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L'INTERVISTA
Vecchi ...
La brughiera mi è nota sin dall'infanzia: spesso mio
nonno mi portava con sé nelle lunghe passeggiate nei
dintorni dell'aeroporto della Malpensa, vicino a Gallarate.
Ricordo, molto vagamente, un incontro con un vecchio apicoltore
e l'assaggio del miele autunnale di brugo. Per puro caso ne
ho incontrato il figlio, che non è apicoltore, ma ha
ancora memoria dell'attività del padre.
Attualmente da noi, nel sud della provincia di Varese, non si
produce più miele di brugo, ma fino ai primi anni cinquanta
questa ericacea era fondamentale per l'economia apistica locale;
anche quando non si estraeva il miele, il polline ed il nettare
raccolti fino alla fine di ottobre assicuravano un ottimo invernamento
alle famiglie.
Il mio interlocutore ricorda con precisione una data: 1946.
Fino ad allora, infatti, si faceva tutto il possibile per riuscire
a produrre il miele di brugo, arrivando anche ad un melario
per colonia; in regime di autarchia, con bloccate le importazioni,
andava a ruba all'ingrosso acquistato dai produttori di torrone.
Ed il prezzo era ottimo, paragonabile a quello della robinia.
Dal '46 le importazioni ne decretarono un forte deprezzamento
ed il circuito si interruppe.
Ma allora, prosegue il mio interlocutore, la brughiera era curata
e coltivata; regolarmente i cespugli di brugo venivano falciati
alla base per ricavarne scopette e lettiere per gli animali
e rispuntavano vigorosi formando stupende macchie rosacee.
...
e nuovi produttori.
Quasi dieci anni fa visitai l'azienda di Dino Gastaldi a Cosio
d'Arroscia, un paesino nell'entroterra ligure, provincia d'Imperia,
al confine con il Piemonte.
Quel giorno, per la prima volta, sentii parlare di miele di
calluna, anzi vidi molti melari colmi ed un strana macchina,
che mi dissero essere di origine francese e chiamarsi "trafílateur",
con tante piccole punte ravvicinate che dovevano infilarsi
nei favi colmi di miele per agitarlo prima della smelatura.
Recentemente, a Castel San Pietro, ho incontrato Massimo Gastaldi,
il figlio che ha seguito la tradizione di famiglia e collabora
con il padre nella conduzione dell'azienda. Gli ho chiesto
di raccontarmi la sua esperienza sulla produzione di miele
di calluna.
"La calluna è specie tipica del sottobosco dell'entroterra
ligure e piemontese, dove è conosciuta correntemente
come brughiera.
Ha fioritura tardiva e prolungata ma risulta nettarifera solo
in particolari annate favorevoli, in quanto vegeta, da noi,
oltre i 700-800 slm, ed in settembre le temperature notturne
possono già essere basse.
L'esperienza della nostra azienda su questo raccolto è
stata inizialmente positiva. Per alcune stagioni abbiamo avuto
la possibilità di produrre anche un melario di miele
dopo il rientro dal rododendro.
Ma dopo alcune annate poco redditizie non abbiamo più
trasferito alcun apiario su questo raccolto. Dispiace, comunque,
non poter più produrre quel miele rossiccio, caratteristico
per la consistenza gelatinosa che fa pensare alla marmellata,
un prodotto che aveva un suo mercato perché così
diverso.
Produrre ad alta quota a fine estate vuol dire, però,
rischiare di indebolire le famiglie per i freddi notturni
improvvisi. Inoltre, l'aleatorietà del raccolto non
lo rende, in definitiva, remunerativo.
I favi del melario, poi, vengono rovinati durante l'estrazione
del miele che gelatinizza già nelle cellette e viene
così estratto insieme a pezzi di cera; occorre perciò
scaldarlo prima della filtrazione.
Mi auguro, però, di poter riprovare un giorno l'esperienza
del raccolto di calluna che è strettamente legato alla
tradizione della nostra azienda".
Carlo Olivero.
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(Calluna
vulgaris Hull.) |
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Brugo, brentoli, baraccia, grecchia, sorcelli, scopetti, ed anche
impropriamente erica: questi alcuni dei tanti nomi attribuiti alla
Calluna vulgaris Hull, pianta diffusa in Europa, Asia, Nord Africa
e Nord America.
Il termine botanico Calluna deriva dal greco "kalluno",
cioè scopare; infatti le branche ramose di questa pianta
venivano utilizzate per fare scope da giardino. Dà il nome
alle brughiere, zone ai piedi delle Alpi estese su terreni diluviali
o in lande ove esistevano boschi che si sono successivamente degradati,
dando origine a suoli acidificati, spesso molto umiferi, quasi torbosi.
