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L'INTERVISTA
Intervistatore: "Si dice che il miele di robinia prodotto
dagli apicoltori stanziali delle prealpi lombarde e piemontesi
sia il migliore. E' vero?"
Intervistato: "Generalmente sì: il miele di
robinia, o di acacia come viene anche chiamato, ha un sapore
delicato, sensibile a qualsiasi, anche minima, contaminazione:
una pur piccola quantità di un altro miele dal sapore
forte (ad esempio il miele di tarassaco) è sufficiente
a modificarne la colorazione ed il sapore. Nella zona delle
Prealpi non sono presenti, se non in misura limitata, siffatte
fioriture primaverili e si ha la quasi certezza di produrre
un miele autenticamente monoflora."
Intervistatore: "Quindi la robinia prodotta dai nomadisti
provenienti da altre regioni, caratterizzate da diffuse
fioriture primaverili, non è come quella prodotta
dagli apicoltori stanziali delle Prealpi......
Intervistato: "Non sempre. Quest'anno, ad esempio,
il raccolto sul tarassaco è stato scarso e, quindi,
dovrebbe essere scongiurata la successiva contaminazione."
Intervistatore: "E la robinia ungherese?"
Intervistato: "Vale lo stesso discorso; comunque è
generalmente buona."
Intervistatore: "Altra questione: le produzioni di
robinia sono estremamente oscillanti a causa del brevissimo
periodo di fioritura."
Intervistato: "Ti rispondo con i dati in mio possesso
(l'intervistato opera da anni in Provincia di Varese ed
è una persona attendibile): 1976: annata storica,
circa 40 kg per alveare;1992: circa 38 kg per alveare; 1977:
7 kg per alveare; 1991: annata storica, circa 3 kg per alveare.
Negli altri anni le produzioni si mantengono su valori medi.
Certamente tutti gli anni si ripropone il rischio di una
produzione bassissima, ma le ragioni sono molte: le condizioni
invernali, la siccità primaverile, le gelate tardive
e, naturalmente, la pioggia durante il breve periodo di
fioritura."
Intervistatore: "Grazie per le utili notizie."
Intervistato: "Figurati e complimenti per la rivista."
L'ultima riga avrebbe ben altro significato se non fosse
che intervistatore ed intervistato coincidono con la stessa
persona fisica. E' una evidente rivincita del redattore
costruita, dopo lunghe e faticose peregrinazione in Italia,
sull'unico privilegio che l'essere nato a Gallarate comporta.
Tanto più giustificata in quanto la prossima intervista
si svolgerà a ...
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L'ACACIA
COME BIOINDICATORE DELL'USO DELLE RISORSE
Come
tutte le medaglie hanno un verso, anche l'acacia, anzi la
Robinia pseudoacacia, può mostrare più di una
faccia.
Oggetto di speranza talvolta di guadagno, per gli apicoltori,
fonte del miele ideale per molti consumatori, occupa tuttavia
un ruolo ambientale quantomeno ambiguo. Questa riflessione
nasce da un'osservazione attenta della Carta di distribuzione
dell'acacia in 3 province della Toscana: uno stupendo lavoro
ricco di competenze e di pazienza prodotto dal prof. Luigi
Hermanin e dai suoi collaboratori (Ist. Assestamento e Tecnologie
forestali, Univ. di Firenze, finanziamento ETSAF). Se infatti
gli acaceti specializzati del nord Italia si possono configurare
come "boschi" a tutti gli effetti, quindi coltivati,
mantenuti e protetti, dunque una ricchezza per il proprietario,
gli apicoltori e per la società, in Toscana emerge
immediatamente un'immagine diversa: l'acacia come bio-indicatore
di degrado.
Seguendo la sua mappatura si possono intuire, se non descrivere,
i movimenti, le azioni e le omissioni che l'uomo ha compiuto
nel tempo nei confronti dell'ambiente. Infatti la sua distribuzione
sembra privilegiare smottamenti, frane, argini e forre abbandonate
ma anche strade, discariche più o meno abusive, sbancamenti
di terra. Dal limite dei nostri movimenti per lo più
coincidenti con la rete viaria partono fughe di acacia che
lentamente si infiltrano nell'ambiente circostante, quasi
un pudico velo steso su una congenita incapacità di
prevedere ed una sempre più ridotta memoria storica.
