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Sotto il termine
comune di "ciliegio" vengono comprese tre specie: Prunus
aviurn L. (ciliegio montano o selvatico, duracina, durone); Prunus
cerasus L. (visciola, amarena, amarasca, marasca); Prunus mahaleb
L. (megaleppo o ciliegio di S. Lucia).
Terre d'origine del ciliegio, come del resto di molte altre piante
da frutto europee, sono ritenute il Medio Oriente, le regioni
del Caucaso e dell'Armenia. Sui tempi e sulle modalità
della sua diffusione in Europa sono state formulate diverse ipotesi,
Secondo Plinio il Vecchio la sua coltivazione occidentale risale,
al massimo, ad una cinquantina d'anni prima dell'avvento di Cristo.
Ma questo dato contrasta con altre testimonianze e con reperti
archeologici: solo 120 anni dopo la sua presunta introduzione
in Italia da parte di Lucullo il ciliegio era già presente
in Britannia e si ritrovava diffuso spontaneamente in tutti i
boschi d'Europa; non solo, 75 anni dopo la data fornita da Plinio
il Vecchio, Plinio il Giovane enumerava già ben otto qualità
di ciliege (le aproniane - dal nome di Apronius, un gaudente epulone
celebre in Roma - le ceciliane, le juniane o julianee, le duracine
o pliniane, le lusitaniche, le laurine, le luteziane e le macedoniche),
non solo coltivate nei dintorni di Roma ma già diffuse
in tutta Europa, fin agli estremi della Lusitania. E' probabile,
quindi, che l'introduzione del ciliegio in Europa sia databile
a periodi precedenti, ed anzi il ritrovamento nelle palafitte
di alcuni insediamenti svizzeri e francesi di noccioli di ciliegio
anticipa la data alla preistoria. E' pertanto probabile che sia
giunto in occidente con le prime migrazioni arianiche.
Ma allo stesso modo potrebbe essersi prima, o contemporaneamente,
diffuso nella nostra penisola e successivamente, trasportato dagli
uccelli, aver invaso gli areali del centro nord Europa. Prova
ne sia che gli uccelli sono voraci del suo frutto e che il seme,
dopo aver attraversato il loro apparato digerente, viene depositato
ancora vitale;. secondariamente le piante di ciliegio spontanee
sono distribuite nei boschi in modo sparso raramente in gruppi
omogenea, suggerendo ciò un ruolo importante degli uccelli
nella distribuzione casuale dei loro semi.
Attualmente è presente nelle regioni centro meridionali
dell'Europa, spingendosi fino nelle regioni meridionali della
Svezia.
CLASSIFICAZIONE
Nella classificazione del ciliegio i botanici non sono concordi.
Linneo contemplava tre sole specie, come da noi indicato all'inizio.
Ma il De Candolle, pochi decenni dopo Linneo, fondava un genere,
il Cerasus, e ad esso attribuiva quattro specie: Cerasus avium,
C. duracina, C. juliana, C. caproniana, comprendendo nelle prime
due specie i ciliegi a foglie pendenti e nelle ultime due quelli
a foglie erette ed a frutto acido. Altri autori hanno proposto
ulteriori criteri di classificazione che non riportiamo.
Al genere Prunus appartengono 120 specie. A noi interessano in
questa sede solo le tre prima citate. Le loro principali caratteristiche
sono:
- Prunus mahaleb: chioma globosa, portamento basso e spesso arbustivo;
tronco molto ramoso e diviso dal basso; poco longevo; usato come
portainnesto e per il rimboschimento di pendii erti ed aridi;
diffuso nell'Europa centro meridionale;
- Prunus avium: chioma piramidale, tronco eretto ed alto; patrimonio
cromosomico diploide a sedici cromosomi; esigente in fatto di
ambiente;
- Prunus cerasus: simile al precedente ma di dimensioni minori;
patrimonio tetraploide a 32 cromosomi; pianta rustica e con attitudine
pollonifera.
CARATTERISTICHE
MORFOLOGICHE
Si tratta di una pianta che può raggiungere i 25 metri
in altezza e che presenta un tronco diritto, il cui diametro può
raggiungere i 70 cm. La corteccia si caratterizza per tipiche
striature orizzontali. Le radici sono fittonanti e con micorrizie
(associazione di radici di piante vascolari con ife fungine) .
Le gemme fiorifere sono distinguibili da quelle a legno per la
maggior grossezza. Le foglie sono generalmente grandi, più
o meno pendule, con la lamina ovale allungata, acuminate e con
doppia dentellatura. I fiori, riuniti in mazzi di due-sei presentano
il calice rossastro, i petali bianchi ed odorosi, gli stami da
venti a trentacinque, con antere gialle.
