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L'articolato
dossier sulla
cristallizzazione guidata del miele riporta in maniera
esaustiva le tecniche adottabili su scala diversa, dal piccolissimo
apicoltore all'industria di trasformazione, per ottenere prodotti
completamente cristallizzati, a grana fine e a consistenza spalmabile.
Le indicazioni riportate derivano dalla grande esperienza che l'autore,
M. Gonnet, ha accumulato in questo campo, soprattutto nel suo paese
d'origine, la Francia. I suoi suggerimenti sono trasferibili praticamente
in toto in Italia, senza bisogno di particolari adattamenti, se
si eccettuano le poche considerazioni che sono l'oggetto di queste
note.
GLI
OBIETTIVI DELLA CRISTALLIZZAZIONE
Riassumiamo schematicamente che le diverse tecniche hanno due obiettivi
che possono essere distinti: ottenere cristalli fini in primo luogo
e produrre, e mantenere, una consistenza pastosa come secondo obiettivo.
Nei diversi tipi di miele questi due risultati possono essere ottenuti
con tecniche diverse. In linea di massima si può dire che
le dimensioni dei cristalli sono in funzione della velocità
di formazione degli stessi: più veloce sarà la cristallizzazione,
più fine sarà la granulazione del prodotto. La velocità
di cristallizzazione può essere accresciuta con l'esposizione
ad una temperatura idonea, in primo luogo, o con l'agitazione o
ancora con l'aggiunta di un innesco di cristallizzazione. La consistenza
della massa invece dipende dalla coesione tra i cristalli, cioè
dalle condizioni in cui gli stessi si formano. Se, per esempio,
il miele contiene poco glucosio cristallizzabile e quindi la quantità
finale di componente solida resta scarsa rispetto alla componente
liquida, il miele avrà consistenza non troppo compatta. In
mieli con una quantità più elevata di glucosio tale
risultato può essere ottenuto mantenendo in movimento il
miele durante il processo di cristallizzazione (i cosiddetti metodi
di agitazione discontinua), impedendo così ai cristalli di
legarsi tra di loro: chi ha provato almeno una volta a fare il gelato
in casa ha avuto un esempio accelerato di questo stesso processo.
In alternativa è sempre possibile disaggregare la struttura
cristallina una volta che questa si è completamente formata
con un sistema meccanico che operi praticamente a freddo (l'omogeneizzatore,
il "Finomel", l'"Hélimel" o anche un
sistema di impastamento manuale, per piccole quantità).
LE
TECNICHE DA ADOTTARE
La scelta della tecnica da adottare non riguarda solo il tipo di
investimento che si può affrontare, ma anche il tipo di miele
da trattare: questa è una delle grosse difficoltà
che l'apicoltore deve superare. Ogni partita di miele può
avere delle leggere differenze di composizione che cambiano il rendimento
della tecnica: un sistema che ha dato dei buoni risultati con il
prodotto. di un'annata, può non essere altrettanto efficiente
sul prodotto dell'annata successiva. Il problema invece non sussiste
per chi opera su scala industriale, in quanto, attraverso opportune
miscele, si può mantenere una discreta costanza di composizione
del prodotto: di conseguenza, una volta messo a punto il sistema
di lavoro migliore, se le variabili non vengono cambiate, si otterranno
prodotti costanti. Altri problemi possono sorgere dal fatto che
quando si opera su piccola scala alcune variabili non sono completamente
controllabili (per esempio le temperature di cristallizzazione e
quelle di conservazione): in questo caso ottenere risultati costanti
è ovviamente ancora più difficile. La conoscenza precisa
di come ogni elemento (composizione, temperature, agitazione) contribuisce
a produrre un certo risultato è indispensabile per adattare
le tecniche alle proprie esigenze e ai propri prodotti: in ogni
caso sarà necessario un paziente lavoro di prove su scala
ridotta per costruirsi un sistema operativo ad hoc.
