|
|
Ergonomia
e apicoltura
La relazione di Barbara Meghnet al convegno
dell'A.A.P.I. ad Olbia ci insegna come migliorare la qualità del
nostro lavoro di apicoltore con alcuni importanti e semplici accorgimenti.
L'ergonomia è
la scienza che studia l'integrazione tra il lavoro umano, la macchina
e l'ambiente di lavoro, finalizzata al maggior rendimento del lavoro stesso
e al benessere del lavoratore. Con questo studio ergonomico abbiamo spostato
il centro dell'attenzione, pur rimanendo nel settore dell'apicoltura,
dalle api coi loro problemi, agli apicoltori.
Perciò abbiamo analizzato l'ambiente di lavoro, gli attrezzi e
gli operatori stessi. Per fare questo ci siamo serviti di fotografie,
abbiamo preparato un questionario ed elaborato una griglia delle attività
principali e del loro carico sull'apparato muscolo-scheletrico: dalla
sintesi di questi dati abbiamo tratto la valutazione dei rischi ed elaborato
alcune proposte di modifiche: organizzative, strumentali e comportamentali.
Queste saranno verificate tra un anno, al prossimo convegno nazionale,
dove avremo la sintesi dei dati raccolti dai questionari e dove valuteremo
se le proposte di modifiche hanno avuto seguito.
La conclusione di questo studio è che l'ergonomia può migliorare
la qualità del lavoro e crea una spirale positiva tra il lavoratore
ed il sistema in cui opera, contribuendo a raggiungere l'obiettivo di
una "dolce apicoltura".
Cenni di anatomia
e fisiologia della colonna vertebrale
La colonna vertebrale (rachide) è una struttura che, sul piano
sagittale, ha forma grossomodo di S, presentando una curva aperta anteriormente
in alto (cifosi dorsale) ed una curva opposta in basso (lordosi lombare).
Essa è costituita da 24 vertebre e viene divisa in una parte anteriore,
con funzione di sostegno meccanico, e una parte posteriore, che contiene
strutture nervose (il midollo spinale da cui partono i nervi spinali);
il disco intervertebrale è una sorta di cuscinetto ammortizzatore
posto tra le singole vertebre. Il disco è costituito da un involucro
fibroso, al cui interno è contenuto un nucleo di materiale gelatinoso.
Esso non è nutrito da vasi sanguigni, ma trae il suo nutrimento
dai tessuti circostanti: si comporta, cioè, come una spugna immersa
nell'acqua, che assorbe quando si espande ed espelle quando si comprime.
I punti deboli del disco intervertebrale sono quindi due:
1) la struttura fibrosa di contenimento che può danneggiarsi fino
a rompersi, lasciando fuoriuscire il nucleo gelatinoso (ernia, che in
certe posizioni può comprimere le strutture nervose);
2) il tipo di nutrizione del disco, che richiede la successione di compressioni
e distensione.
I dischi più interessati alle lesioni discali sono quelli del tratto
lombare, che costituiscono contemporaneamente il punto di appoggio e di
cerniera della colonna vertebrale.
La M.M.C.
L'attività di movimentazione manuale dei carichi agisce negativamente
sulla colonna vertebrale in due modi:
1) la fase di sollevamento può determinare improvvisi aumenti di
carico sui muscoli e sulle strutture della colonna, in particolare sul
disco intervertebrale; a questo proposito si è visto che eseguire
un sollevamento di scatto determina uno sforzo del 50-100% superiore a
quello eseguito in modo progressivo;
2) la fase di spostamento impone un lavoro statico ai muscoli, che si
trovano per la durata dell'esercizio in condizioni di nutrizione non sufficiente
ed anche il disco intervertebrale non è ben nutrito per lo stesso
periodo.
Questi effetti negativi si amplificano quando la movimentazione viene
eseguita con una postura del tronco non ergonomica (soprattutto in caso
di rotazione e inclinazione laterale del tronco).
L'allenamento ad una mansione di carico irrobustisce i muscoli, ma non
ha alcun effetto sulla resistenza del disco, mentre l'addestramento all'uso
di tecniche di sollevamento corrette può proteggere contemporaneamente
i muscoli ed il disco intervertebrale.
La colonna vertebrale può essere paragonata ad una leva di primo
genere, in cui il carico sul disco intervertebrale dipende dalla distanza
del peso dal corpo: se ne deduce che il peso da movimentare va tenuto
il più possibile vicino al corpo, e più precisamente nella
cosiddetta "zona di sicurezza" posta all'altezza dell'ombelico.
