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INTERVISTA
Il genere è rappresentato in Italia da due specie
che si ibridano comunemente: R. ferrugineum prevale sui
suoli acidi e R. hirsutum in arbusteti e boscaglie di pino
in terreni calcarei.
questa pianta è presente in tutto l'arco alpino,
ad altitudini comprese tra gli 800 e i 2300 m; la fioritura
si ha in giugno e luglio.
Si produce esclusivamente nell'arco alpino e quote che non
permettono la sopravvivenza degli alveari durante tutto
l'anno.
Per avere maggiori informazioni su questo tipo di miele
ci siamo rivolti al Sig. Ezio Poletti, apicoltore, apicoltore
professionista che gestisce una grossa azienda nel Novarese.
Ci dice Ezio:
"Parlando di miele di rododendro posso affermare che
si tratti di una produzione non costante, costosa e rischiosa,
in quanto in alta quota le condizioni meteorologiche sono
molto instabili"
Le aree da me visitate sono rappresentate dai pendii del
Monte Rosa, Val Sesia e Val Formazza.
Gli alveari che destino al trasporto a queste quote sono
i più popolosi poichè vista la difficoltà
di collocamento è un'inutile perdita di tempo portarvi
quelli deboli.
Il periodo consigliato va da metà giugno a fine luglio.
Ho notato che si ottengono raccolti migliori se durante
l'inverno precedente ci sono state abbondanti nevicate che
hanno protetto i germogli dal gelo.
Durante questa produzione gli alveari vanno incontro ad
un notevole aumento della deposizione e a volte la covata
, se non si interviene con l'escludiregina, si spinge fino
al secondo melario. Quindi al rientro sarà necessario
mettere a disposizione di questi alveari nuovi raccolti
per reintegrare le scorte.
Altra caratteristica di questi alveari è la tendenza
a sciamare in quanto, a causa delle condizioni climatiche,
le api si sentono quasi riportate in una specie di seconda
primavera.
Il miele ottenuto, almeno per quanto riguarda la nostra
zona, raramente è purissimo perchè inquinato
da altre fioriture di prato e molte volte da colpi di melata.
Comunque, se l'annata è favorevole, si ottengono
ottimi raccolti arrivando a 30 Kg per alveare"
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CACCIATORI
DI RODODENDRO
Nel 1700 Luigi XIV di Francia inviò Joseph Pitton
de Tournefort (1656-1708), professore di Botanica al Jardin
du Roi, in Grecia, Turchia ed in Oriente con lo scopo di
saperne di più sulle "piante degli Antichi".
In due anni di perlustrazioni vennero raccolti oltre 1.300
esemplari di semi e di piante, molte delle quali, compreso
il papavero orientale, Papaver orientale, vennero coltivate
con successo in Francia. Nel libro Un viaggio nel Levante
(1718) Pitton fu il primo botanico a descrivere il rododendro
e l'azalea.
Qualche decennio dopo il quacchero John Bartram (1699-1777)
della Pennsylvania, definito da Linneo come "il botanico
più grande del mondo", introdusse in Europa
un gran numero di piante americane, compresi i rododendri.
Lo scozzese John Fraser (1750-1811), dalla costa orientale
degli Stati Uniti compì avventurosi viaggi nei territori
indiani, fino al Mississippi. In una spedizione a Terranova
trovò lo spettacolare Rhododendron catawbiense. Ebbe
un ottimo istinto per le piante che si sarebbero trapiantate
bene in Europa: tra queste importò Rhododendron speciosum.
Una terra di intense ed imprevedibili missioni fu la Cina.
Lo scozzese George Forrest (1873-1932) divenne uno dei migliori
ricercatori di piante specializzandosi nella raccolta di
rododendri e di primule.
Forse il più famoso raccoglitore di piante dell'Estremo
Oriente fu Frank Kingdon-Ward (1885-1958), i cui resoconti
di viaggio sono un classico moderno. Seguì le tracce
di Forrest, viaggiò nello Yunnan e nel Szechuan ed
introdusse in Europa rododendri, primule, genziane, gigli
e altro.
