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BIOCOMBUSTIBILI: UN FUTURO PER LA COLZA?
Negli anni '80 Raul Gardini aveva inutilmente cercato di porre le basi per la produzione di bioetanolo dai cereali- i tentativi fatti si erano dimostrati non convenienti dal punto di vista economico, ma trovavano una loro ragione nella politica comunitaria di allora che sosteneva le produzioni eccedentarie. Secondariamente, l'iniziativa avrebbe permesso di smaltire le eccedenze di frutta.
In Brasile, da tempo, le automobili viaggiano con miscele di carburanti che hanno percentuali di etanolo varianti dal 20 al 90%.
Da qualche tempo l'argomento è stato riproposto ed allargato ai combustibili a base di, oli vegetali. Sembra certo che, almeno nelle condizioni italiane, i combustibili derivati dagli oli vegetali siano superiori al bioetanolo. Per diverse ragioni
1. gli oli vegetali offrono un bilancio energetico nettamente positivo, mentre la produzione di bioetanolo è pari, cioè la quantità di energia fruibile equivale a quella spesa per la sua produzione;
2. l'energia fornita dall'unità di superficie, nei casi degli oli, è più elevata;
3. le colture oleaginose hanno, alla raccolta, una umidità piuttosto bassa- ciò rende il trasporto più economico e permette dì diluire lungo tutto l'anno il processo di estrazione;
4. l'estrazione può venire realizzata in centri con produzioni ordinariamente basse;
5. i sottoprodotti di lavorazione si prestano meglio all'utilizzo zootecnico;
6. l'olio ha una densità energetica maggiore del 50% rispetto al bioetanolo.
Si è stimato che un ettaro di colza è in grado di fornire prodotti energetici in quantità tale da sostituire 2.200 kg di olio fossile importato. In caso di teleriscaldamento la quantità di olio fossile compensata sale a 4.400 kg.
Il cosiddetto biodiesel, cioè l'olio combustibile per trazione, è un carburante composto da una miscela di esteri alcoolici degli acidi grassi ottenuti tramite un processo abbastanza semplice.
Può alimentare direttamente i motori diesel in circolazione.
E' meno inquinante rispetto al gasolio di origine fossile perché non contiene composti solforati e perché la migliore combustione riduce le emissioni di monossido di carbonio dell'85%, quelle di aldeidi del 60%, quelle di carbonio del 50% e quelle di composti aromatici del 40%.
Inoltre il biodiesel disperso sul terreno viene quasi totalmente degradato dalla microfauna in 21 giorni.
In Italia esistono impianti per la produzione di biodiesel a Livorno, Brindisi e Varese. In Francia e Germania sono molto avanti: nell'annata 1995-96 entrambe le nazioni prevedono oltre 300.000 ettari di colture oleaginose.



