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(a
cura di
Lucia Piana)
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Diversamente
da quanto accade per altri tipi di imenotteri che costruiscono i loro
nidi con materiali raccolti in natura (per esempio, sostanze cellulosiche
o fango), le api provvedono loro stesse a produrre la cera con la
quale edificano le strutture interne dell'alveare, i favi.
La cera viene prodotta da ghiandole ciripare localizzate nella pane
ventrale dell'addome delle api operaie. Appena secreta si presenta
sotto forma di minuscole scagliette incolori. Le operaie costruttrici
provvedono a plasmare con le mandibole il materiale per arrivare alla
forma voluta. Il lavoro di costruzione dei favi è regolato
da meccanismi complessi, lo studio dei quali è oltremodo interessante.
In termini di economia metabolica la secrezione di cera è un
processo dispendioso: per ogni grammo di cera prodotto ne sono consumati
7-10 di miele.
La cera è un materiale dalle caratteristiche ideali per l'uso
che deve fare: è solida ma diventa malleabile e plasmabile
a temperatura attorno a 35°C (per poi fondere completamente a
62-65°C).
E' una sostanza chimicamente stabile, resiste all'idrolisi e all'ossidazione
e non si scioglie in acqua. Resiste agli acidi e agli enzimi digestivi
della quasi totalità degli animali (escluse le larve delle
tarme della cera e alcuni uccelli). Dal punto di vista chimico è
costituita da una miscela complessa di idrocarburi, esteri e acidi
grassi. Per completare la sua descrizione dal punto di vista chimico-fisico,
si può dire che non si scioglie in alcol a freddo, ma lo fa
in alcol bollente e in solventi quali cloroformio, solfuro di carbonio,
essenza di trementina e benzolo.
Quando è fusa si miscela con le sostanze grasse. Può
essere saponificata ed è quindi possibile eliminare le incrostazioni
di cera con soda caustica bollente. Ha un peso specifico inferiore
all'acqua e per questo vi galleggia sopra.
Fin dai tempi più remoti la raccolta di miele è stata
accompagnata da un'analoga raccolta di cera. Per migliaia di anni
la cera d'api è stato l'unico materiale del suo genere disponibile
ed è stata per questo utilizzata in centinaia di modi diversi.
La tecnica moderna, offrendo sostanze con analoghe caratteristiche
e simili possibilità d'impiego, ha oggi ristretto enormemente
l'uso della cera d'api, limitandolo ai soli casi in cui è veramente
insostituibile. Ancora oggi presso le culture che adottano sistemi
di apicoltura tradizionale o semi-razionale l'estrazione di miele,
per pressatura o fusione dei favi, dà, come sottoprodotto,
una discreta quantità di cera. In alcune situazioni questa
viene utilizzata in loco per gli usi tradizionali; in altre viene
indirizzata all'esportazione verso paesi industrializzati. Nel nostro
sistema di apicoltura la produzione di cera, quale sottoprodotto,
seppur di valore, dell'estrazione di miele, riguarda gli opercoli
che vengono tagliati via dai favi di miele prima di procedere all'estrazione
con lo smelatore centrifugo. Questo tipo di produzione è stimata
attorno all'1-1,5% del peso del miele prodotto, cioè 1-1,5
kg di cera per ogni quintale di miele. Un altro mezzo chilo per alveare
può essere ottenuto dal recupero della cera contenuta nei favi
che vengono periodicamente rinnovati. Sia nel caso della cera d'opercolo
che in quello del recupero dei vecchi favi è necessario un
processo di estrazione che permetta la separazione della cera dal
miele o dal resto delle sostanze che compongono il favo (bozzoli e
residui dell'allevamento delle larve). Questi processi si basano sulla
fusione della cera a caldo e sulla sua immiscibilità con l'acqua.
Uno dei sistemi più razionali e usati nei climi caldi è
la sceratrice solare, una cassa vetrata nella quale la cera fonde,
per azione del riscaldamento solare, e cola in una vaschetta, dove
si stratifica sui residui più densi (miele). Esistono attrezzature
appositamente costruite per la fusione ed estrazione della cera (caldaie
a vapore); molti apicoltori utilizzano invece materiale non specifico,
che però risponde ugualmente bene all'uso.
Le tecniche adottate devono tener conto di alcuni particolari, fondamentali
per la buona qualità del materiale estratto. La cera non va
mai fusa su fuoco diretto: oltre al rischio di incendio, l'elevata
temperatura che si sviluppa ne determina un irreparabile danneggiamento.
Con un sistema di bagnomana o aggiungendo acqua nello stesso recipiente
m cui si fonde la cera, il calore della fiamma viene assorbito e riceduto
m modo graduale. I recipienti non devono essere di ferro, rame o zinco
in quanto reagirebbero negativamente con la cera fusa. L'acqua che
entra in contatto con la cera deve essere il più possibile
priva di sali per evitare la saponificazione. Il raffreddamento deve
avvenire nel modo più lento possibile, per dar tempo alla cera
di decantare e separarsi completamente dalle impurità.
La quasi totalità della cera cosi prodotta dagli apicoltori
italiani finisce nuovamente negli alveari sotto forma di fogli cerei.
La qualità del foglio cereo è un particolare importante
per la produttività dell'alveare: come primo requisito deve
essere di pura cera d'api.
Cera d'api d'importazione copre le richieste nel campo cosmetico,
farmaceutico e dei lucidi per mobili, pavimenti e pellami. Soprattutto
in campo cosmetico e dermatologico l'impiego della cera d'api è
largamente diffuso. Basti pensare al "cerato di Galeno",
un'antichissima formula di pomata protettiva per la pelle a base di
cera d'api e acqua di rose, ancora oggi riportata in farmacopee internazionali.
Il largo uso nei settori sopra menzionati va collegato alla capacità
che la cera d'api ha di formare un film protettivo ma non occlusivo
sulla superficie della pelle, oltre che alle sue doti di alta stabilità. |
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ultima modifica:
31 Luglio, 2010
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