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L'AMARO CASO DELLE API SENZA UN GOCCIO DI MIELE

C'è in Italia una comunità cinquanta volte più popolosa della Cina che è in subbuglio. Anzi peggio: in ginocchio.
Regine o operaie, le differenze di "status" non contano: per le api l'ora è grave. Negli alveari di tutto il paese si muore, e la produzione di miele, è proprio il caso di dirlo, si sta sciogliendo su se stessa.
"Lo spettacolo è desolante: tappeti di api morte e famiglie decimate", riferiva lo scorso giugno un'inchiesta sul campo fatta in Veneto e Piemonte. Secondo le cifre fornite dalle associazioni di apicoltori, il 2002 rischia di chiudersi con un calo produttivo del 70 per cento, il che significa tremila tonnellate di miele contro le diecimila di un'annata normale. "Un annus horribilis", conferma Francesco Panella, presidente dell'Unaapi, l'Unione nazionale delle associazioni apicoltori italiani. "Abbiamo parlato con gli anziani, famiglie di apicoltori da tante generazioni e tutti concordano: a memoria d'uomo non si è mai registrata in Italia una crisi così grave. Certo, in passato ci sono stati episodi analoghi di moria delle api e caduta della produzione di miele. Ma erano fatti isolati mentre oggi l'emergenza coinvolge tutto il paese, da nord a sud". È allarme soprattutto al centro: in Toscana, Umbria, Abruzzo la produzione è ai minimi storici.
Che succede? Quale flagello sta mettendo in pericolo una sostanza che dai tempi dei tempi è considerata paradisiaca, tanto che nell'Antico Testamento la Terra Promessa è descritta come il "paese dove scorre il latte e il miele"? Quel "cibo degli dei" che gli egizi riproponevano nelle tombe dei Faraoni, del quale Pitagora si dice fosse goloso e che la mitica Cleopatra pare usasse come cosmetico? Quale killer si aggira tra gli sciami, tra i circa 55 miliardi di api in Italia? La strage resta ancora in larga misura un giallo. Ma, nei panni dei detective, gli apicoltori qualche idea se la sono fatta. Tra i principali sospetti ci sono i cambiamenti climatici, eh sì, ancora loro.
Stando agli esperti l'andamento meteorologico particolarmente scompaginato, il troppo caldo e il troppo freddo hanno impedito la "bottinatura", vale a dire la raccolta del nettare da parte delle api e la fabbricazione di miele. La responsabilità degli scompensi climatici è del resto ulteriormente avvalorata dal fatto che la produzione di miele è in netta flessione non solo in Italia ma in tutto il mondo.
Come ovvio, calando le riserve aumenta proporzionalmente il prezzo della sostanza. Chi la mattina non si fa mai mancare un vasetto di miele sulla tavola della colazione sarà forse costretto a farsi i conti in tasca, se è vero che nel mercato mondiale si assiste a rincari che vanno dal 30 al 100 per cento. Bel guaio. Specie per anni come questi, che hanno visto una vera e propria renaissance del miele, che i medici consigliano di alternate o sostituire allo zucchero come dolcificante:
ha meno calorie (320 in 100 grammi - chi è a dieta, quindi, deve andarci piano), è più digeribile e possiede proprietà anti-tossiche e anti-batteriche preziose per l'organismo.
A malmenare l'apicoltura in Italia (un settore che dà lavoro a 50mila persone e che, indotto compreso, vale economicamente circa 60 milioni di euro all'anno) non ci sarebbero però soltanto i capricci del clima.
Gli operatori denunciano da tempo gli effetti devastanti di sostanze tossiche utilizzate dagli agricoltori per combattere alcune malattie delle piante: trattamenti come quelli messi in campo contro la flavescenza dorata che attacca la vite, senza dimenticare il "Gaucho", l'insetticida per le sementi di girasole, di recente duramente contestato dagli apicoltori francesi. Insomma: stiamo andando verso lo scontro aperto tra agricoltori e apicoltori? No, rassicurano questi ultimi: la soluzione sarebbe l'uso di "medicine" per le coltivazioni che non mettano in pericolo la vita negli alveari.
Ma per fermare l'"apicidio" e individuarne le vere cause si chiedono soprattutto interventi di approfondimento e ricerca del ministero delle Politiche agricole. "Non si tratta solo di difendere gli interessi del settore", dice Francesco Panella. "Le api sono una specie particolarmente fragile e sensibile agli squilibri ambientali. Rappresentano, in questo senso, un autentico "sismografo" degli scompensi che colpiscono l'intero ecosistema".
Un quadro più preciso della crisi si avrà dopo la "settimana del miele" di Montalcino, la convention annuale degli operatori che si terrà nella località toscana vicino a Siena, da venerdì prossimo. Intanto molto del lavoro di api e apicoltori va in fumo. E che lavoro: per produrre un chilo di miele un'ape deve effettuare circa mezzo milione di voli tra pianta ed alveare.
La maggior parte del nettare prelevato e trasformato in miele resta in casa come scorta alimentare: l'alveare ne consuma tra i 220 e 250 chili. L'allevatore ne prende circa il dieci per cento.
Ma la domanda è: in tempi di allarmi ambientali e di scandali alimentari dobbiamo temere di essere traditi anche dal miele? La risposta degli esperti stavolta è categorica e rassicurante. L'"apicidio" non comporta il rischio di intossicazione per il miele: le api muoiono prima di fabbricarlo.

Di Marco Cicala
Da Il "Venerdì di Repubblica" 30 agosto 2002


ultima modifica:7 Settembre, 2002 -