Tipico esempio in Toscana è l'abbandono del castagneto
e la sua conseguente fagocitazione da parte dell'acacia: abbiamo
"dimenticato" una coltura (il castagno) ma se perde
anche la cultura ad essa legata per secoli. Una cultura che
della cura dell'ambiente aveva fatto un suo irrinunciabile
presupposto.
Le ordinarie calamità che puntualmente scandiscono
i giorni nostri e continuamente devastano il nostro paese
sono appunto indice di smemoratezza, a sua volta generatrice
di una cultura del degrado e la cui ampiezza, almeno in Toscana,
è in gran parte svelata dalla distribuzione dell'acacia.
Ricordiamoci che coltura è cultura. E' quindi evidente
che se una coltura la si può imporre con strumenti
"convincenti" dall'oggi al domani, una cultura ha
sicuramente bisogno di tempo per radicare. Ma se non si sviluppano
assieme succede quanto il Prof. Hermanin riferisce circa le
esperienze ungheresi:
".. in Ungheria nel dopoguerra il dirigismo imposto dal
regime comunista cercò il favorire la diffusione di
conifere, considerate più adatte alla produzione di
legname, dichiarando una vera guerra alla Robinia, furono
gli agricoltori e gli apicoltori che si opposero al progetto
governativo facendolo fallire. Infatti dopo 15 anni di lotta
alla Robinia la superficie occupata da questa specie in Ungheria
era aumentata di 50.000 ha" ((L. Hermanin, 1992 - "La
Robinia specie forestale per l'apicoltura" Ponte a Poppi
(AR) Agricoltura e Apicoltura, ETSAF).
Non credo che l'accaduto sia da configurarsi come una consapevole
azione di resistenza al comunismo (gli ungheresi sono stati
capaci di ben altro), quanto una fisiologica azione di rigetto
di una coltura (la conifera) estranea alla cultura dell'acacia,
radicata da sempre negli usi abitudini di quel popolo.
Da noi lo strumento "convincente" che ha fatto allignare
e prosperare l'acacia si identifica invece nell'incultura
ambientale e nell'incapacità di valorizzare le Risorse.
E questo preoccupa perché sembra una sirena a cui ben
pochi decisori sanno resistere. Ma si deve anche constatare
che oggi è ben consolidata la capacità di mettere
a frutto il danno (e la beffa), una via di mezzo fra il popolare
"non tutto il male vien per nuocere" e la cinica
managerialità del "gestiamo il degrado".
Poiché l'acacia sembra far contenti apicoltori, consumatori,
ambientalisti, amministratori, vivaisti e chissà quant'altri,
vediamo quindi di trasformare in metodo tutte quelle casualità
che hanno favorito la sua disordinata invasità.
La via ufficiale si chiama restauro o ripristino ambientale
ed è una scelta Politica. Di Politica delle Risorse.
Scegliamo dunque dove sia opportuno piantare, curare e coltivare
l'acacia.
Riserviamole le cure necessarie e godiamo dei vantaggi che
ci offre: legno, foraggio, miele.
Nel contempo scegliamo però anche di contenere, limitare
e, nel caso, estirpare l'acacia dove essa rappresenta una
minaccia per le altre colture-culture preesistenti e dove
comunque non ha altro significato che d'incuria e di smemoratezza.
Sarebbe questo un modo maturo e consapevole per non speculare
degrado, ma gestirlo in una visione prospettica che ci vede
oggi autori di scelte le cui conseguenze verranno a ricadere
sulle generazioni future.
Del resto nel nostro paese gli agricoltori si occupano dei
territori coltivati ed i cittadini occupano gli spazi "ameni";
ma della terra di nessuno, guarda caso dove in Toscana alligna
l'acacia, non sembra esserci alcuno che se ne prenda cura.
