|
|
J'accuse:
Ponzio Pilato abita in Europa
OGM e agricoltura biologica possono coesistere?
Tecnicamente no.
La Ue ritiene di si, ma non dice come, e gira la palla ai singoli
stati membri.
La questione degli organismi geneticamente modificati, in sigla OGM,
può venire considerata esemplare sull'impotenza e sull'ipocrisia
dell'Unione Europea, dimostrando quanto possa l'influenza americana
e, al seguito, quella delle multinazionali, nella fattispecie delle
biotecnologie. Mi sembra necessario che la gente sappia come stanno
andando veramente le cose, perché quello che bolle in pentola
avrà delle gravi ripercussioni sul futuro di noi tutti. Cominciamo
dal principio: le multinazionali più importanti del pianeta,
americane soprattutto, ma non solo, da circa due decenni si sono incamminate,
con l'ausilio di una gran parte dei ricercatori universitari da loro
finanziati, sulla strada della cosiddetta ingegneria genetica, creando
in laboratorio degli organismi, piante nel nostro caso, con patrimoni
genetici modificati, da smerciare dopo averli giudiziosamente brevettati.
Delle varietà di colza, di soia, di mais, resistenti agli erbicidi,
e nel caso del mais, con in più una tossina di origine batterica
incorporata nelle cellule per uccidere le larve della piralide, il
principale insetto infestante della coltura, sono state via via ottenute
in laboratorio, e coltivate in campo in diversi paesi, Stati Uniti,
Canada, Argentina, Cina, su notevoli estensioni. Fin dai primordi
queste varietà ingenierizzate hanno destato delle preoccupazioni
di diversa natura: sarebbero diventate infestanti?Avrebbero diffuso
in giro dei geni di resistenza agli erbicidi nelle piante spontanee,
e agli antibiotici, posti a tutela della salute degli uomini e degli
animali? Avrebbero promosso delle allergie o delle patologie più
gravi nel consumatore? E per finire: era possibile che le piante modificate
geneticamente, attraverso lo scambio di polline portato in giro dal
vento o dalle api, contaminassero, dando il via a una vera Chernobyl
dei geni, le colture tradizionali, e in particolare quelle degli agricoltori
biologici? Nel 1998, qui ha inizio tutta la peripezia, la Commissione
interpella alcuni scienziati per sapere se questa eventualità
sia possibile, e questi, con una incredibile leggerezza, affermano
di no. Evidentemente i brevetti e le royalty non danno buoni consigli.
In forza di questo giudizio, la UE decide che le piante transgeniche
possano venire coltivate in pieno campo. Ma no, quasi immediatamente
dopo, si scopre che la contaminazione da OGM di piante tradizionali,
si verifica, eccome! Di conseguenza, nel 1999, si sancisce una moratoria,
che vieta quanto prima consentito, e tale moratoria è ora messa
in discussione. Senza che, ecco il primo paradosso, nulla sia cambiato,
la possibilità di contaminazione paventata è restata
sempre possibile, e dunque…Ma qui è cominciato il machiavello:
il 75% degli europei non vogliono servirsi in tavola degli alimenti
di origine transgenica, malgrado che le multinazionali, e gli scienziati
al loro servizio, difendano in modo strenuo l'idea che i prodotti
OGM debbano essere considerati equivalenti a quelli delle piante tradizionali.
Dal canto suo, la UE decide di tener conto della esigenza di trasparenza
dei consumatori, bocciando il principio di equivalenza, ed esigendo
che gli alimenti transgenici, oppure quelli con un tasso di geni modificati
superiore all' 1%, vengano contrassegnati da una etichetta. Si opina,
da diverse parti interessate a vanificare il procedimento, e non è
difficile immaginare di chi si tratta, che degli alimenti, come l'olio,
se non contengono più del DNA sfuggono alla possibilità
di un controllo analitico. Per cui, l'etichetta sarebbe una palese
assurdità. Ma diventa subito chiaro come la difficoltà
sia superata dal fatto che l'etichettatura di un prodotto deve essere
accompagnata dalla tracciabilità. In altre parole, se è
necessario indicare tutti i passaggi di filiera, si può' sempre
risalire alle origini, e chiarire se la coltura di base era o non
era transgenica. Quindi, la tracciabilità convalida l'etichettatura,
e ne fa da garante nel caso in cui il controllo sul prodotto finale
non sia possibile. Però, questo è il punto cruciale,
se i prodotti transgenici devono essere tracciati ed etichettati,
perché continuare a proibire la loro coltivazione in pieno
campo e la loro comparsa sui mercati? Dal momento che i consumatori
hanno la possibiltà di scegliere, perché proscriverli?
