e per dare forma regolare alle piante con l'accestimento. I soggetti vecchi si potano sul legno vecchio per favorire la formazione di nuove gemme, operando subito dopo la fioritura. Alle piante sfiorite si tolgono i fiori secchi per evitare che la produzione eccessiva di semi pregiudichi la formazione di gemme a fiore. Nei terreni poveri più essere utile una pacciamatura di humus.

Su alcuni mieli di rododendro tossici
Esistono mieli dannosi per i consumatori e per i produttori. Recentemente la letteratura ha citato incidenti avvenuti in Turchia, in particolare sul Mar Rosso, e lungo la costa nord del Pacifico negli USA. Ma le testimonianze sull'argomento sono antiche e sorprendenti.
Senofonte ricorda la ritirata di 10.000 mercenari greci dopo la battaglia di Counaxa nel 401 a.C. Ci vollero sei mesi di marcia in regioni ostili per raggiungere il mare. Vistolo dall'alto della montagna gridarono "thalassa thalassa": il mare! pedaggio per il ritorno in patria. Ma c'erano in questa regione numerosi alveari e ....
Anche Aristotele parla del fenomeno e Strabone racconta l'utilizzo del miele tossico come strumento da guerra nella stessa regione dell'Anatolia nel 62 a.C.
Plinio il Vecchio, celebre vittima dell'eruzione del Vesuvio che sommerse Pompei ed Ercolano, dedicò numerose pagine della sua "Storia naturale" ai folli e dementi a causa del consumo di miele tossico.
Più recentemente, nel 1802, sulla rivista dell'American Philosophical Society venne riportata la notizia di un miele tossico prodotto nella costa occidentale degli Stati Uniti.
In seguito sono stati descritti casi di intossicazione nel New Jersey, New England, sulle Smoky Mountains, in Canada orientale ed ancora in Turchia.
Le specie botaniche
Tra le specie botaniche citate come produttrici di nettare tossico, e tutte appartenenti alla famiglia delle Ericacee, cinque sono rododendri. Sono endemici in Turchia, in particolare R. ponticum e R. flavum, e popolano le foreste del Nord dell'Anatolia. R. ponticum si è diffuso in Inghilterra ed in altre regioni europee.
Solo una parte dei rododendri, quindi, produce tossine. Gli ibridi di rododendro presentano gradi di tossicità in modo imprevedibile. Ad esempio l'ibrido R. "redwing", non tossico, è stato ottenuto dall'incrocio di quattro specie, di cui tre tossiche.
Il rododendro delle Alpi, R. ferrugineum, ha foglie tossiche per il bestiame.
Le tossine
Sono presenti nelle foglie, nei fiori e nel loro nettare. L'intossicazione può avvenire per ingestione dei fiori, delle foglie (tisane per curare l'artrite) e del miele contaminato.
I rischi di intossicazione si riducono se il miele viene riscaldato (ma questa notizia necessita di conferme), oppure se è miscelato con altre partite di miele non tossico.
Sono stati identificati nel miele tossico idrocarburi ciclici polidrossili (diterpenoidi) battezzati grayanotosine o andromedotossine, o ancora rodotossine.
Gli effetti sull'uomo
La letteratura mette a disposizione l'analisi di 23 casi, tra il 1963 e il 1986, a Trabzon sul Mar Nero orientale e a Inebolu sul Mar Nero centrale. La quantità di miele ingerita dagli intossicati variava da 2 cucchiaini di caffè a 5 da minestra (media 50 grammi). In tutti i campioni analizzati vennero trovati pollini di rododendro. I sintomi comparvero da 30 minuti a due ore dopo l'ingestione, in relazione alla dose assunta.
Tra gli effetti si segnalavano: ipersalivazione, respirazione difficoltosa, formicolio attorno alla bocca ed alle estremità degli arti, debolezza e convulsioni. Un prelievo di sangue mostrava un aumento di enzimi nel fegato. Fortunatamente il miglioramento avvenne tra trenta minuti e sei ore, e la guarigione completa dopo uno o due giorni. La mortalità è rarissima per non dire nulla.
La terapia consiste nella somministrazione di sostanze vasopressori e per il controllo degli eventuali disturbi cardiocircolatori.
Effetti sulle api.
Nel 1959 un'epidemia da intossicazione distrusse gli alveari dell'isola di Colonsay. I ricercatori dell'Università di Glasgow riprodussero i sintomi osservati fornendo ad api sane nettare di rododendro. Queste diventarono letargiche, poi inerti, volarono per piccoli tratti, caddero al suolo posandosi sui fianchi o sul dorso, girarono in tondo sbattendo le ali senza riuscire ad alzarsi. Una prostrazione crescente precedette la morte.

