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I
RAPPORTI TRA APICOLTURA PRODUTTIVA E RICERCA
Un parere di Marco Accorti
AMA
o non AMA
Per chi non fosse a conoscenza degli antefatti, basta
accennare che nel forum del sito dell'UNAAPI sono
apparsi alcuni commenti critici, se non polemici,
riguardanti la ricerca in apicoltura ed in particolare
sui risultati del progetto AMA, in parallelo mi son
giunte da più parti varie e-mail per sollecitarmi
a prendere visione delle valutazioni espresse.
Premetto che non amo, e quindi non frequento, né
le chat né i forum sia perché ci vuole
molto tempo a disposizione sia perché li ritengo
strumenti poco "riflessivi"; preferisco
le mailing list: i messaggi li scarichi con la posta,
li guardi a comodo in off e hai tempo di riflettere.
Se devo parlare di frivolezze ho molte altre occasioni
più mondane, se devo parlare di cose serie
ho bisogno di "spazio e tempo" per pensare
ed argomentare. La tastiera in rete porta più
a "sbobinare" le proprie idee che ad ordinarle,
comportando spesso la non chiarezza, la banalizzazione,
giudizi manichei e non critiche ponderate; raramente
un messaggio in "tempo reale" riesce ad
essere propositivo, mentre più spesso ha in
sé il nichilismo della delusione o della rabbia.
Il tutto a scapito del merito delle questioni.
È una mia opinione e non pretendo sia condivisa,
ma dal primo "fantastico" viaggio in rete
nel lontano '86, i miei entusiasmi, dopo un progressivo
ed incontenibile boom, hanno cominciato a regredire
inesorabilmente.
È così che con un certo imbarazzo cercherò
di entrare nel merito. Ma non sarò breve.
Siccome vorrei evitare il solito penoso gioco di rinfacci
e rimpalli, cercherò di riferirmi alle innumerevoli
osservazioni per intervenire in modo quanto più
pertinente ed equilibrato possibile.
Per la cronaca le citazioni in corsivo sono state
estratte dal forum non con l'intento di decontestualizzare,
ma come punto di partenza per le mie riflessioni.
Cominciamo da AMA di cui mi sento responsabile non
solo perché sono stato fra i promotori, ma
perché sono … sceso in corsa: una specie di
"armiamoci e partite".
Formazione
Di AMA avrei dovuto curare il sottoprogetto D, quello
relativo alla comunicazione, portato a fulgido esempio
di inutilità:
esemplari in tal senso i cd partoriti da AMA: scarsamente
fruibili, primitivi e d'interesse, ovviamente a mio
modesto avviso, nullo
Preciso che i CD facevano parte di un sistema di ricerche
integrate sulla comunicazione volto a soddisfare le
esigenze di differenti categorie di utenti e dovevano
rappresentare uno dei possibili modi di registrare
e documentare il lavoro. Non certo il solo.
In particolare i CD dovevano rappresentare l'anello
terminale della catena finalizzata alla formazione
dei tecnici, dopodiché sarebbe stato compito
di questi ultimi trasferire l'informazione. Dunque
i CD come una sorta di "atti", di banca
dati generale, di strumento didattico da cui estrarre
il materiale da utilizzare durante le loro lezioni.
In realtà i CD non credo proprio servano ad
altro (a parte la funzione di gadget), ma con la mia
uscita si sono trovati ad essere l'unico elemento
informatico tangibile. Ovvio quindi che se da una
pila di barattoli si levano quelli di fondo, tutto
quel che c'è sopra … casca.
Si potrebbe obiettare che sarebbe stato opportuno
eliminare l'intero sottoprogetto Comunicazione. Vero,
ma il tutto è accaduto a "lavori già
in corso" e c'era comunque la speranza di poter
tappare la falla. In verità chi si è
fatto carico del sottoprogetto ha cercato di riprendere
al volo idee e proposte, ma l'impossibilità
di sviluppare il lavoro nella sua completezza ha penalizzato
il risultato. È quindi inevitabile che i CD
non abbiano soddisfatto gli apicoltori, ma non erano
diretti a loro. Quanto al fatto che sono primitivi:
è vero. Evidentemente l'autore ha ritenuto
che fosse la veste giusta.
Magari mi sarebbe piaciuto leggere anche qualche critica
sugli ipertesti messi in rete (Schede del miele e
Miele e territorio) a cui ho collaborato e che volutamente
non abbiamo trasformato in CD, ma abbiamo lasciato
alla libera consultazione di tutti con possibilità
di scaricarne le parti d'interesse. Anche questi sono
"scarsamente fruibili, primitivi e d'interesse
…nullo"? M'interessa saperlo per migliorare il
prodotto in un'eventuale altra occasione.
Detto questo non è scontato che il risultato
formativo-informativo sia stato raggiunto, tanto più
se le organizzazioni affermano di non averne tratto
vantaggio. Sarebbe però opportuno a questo
punto analizzare il problema dal punto di vista della
formazione che da sempre ritengo critico sia per i
formatori che per gli utenti.