In Italia, nell'alta Pianura padana, sui terrazzi diluviali della
Lombardia e del Piemonte si trovano diffuse brughiere; in esse accanto
al brugo che forma un tappeto uniforme con cespugli dalle foglie
piccolissime e di un verde cupo ed i fiori autunnali rosa-violetti
persistenti, si trovano anche la ginestrina dei carbonai e la molinia.
Dove la brughiera si arricchisce di humus compaiono la betulla e
il pino silvestre. Anche i pascoli montani e submontani ospitano
formazioni simili, soprattutto in zone povere e con terreni superficiali.
Nelle zone montane delle Alpi orientali il brugo è accompagnato
da un'altra ericacea, la scopina (Erica carnea), dai fiori rosa
e a fioritura primaverile precoce. Queste due specie si possono
spingere fin oltre il limite del bosco, formando le cosiddette "brughiere
alpine" in consociazione con il mirtillo nero, il mirtillo
di palude e l'uva ursina. Non diffusamente, ma il brugo è
presente anche sull'Appennino e nella zona di Viareggio scende fin
quasi al mare. Più a sud è raro. Le popolazioni più
meridionali si trovano presso Follonica, in Umbria tra Piegaro e
Monteleone d'Orvieto e sul Monti Sibillini.
Nei climi atlantici ad inverni miti, la pianta rimane in attività
vegetativa per tutto l'anno; quando si leva il vento immediatamente
si chiudono gli stomi per ridurre la traspirazione, naturalmente
a scapito dell'attività foto-sintetica. Il brugo è
coltivato per l'aspetto decorativo e ne sono state selezionate diverse
varietà.
CARATTERISTICHE MORFOLOGICHE
Il brugo è un arbusto di dimensioni modeste; meglio definirlo
un cespuglietto con i fusticini legnosi, tenaci e generalmente glabri.
Le
foglie sono minute, ridotte a squame lanceolate brevi (3-4 mm),
disposte su quattro linee longitudinali e fittamente embriciate.
I fiori, di colore roseo, sono riuniti in racemi terminali provvisti
di foglie; la corolla, a 4 petali, è ricoperta dal calice,
pure roseo, in quanto i sepali sono lunghi circa il doppio dei petali.
Il fiore mostra 8 stami ed ovario supero con un solo stilo.
Il frutto è una capsula a 4 logge.
La fioritura del brugo inizia in agosto e si protrae fino a novembre.
Il nettario è situato attorno all'ovario ed è un disco
con 8 protuberanze.
La secrezione giornaliera di nettare, con un contenuto zuccherino
del 23%, è di 0,48 - 0,58 mg per fiore.
I granuli pollinici del brugo sono riuniti a formare tetradi di
dimensioni assai variabili (diametro di 32-39 millesimi di millimetro).
INTERESSE APISTICO
Il brugo fornisce alle api nel periodo autunnale importanti raccolti
sia di nettare che di polline.
Il miele di brugo,
o calluna, presenta la peculiare caratteristica di essere tixotropico,
cioè molto viscoso a causa della presenza di una proteina
la cui concentrazione, nei mieli puri di erica, raggiunge il 2%.
Naturalmente la consistenza gelatinosa ne rende difficile l'estrazione.
Se questa operazione non viene eseguita tempestivamente bisogna
trattare i favi con appositi macchinari dotati di aghi di acciaio
che vengono infilati nelle cellette; con un moto rotatorio rimescolano
il miele e lo fluidificano permettendone l'estrazione.
Nonostante questo non marginale aspetto, in alcune regioni dell'Europa
si effettua nomadismo nelle brughiere in quanto il miele di brugo
è particolarmente richiesto.
Non è nemmeno facile conservare il miele di calluna, in ragione
della sua alta percentuale di umidità (23%). In questi mieli
il fruttosio (56%) prevale sul glucosio (40%).
UTILIZZI IN ERBORISTERIA
Possiede proprietà astringenti ed antinfiarnmatorie, antisettiche
delle vie urinarie e antireumatiche.
Viene usato, per uso interno, nella cura delle cistiti, nelle leucorree,
nei reumatismi e nelle albuminurie.
Viene anche, per uso esterno, impiegato per curare la gotta, le
dermatosi squamose e le nevralgie reumatiche.
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ultima modifica:
31 Luglio, 2010
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