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ANTIBIOTICI
E SULFAMIDICI IN APICOLTURA
La linea rigorosa
e preveggente dell'Istituto di Apicoltura di Torino
Molti manuali diffusi a livello
nazionale, così come molti conferenzieri, hanno
spesso strizzato un occhio agli apicoltori sull'uso
degli antibiotici, magari facendo le dovute premesse,
ma al tempo stesso divulgando le dosi da utilizzare.
Non è il caso dell'Istituto di Apicoltura dell'Università
di Torino. Pur garantendo la continuità della
rivista "L'Apicoltore Moderno", in precedenza
diretta da Don Angeleri, che aveva simpatizzato per
il sulfatiazolo, i ricercatori torinesi si posero
in discontinuità col loro predecessore su questo
tema. Se rileggiamo alcuni dei loro interventi nel
corso del tempo, possiamo apprezzare vari elementi
che li rendono attuali, in particolare l'osservazione
sulla necessità di dosaggi sempre più
alti.
1976: "Le avversità
dell'alveare dovute a nemici e a malattie sono numerose,
ma soltanto la peste americana continua ad essere
temibile dovunque. Questa specifica malattia della
covata fa sciupare fiumi di parole e di denaro. Le
resistentissime spore del suo agente patogeno (Bacillus
Larvae) costituiranno una minaccia costante per l'apicoltura
finchè si tenterà di contrastarle con
farmaci: sulfamidici, antibiotici, ecc. Anche altri
mezzi di lotta, magari efficacissimi dai punti di
vista teorico e sperimentale, in pratica sono destinati
a fallire se non si considera che il rimedio definitivo
contro la peste americana può avvenire soltanto
con la soppressione di tutti i focolai di B.Larvae
presenti negli areali apicoli da risanare.
Distruzione di tutto il materiale avicolo infetto
(cioè ospitante le tremende spore) e successiva
conduzione dell'alveare soltanto da parte di apicoltori
degni di tale qualifica dovrebbero consentire di eliminare
rapidamente e per sempre la peste americana da tutti
gli areali apicoli ancora coinvolti. Per realizzare
questa conquista, teoricamente molto meno impegnativa
di quella che ha portato alla eliminazione della malaria
in Italia, è però necessario adottare
provvedimenti impopolari. Non si tratta soltanto di
sopprimere materiale avicolo infetto, arnie comprese,
dato il pubblico pericolo per l'apicoltura costituito
dalle persistenti spore (capaci di germinare perfino
dopo essere rimaste quiescenti per decenni in alveari
abbandonati);occorre anche avere il coraggio di dire
con chiarezza che l'apicoltore responsabile della
diffusione della peste dev'essere messo in condizioni
di non nuocere ulteriormente all'apicoltura".
Carlo Vidano, L'apicoltore
moderno 67
1980: "(I farmaci ),quando
vengono impiegati a scopo terapeutico in alveari ammalati,
eliminano solamente i sintomi della malattia, ma non
sono in grado di sradicarla; se invece sono utilizzati
a scopo preventivo in alveari sani, è indispensabile
mantenere all'interno degli alveari, per tutto il
periodo in cui è presente covata, un livello
di principio attivo sufficiente a non consentire la
germinazione delle spore: in queste condizioni, la
continua presenza di farmaci all'interno dell'alveare
conduce alla contaminazione, più o meno forte,
del miele (campioni di miele contenenti residui di
sulfatiazolo o di antibiotici sono stati a più
riprese individuati tanto all'estero quanto in Italia)
e allo sviluppo di ceppi di B.Larvae resistenti al
trattamento, per controllare i quali sono necessarie
dosi sempre crescenti di medicamenti. La dose consigliata
per il trattamento mediante sulfatiazolo era infatti,
verso il1950, di0,5 g/l di sciroppozuccherino al 50%,
mentre oggi è di 3 g/l e non è infrequente
l'impiego di quantitativi ancora superiori".
Aulo Manino e Augusto
Patetta, L'apicoltore moderno 71
1983: "Purtroppo
i metodi di cura delle malattie dell'alveare non progredirono
con la stessa rapidità delle conoscenze biologiche.
L'applicazione delle moderne tecniche apicole, spesso
collegate a precise norme di igiene dell'alveare,
consentì comunque di limitare gli effetti negativi
della maggior parte dei fenomeni patologici. Gli apicoltori
continuarono però ad essere quasi indifesi
nei confronti delle malattie più gravi ed in
particolare nei confronti della peste americana. Una
nuova era sembrò iniziare con la dimostrazione
dell'efficacia verso B. Larvae del sulfatiazolo sodico
(Haseman e Childers, 1944) e dell'ossitetraciclina
(Gochnaner, 1951).Il mondo avicolo accolse con entusiasmo
questi nuovi medicamenti e rapidamente si diffuse
l'abitudine di somministrarli a tutti gli alveari
con le nutrizioni autunnali e primaverili per prevenire
l'agente della malattia.
Oggi,dopo quasi quaranta anni di impiego spesso smodato
di sulfamidici e antibiotici, si deve purtroppo constatare
che la peste americana non è stata affatto
debellata e che, al contrario, essa è presente
in molti areali con incidenze superiori a quelle di
un tempo. Le ragioni di questo fallimento sono sovente
attribuite alla comparsa di ceppi resistenti del batterio,
ma devono essere ricercate soprattutto nelle modalità
di azione di questi chemioterapici. Si tratta, infatti,
di batteriostatici e non di battericidi: essi cioè
bloccano lo sviluppo di B. Larvae, ma non ne uccidono
le spore. Gli apicoltori, che utilizzano la tecnica
della cura preventiva, trasformano i loro alveari
in "portatori sani" della malattia. In essi
infatti, sebbene non compaiano i sintomi della peste
americana, possono essere presenti spore vitali, che
sono in grado di trasmettere l'infezione ad altri
alveari non trattati. Se accanto a questi motivi si
considerano anche i non trascurabili rischi di inquinamento
del miele, si comprende perché viene da tempo
indicata l'opportunità di adottare nuove strategie
di lotta basate sulla distruzione con il fuoco degli
alveari e soprattutto di una più efficace organizzazione
degli apicoltori e dei servizi sanitari".
Franco Merletto,
L'apicoltore moderno 74
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