Be', questo potrebbe essere uno dei tanti compiti sociali
che gli apicoltori possono rivendicare per diritto, competenza
e interesse. Se è vero (ed è vero) che le api
sono le sentinelle, gli apicoltori devono essere i tutori
dell'ambiente.
Marco
Accorti
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Il genere robinia è di pretta origine americana: le sue
circa venti specie si trovano tutte nell'America settentrionale
e centrale, mentre nel nostro continente è presente solo
la "falsa acacia", cioè la Robinia pseudoacacia
L.
Le doti ornamentali di alcune forme di robinia sono il motivo
della sua diffusione in Europa; pare che vi sia giunta all'inizio
del secolo XVII inviata a Jean Robin, erborista del re Enrico
IV di' Francia. Più tardi Linneo denominò il genere
riferendosi al cognome Robin.
In Italia apparse più tardi, verso la fine del secolo XVIII,
sporadicamente e quale pianta da giardino; dimostratasi subito
vigorosa e di facile adattamento a diversissime condizioni pedoclimatiche
passò ad usi forestali, tanto che già nel secolo
scorso veniva considerata più pianta da bosco che da giardino.
Sulla "Nuova Enciclopedia Popolare Italiana", edita
dalla Unione Tipografica Editrice di Torino, anno 1863, abbiamo
trovato quanto segue:
"E' stata propagata in tutta Europa in grazia del suo rapido
accrescimento e dell'eccellente qualità del suo legno e
principalmente come albero d'ornamento, stante la vaghezza del
suo fogliame e dei suoi fiori candidi che appaiono sul finire
della primavera ed esalano un odore soavissimo... Il fogliame
è appetito al bestiame e coi fiori si produce uno sciroppo
gradevole e temperante.... Non va coltivata vicino agli orti per
i suoi effetti dannosi......."
Oggi i vivaisti offrono parecchie varietà coltivate per
il piacevole effetto decorativo.
Ho, sulla robinia, un piccolo ricordo personale: pensate allo
stupore che può provare una persona che, nata e vissuta
in provincia di Varese, abituata fin da piccola alla presenza
della robinia ed all'intenso profumo della sua fioritura, ancora
più attenta ad essa in ragione delle sua esperienza di
apicoltore, si ritrova a Gallipoli (provincia di Lecce) ad osservare,
con incredulità sempre maggiore, due solitari, contorti
e secolari alberi di robinia posti ai lati di una stupenda scalinata
barocca aggettata ad una graziosa chiesetta ormai chiusa al culto!
DESCRIZIONE BOTANICA
La robinia è una pianta a portamento arbustivo ed arboreo,
di non elevate dimensioni. La corteccia è scura, percorsa
longitudinalmente da solcature sinuose. Dispone di un apparato
radicale robusto e particolarmente pollonifero.
La chioma è composta da una complicata serie di ramificazioni.
Le foglie sono addensate, alterne, imparipennate composte (cioè
ogni foglia è formata da numerose foglioline e termina
con una foglia all'apice della nervatura centrale). Le foglioline,
a loro volta, sono obovate, regolari e di un verde brillante.
Spesso le foglie sono dotate di stipole trasformate in spine.
La fioritura avviene su grappoli penduli di fiori portati da sottili
peduncoli ed assumenti forma papilionacea: il calice è
composto da 5 lobi e la corolla da petali larghi, arrotondati
verso il margine libero. L'androceo è formato da 10 stami,
9 dei quali sono riuniti a formare la parte essenziale del pistillo,
mentre uno è libero. Il colore dei petali è generalmente
bianco, ma può essere anche rosato.
Il nettare viene prodotto nel fondo del fiore, alla base del tubo
formato dagli stami e risulta facilmente accessibile agli insetti.
La quantità di nettare prodotto in 24 ore è abbondante
(1,7-2,9 mg) e con una concentrazione zuccherina del 34-59%.
I granuli di polline sono triangolari se visti dall'alto e ovali
se visti di fronte; misurano circa 30 x 32 millesimi di millimetro.
Il frutto è un legume portante da tre a dieci semi.
SISTEMATICA
Diamo qualche breve accenno sulle varietà della specie
robinia e sulle altre specie del genere.