Joseph Hooker andò in Oriente nel 1847 come raccoglitore
per i Giardini di Kew. I suoi racconti di viaggi nella regione
himalayana sono una lettura affascinante. Raggiunse, dopo
innumerevoli peripezie, anche Chakung, il luogo di incontro
tra la vegetazione delle zone tropicali e quella delle regioni
temperate, ossia il luogo in cui crescono assieme querce
ed orchidee. Il suo libro sui rododendri intitolato Rhododendrons
of the Sikkim Himalaya venne pubblicato in Inghilterra nel
1850.
La raccolta di piante risale agli antichi egizi ed agli
imperatori cinesi: la coltivazione di giardini ornamentali
molto sofisticati richiedeva l'invio di emissari nelle province
anche più lontane alla ricerca di piante nuove e
di abbellimento. Normalmente, comunque, l'esplorazione botanica,
fino al Rinascimento, fu una conseguenza di spedizioni militari
o commerciali; Teofrasto catalogò alcune delle piante
incontrate durante le campagne di Alessandro Magno.
Dopo l'invenzione della stampa uno dei primi libri di successo
fu l'erbario: nel XVI secolo si ebbe un'autentica invasione
di testi costruiti sugli erbari classici e sulle tradizioni
medioevali. Appena si palesarono i limiti di tali erbari
i redattori si trasformarono in botanici raccoglitori; inizialmente
cercarono le piante conosciute e successivamente si misero
alla ricerca di nuove specie.
Nella seconda metà del XVI secolo si sviluppò
l'interesse per le piante fanerogame poiché incominciarono
a diffondersi i giardini floreali i Europa. Sembra che la
Turchia abbia esercitato un particolare fascino sui botanici
europei di allora.
All'inizio del XVII secolo la botanica divenne una disciplina
di studio autonoma, separata dalla medicina. Inoltre la
maggior apertura mentale e la diffusione dei viaggi fecero
aumentare notevolmente le scoperte botaniche. Alcune difficoltà
furono di ordine politico: i governi spagnolo e portoghese
erano contrari ad ingaggiare botanici per le esplorazioni
dei loro territori in Sud America. La Cina ed il Giappone
a causa delle difficoltà di movimento, ma soprattutto
a causa dell'avversione verso il materialismo occidentale,
crearono maggiori difficoltà alle spedizioni botaniche
e non vennero esplorate che fino alla metà del XIX
secolo.
Nei primi decenni del XVIII secolo si adottò un approccio
maggiormente scientifico. Le spedizioni botaniche duravano
non meno di un anno per permettere agli studiosi di osservare
le piante in tutte le fasi vegetative. Si risolse il problema
del trasporto degli esemplari impacchettandoli in vasi di
vetro noti come campane di Ward
Le serre calde, molto frequenti all'epoca vittoriana, alimentarono
un fiorente commercio dalle regioni tropicali; John Veitch
durante una crociera nelle isole della Polinesia raccolse
ed inviò in Inghilterra molte piante esotiche.
Una
delle più antiche spedizioni alla ricerca di piante,
di cui ci sia pervenuta notizia, fu allestita dalla regina
egiziana Hatshepsut intorno al 1500 a.C. Questo bassorilievo
rappresenta il ritorno dalla Somalia con un albero di incenso.
Il
trasporto di piante da regioni remote rappresentò
una delle principali difficoltà. Si è calcolato
che ogni importazione dalla Cina, obbligando le navi a passare
due volte dai Tropici, comportava la perdita di un migliaio
di piante. Si dimostrò un utile strumento la campana
di Ward, un contenitore di vetro, come quello rappresentato
dalla figura, all'interno del quale era possibile mantenere
un microclima sufficiente per la sopravvivenze delle piante.
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IL
RODODENDRO NEI VECCHI TRATTATI
Il
Tannoja, nel trattato "Delle api e loro utile"
pubblicato all'inizio dell'ottocento, nel capitolo dedicato
al miele velenoso, dopo aver diffusamente citato quanto
scritto al proposito da Senofonte, da Dioscoride, da Strabone,
da Aristotele e da Plinio il Vecchio, passa ai resoconti
di autori suoi contemporanei.