Il ricettacolo del fiori di ciliegio è rivestito da tessuto
che produce nettare ad alta concentrazione zuccherina: 55% nel
ciliegio dolce e 28% nel ciliegio acido. Mentre il nettare del
ciliegio dolce è ricco di saccarosio, quello di ciliegio
acido ne è povero. Sui piccioli fogliari sono presenti
nettari extrafiorali, peraltro raramente visitati dalle api.
I granuli pollinici appaiono triangolari in visione polare e ovalari
in visone equatoriale. I granuli pollinici del ciliegio dolce
misurano in media 33 x 41 millesimi di millimetro; quelli di ciliegio
selvatico 39 x 46 millesimi di millimetro. In melissopalinologia
il polline di ciliegio è indicato con la denominazione
di "gruppo Prunus", comprendente i pollini di tutte
le specie del genere Prunus. Il polline raccolto dall'ape appare
di colore giallo marroncino.
Il frutto è una drupa pendula, ovoidale e cuoriforme, con
la cavità di inserzione del peduncolo approfondita; il
suo colore va dal giallo, al roseo, al rosso, al rosso scuro quasi
moro. Il sapore della polpa può essere dolce od acidulo
ed il succo talora incolore, talora fortemente colorato.
La fioritura avviene poco prima di quella del pesco (prima l'acido
poi il dolce); in zone di collina e di pianura si verifica nel
mese di aprile, mentre in zone montane più tardi, verso
maggio giugno. Sull'epoca di fioritura influisce sia la cultivar
sia il portainnesto: infatti il P. mahaleb la anticipa di 4-5
giorni. Nel ciliegio dolce la precocità di maturazione
è legata alla precocità di fioritura, ma una fioritura
precoce espone la piante al pericolo delle brinate tardive. Il
ciliegio acido è autofertile, mentre quello dolce è
autosterile. Le cultivar di ciliegio dolce sono autoincompatibili
ad eccezione di alcune cultivar fra cui la Stella (canadese) e
la Cristobalina (spagnola). La fecondazione del ciliegio dolce
è complicata dal fatto che l'ovocellula ha vita breve,
mentre il tubetto pollinico, emesso dal polline per raggiungere
l'ovulo, richiede 2-3 giorni di preparazione, a 21°C, ma tempi
maggiori a temperature inferiori. Per una buona impollinazione
si richiedono varietà di ciliegio compatibile e con fioritura
contemporanea, abbondante presenza di api nel frutteto e condizioni
climatiche favorevoli.
TECNICHE
DI COLTIVAZIONE
Il ciliegio acido è rustico ed adattabile in fatto di clima
e di terreno.
Il ciliegio dolce richiede climi temperati perché può
essere danneggiato sia dal freddi invernali che dalla brinate
tardive; le temperature critiche sono -2,8°C per i bottoni
fiorali e -2,2°C per l'allegagione. Il dolce è esigente
anche in fatto di terreno, che deve essere fertile, fresco, permeabile
e profondo. Non tollera il ristoppio e non può essere succeduto
a se stesso.
Le forme di allevamento più diffuse sono in parete, in
pianura, ed in volume in collina.
Il portainnesto per il ciliegio dolce deve presentare le seguenti
caratteristiche: indurre un minor sviluppo della cultivar innestata,
portare precocemente a frutto; affine alla maggior parte delle
cultivar e che si possa facilmente moltiplicare per via agamica.
I più usati sono Franco di ciliegio dolce, Ciliegio di
Santa Lucia o megaleppo, ciliegio acido ed alcuni ibridi. La potatura
di produzione del ciliegio si limita a pochi interventi. Importante
la concimazione, sia di impianto che d'allevamento, effettuata
secondo precise tabelle.
La raccolta manuale è onerosa; le rese sono basse, circa
8 kg/ora. La raccolta meccanica consente di raccogliere fino al
90% del prodotto con una riduzione dei tempo a 1/5, 1/10.
ASPETTI
COMMERCIALI
Il ciliegio è una delle poche piante arboree da frutto
non afflitte da problemi di eccedenza: per esso esistono interessanti
spazi mercantili e si preannunziano, nei prossimi anni, numerose
innovazioni tecnologiche.