LA COLZA NEI VECCHI TRATTATI
Su "L'Apicoltore", anno 1873, nella rubrica "La flora dell'apicoltore lombardo", sotto il titolo "Ravettone e Colzat" abbiamo trovato numerose notizie.
".... Nell'Alta Lombardia il Ravettone (Ravettone e Colzat sono dall'autore trattati assieme in quanto ritenuti appartenenti alla stessa specie, N.d.R.), si semina d'Agosto nel Melgone (mais, N.d.R.), e, se la stagione corre propizia. si trapianta in fine d'Ottobre in apposito appezzamento.
Il Signor Berti-Pichat, scrittore di cose agrarie, dice che queste piante meritano di essere coltivate più che attualmente nol siano nelle provincie d'Italia non propizie all'olivo; esse ponno rendere per Ettaro più di 600 Chilog. di olio, ossia più di quanto può rendere un Ettaro di buon olivo. (.... ).
Ravettone e Colzat hanno le seguenti proprietà:
a) tutte le Crocifere sono mellifere; all'inserzione degli stami si notano costantemente quattro nettari carichi di miele;
b) le Crocifere danno un miele ricco di zuccaro d'uva, ma non aromatico;
c) oltre ad essere mellifere, esse sono pollinifere; il polline è generalmente di col ore giallo. (…)
Quando il Ravettone termina di fiorire, comincia la fioritura del Colzat; sicché coll'uno e coll'altro si ha una fioritura della durata di un mese; e siccome ogni giorno sbucciano una miriade di nuovi fiori, si capisce quanto profitto ne ritraggano le api; che anzi se il tempo corresse sempre propizio, potremmo anche noi dir mirabilia della nostra apicoltura. Il miele di Ravettone si smela facilmente, ed ha un sapore di cavoli crudi: siffatta spiacevolezza scompare colla solidificazione, che dà una massa biancastra, assai dolce, composta esclusivamente da zuccaro d'uva. Questa massa ha un aspetto farinaceo, e poco compatto, mancando di quella parte fluida - zuccaro di mucillazione - che raggruppa i granuli. Se però codesto miele si mesce a 2/3 di miele di Robinia, che ha il difetto opposto, si ha un'ottima massa. (.... )
Finiremo con alcune curiosità:
l'ape visita da 30 a 90 fiori di Ravettone per ciascuna volata: la si vede però spesso ribaciare, e forse invano, una corolla, pochi momenti prima messa a bottino; i fiori in genere attirano le api, o colla vivacità dei loro colori, o colla loro fragranza; il Ravettone le attrae collo sfarzo e col profumo insieme."
Sul libricino "Saggi di flora apistica della Provincia di Parma" pubblicato nel 1932, troviamo: "Spontanea nei seminativi e coltivata nella formazione di erbai per il bestiame. Poco estesa. Fiorisce verso la fine di marzo ed in aprile e produce molto nettare e polline. Ove si coltiva ha una certa importanza per la sua abbondante e precoce fioritura, ma il miele che se ne ricava non è dei migliori" .
colza
(Brassica spp.)

il miele di colza

colza ... la coltivazione della colza come pianta da olio si è diffusa nell'antichità nei paesi europei ove non erano presenti l'olivo ed il papavero. Alla fIne del Medio Evo l'olio di colza era diffusamente impiegato nei paesi del nord Europa per l'illuminazione. Nel '700 l'Olanda era l'unico paese in Europa a coltivare la colza per seme...

Descrizione del genere
La colza appartiene al gruppo delle piante oleaginose. Spontanea in Europa ed Africa del Nord-Ovest, si ritiene sia stata addomesticata dopo che fu apprezzato il valore nutritivo del seme di questa malerba, spesso infestante dei campi di cereali. E' probabile che la coltivazione della colza come pianta da olio si sia diffusa nell'antichità nei paesi europei ove non erano presenti l'olivo ed il papavero. Alla fine del Medio Evo l'olio di colza era diffusamente impiegato nei paesi del nord Europa per l'illuminazione. Nel '700 l'Olanda era l'unico paese in Europa a coltivare la colza per seme. Il termine colza, secondo studiosi francesi, non deriva dalla parola greca "colzos", né da quelle latina 64 colzus", bensì da un termine, "colzat", nato nella Fiandra francese per indicare la semente; questo termine è stato, a sua volta, preso in prestito da un vocabolo olandese, "koolzaad", tradotto, parola per parola, "semente di cantina".
Fuori dall'Europa le più antiche testimonianze sulla colza si trovano in testi Sancriti indiani, datati dal 2000 al 1500 prima di Cristo. La letteratura giapponese riporta che la coltura della colza fu introdotta dalla Cina e dalla Corea 2000 anni fa. In Canada fu importata nel 1942 ed in Australia solo nel 1969.
La classificazione della colza ci ha fatto incontrare alcune contraddizioni nei testi consultati. Secondo alcuni autori colza è Brassica napus L. var. oleifera DC, mentre Ravizzone è Brassica campestris L. var. oleifera DC; secondo altri colza e ravizzone appartengono alla stessa specie, B. napus. Certamente queste due specie, o cultivar, sono molto affini morfologicamente.