Tavola n. 1 - Specie botaniche con nettare tossico secondo Pangaud, "Abeille de France", aprile 1961.

Aesculus california
Aesculus hippocastanum
Aesculus parva
Astragalus tantiginosus
Asclepias
Azalea pontica
Camelia reticulata
Dphné mezereum
Euphorbia genicula
Hyoscyamus niger
Rhododendron Luteum
Rhododendron ponticum
Spiraea ussurensis
Veratum californicum

Tavola n. 2 - Tossicità del nettare di alcune specie di Rhododendron sulle api.

Specie; Numero di api per gruppo; % di mortalità antro 48 ore
R. arboreum; 21; 62
R. arboreum var. album; 46; 87
R. arboreum var. hermisinum; 45; 16
R. niveum; 27; 70
R. barbatum; 32; 40
R. fictolacteum; 45; 0
R. fulvum; 23; 26
R. sinogrande; 41; 44
R. macabeanum; 35; 14
R. sperabile; 32; 0
R. neriiflorem; 107; 0
R. sperabiboldes; 32; 0
R. scyphocalyx; 29; 0
R. euchaltes; 25; 0
R. haematodes; 25; 0
R. pratti; 47; 85
R. thomsonii; 168; 100

Senofonte: "Anabasi"
"....Non c'era nulla di straordinario là, solo che quel paese aveva numerosi alveari ed alcuni dei soldati che mangiarono quel miele perdettero la ragione; vomitarono evacuarono, alcuni non avevano la forza di reggersi in piedi. Colore che ne avevano mangiato poco sembravano completamente ubriachi, mentre coloro che ne avevano mangiato molto assomigliavano a pazzi furiosi o a moribondi. Restarono così, sdraiati numerosi sotto il sole, come dopo una disfatta e la costernazione fu generale. L'indomani, tuttavia, nessun decesso, ed a poco a poco, nelle stesse ore ritrovarono la ragione. Il terzo e quarto giorno riuscirono a reggersi in piedi, come se uscissero da un avvelenamento...."
Strabone: "Geografia", tomo IX, libro XII
".... Gli Eptacometi massacrarono a Pompeo tre legioni che attraversavano le montagne. Avendo miscelato dentro crateri posti sul loro cammino un miele prodotto da arbusti locali e che fa perdere la ragione colpirono i soldati abbruttiti a causa di ciò che avevano mangiato, avendone facilmente la meglio...."
Plinio il Vecchio: "Storia naturale"
"....Dalla stessa parte del Ponto, il popolo dei Sanni, c'è un'altra qualità di miele chiamato maenomenon poiché provoca la follia. Si pensa che abbia questa proprietà per il fiore di rododendro di cui le foreste abbondano...."
Dioscoride
".... Si trova a Eraclea del Ponto, in certi momenti, un miele che a causa delle proprietà dei fiori, mette sudorazione ed acqua a chi lo consuma.... E' pungente e provoca starnuti a coloro che lo respirano...."

[Questo lavoro è stato realizzato rielaborando l'articolo "Les miels de rhododendrons" di De Bodt, pubblicato su "Les Carnets du CARI", numero 50]


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