E' stato dimostrato che il peso in kg che grava sul disco tra la terza
e la quarta vertebra lombare (che in posizione eretta a riposo è
di circa 86 kg) aumenta fino a 114 kg quando il soggetto flette il busto
in avanti, anche solo di 20 gradi; se viene sollevato un carico di 20
kg si osservano pressioni all'interno del disco rispettivamente di 210
e 327 kg, a seconda che si sollevi il peso a schiena eretta o flessa.
Da questo deriva una seconda regola ergonomica: il peso deve essere movimentato
a schiena eretta, flettendo le ginocchia invece della colonna vertebrale
(in modo analogo alla tecnica usata dagli atleti pesisti).
Ci sono altre considerazioni ergonomiche: è opportuno che il peso
da movimentare non sia posto a terra, ma venga presentato al lavoratore
a 40 -50 cm da terra, allo scopo di ridurre lo stress delle strutture
muscolo-tendinee e discali.
Per poter eseguire la movimentazione in modo ergonomicamente corretto
il lavoratore deve operare in uno spazio adeguato, che non lo costringa
a posture incongrue, come le dannose torsioni del tronco sotto carico.
Analoghi effetti negativi possono essere provocati da pavimenti irregolari
per dislivelli (come i gradini, i piani inclinati, ecc.) o per ineguaglianza
della superficie (dovuta, ad esempio ad aree scivolose, asperità
o irregolarità della copertura) o per il terreno accidentato.
I Rischi della M.M.C.
Possiamo così riassumere le principali condizioni di rischio nella
movimentazione manuale dei carichi:
Carico: troppo pesante o troppo grande; ingombrante o difficile da afferrare;
instabile o con contenuto non bilanciato; collocato in una posizione tale
per cui deve essere tenuto o maneggiato ad una certa distanza dal tronco
o con una torsione o inclinazione del tronco.
Sforzi fisici richiesti: troppo rapidi; compiuti tramite movimenti di
torsione del tronco; causati da movimenti improvvisi del carico; eseguiti
con il corpo in postura scorretta.
Ambiente di lavoro: con poco spazio per i movimenti; con pavimento irregolare,
scivoloso, sconnesso e pedane instabili.
Attività: troppo frequenti e/o prolungati sforzi fisici; movimenti
di sollevamento o abbassamento di carichi eccessivi; insufficienti pause
di riposo o recupero.
Cenni di Normativa
Il D.L. 626/94 "Sicurezza e protezione dei lavoratori nei luoghi
di lavoro" tratta la movimentazione manuale dei carichi nel titolo
V all'art. 47 e all'art. 48 e nell'allegato VI: sono disposizioni cui
devono attenersi coloro che dispongono di lavoratori dipendenti, ma sono
comunque da considerarsi norme che prevengono infortuni e lesioni invalidanti
negli addetti a lavori pesanti, e che quindi hanno un ritorno in efficienza
e in clima lavorativo favorevole al datore di lavoro.
L'ergonomia insegna che dove il lavoratore si sente tutelato e valorizzato
nel suo impegno psico-fisico, migliora la sua collaborazione.
Principali patologie
da M.M.C.
Durante la movimentazione manuale dei carichi gli operatori rischiano
alcune patologie a carico soprattutto della colonna vertebrale. Ricordiamo
le principali:
scoliosi, dorso curvo e iperlordosi: alterazioni delle curve fisiologiche
della colonna.
Ernia del disco: fuoriuscita del nucleo polposo dalla sua sede (a causa
di un trauma o microtraumi ripetuti) che comprime fasci e radici nervose.
Artrosi: degenerazioni delle articolazioni vertebrali dovuta all'usura
e all'invecchiamento.
Osteoporosi: diminuzione della massa ossea dovuta all'invecchiamento;
nelle donne può peggiorare dopo la menopausa.
Contratture muscolari: la muscolatura perde elasticità e si contrae
senza più rilassarsi, se sottoposta a stress.
Strappi muscolari: il muscolo, soprattutto se non allenato, si lacera
in seguito a movimenti bruschi.
Lombalgia: dolore a livello lombare causato in genere da un'affezione
osteo-articolare che può interessare le radici nervose.
Griglia di analisi
delle attività
Dallo
studio delle fotografie scattate in laboratorio e intorno agli alveari
e dall'osservazione diretta abbiamo raccolto alcuni elementi di criticità
delle diverse azioni che l'apicoltore compie ripetutamente nelle sue giornate
e nelle varie fasi della lavorazione.
Abbiamo raccolto questi elementi in una griglia riassuntiva dove per ogni
compito sono segnalate le articolazioni che sono più sollecitate
e che rischiano di incorrere in una sofferenza vera e propria, che è
la fase preliminare ad un danno irreversibile.