DIFFERENZE
TRA ITALIA E FRANCIA
Fatte queste considerazioni generali vediamo quali possono essere
le applicazioni di queste tecniche nel nostro paese. Le principali
differenze rispetto a quanto proposto derivano dalle differenze
climatiche tra l'Italia e la Francia. In Francia la quasi totalità
del territorio viene definita a clima oceanico o sub oceanico e
la fascia mediterranea è limitata alla striscia costiera
più meridionale del paese; in Italia almeno la metà
del territorio ha clima mediterraneo, con estate secca e calda e
inverno mite e umido. Questo ha alcune conseguenze importanti per
l'argomento che stiamo trattando. Da un lato i nostri mieli hanno
in media una umidità inferiore alle produzioni francesi:
i mieli con umidità superiore a 18 % sono relativamente rari,
mentre sono molto comuni i mieli con 16 % d'acqua o anche meno.
Per questo il consiglio di Gonnet di non destinare alle tecniche
di cristallizzazione guidata i mieli con umidità superiore
al 18,5 % appare superflua: le nostre consuetudini vogliono che
i mieli che superano, anche di poco, il 18% non vengano destinati
alla vendita normale, in quanto il rischio di fermentazione durante
la commercializzazione viene da noi stimato eccessivo. L'aiuto che
una cristallizzazione fine può dare alla stabilità
microbiologica del prodotto non è sufficiente per azzardarne
la commercializzazione su un normale circuito commerciale. Il problema
con il quale dobbiamo più spesso confrontarci non è
quindi tanto una cristallizzazione irregolare, incompleta e grossolana,
con tendenza alla separazione di fasi, come accade ai mieli troppo
umidi, per la quale la soluzione sta nella tecnica più semplice
tra quelle suggerite, cioè la sola inseminazione, quanto
quello dei mieli asciutti che tendono a cristallizzare spontaneamente
in maniera relativamente rapida e a produrre, nell'inverno, mieli
così duri che non è possibile prelevare senza piegare
il cucchiaino e che sviluppano affioramenti biancastri in superficie.
Su questi mieli l'inseminazione non risolve il problema, anzi semmai
lo aggrava e non deve quindi essere utilizzata da sola, ma accoppiata
a un sistema per ottenere la consistenza pastosa.
CONSEGUENZE
DEL BASSO CONTENUTO IN ACQUA DEI MIELI ITALIANI
La bassa umidità dei nostri mieli rende necessario qualche
piccolo cambiamento nelle temperature consigliate per la miscelazione
della semenza con il miele liquido, per il preriscaldamento del
miele cristallizzato da disaggregare con un sistema meccanico e
per l'invasettamento. Le temperature indicate sono motivate dalla
necessità di ridurre la viscosità in modo da poter
muovere (trasferire, miscelare, alimentare l'omogeneizzatore, disaggregare,
decantare, invasettare) il miele senza inglobare troppa aria, ma
senza iniziare un processo di fusione dei cristalli, che renderebbe
del tutto inutile i trattamenti effettuati. Nei mieli a bassa umidità
la maggiore viscosità e densità cristallina rendono
spesso necessario aumentare la temperatura di un paio di gradi,
senza tuttavia rischiare di fondere una quantità significativa
di cristalli. Si può indicare in 30°C il limite massimo
di, temperatura per queste operazioni o in 28°C la temperatura
del miele che alimenterà l'omogeneizzatore, visto che nel
passaggio nella macchina si ha sempre un innalzamento di temperatura
di 2-3 ulteriori gradi. Se gli apparecchi di cui si dispone sono
in grado di lavorare il prodotto a temperature inferiori, sarà
ovviamente meglio.
LE
TEMPERATURE AMBIENTALI OLTRE I 20°C CREANO PROBLEMI
Un altro gruppo di considerazioni ha ugualmente origine nella differenza
di clima. Quando Gonnet parla di temperatura ambiente si riferisce
a temperature di circa 20°C. In Italia, in molte regioni, molti
mesi all'anno sono caratterizzati da temperature leggermente o molto
superiori a questo valore. Questo ha delle implicazioni sia sui
processi di produzione che sulla stabilità del prodotto.