"....E' questa (il rododendro o meglio Rhododendros
come lo chiama l'Autore, N.d.R.) una pianta molto grande.
I fiori, de' quali abbonda, nascono diciotto, o venti, uniti
insieme ed in mazzetti all'estremità dei rami (....)
Mr Tournefort, viaggiando nell'Asia, conobbe anch'esso tutte
e due queste piante in Eraclea. Accompagnando sul Mar Nero
Numan Coproni, Bassà di Candia, si bello gli parve
il fiore della prima pianta, che, fattone un mazzetto, era
per presentarlo al Bassà; ma fu avvertito dal di
lui Chtaja, che questo fiore faceva starnutare, cagionava
delle vertigini, ed era per nuocere al cervello. Egli chiamò
la prima Chamaerhododendros Pontica, Maxima, folio, lauro,
flore coruleo purpurascente e la seconda, Chamaerhododendros
Pontica, Maxima, Mespilifolio, flore luteo (....) Il P.
Lamberti, Missionario Teatino Napoletano, scrive anch'esso,
esser pernicioso un mele succhiato dalle Pecchie sopra un
arbusto della Colchide, o Mengrelia. Questo arbusto egli
lo chiama oleandro giallo, cioè lauro, rosa, giallo,
che senza contrasto è lo stesso, che il Chamaerhododendros
Pontica, Maxima, masphiliflorio, flore luteo. (....) L'Ape,
come si vede, non eccettua verun fiore, ancorché
nocivo. Ella si ciba di tutto, e non soffre incommodo. Quì
non ancora vi è entrata la fisica; nè si sa
come un mele così pernicioso per gli altri, per l'Ape
esser debba salubre, e di verun noncumento...."
Dalla rubrica di flora apistica pubblicata sulla rivista
"L'apicoltore" nel 1873: "Vi è una
specie di Rododendro detto Ponticum, che da noi si coltiva
per ornamento e che è rovinoso all'apicoltore per
la cattiva qualità del miele. (....)
Altre specie di rododendri vi sono molto melliferi; accenneremo
alla Rosa delle Alpi (Rhododendron hirsutum) che è
una delle più belle piante della flora delle alte
Alpi, dove esclusivamente si trova...."
Dal libro di Dubini, "L'Ape", pubblicato nel 1898:
"....rallegra le altitudini alpine e fornisce molto
nettare, come ho veduto visitando gli apiarii che stanno
ai piedi dei ghiacciai del Monte Rosa. La sua fioritura
non è lunga, ma il suo nettare è prelibato.
Il maestro G.F. Long ha trovato, col ragionamento per esclusione,
che il famoso miele di Pragelato viene dal Rododendro."
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Il
termine rododendro deriva da due vocaboli greci, "rhodon",
rosa e "dendron", albero, con evidente allusione alle
numerose specie arboree dai caratteristici fiori color rosa.
Le due specie tipiche delle Alpi, R. ferrugineum diffuso nella
zona del granito e della silice e R. hirsutum presente nelle zone
calcaree, permisero a Linneo di fondare, nel 1753, il genere Rhododendron,
destinato a diventare con le esplorazioni fuori dall'Europa uno
dei generi più affollati ed uno dei più importanti
per il giardinaggio.
Caratteristiche
morfologiche del genere
I
rododendri sono arbusti eleganti, talvolta alberi.
Le foglie sono alterne, spesso ravvicinate alla sommità
dei rami, intere, a ciclo annuale o biennale e, pertanto, le piante
presentano fogliame persistente.
I fiori sono di solito grandi, da bianchi a rossi a gialli, riuniti
in corimbi od in falsi grappoli terminali, raramente solitari.