Una griglia sintetica o l'esposizione scritta non riusciranno a fornire
la complessità della dinamica delle attività dell'apicoltore,
forniscono solo dei punti di attenzione, che ognuno dovrà poi confrontare
con le sue attività lavorative. Vediamo i principali: abbiamo esaminato
le azioni legate all'asportazione, verticalizzazione, soffiatura e trasporto
dei melari: si può osservare che in questa sequenza di operazioni
vengono molto sollecitate le seguenti parti del'apparato muscolo-scheletrico:
il tronco, gli arti superiori (potrebbero essere ulteriormente suddivisi
in spalle e gomiti), i polsi e le dita.
E' opportuno sottolineare come sia particolarmente critico l'utilizzo
del tronco nella fase di asportazione e caricamento dei mielari in quanto
il carico, per la sua conformazione e per la posizione delle maniglie,
viene afferrato e sostenuto ad arti superiori protesi in avanti e in alto,
realizzando così la situazione di massimo stress per la colonna
vertebrale a causa dell'impossibilità di trattenere il carico nella
"zona sicura"; inoltre, durante queste operazioni come pure
in quella di versamento dei secchi, si nota la necessità da parte
dell'operatore di ruotare il cingolo scapolare rispetto al cingolo pelvico
(rotazione delle spalle rispetto al bacino), movimento che, in condizioni
di carico, favorisce l'usura dei dischi intervertebrali ed il pizzicamento
delle radici nervose.
Gli arti superiori sono molto coinvolti in tutte le operazioni tranne
in quella di soffiatura. Volendo specificare le diverse articolazione,
vediamo che i polsi sono costretti ad un notevole lavoro di prono-supinazione
e di deviazione laterale sotto carico sia nella fase di verticalizzazione
che di asportazione e trasporto dei mielari, sia in quella di versamento
dei secchi.
La pinza pollice-indice è pesantemente
sollecitata nella fase di sollevamento del telaino sia per il peso non
indifferente dell'oggetto, sia per la forma incongrua delle due orecchiette
che offrono una superficie di presa inadeguata, sia per la presenza dei
guanti di protezione che riducono ulteriormente la superficie di contatto.
Ovviamente gli sforzi ripetuti delle ultime falangi di pollice e indice
possono a lungo andare provocare tendiniti alle articolazioni più
prossimali come polsi, gomiti, fino alle spalle e al collo a causa della
necessità di fissazione delle dita e delle mani da parte delle
articolazioni prossimali e della disposizione a catena dei fasci muscolari.
La presa segnalata come problematica è quella che vede le ultime
falangi di secondo, terzo e quarto dito infilate nell'asola per movimentare
il melario. E' una presa incongrua in quanto sollecita molto le piccole
articolazioni distali per inserirsi in un'asola troppo poco profonda per
offrire una presa sicura.
Da questa analisi che esamina solo alcuni dei compiti svolti dall'apicoltore,
che però hanno in comune il notevole peso degli oggetti movimentati,
viene facile dedurre che non ci si può stupire dei frequenti acciacchi
lamentati da operatori di tutte le età e di tutte le regioni di
provenienza.
Criticità e suggerimenti
Lo studio condotto sull'attività dell'apicoltura ha permesso di
conoscere alcuni elementi di criticità
che, da un punto di vista ideale, sarebbe auspicabile poter rimuovere
completamente mediante l'applicazione di soluzioni ergonomiche, ovverossia
con la meccanizzazione delle operazioni. Purtroppo questo intervento detto
di primo livello, il più efficace perché permette l'eradicazione
del fattore di rischio disergonomico, non è sempre compiutamente
realizzabile per diversi motivi. Occorre quindi ricorrere ad un secondo
livello di intervento, consistente nella semplice riduzione del rischio
stesso, ovvero nella ricerca di soluzioni minori.
Infine, nei casi in cui neppure il secondo livello di intervento sia attuabile,
proponiamo un intervento di terzo livello, consistente in interventi di
formazione e informazione degli operatori, allo scopo di consentire ad
ogni singolo lavoratore di affrontare e gestire, con il minor danno possibile,
il rischio non eliminabile e non riducibile. La prima criticità
che incontriamo è la movimentazione manuale dei carichi: ogni qualvolta
sia possibile va sostituita con la meccanizzazione. In secondo luogo consideriamo
le arnie: sarebbe opportuno poter variare la loro altezza da terra per
fare in modo che l'apicoltore possa lavorare comodamente a livello del
suo addome.
Successivamente andiamo a vedere l'altezza del camion dove vengono accatastati
i melari ed i bidoni in cui vengono versati i secchi di miele: per evitare
di sollevare il carico oltre il livello delle spalle l'operatore deve
disporre di una scaletta sicura.