Le varietà sono numerose: R. pseudoacacia pyramidalis ha
chioma assurgente, mentre la varietà R. p. ubriciana ha
forma pendula e R. p. purpurea ha fogliame rossastro. Le varietà
R. p. unbraculifera e R. p. bessoniana sono prive di spine e,
la seconda, ha chioma globosa.
Tra
le altre specie ricordiamo: Robinia hispida: particolarmente apprezzata
per la varietà rosea, assai piccola e graziosa e per la
varietà macrophilla, forse la pianta più bella del
genere per la sua fioritura; Robinia kelseyi: ammirata per i suoi
colori, il rosa dei suoi petali ed il rosso porpora dei peli che
ricoprono i baccelli; Robinia neo-mexicana; apprezzata per i fiori
rosei.
INTERESSE
In Italia la robinia è rintracciabile ovunque: forma siepi
arbustive lungo le strade e le ferrovie, oppure, in portamento
arboreo, è mescolata a molte altre specie, spontaneizzata
con querce, castagni, pini ecc. E' oggi la specie esotica più
diffusa in Italia ed in Europa, in particolare nelle regioni danubiane.
Il suo margine settentrionale raggiunge la latitudine di Dublino
ma, come pianta ornamentale, si è inoltrata decisamente
nella penisola scandinava.
In Italia la si trova in una fascia altimetrica che va dal livello
del mare fino a più di 1.000 metri (oltre 1.500 nel sud).
E' una specie rustica, con minime esigenze, climaticamente mesofila,
ma capace di sopportare la siccità estiva. Tollerante nei
confronti del terreno lo migliora (si tratta di una leguminosa);
esige una luce intensa, ma può sopportare, negli stadi
giovanili, un parziale aduggiamento.
Da molti è ritenuta una pianta infestante in quanto, a
causa della sua forza pollonifera, rigetta abbondantemente se
ripetutamente tagliata, prendendo il sopravvento sulle specie
locali. Sul libro "La vegetazione", edito nel 1978 dalla
Regione Lombardia, leggiamo: "La flora avventizia ed esotica,
giunta abbondantemente nella Pianura Padana, assume grande importanza
nel quadro degli assetti vegetali nuovi, coltivati e spontanei,
in quanto è entrata ad inquinare quasi tutti i paesaggi
vegetali, anche i pochi naturali residui. In certi casi questa
flora riesce a costituire vere e proprie nuove associazioni, tanto
invadenti e vigorose da far supporre la preparazione di un prossimo
climax della pianura. L'esempio più sorprendente ci è
fornito dai boschi di robinia, albero o arbusto a foglie composte
e fiori raccolti in grappoli profumatissimi... Va, però,
ricordata l'opera di miglioramento che questa specie può
svolgere, invadendo ed affermandosi bene nei terreni poveri e
degradati e migliorando il suolo, sia grazie all'azione di fissazione
dell'azoto, sia concorrendo alla formazione di un buon terriccio
con il deposito delle proprie foglie che si decompongono rapidamente.
Inoltre, con il proprio robusto apparato radicale, si presta ad
essere usata in qualità di pianta pioniera e consolidatrice
dei terreni franosi.
Altresì, per altri autori, è forse più veritiero
ritenerla anche una specie in grado di offrire, se oculatamente
allevata e sfruttata, un'interessante fonte di reddito in ragione
dell'assortimento legnoso che offre.
Per essendo una specie frugale, per diventare pianta da reddito
richiede alcune attenzioni colturali. Poco dopo la piantagione,
per seme o per talea, si consiglia di praticare una potatura del
fusticino al fine di proporzionare la parte epigea a quella ipogea,
lenta a formarsi. Nel periodo giovanile si avvantaggia delle ripuliture
dei rovi. Il robinieto, normalmente, si governa a taglio raso,
con turni di quindici-venti anni, ma non mancano esempi di governo
a fustaia con turni di 50-60 anni.
Il legname della robinia, molto più usato all'estero che
in Italia, è duro, di lunga durata, resistente alla rottura,
elastico, ben lavorabile e poco soggetto alle alterazioni.