Il calice è variabile, generalmente con cinque sepali a
coppa che formano altrettanti denti. La corolla è irregolare,
talvolta ad imbuto altrimenti tubulosa, con un lembo più
o meno obliquo che si manifesta in cinque lobi. Gli stami sono
da otto a dieci, l'ovario presenta uno stilo sottile.
Sistematica
La classificazione del genere Rhododendron rappresenta un incubo
per i tassonomi: oltre ad essere uno dei più grandi nel
regno vegetale, presenta specie strettamente affini al punto che
sono più numerose le specie che si confondono tra di loro
rispetto a quelle che chiaramente si distinguono. Per averne un'idea
si dovrebbero passare in rassegna le pubblicazioni specializzate
sull'argomento e, particolarmente, l'opera curata dalla Società
Inglese dei Rododendri.
Naturale, quindi, che anche il numero di specie da ascrivere al
genere sia motivo di controversia: attualmente si conoscono circa
1.200 specie, ma una parziale riclassificazione le ridurrebbe
a 750. Peraltro alcuni botanici ne riportano trecentocinquanta
ed altri addirittura solamente duecento.
I rododendri occupano ogni possibile ambiente: il sottobosco forestale,
le rive dei ruscelli, le radure, le catene montuose, le paludi,
le macchie, i prati, i dirupi, le pietraie, la base e la cima
delle montagne e spesso gli alberi stessi come epifite.
La più alta segregazione di specie si ha nella regione
dell'Himalaya, ma il genere è anche numeroso nella Cina
centrale ed occidentale. Alcune crescono allo stato spontaneo
nelle Filippine ed una ventina fanno parte della flora dell'America
settentrionale. Dalle Indie orientali il genere si spinge in gran
parte dell'Asia sud orientale, fino all'Australia Settentrionale.
Gli adattamenti a climi tanto differenti hanno selezionato forme
e dimensioni disparate. Le foglie variano da pochi millimetri
ad un metro di lunghezza, i fiori passano dalle enormi trombette
profumate e lunghe fino a 12 cm di R. nuttallii e dai grandi fiori
composti di R. sinogrande, entrambi nativi dell'Asia Sud Orientale,
fino ai piccoli fiori di alcune specie d'alta montagna della sottosezione
Lapponica. Dai rododendri striscianti si arriva ai rododendri
arborei del'Himalaya.
Ricordiamo che i rododendri appartengono alla famiglia delle Ericacee
e che le numerose specie vengono suddivise in due sottogeneri:
Eurhododendron, a cui appartengono le specie a foglie raramente
caduche;
Azalea, caratterizzato da specie le cui foglie sono caduche, raramente
persistenti.
Rhododendron,
le principali specie
Regione dell'Himalaya
R. arboreum, albero alto fino a 25 metri, fiori rossi e
rosa, a fioritura precoce.
R.campanulatum, arbusto o albero alto fino a 10 metri,
fiori dal bianco al viola, all'azzurrino, maculati.
R. falconeri, albero alto fino a 12 metri, foglie lunghe
fino a 30 cm, fiori carnosi color crema.
R. thomsonii, arbusto alto fino a 5 metri, fiori rosso
scuri e cerosi.
R. cinnabarinum, arbusto alto fino a 5 metri, fiori penduli
e cerosi di colore bianco, albicocca, rosa, giallo, cremisi scuro
e viola.
R. nuttallii, raggiunge i 10 metri di altezza, fiori lunghi
oltre 12 cm color giallo crema, di norma profumati.
Regione cinese
R. bureavii, arbusto alto fino a 7 metri, foglie lunghe
fino a 20 cm, fiori da bianchi a rosa, maculati.
R. decorum, si spinge fino alla Birmania, albero alto 9
metri, fiori rosso o rosa pallido profumati.
R. fortunei, arriva all'altezza di 10 metri, fiori dal
rosa al bianco-lilla profumati. E' la specie profumata più
rustica e resiste fino a -28°C.
R. neriflorum, arbusto alto fino a 3 metri, fiori di colore
scarlatto.
R. sinogrande, albero alto 11 metri, foglie lunghe fino
a 90 cm, fiori color crema.