Caratteristiche
La colza è una pianta erbacea annuale o biennale. La radice è a fittone, relativamente ramificata con il colletto ingrossato e sporgente dal terreno. Il fusto è eretto, ramoso ed alto fino a 150 cm. Le foglie sono sessili (senza peduncolo) ed abbraccianti in parte il fusto. 1'infiorescenza è a grappolo con fioritura scalare. I fiori hanno corolla gialla, raramente bianca; in base alla tipica morfologia dei fiori di crucifere, possiedono 4 petali disposti a croce, 6 stami, di cui 4 più lunghi, un pistillo con ovario supero ed un calice con 4 sepali. Il frutto allungato è una siliqua. I semi sono piccoli (l.000 pesano circa 4 grammi) e di colore scuro.
campi di colza in fioreLa fioritura avviene tra aprile e giugno, oppure in autunno in relazione all'epoca di semina; esistono cultivar a semina invernale ed altre a semina primaverile. I nettari della colza sono 4 e posti alla base degli stami; solo i due posti presso gli stami più corti sono attivamente funzionali. La quantità di nettare prodotta nelle 24 ore varia da 0,6 a 2,7 mg, con un contenuto in zuccheri del 44-59%. Tra gli zuccheri prevale il glucosio ed è molto scarso il saccarosio.
I granuli pollinici di colza sono quasi circolari.
L'interesse della colza risiede nella produzione dei semi che hanno un elevato contenuto in olio (32-35%).

Sistematica
La colza appartiene al genere Brassica: in Italia, oltre alla Colza, sono state identificate 17 specie.
Brassica elongata Ehrh. - Colza di Persia. Localizzata nei ruderi e lungo le linee ferroviarie. Avventizia presso Napoli, Trieste e Genova.
Brassica macrocarpa Guss. - Colza delle Egadi. Diffusa sulle isole di Marettimo e Favignana. Una specie morfologicamente simile alla precedente, B. drepanensis (Caruel), è rintracciabile nel Trapanese, al Monte S. Giuliano.
Gruppo di Brassica oleracea: è composto da 5 specie, tutte perenni, con fusto foglioso, foglie grandi (lunghe 2-3 dm e più), fiori grandi. Normalmente presenti in ambienti rupestri, lungo le coste. Assieme al gruppo precedente queste specie rappresentano il tipo ancestrale, da cui sono derivate le specie orticole.
Le cinque specie sono: B. oleracea L. - colza comune, diffusa in Italia nelle regioni centrali; B. rupestris Rafin. - colza rupestre, diffusa in particolare nei monti intorno a Palermo, sui Nebrodi, sull'Etna e presso Sorrento; B. villosa Biv. - colza villosa, presente solo in Sicilia; B. incana Ten., diffusa nell'Italia meridionale ed in Sicilia; B. insularis Moris - colza di Sardegna, diffusa in Corsica, Sardegna e a Pantelleria.
Si ritiene che il cavolo coltivato derivi da tutte le specie fino ad ora prese in considerazione. La coltivazione si è sviluppata nel bacino del Mediterraneo in luoghi differenti: i Romani si nutrivano di cultivar di cavolo nero. Altra importante zona di selezione è stata la Gallia (si ritiene che il termine Brassica sia di origine celtica). Il cavolo-rapa è citato in numerosi testi medioevali (il più antico del 795). E' probabile che la selezione artificiale si sia sviluppata attraverso la fissazione di alcuni caratteri abnormi. Gli esempi sono significativi. La coltivar gemminifera (cavolo di Bruxelles) ha fusto legnoso, portante numerose infiorescenze rudimentali e con corto fusticino. La cultivar viridis (cavolo nero) ha foglie riunite all'apice lisce o increspate. La cultivar gongyloides (cavolo-rapa) ha foglie ingrossate alla base come una rapa. La cultivar sabauda (verza) e la cultivar capitato (cavolo cappuccio) hanno le foglie riunite a formare una testa più o meno sferica. La cultivar italica (broccoli e cavoli romani) e la cultivar botrytis (cavolfiore) hanno poche foglie che avvolgono l'inflorescenza contratta e con assi ingrossati formante una testa sferica.
Tutte le varietà coltivate sono incrociabili tra di loro e potrebbero, ormai, formare una specie biologica distinta la cui selezione è stata notevolmente accelerata dall'azione dell'uomo.
Brassica napus L. - Colza navone già ampiamente descritta.
Brassica rapa L. Colza rapa. Pianta biennale ed annuale, diffusa in tutta Italia. Se impollinata dal polline prodotto dalla B. oleracea origina la colza.
Brassica fruticulosa Cyr. - Colza rapiciolla. Rintracciabile negli incolti, sui muri e sulle macerie delle regioni meridionali, della Sicilia e della Sardegna.
Brassica tourneforti Gouan - Diffusa nel meridione e nelle isole.
Brassica procumbens (Poiret) - Presente in Europa unicamente sull'Isola del Giglio (Arcipelago toscano), dove venne descritta dal Sommier nel 1894.
Brassica amplexicaulis (Desf.) Pomel. Presente nelle province di Siracusa e Caltanissetta.
Brassica nigra (L.) Koch. Diffusa nel campi di cereali, negli incolti e nelle aie in tutta Italia.
Brassica gravinae Ten. Localizzata sull'Appennino centro-meridionale.
Brassica repanda (Willd.) DC. Presente sulle ghiaie mobili del Monviso, in Val di Susa e Val Maira in Piemonte, tra i 1500 ed i 2500 metri.
Brassica glabrescens Poldini. Sul greti dei torrenti del Friuli.