La produzione italiana di ciliege è caratterizzata da una
forte tipicizzazione: ogni regione possiede proprie varietà
ben accette ed affermate sul piano commerciale, ma la sua espansione
è limitata dal fatto che le singole superfici aziendali
destinate al ciliegio sono condizionate dalla altissima e concentrata
richiesta di manodopera per la raccolta del frutto. Se a ciò
si aggiungono le possibili avversità atmosferiche durante
la fioritura o durante la raccolta (bastano pochi giorni di pioggia)
e la necessità di esitare il prodotto in pochi giorni,
ci si rende conto del perché, nonostante le ciliege siano
i frutti più costosi, la redditività aziendale della
coltura sia più apparente che reale.
Si stanno quindi affannando nuove varietà autofertili e
compatte, portainnesti nanizzanti, forme di allevamento che permettano
la raccolta del frutto da terra, piante di rapida messa a frutto
ecc. Ma la loro diffusione richiede una attenta sperimentazione
e. quindi, divulgazione ed anche, soprattutto, un lento adattamento
delle abitudini e delle preferenze del consumatore.
INTERESSE
APISTICO
I fiori di ciliegio sono fortemente attrattivi per le api: offrono
abbondanti quantità di nettare e di polline, in un periodo
di intensa attività delle api. In annate favorevoli, in
comprensori tipicamente cerasicoli e, qualora le famiglie siano
state adeguatamente sviluppate per tempo, si possono ottenere
mieli uniflorali di ciliegio. Normalmente, in particolare nelle
zone collinari ricche di piante spontanee di ciliegio, il nettare
raccolto viene utilizzato immediatamente dalle api. Il potenziale
nettarifero del ciliegio è considerato di II classe, corrispondente
a produzioni medie oscillanti tra i 25 ed i 50 kg per ettaro.
Il polline di ciliegio, nei mieli italiani, si trova, generalmente,
associato a quello di tarassaco, di salice e di vari altri fruttiferi
ed, assieme a questi, può, talora, essere dominante, sebbene
sia normalmente iporappresentato.
UTILIZZI
IN ERBORISTERIA
Il ciliegio figura tra le principali piante medicinali per le
sue grandi proprietà diuretiche.
Vengono utilizzati i peduncoli del frutto, preferibilmente quelli
del ciliegio acido. Hanno proprietà diuretiche e sono considerati
un sedativo delle vie urinarie. Si utilizzano come potente diuretico,
come medicinale per cistiti, per insufficienze renali, reumatismi
gottosi, sotto forma di decotto ottenuto facendo bollire 30 grammi
di peduncoli del frutto, per trenta minuti, in un litro di acqua.
Il decotto va consumato in giornata se si vuole ottenere una efficace
azione diuretica, versandolo, bollente, su 250 grammi di ciliege
fresche, facendo macerare il tutto per altri 30 minuti e passando
poi il tutto con spremitura.
IL
CILIEGIO NEI VECCHI TRATTATI
Da "L'Apicoltore" del 1874, precisamente dalla rubrica
"Flora dell'apicoltore lombardo", abbiamo recuperato
ampie notizie. "Il
ciliegio appartiene alla famiglia delle Rosacee, e sono tutte
piante mellifere e pollinifere ... Per usufruire del fiori delle
piante fruttifere bisogna rinforzare d'autunno gli alveari, e
ciò allo scopo d'aver subito in primavera popolazioni forti,
disponibili al lavoro... Il miele di tutte le piante da frutto
è in generale liquido e bianco, saporoso e non aromatico
... Dal fatto che le sue foglie emanano una minima dose d'acido
cianidrico o prussico - che è un potente veleno - taluno
volle arguire che le api sfuggono codesto albero, come pure pel
medesimo motivo sfuggono il Lauro ceraso, il Pesco ecc.. Il fatto
dimostra il contrario, che anzi le api ronzano molto su questi
fiori. - Il miele poi, quand'anche avesse assorbita dalla pianta,
piccola dose d'acido prussico, detto acido volatizza lasciando
il miele innocuo, appena che esso venga dalle api raccolto...
Se nella stagione estiva si vedono le api visitare le foglie e
i germogli del Ciliegio, ciò dipende, forse da rogiada
melata, più spesso da un afide che riveste e danneggia
questa pianta. Infine noteremo che il polline del Ciliegio acido
è di color giallo zafferano, invece è giallo zolfino
quello del ciliegio dolce". Dubini nel 1898, sul suo volume
"L'Ape" così annotava: "La fioritura delle
piante fruttifere precede talvolta di 10-15 giorni quella del
Ravizzo. Egli è per opera delle api che queste piante vengono
favorite nella loro fecondazione, perché le sole api si
sono conservate in famiglie nell'inverno, e quindi possono, prime,
fra gli altri insetti, uscire alla raccolta.
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