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Breve
storia delle conoscenze delle api fino al 1800
(A short history of knowledge about honey bees (Apis) up to 1800
by Eva Crane - Bee World marzo 2004).
- ANTICO EGITTO
-
Dal 3100 a.c., il profilo dell'ape operaia venne utilizzato nei
geroglifici come simbolo topografico dell'Antico Egitto. I primi
disegni ritrovati mostrano un insetto con quattro zampe e due ali
mentre la testa, il torace e le bande sull'addome sono rimarcate,
così come le antenne. Sono state trovate raffigurazioni di
alveari risalenti al 2400 a.c. Di quel periodo sono quattro le rappresentazioni
con tale soggetto; una di queste mostra come si usasse l'affumicatore
per tranquillizzare le api.
Inoltre, poiché i favi estratti dagli alveari sono di forma
tondeggiante, l'apicoltore doveva sapere come posizionare la famiglia
d'api in modo da ottenere favi perpendicolari all'arnia cilindrica,
messa orizzontale. L'apicoltore, probabilmente, aveva già
capito che le api costruiscono i loro favi con una distanza tra
gli stessi costante.
Anche se non vi sono scritture sulle api e l'apicoltura, le rappresentazioni
grafiche suggeriscono che la tecnica apistica raggiunse livelli
più alti che in ogni altro posto, nello stesso periodo (2400
- 1400 a.c.).
Ancora oggi l'apicoltura tradizionale nell'Alto Egitto è
rimasta simile a quanto descritto ed un metodo similare d'allevamento
è in uso, ai giorni nostri, anche sulle coste del Nord Africa.
- GRECIA
ANTICA -
In tale epoca si riteneva che ogni colonia contenesse un'ape più
grande, che veniva considerata il leader o il re e che si pensava
fosse di sesso maschile (come, d'altronde, la maggior parte dei
leader). I primi testi greci elogiavano quest'ape più grande
per la sua abilità di leadership e per la sua saggezza fuori
dal comune.
Alcuni testi enumeravano e celebravano le caratteristiche femminili,
altre quelle maschili delle api. In tutti i casi le api erano considerate
come sottomesse al loro leader, da cui non volevano e non potevano
separarsi.
Le descrizioni ritrovate, in ogni caso, contengono una interessante
quantità d'affermazioni importanti: si spiegano le caratteristiche
del comportamento d'Apis mellifera abbastanza correttamente, anche
se mancavano sulle api alcune basilari cognizioni biologiche e fisiologiche.
Il Libro IX della Historia animalium, parlando delle api, dice che:
le api visitano i fiori, ma solo un tipo per ogni viaggio.
Le api raccolgono propoli, "lacrime" o linfa essudata
dagli alberi. La usano per restringere l'entrata degli alveari quando
è troppo ampia.
Le api trasportano acqua. Le api liberano i loro escreti in volo.
Quando i fuchi volano in alto nell'aria compiono ampi giri circolari.
A proposito degli sciami, il libro dice che quando uno di essi si
perde, ritorna indietro per la sua strada e, aiutandosi con l'olfatto,
ritrova il suo leader.
Sulle colonie lo stesso libro dice che:
c'è una divisione del lavoro nell'alveare: alcune api fanno
cera, altre miele, altre polline (pane per le api), altre modellano
i favi.
Le api stoccano, oltre al miele, un altro cibo, chiamato pane delle
api, che esse trasportano sulle loro zampe.
Quando si è in piena fioritura, esse costruiscono cera.
Quando si usa il fumo, esse divorano il miele più voracemente.
Le api costruiscono celle per il re solo quando c'è molta
covata.
Le api che muoiono vengono rimosse dall'alveare.
Quando il miele scarseggia, le api espellono i fuchi.
Nel 100 a.c., Zenodoro di Sicilia dimostrò che, delle tre
figure regolari che riempiono completamente un'area, l'esagono ha
la maggiore area.
Nel Periodo Ellenistico (323 - 31 a.c.) era diffuso e prevalente
poi il concetto di "bugonia" (nato da un bue). Tale idea,
presumibilmente, traeva la sua origine dalla cultura e conoscenze
della civiltà egizia. Per produrre uno sciame d'api, un bue
doveva essere ucciso senza romperne la pelle e il corpo dell'animale
doveva essere avvolto con delle erbe e chiuso in una speciale costruzione
per nove giorni, trascorsi i quali sarebbe apparso uno sciame d'api.
L'idea probabilmente nacque dalla confusione tra le api e i maschi
d'Eristalis tenax e tra le larve d'api e quelle della Calliphora
spp.