Quindi consideriamo le asole dei melari: dovrebbero essere più
profonde e orientate in modo da evitare deviazioni dei polsi. Ci permettiamo
di considerare l'orario lavorativo degli apicoltori: nella stagione attiva
possono lavorare molte ore di seguito in situazioni di disagio dovuto
al caldo, alla tuta di protezione, al terreno sconnesso eccetera; non
possiamo fare altro che consigliare di frammentare la giornata con pause
in cui si permetta all'apparato osteo-articolare e muscolare di distendersi.
La Back School
Infine consideriamo l'inevitabile stress della colonna: la cosiddetta
'back school" (scuola della schiena) insegna pochi, ma significativi
esercizi che permettono alla colonna di distendersi e di combattere i
danni causati dalla movimentazione manuale dei carichi.
Non è possibile descrivere così dettagliatamente gli esercizi
da rendere possibile la loro esecuzione se non si è prima provato
sotto la guida di un esperto: ci limitiamo perciò ad una spiegazione
sommaria, con l'aiuto di alcune vignette.
Si possono suddividere gli esercizi in tre gruppi:
A) esercizi di rilassamento: vanno eseguiti prima degli altri esercizi
o quando si sentono il collo e la schiena particolarmente stanchi (fig.
1 pag. 20);
B) esercizi di stiramento: vanno eseguiti con calma, non bisogna provare
dolore, ma solo una sensazione di tensione (fig. 2-3-4 pag. 20-21);
C) esercizi di rinforzo: servono ad aumentare la forza di alcuni muscoli
che in genere non vengono usati (gli addominali, i glutei, i muscoli della
coscia, ecc.) e che invece, correttamente utilizzati, servono ad alleviare
il carico di lavoro della schiena (fig.5-6-7 pag. 21-22).
La prevenzione del mal di schiena si avvale inoltre di parecchi accorgimenti
che, applicati alle attività della vita quotidiana, rendono ogni
gesto più ergonomico e meno dannoso. Elenchiamo i principali:
- Portare i pesi bilanciati tra i due arti superiori.
- Controllare il peso, non ingrassare.
- Quando si stira tenere la schiena diritta e appoggiare un piede su uno
sgabello.
- Quando si guida un automezzo tenere la schiena diritta, magari con l'aiuto
di un cuscinetto.
- Non usare tacchi alti.
- Per sollevare pesi (o bambini!) non tenere le gambe diritte ma piegare
le ginocchia e tenere il peso vicino all'addome; non sollevare bruscamente,
non compiere rotazioni delle spalle rispetto al bacino (torsione).
- Per spostare oggetti, evitare di ruotare solo il tronco, ma girare tutto
il corpo spostando i piedi.
- Per lavare i panni nella vasca da bagno, si può stare in ginocchio
per breve tempo, comunque è meglio lavare i panni nel lavabo e,
meglio ancora, in lavatrice.
- Per caricare/scaricare la lavatrice e la lavastoviglie si consiglia
di piegare le ginocchia e svolgere le operazioni senza piegare la schiena.
- Per lavorare a lungo in piedi occorre alzare il piano di lavoro in modo
che i gomiti siano ad angolo retto.
- Per stare seduto a lungo è meglio evitare di usare un tavolo
senza spazio per le gambe: la schiena rimarrebbe piegata e ingobbita.
- Quando si sta in poltrona è meglio evitare di sprofondare in
una poltrona troppo morbida; piuttosto occorre tenere la schiena bene
appoggiata, eventualmente con un cuscino dietro il collo e la schiena.
- Davanti al computer si consiglia di mantenere i gomiti appoggiati sul
tavolo ad angolo retto, le ginocchia ad angolo retto, i piedi sempre ben
appoggiati sul pavimento o su un poggiapiedi, la schiena ben appoggiata
allo schienale.
Conclusioni
E' interessante notare come l'ergonomia possa offrire criteri di studio
dell'attività dell'apicoltore e proposte di soluzione per le criticità
riscontrate. Come per altre attività, lo studio ergonomico si pone
come obiettivo la tutela del benessere del lavoratore, ovvero della sua
salute. Questa è un bene primario, ormai universalmente riconosciuto
e condiviso. Ogni aspetto dell'attività può essere ulteriormente
approfondito per scoprire tanti particolari di questa professione così
impegnativa ed entusiasmante.
La continuità della collaborazione può essere occasione
di verifica e aggiornamento per seguire l'evoluzione dell'attività.
Barbara Meghnet
(fisioterapista ergonoma) Relazione Congresso A.A.P.I.
Olbia 15 gennaio 2004
(Da
L'Apis n.6 - 2004)
5 Settembre, 2010
-
|