Il quesito sembra logico, ma soltanto se ci si dimentica del problema
che aveva consigliato agli inizi l'istituzione di quella moratoria,
che ora si pensa di abolire. Dopo aver sancito, secondo paradosso,
il principio di non-equivalenza tra prodotti transgenici e no, in
forza della tracciabilità e dell'etichettatura, si formula
ora il principio di coesistenza, tra agricoltura OGM e agricoltura
tradizionale e biologica. Per l'agricoltura tradizionale, almeno in
teoria, tale coesistenza potrebbe essere percorribile, sarebbe sufficiente
restare sotto la soglia prescritta di contaminazione, ma se, nel caso
dell'agricoltura biologica la soglia non può essere che zero,
il problema diventa insormontabile. Perché, e tutti gli scienziati
lo confermano, non c'è modo di assicurare alle colture biologiche
di non ricevere dei geni OGM soprattutto se le piante transgeniche
vengono coltivate su grandi estensioni. Ed è a questo punto
che la UE fa ricorso alla soluzione di Ponzio Pilato e si fa portare
il bacile per lavarsi le mani. Le due agricolture, si afferma, devono
coesistere, però è compito di ogni paese decidere come.
Ahimè, gli OGM, introdotti in pieno campo, spazzeranno via
l'agricoltura biologica, però la UE, perfettamente consapevole
di questa circostanza, si comporta come chi è cieco perché
non vuol vedere, passa ipocritamente la responsabilità dell'estinzione
ai governi dei paesi membri. Insomma, assegna agli altri un compito
impossibile. Ponzio Pilato, sulla piazza di Gerusalemme, non si è
comportato diversamente. Ma vediamo che cosa nel nostro paese si sta
congetturando di fare: il Ministero delle risorse agricole e forestali,
nel tentativo di ottenere la quadratura del cerchio, salvando capre
e cavoli, sarebbe intenzionato, per quanto ne so, di dar vita a degli
estesi compartimenti territoriali coltivati a OGM, isolati da altri,
ad agricoltura biologica. Si tratta di una ipotesi praticabile? Si
consideri che le api possono andare a raccogliere il polline fino
a più di dieci km di distanza, ragion per cui lo spazio di
rispetto tra i suddetti compartimenti a diversa gestione agricola,
dovrebbe essere davvero considerevole, e ci chiediamo se la strategia
sia realistica. Ancora: se per il mais si potrebbe avere qualche speranza
di successo, dato che la specie è di origine americana e non
ha da noi delle piante spontanee impollinabili, per la colza, che
può ibridarsi con numerose specie selvatiche, sarà possibile
creare un isolamento efficiente fra campi OGM e biologici? Bisognerebbe,
in barba alla conservazione della biodiversità, distruggere
tutte le piante selvatiche abilitate a fungere da ponte biologico
alla diffusione dei geni modificati! Se ne conclude che il principio
di coesistenza è fasullo e che la sospensione della moratoria
decreta la fine dell'agricoltura biologica. Contro quello che l'UE
ha sempre affermato di promuovere: una agricoltura che conciliasse
l'ecologia e l'economia, la conservazione e la produzione, optando
non più per la quantità ma per la qualità, tutelando
i prodotti tipici e la sicurezza alimentare dei consumatori, tutte
cose che l'agricoltura biologica è in grado di garantire. E
poi, a che pro? Le multinazionali delle biotecnologie non hanno mantenuto
nessuna delle loro promesse: le varietà di colza tradizionali,
per esempio, producono quanto la colza transgenica, se non di più,
l'uso della chimica, che con gli OGM avrebbe dovuto diminuire, sta
invece crescendo ovunque sulle piante resistenti agli erbicidi, il
mais Bt si è rivelato più volte incapace di controllare
le infestazioni della piralide, che per altro, ultimo paradosso, non
richiede quasi mai degli interventi chimici. Infine: le colture OGM
sono veramente economiche? Mi risulta che l'agricoltura biologica,
legata alla tipicità dei prodotti e alla conservazione del
territorio, sia in crescita nel mondo, soprattutto da noi, e che la
sua reddittività sia fuori discussione. Vogliamo, per compiacere
le multinazionali delle biotecnologie, barattare l'agricoltura biologica
con un piatto di lenticchie?
Giorgio Celli
(Da L'Apis n.8 - 2003)
31 Luglio, 2010
-
|
|