- ANTICA ROMA -
I molti scritti ritrovati contengono svariate affermazioni simili
a quelli dei testi greci, che supportano la tesi che i Greci furono
la fonte delle conoscenze dei Romani sulle api. Gli autori romani
scrissero molto sulle api e sull'apicoltura, di essi ricordiamo
solo i riferimenti bibliografici:
Varro (116 - 27 a.c.) Res rusticae, Libro III, 16.1-38.
Virgilio (70 - 19 a.c.) Georgiche, Libro IV.
Columella (60 d.c.) De re rustica, Libro IX, 2-16.
Plinio il Giovane (23 - 79 d.c.) Naturalis historia, Libro XI, 4-16;
XXI, 43-49, e altro.
Eliano (morto nel 220 d.c.) De natura animalium.
Palladio (300 d.c.) Opus agricolturae.
- CONOSCENZE
SULLE API FINO AL 1500 -
Un certo numero di scritti sulle api, frutto di civiltà mediterranee,
sono andati persi, ma molti sono stati tradotti e preservati dagli
Arabi che vissero in Spagna durante il periodo dell'invasione musulmana
nel 711 fino alla loro espulsione nel 1492. Particolarmente importanti
alcuni scrittori che vissero tra il 900 ed il 1100, i quali preservarono
le conoscenze sulle api ed aggiunsero nuovi saperi. Avicenna (nato
vicino a Bokhara in Uzbekhistan nel 980 e morto in Persia nel 1037)
sapeva che i "re" vengono allevati in celle particolarmente
grandi.
Ibn-al-Awam (Siviglia) dedusse che le api più piccole all'interno
dell'alveare sono femmine e che hanno il pungiglione. Le api più
grandi sono maschi e non partecipano alla produzione di miele. I
"re" sono grandi circa due volte le femmine. Egli era
consapevole inoltre che per l'apicoltore era più vantaggioso
avere solo pochi "re" per ogni alveare.
Molti scritti greci furono tradotti in arabo; da questi si tradusse
in latino ed i testi furono così diffusi largamente in Europa.
- NUOVE CONOSCENZE SULLE API TRA
IL 1500 E IL 1630 -
Dal 1459 in avanti in Europa furono stampati i libri. Nel 1513,
Gabriele Alonso de Herrera, in Spagna, pubblicò una compilazione
di scritti sull'agricoltura, opera di autori precedenti, e il V°
volume di quest'opera è dedicato alle api. Esso riporta quanto
scritto dagli autori greci e romani. Nel 1586, un libro scritto
da Luiz Méndez de Torres, in Spagna, contiene alcune affermazioni
di particolare interesse: "… l'ape. Che viene chiamata maessa
o maestra, senza accoppiarsi* e senza il dolore del parto, produce
un seme da cui si generano tre tipi di api - maestras, fuchi e api
ordinarie- a seconda delle celle diverse in cui viene posto il seme…".
(* ovviamente l'affermazione non è corretta). Nel frattempo,
nel 1568 in Slesia, Nickel Jacob pubblicò un libro sull'apicoltura
che includeva due nuove e significative osservazioni:
1. Una colonia con covata o con uova di operaia giovane (anche aggiunta)
può allevare un nuovo Weisel (nome maschile per indicare
il leader della colonia).
2. Quando un alveare viene posto in un luogo nuovo, le api imparano
la loro localizzazione facendo dei voli nei dintorni.
Seguirono importanti scoperte in Italia, con l'invenzione del microscopio
dovuta a Galileo (1564 - 1642); ma già prima di allora, Giovanni
Rucellai (1475 - 1525) scrisse un poema, Le api - non pubblicato
fino al 1539 - che descriveva ciò che egli aveva visto della
morfologia esterna della api, utilizzando uno specchio concavo,
compresa la proboscide e le ali. Rucellai parlava inoltre del leader
come del re e mai come della regina.
Galileo fu membro di una società scientifica di Roma, piccola
ma attiva, l'Accademia dei Lincei. Nel 1624 egli diede un microscopio
al principe Federico Cesi, fondatore dell'accademia, che lo usò
per disegnare le api su una stampa da presentare al Papa; la api
furono i primi insetti ad essere dipinti come visti al microscopio.
Il principe Cesi, inoltre, cominciò a pubblicare i suoi grandi
disegni per produrre un testo sulle api, Apiarium, che era catalogato
con un indice che poteva essere consultato. Egli intervenne sul
testo, mise ogni affermazione su una pagina di note diversa e scrisse
note addizionali ai margini e morì, purtroppo, prima di aver
terminato l'opera. Il suo lavoro può ancora oggi essere ammirato
all'Accademia di Roma.
(Da
L'Apis n.5 - 2004)
11 Settembre, 2010
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