R. souliei, arbusto di 5 metri, fiori da bianchi a rosa.
Si tratta di una delle più belle specie viventi in ambiente
arido.
R. campylogynum, diffuso fino al Tibet raggiunge i 50 cm,
fiori dal nero viola al bianco crema, di forma tubulare portati
da lunghi peduncoli.
R. dauricum, arbusto alto fini a 2,5 metri, foglie decidue
o sempreverdi, fiorisce in inverno o all'inizio della primavera.
R. dalhousiae, è considerato il capostipite di quei
rododendri a fiore di giglio che nella forma, nel colore e nel
profumo, ricordano esattamente un giglio bianco. Si tratta di
un arbusto legnoso a foglie picciolate.
Giappone
R. metternichii, alto fino a 3,5 metri, foglie lunghe 15
cm, fiori di color rosa intenso, talvolta tinti di blu, resiste
fino a -28°C e molte forme sono resistenti anche al calore.
India
R. indicum, è la azalea più famosa e se ne
conoscono almeno settecento differenti varietà orticole
che derivano dalle forme botaniche di questa specie alquanto polimorfa,
ed anche da fecondazioni interspecifiche con specie morfologicamente
vicine, quali R. ledifolium. Comunemente conosciuta come azalea
indica è un arbusto alto 1-2 metri, largo molto ramoso,
a foglie persistenti. I fiori sono leggermente peduncolati e solitari,
di colore salmone vivo, posti alla sommità dei rami. Tra
le varietà ottenute una quarantina sono regolarmente coltivate
e hanno fiori che variano dal bianco puro al salmone, al rosso,
al lilla-violaceo, ma anche a colorazioni striate, maculate.
Stati Uniti
R. catawbiense, arbusto alto 3 metri originario delle regioni
orientali, fiori di color lilla, fioriscono tardi, resiste a -
40°C ed è molto rustico.
R. carolinianum, arriva a 1,8 metri di altezza, fiori dal
rosa al bianco, estremamente rustico.
Asia Minore
R. ponticum, specie arbustiva, alta 3-4 metri, con fiori
campanulati con diametro di almeno 5 cm, di colore porpora-violaceo.
E' la specie che per ibridazione con R. caucasicum e R. catawbiense
ha dato luogo ai policromi rododendri ibridi moderni. Questa specie
si è naturalizzata con successo in molte regioni della
Gran Bretagna, diventando una pianta infestante in grado di creare
problemi all'arboricoltura locale.
R. Caucasicum, noto come "rododendro del Caucaso",
è un compatto cespuglio che non supera il metro di altezza,
i fiori sono bianchi, ma esternamente rosati.
Le
tre specie spontanee in Italia
Rhododendron ferrugineum L.
Cespuglio sempreverde con rami fragili, generalmente ascendenti.
Foglie ellittiche, intere ed arrotondate all'apice, glabre ed
inferiormente ferruginee per le dense squame ghiandolari. I fiori
sono riuniti in racemi brevi, con peduncoli lunghi 1-2 cm, a calice
brevissimo, corolla rosso-purpurea con tubo di 7-8 mm. Il profumo
è resinoso ed intenso.
Questa specie è caratteristica della fascia subalpina delle
Alpi e cresce nelle brughiere su suolo acido. Sale oltre i 2.300
metri, di solito sterile, ed in Val d'Aosta raggiunge i 3.000
metri. Nella zona insubrica scende nei fondovalle (nel Canton
Ticino fino a 230 metri). In queste posizioni è presente
nei castagneti fitti e raggiunge le massime dimensioni. Sull'Appennino
è rarissima e limitata alle vette più alte dell'Appennino
Tosco-Emiliano.
Rhododendron hirsutum L.
Simile alla specie precedente si distingue per le foglie che hanno
sul bordo lunghe ciglia e nella parte inferiore sono verdi e con
sparse ghiandole puntiformi, inizialmente bianche e successivamente
brune. Inoltre la corolla è roseo sbiadita e quasi priva
di odore. A differenza della precedente è abbondantissima
sulle Alpi calcaree, ove si comporta spesso da pianta pioniera
ed è facilmente rintracciabile su ghiaioni e macerati appena
consolidati. Sale fino a 2.200 metri, raramente a 2.600, diffusa
in arbusteti nani ed in boscaglie di Pino mugo e Pino silvestre.