IMPORTANZA APISTICA
La robinia è una pianta di fondamentale importanza per
l'apicoltura, per la sua elevata produzione di nettare concentrato.
In buona parte dell'Italia settentrionale la fioritura della robinia
dà due e anche tre melari in condizioni favorevoli.
Il miele di robinia è apprezzato sul mercato per la sua
fluidità, dovuta all'alta concentrazione di fruttosio (59-60%).
E' relativamente povero in sali minerali e in polline; per dichiarare
un miele uniflorale di robinia è sufficiente una presenza
di granuli pollinici di questa pianta nella misura del 30%, contro
il 45% richiesto per i pollini normalmente rappresentati.
UN
ALBERO PIU' INVADENTE DELLA ROBINIA?
Esiste e si chiama Prunus serotina Ehrh., prugnolo tardivo. Per
i boschi della parte occidentale della Lombardia, in particolare
per alcune zone della provincia di Varese e di Milano, rappresenta
una vera e propria minaccia agli equilibri forestali.
La sua storia, fulminea, merita un rapido accenno.
Originario dell'America del Nord, ove forma boschi puri o boschi
misti con la quercia rossa, sembra sia stato introdotto in Italia,
e precisamente nell'area gallaratese, intorno agli anni Venti,
per il suo notevole valore produttivo. Da allora si è diffuso
con una velocità di circa mezzo chilometro all'anno, trovando
nel piano alto lombardo condizioni favorevoli al suo sviluppo.
Se a ciò aggiungiamo un alto potenziale riproduttivo, dovuto
alla dispersione dei semi da parte dell'avifauna, alla conservazione
della germinabilità da parte dei semi nel terreno per più
anni ed alla vigorosa capacità pollonifera, non possiamo
non concordare sul giudizio di preoccupante infestante attribuitogli.
Meglio: le caratteristiche del prugnolo tardivo permettono di
dare una definizione inequivocabile al termine "infestante":
"Il suo potenziale biotico lo porta quindi ad entrare in
competizione con le specie autoctone, normalmente più esigenti,
tanto da allontanarle e sostituirvisi nelle cenosi forestali.
L'impatto sull'ambiente è quindi estremamente elevato:
diminuisce il numero delle specie vegetali presenti, sia arboree,
sia arbustive, sia erbacee ed annulla la stratificazione del bosco".
(Tratto da "Proposta di valorizzazione forestale dei boschi
del Comune di Rescaldina - Milano" di E.Calvo e P.Natasio,
"Monti e boschi" n. 5/92, pagg. 20 25).
Se infatti l'intervento antropico di ricostituzione forestale
aveva, nei secoli scorsi, permesso di raggiungere e di far mantenere
ai boschi le caratteristiche naturali originarie della zona (querco
- carpineto prealpino), nell'ultimo mezzo secolo, a causa dell'abbandono
del settore agricolo, si assiste ad una progressiva involuzione.
E la sempre più evidente presenza del prugnolo tardivo,
incrementata anche dai tagli tradizionali degli alberi, ne è
un segno eloquente.
In questa situazione si ritiene che l'evoluzione naturale del
bosco porterebbe ad un suo ulteriore impoverimento mentre, nel
contempo, è difficile proporre interventi alternativi che
non siano generici.
Si consiglia, comunque, di operare regolarmente sul prugnolo tardivo
con tagli ripetuti ogni 3-4 anni, in modo da prevenire la sua
messa a frutto, con la messa a dimora di latifoglie in grado di
opporsi alla sua avanzata (querce rosse, carpino bianco, Prunus
padus, i diversi aceri, frassino maggiore e cerro in esemplari
alti almeno un metro e mezzo), e con la diffusione di alcune specie
arbustive (nocciolo, Prunus spinosa e rosa canina). Si ritiene
che creando una maggiore differenziazione della copertura vegetale
si possa inibire sufficientemente la crescita del semenzali del
prugnolo.
Per le fustaie il discorso è più complesso: in ogni
caso ci si dovrebbe attenere a tagli modesti e su superfici limitate.
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