Interesse apistico
Sulla colza le api raccolgono notevoli quantità sia di nettare che di polline; le pallottoline di polline hanno un vivace colore giallo. Il potenziale mellifero può superare i 120 kg per ettaro e dà origine ad ottime produzioni di miele. La colza si autofeconda efficacemente; la fecondazione incrociata, favorita dagli insetti impollinatori, dovrebbe apportare modesti benefici alla produzione di semi. Nonostante ciò l'intervento dell'ape è utile in quanto riduce il periodo di fioritura, migliora l'allegagione e induce la pianta a produrre meno fiori; perciò la maturazione dei semi è più concentrata nel tempo, più omogenea e riduce le perdite al momento della raccolta.
Il numero ideale di alveari per ettaro varia da 3 a 6. Nei grandi appezzamenti di colza la dispersione degli alveari permette di aumentare sensibilmente la produzione di miele. In queste situazioni si producono mieli uniflorali di colza, contenenti fino al 97% di polline di colza. In Francia il miele di colza, per la sua cristallizzazione molto fine, viene usato, in miscela con altri mieli, per la preparazione del tipico "miele crema".

L'ACID'ERUCICO
Potrebbe essere l'inizio cantilenante di una filastrocca; in realtà l'acido erucico, secondo alcuni autori, sarà in grado di rivoluzionare la chimica industriale del XXI secolo. I semi di alcune crucifere, tra cui la colza, contengono dal 45 al 60% di acido erucico e rappresentano la fonte energetica rinnovabile più economica.
Attualmente l'industria utilizza un loro derivato, l'erucamide, per la sintesi di film plastici. L'industria delle vernici e dei lubrificanti li utilizza per l'alta temperatura di infiammabilità, per la resistenza alla degradazione alle altre temperature e per il basso punto di solidificazione. Dall'acido erucico si ottiene per scissione l'acido brassilico che polimerizzato forma il Nylon - 13,13: rispetto al Nylon - 12,12 di origine petrolifera, il nuovo nylon è più stabile dimensionalmente ed è un ottimo isolante. Infine da questi oli si ricava il biodiesel, trattato in un'altra parte dell'articolo.
Parallelamente agli ampi utilizzi industriali l'alto contenuto in acido erucico rende l'olio di colza inadatto al consumo alimentare umano: perché è un acido grasso insaturo, che facilmente si ossida favorendo processi di irrancidimento, e perché, dagli anni '70, è considerato un fattore antinutrizionale, responsabile dell'accumulo di lipidi nel fegato, nei surreni, nel cardio, ecc.
Gli oli di colza erano ampiamente presenti nella preparazione di margarine e di miscele di oli vari, soprattutto nei paesi nordici.
I genetisti canadesi per primi selezionarono una varietà (la Canbra) priva di acido erucico e con un contenuto medio di acidi grassi simile all'olio di soia; quindi adatto al consumo alimentare.
La ricerca in questo settore si sta muovendo con velocità sorprendente: una società canadese produce ibridi di colza con composizione in acidi grassi variabile in relazione alla destinazione. Così l'olio della varietà Canola, specifico per le fritture, con un contenuto in acido oleico dell'85% ed in acido linoleico del 3,5%, in poco tempo ha soppiantato tutti gli altri oli. In Canada la McDonalds ormai fa uso solo di olio di Canola, le altre importanti catene si stanno adeguando e, negli USA, la Procter&Gamble ha riformulato il suo olio più diffuso (Crisco oil) da solo olio di soia a Canola/girasole/soia nelle percentuali rispettivamente 60/30/10.


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ultima modifica: 9 Guigno, 2002 - Credits

lapis