Nella Valle dell'Adige scende fino quasi al piano, ma, a differenza
della precedente, sempre in zone soleggiate.
Rhodothamnus chamaecistus (L.) Rchb.
Secondo alcuni botanici questa specie è considerata un
genere a parte, mentre per altri forma una sezione del genere.
Comunque la si consideri si tratta di un suffrutice con fusti
legnosi, prostrati od ascendenti. Le foglie sono ellittiche, sempreverdi.
I fiori sono all'apice dei rami, a corolla rosea.
Interesse
apistico
I rododendri spontanei in Italia fioriscono in giugno-luglio.
Il nettare è prodotto da un ispessimento del tessuto ghiandolare
localizzato internamente al tubo della corolla; ha un contenuto
zuccherino del 24-30%, con prevalenza del saccarosio.
Il polline, come in tutte le ericacee, si presenta nelle cosiddette
tetradi di forma subsferica composte dai quattro granuli pollinici
che, derivati da un'unica cella madre, non si separano. Le pallottoline
di polline raccolte dalle api sono bianchicce e piccole (circa
6,8 mg).
Questa pianta offre abbondante nettare e polline alle api, portate
sui pascoli da apicoltori nomadi; comunque i mieli uniflorali
di rododendro sono piuttosto rari.
Interesse
economico
E principalmente in floricoltura che i rododendri manifestano
le loro potenzialità economiche. Nella seconda metà
del XVIII secolo vennero introdotti in Europa i primi rododendri
esotici (R. ponticum e R. luteum) ed i giardinieri incominciarono
a selezionare morfologicamente ed a diffondere numerose specie.
Molto più tardi si iniziarono le ibridazione tra le diverse
specie e oggi il mercato è quasi completamente dominato
sia dai rododendri propriamente detti che dalle azalee ibride.
Famose sono le "azalee di Gand" nate da incroci tra
le più classiche azalee, la cinese la giapponese e e la
pontina e da ibridazioni con R. calendulaceum, R. nudiflorum,
R. canadense ecc.
Sono famose le fioriture di azalee sui laghi di Como e Maggiore
tra la fine di maggio ed i primi di giugno.
Un utilizzo marginale è legato alle proprietà curative
delle foglie, che contengono arbutina, ericolina, acido rodotannico,
altri acidi, cere ed un olio essenziale con una composizione ritenuta
velenosa, e che in infuso o per estrazione a mezzo dell'olio,
sono usate contro le malattie della pelle, le malattie dei reni
ed i dolori reumatici.
Inoltre le galle che si formano sulle piante, se raccolte fra
giugno ed agosto, posseggono proprietà vulnerarie che permettono
l'estrazione di un olio per uso esterno.
Nel cosiddetto "tè svizzero" entrano tra le altre
foglie anche quelle di R. ferrugineum, meno velenose di quelle
dell'altra specie.
Coltivazione
La principale esigenza dei rododendri è un terreno umifero
subacido (pH 6), terra d'erica o di castagno o di bosco, mescolata
a torba. Il terreno deve anche essere leggero, aggiungendo sabbia
e stallatico ben consumato. Pochissime sono le specie che si adattano
a terreni alcalini. Il sistema radicale, fitto e piuttosto superficiale,
non richiede un terreno profondo; 30-50 cm sono sufficienti. Importante
il drenaggio e, pertanto, il dissodamento del sottosuolo. A sud
i rododendri esigono luoghi ombreggiati, mentre oltre gli 800
metri l'esposizione soleggiata diventa una necessità.
Generalmente sia le specie che gli ibridi resistono bene a - 6°C.
I rododendri normalmente non si potano, ad eccezione delle spuntature
ai rami giovani e per dare forma regolare alle piante con l'accestimento.