Nei processi di controllo della cristallizzazione ci sono dei momenti
in cui il prodotto va tenuto alla temperatura che più accelera
la cristallizzazione, quella più vicino possibile a 14°C
e comunque tra 10 e 20°C. In una situazione in cui la temperatura
ambiente normale non sia superiore a 20°C l'immagazzinamento
del miele dopo inseminazione o il raffreddamento di piccole quantità
di miele sottoposte alla tecnica di miscelazione discontinua, preceduta
o meno dalla inseminazione, può essere fatta senza particolari
accorgimenti nelle normali condizioni ambiente. Ma se la temperatura
ambiente è superiore a questo valore non ci si può
aspettare un buon risultato se non si dispone di un locale condizionato
o di un dispositivo di raffreddamento del miele in miscelazione.
L'INSTABILITÀ
DEI MIELI CREMOSI IN ESTATE
Ma uno dei problemi maggiori riguardanti la commercializzazione
dei prodotti resi cremosi con una qualsiasi delle tecniche proposte
è la loro instabilità al caldo. In estate una conservazione
a temperatura di 25°C o superiore è la norma, sia nei
magazzini del confezionatore, che durante il trasporto, che sul
punto vendita. In queste condizioni è scontata una separazione
di fasi, in quanto nei mieli cremosi i cristalli sono tenuti a galla
solo dalla viscosità della fase acquosa: se questa si riduce
per effetto dell'elevata temperatura, i cristalli vanno a fondo.
Nei mieli asciutti si evidenzierà solo un sottile strato
liquido superficiale e non una separazione evidente come avviene
nei mieli troppo acquosi, ma il difetto è, sul piano estetico,
ugualmente grave. Il problema non è risolvibile completamente
sul piano della tecnologia di preparazione del prodotto in quanto
le proprietà fisiche che danno spalmabilità al prodotto
durante l'inverno sono le stesse che lo rendono fragile al caldo:
lo stesso prodotto non può essere morbido d'inverno e stabile
d'estate. Con le tecniche di miscelazione discontinua è possibile
tuttavia ottenere prodotti con una consistenza intermedia, abbastanza
spalmabili d'inverno e un po' più resistenti al caldo, in
quanto la frazione di glucosio che cristallizza dopo l'arresto dell'agitazione,
dà consistenza e quindi stabilità al prodotto. Per
riprodurre ogni volta lo stesso risultato occorre tener sotto controllo
tutti i parametri importanti, soprattutto il grado di cristallizzazione
raggiunto nel momento in cui si arresta la miscelazione e si passa
all'invasettamento. Ottenere sempre gli stessi risultati con questo
metodo non è facile: se la composizione del prodotto non
può essere mantenuta costante, come si può fare solo
a livello industriale, occorrerà cambiare il tempo di miscelazione.
Il problema della stabilità estiva può essere altrimenti
risolto disponendo di magazzini refrigerati in cui conservare il
prodotto invasettato e nell'attuare un sistema di approvvigionamento
dei punti vendita molto rapido. In alternativa si deve sospendere
la vendita di questo tipo di prodotto con il sopraggiungere dei
primi caldi. Oppure si può prevedere di adottare tecniche
di invasettamento diverse a seconda della stagione: rendere cremoso
il miele durante l'autunno e l'inverno e lavorare con l'inseminazione
semplice in primavera e estate; anche in questo caso è però
indispensabile disporre di un locale refrigerato per far cristallizzare
il miele in un tempo ragionevole.
IDEE
PER IL PICCOLO PRODUTTORE
Vediamo infine alcuni esempi di applicazione delle tecniche: ribadiamo
che possono essere applicate anche su scala ridottissima, a livello
amatoriale, anche senza investimenti particolari. A questo livello
le temperature necessarie possono essere ottenute spostando i contenitori
con il miele in cantina, quando sia richiesta una temperatura fresca,
o riscaldando il locale con una stufetta o un termoventilatore quanto
siano necessari 25-30°C. Piccole quantità di miele possono
essere miscelate senza grossi problemi con una lunga spatola di
legno o con un trapano su cui sia montata un'elica adatta. A dimensioni
maggiori è necessario un investimento che è tanto
maggiore quanto maggiori sono le quantità di miele da trattare
e, soprattutto, a seconda delle garanzie di riuscita che si richiedono
al sistema.
I
MIELI A BASSO CONTENUTO DI GLUCOSIO...