I soggetti vecchi si potano sul legno vecchio per favorire la
formazione di nuove gemme, operando subito dopo la fioritura.
Alle piante sfiorite si tolgono i fiori secchi per evitare che
la produzione eccessiva di semi pregiudichi la formazione di gemme
a fiore. Nei terreni poveri più essere utile una pacciamatura
di humus.
Su
alcuni mieli di rododendro tossici
Esistono
mieli dannosi per i consumatori e per i produttori. Recentemente
la letteratura ha citato incidenti avvenuti in Turchia, in particolare
sul Mar Rosso, e lungo la costa nord del Pacifico negli USA. Ma
le testimonianze sull'argomento sono antiche e sorprendenti.
Senofonte ricorda la ritirata di 10.000 mercenari greci dopo la
battaglia di Counaxa nel 401 a.C. Ci vollero sei mesi di marcia
in regioni ostili per raggiungere il mare. Vistolo dall'alto della
montagna gridarono "thalassa thalassa": il mare! pedaggio
per il ritorno in patria. Ma c'erano in questa regione numerosi
alveari e ....
Anche Aristotele parla del fenomeno e Strabone racconta l'utilizzo
del miele tossico come strumento da guerra nella stessa regione
dell'Anatolia nel 62 a.C.
Plinio il Vecchio, celebre vittima dell'eruzione del Vesuvio che
sommerse Pompei ed Ercolano, dedicò numerose pagine della
sua "Storia naturale" ai folli e dementi a causa del
consumo di miele tossico.
Più recentemente, nel 1802, sulla rivista dell'American
Philosophical Society venne riportata la notizia di un miele tossico
prodotto nella costa occidentale degli Stati Uniti.
In seguito sono stati descritti casi di intossicazione nel New
Jersey, New England, sulle Smoky Mountains, in Canada orientale
ed ancora in Turchia.
Le specie botaniche
Tra le specie botaniche citate come produttrici di nettare tossico,
e tutte appartenenti alla famiglia delle Ericacee, cinque sono
rododendri. Sono endemici in Turchia, in particolare R. ponticum
e R. flavum, e popolano le foreste del Nord dell'Anatolia. R.
ponticum si è diffuso in Inghilterra ed in altre regioni
europee.
Solo una parte dei rododendri, quindi, produce tossine. Gli ibridi
di rododendro presentano gradi di tossicità in modo imprevedibile.
Ad esempio l'ibrido R. "redwing", non tossico, è
stato ottenuto dall'incrocio di quattro specie, di cui tre tossiche.
Il rododendro delle Alpi, R. ferrugineum, ha foglie tossiche per
il bestiame.
Le tossine
Sono presenti nelle foglie, nei fiori e nel loro nettare. L'intossicazione
può avvenire per ingestione dei fiori, delle foglie (tisane
per curare l'artrite) e del miele contaminato.
I rischi di intossicazione si riducono se il miele viene riscaldato
(ma questa notizia necessita di conferme), oppure se è
miscelato con altre partite di miele non tossico.
Sono stati identificati nel miele tossico idrocarburi ciclici
polidrossili (diterpenoidi) battezzati grayanotosine o andromedotossine,
o ancora rodotossine.
Gli effetti sull'uomo
La letteratura mette a disposizione l'analisi di 23 casi, tra
il 1963 e il 1986, a Trabzon sul Mar Nero orientale e a Inebolu
sul Mar Nero centrale. La quantità di miele ingerita dagli
intossicati variava da 2 cucchiaini di caffè a 5 da minestra
(media 50 grammi). In tutti i campioni analizzati vennero trovati
pollini di rododendro. I sintomi comparvero da 30 minuti a due
ore dopo l'ingestione, in relazione alla dose assunta.
Tra gli effetti si segnalavano: ipersalivazione, respirazione
difficoltosa, formicolio attorno alla bocca ed alle estremità
degli arti, debolezza e convulsioni. Un prelievo di sangue mostrava
un aumento di enzimi nel fegato. Fortunatamente il miglioramento
avvenne tra trenta minuti e sei ore, e la guarigione completa
dopo uno o due giorni. La mortalità è rarissima
per non dire nulla.
La terapia consiste nella somministrazione di sostanze vasopressori
e per il controllo degli eventuali disturbi cardiocircolatori.
Effetti sulle api.
Nel 1959 un'epidemia da intossicazione distrusse gli alveari dell'isola
di Colonsay. I ricercatori dell'Università di Glasgow riprodussero
i sintomi osservati fornendo ad api sane nettare di rododendro.
Queste diventarono letargiche, poi inerti, volarono per piccoli
tratti, caddero al suolo posandosi sui fianchi o sul dorso, girarono
in tondo sbattendo le ali senza riuscire ad alzarsi. Una prostrazione
crescente precedette la morte.
Tavola
n. 1 - Specie botaniche con nettare tossico secondo Pangaud, "Abeille
de France", aprile 1961.
Aesculus
california
Aesculus hippocastanum
Aesculus parva
Astragalus tantiginosus
Asclepias
Azalea pontica
Camelia reticulata
Dphné mezereum
Euphorbia genicula
Hyoscyamus niger
Rhododendron Luteum
Rhododendron ponticum
Spiraea ussurensis
Veratum californicum
Tavola
n. 2 - Tossicità del nettare di alcune specie di Rhododendron
sulle api.
Specie;
Numero di api per gruppo; % di mortalità antro 48 ore
R. arboreum; 21; 62
R. arboreum var. album; 46; 87
R. arboreum var. hermisinum; 45; 16
R. niveum; 27; 70
R. barbatum; 32; 40
R. fictolacteum; 45; 0
R. fulvum; 23; 26
R. sinogrande; 41; 44
R. macabeanum; 35; 14
R. sperabile; 32; 0
R. neriiflorem; 107; 0
R. sperabiboldes; 32; 0
R. scyphocalyx; 29; 0
R. euchaltes; 25; 0
R. haematodes; 25; 0
R. pratti; 47; 85
R. thomsonii; 168; 100
Senofonte:
"Anabasi"
"....Non c'era nulla di straordinario là, solo che
quel paese aveva numerosi alveari ed alcuni dei soldati che mangiarono
quel miele perdettero la ragione; vomitarono evacuarono, alcuni
non avevano la forza di reggersi in piedi. Colore che ne avevano
mangiato poco sembravano completamente ubriachi, mentre coloro
che ne avevano mangiato molto assomigliavano a pazzi furiosi o
a moribondi. Restarono così, sdraiati numerosi sotto il
sole, come dopo una disfatta e la costernazione fu generale. L'indomani,
tuttavia, nessun decesso, ed a poco a poco, nelle stesse ore ritrovarono
la ragione. Il terzo e quarto giorno riuscirono a reggersi in
piedi, come se uscissero da un avvelenamento...."
Strabone: "Geografia", tomo IX, libro XII
".... Gli Eptacometi massacrarono a Pompeo tre legioni che
attraversavano le montagne. Avendo miscelato dentro crateri posti
sul loro cammino un miele prodotto da arbusti locali e che fa
perdere la ragione colpirono i soldati abbruttiti a causa di ciò
che avevano mangiato, avendone facilmente la meglio...."
Plinio il Vecchio: "Storia naturale"
"....Dalla stessa parte del Ponto, il popolo dei Sanni, c'è
un'altra qualità di miele chiamato maenomenon poiché
provoca la follia. Si pensa che abbia questa proprietà
per il fiore di rododendro di cui le foreste abbondano...."
Dioscoride
".... Si trova a Eraclea del Ponto, in certi momenti, un
miele che a causa delle proprietà dei fiori, mette sudorazione
ed acqua a chi lo consuma.... E' pungente e provoca starnuti a
coloro che lo respirano...."
[Questo
lavoro è stato realizzato rielaborando l'articolo "Les
miels de rhododendrons" di De Bodt, pubblicato su "Les
Carnets du CARI", numero 50]
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