Il parametro principale che può indirizzare la scelta deve
essere la composizione del miele. Nel caso di mieli a basso contenuto
di glucosio, come possono essere mieli a base di castagno, o di
castagno, tiglio e melate, come sono molti millefiori alpini, che
spontaneamente cristallizzano lentamente, dopo alcuni mesi, a grossi
cristalli, dando origine a prodotti molto disomogenei, parzialmente
cristallizzati e con tendenza alla separazione di fasi, la soluzione
può essere la commercializzazione allo stato liquido o la
cristallizzazione guidata semplice. Miele di questo tipo, anche
inseminato, difficilmente indurisce molto, mentre la tecnica di
omogeneizzazione rischia di dare un prodotto troppo fragile.
...
QUELLI AD ALTO CONTENUTO DI GLUCOSIO...
All'estremo opposto stanno i mieli ad elevato contenuto di glucosio
(girasole, colza, tarassaco) e a basso contenuto d'acqua che tendono
naturalmente a cristallizzare poco tempo dopo l'estrazione: in questo
caso l'innesco della cristallizzazione con l'inseminazione è
superfluo, in quanto durante l'estrazione si forma già un
sufficiente numero di cristalli primari di glucosio che rende la
cristallizzazione spontanea molto rapida. E' invece indispensabile
che la temperatura di cristallizzazione sia quella ideale (vicino
a 14°C), per ottenere cristalli fini; in caso contrario le dimensioni
dei cristalli più elevate, associate a una scarsa solubilità
degli stessi, daranno un prodotto poco gradevole. In questo caso
si potrebbe consigliare di porre il miele dopo filtrazione e decantazione
in locali freschi: in questo modo la cristallizzazione si svilupperà
in modo fine e compatto. Successivamente, se necessario, si potrà
procedere a un sistema di decompattazione della cristallizzazione,
previo leggero riscaldamento a 25-30°C e un energico impastamento
manuale o con uno degli apparecchi descritti (omogeneizzatore, Finomel
o Hélimel). In questi mieli e anche in quelli che hanno un
contenuto normale di glucosio ma un'umidità molto bassa,
come per esempio il miele di eucalipto, la tendenza a indurire è
notevole e solo queste tecniche danno buone garanzie di riuscita,
a condizione che non vengano sciolti cristalli durante le fasi di
disaggregazione della struttura. Le tecniche di miscelazione discontinua
possono fallire in quanto in questi mieli molto densi è facile
che la frazione residua di glucosio che cristallizza dopo invasettamento
sia sufficiente a far indurire troppo il prodotto.
...E
TUTTI GLI ALTRI
Per tutti gli altri mieli, quelli che hanno un contenuto intermedio
di glucosio, occorre utilizzare un sistema completo (inseminazione,
miscelazione prolungata a freddo, invasettamento oppure inseminazione,
immagazinamento al fresco, disaggregazione della struttura cristallina
a freddo, invasettamento). Le due sequenze sono simili dal punto
di vista dei rendimenti, fatto salvo il fatto che nel primo sistema
occorre sorvegliare il procedere della cristallizzazione durante
l'agitazione a freddo e passare all'invasettamento solo quando la
cristallizzazione si è pressoché completata: il tempo
può essere molto variabile (a seconda della quantità
di semenza, del tipo di miele, della temperatura, del tipo di agitazione..),
ma è sempre di molte ore o di alcuni giorni. Se l'invasettamento
viene fatto troppo presto il prodotto indurirà troppo. Nel
secondo sistema non occorre variare il processo a seconda del tipo
di miele e il rendimento è più costante: il prodotto
che si ottiene è sicuramente il più cremoso durante
l'inverno ma anche il più fragile dal punto di vista della
conservazione al caldo. In tutte le situazioni descritte, nel caso
il miele di partenza si trovasse già allo stato cristallizzato
occorre rifonderlo completamente per rìcostituire i cristalli
nella struttura desiderata: solo quando ci si trovi di fronte a
un prodotto già cristallizzato a grana fine, che non sia
necessario rifondere per altri motivi (eliminazione delle impurezze)
e possibile attuare direttamente una omogeneizzazione o una disgregazione
della struttura cristallina.
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