In realtà la formazione è compito esclusivo
delle organizzazioni: alla ricerca sta solo il compito
di fornire gli strumenti richiesti o proposti. Nel
caso di AMA-D, consapevoli delle reciproche carenze,
si cercava di ridisegnare un percorso formativo a
partire da una ricerca di campo in cui era prevista
la presenza attiva delle organizzazioni. Io non l'ho
più, ma dal momento che il primo obiettivo
di AMA doveva essere, ahimè, la collaborazione
in una logica di trasparenza, fu pubblicato in rete
l'intero progetto (forse è ancora presente
almeno in qualche cache) e ricordo che fu portato
a conoscenza delle categorie. Prendo atto e condivido
che non ha sortito l'effetto sperato.
Ricerca, ricercatori
e divulgazione
Ma andiamo avanti e veniamo ad un parziale riconoscimento:
Il pregio di AMA è aver implementato una logica
di collaborazione tra istituzioni, peccato che però
non si sia riuscito neppure in questo caso ad immaginare
ed attuare una collaborazione con gli apicoltori organizzati
Già in queste parole si rivela che un obiettivo
era palese, anche se condivido in pieno la conclusione.
Anzi, vorrei essere ancor più autocritico:
forse non si è neppure riusciti a rendere abbastanza
virtuosa la logica di collaborazione fra istituzioni.
D'altra parte prima c'era il "nulla"!
È però innegabile che sono state aperte
le porte ad innumerevoli laboratori che erano fuori
dal nostro mondo e questo ha permesso di ampliare
il numero dei ricercatori che, magari per la prima
volta, si sono dedicati a studi sulle api arricchendo
il nostro settore di tecniche, chiavi di lettura e
opzioni di ricerca finora estranee. Sono semi gettati.
Forse germoglieranno.
Ma veniamo ai risultati del progetto, oggetto di un
convegno conclusivo con pubblicazione dei relativi
atti, che hanno suscitato i seguenti commenti:
ho avuto modo di scorrere il libro del gruppo AMA,
e sono rimasto colpito da quanto il contenuto delle
ricerche sia in genere lontano dalla pratica dell'apicoltura.
ho letto e seguito gran parte dei lavori di AMA e
non ho trovato alcunché, o ben poco, di "indubbia
utilità".
Riguardandolo [il libro del gruppo AMA], … io ho reagito
più che altro alla "pallosità"
accademica con cui vengono presentati ... mancano
i ricercatori e gli studiosi che si confrontino con
le categorie produttive, che scendano dalla cattedra
e che si mettano la tuta e la maschera a fianco degli
apicoltori,…che diano spiegazioni sul loro operato.
…In america (e questa parola mi sta pure antipatica..)
partecipano pure ai forum e sono in simbiosi con le
grosse aziende apistiche (tipo r. adee (sic?),…50.000
alveari) conoscendo subito i reali problemi dell apicoltura,
.... oppure siamo noi che non riusciamo a coinvolgerli.
Ma quando mai gli atti di un convegno scientifico
sono risultati divertenti, scorrevoli e piacevoli?
Chi poi rimpiange la vivacità e la capacità
divulgativa delle riviste americane dimentica alcune
cosine di non poco conto e che vale la pena ricordare.
Per prima cosa divulgare è una delle attività
più complesse che si possano immaginare e in
tutti i campi del sapere italiano mancano i divulgatori.
Perché mai i ricercatori di apicoltura dovrebbero
essere più bravi dei fisici o dei filosofi?
E poi dove imparare questo difficile "mestiere"?
Le palestre non ci sono: oggi sono rimasti appena
due periodici apistici, luogo di elezione dove ci
si misura con la divulgazione, e sopravvivono forse
solo perché sono fitti di pubblicità
e perché hanno alle spalle i due principali
"sindacati" del settore. Dovessero vivere
per l'interesse ed il sostegno dei lettori farebbero
la fine di tante altre testate più gloriose,
antiche, patinate, approfondite, ecc… Insomma, gli
apicoltori non leggono ed è difficile trovare
lo stimolo per rivolgersi a chi non ha interesse ad
ascoltarti. Quando poi non interloquiscono nemmeno
criticando o integrando le tue ipotesi e le tue proposte,
be', ditemi voi a che serve spremersi tanto.
Sarà poi anche antipatica, ma… "ah l'America!…".
Certo che in "America" i ricercatori partecipano
ai forum. Probabilmente là i forum non sono
un "lettino di Freud" popolato dai soli
e soliti 4 gatti che, per asfissia solipsistica, alla
fine si (s)parlano addosso. Forse in "America"
il tempo da offrire alla categoria è parte
integrante di un contesto lavorativo dove i ricercatori
anziani non devono investire il meglio del loro tempo
e della loro creatività per inventarsi come
rimediare fondi e i ricercatori giovani non sono costretti,
dopo alcuni anni di formazione impegnativa (per loro
e per chi li forma) quanto sottopagata, ad andare
a fare il vigile urbano o il piazzista, con disastrose
conseguenze in termini di rinnovo di cervelli. Forse
lì hanno del personale che ordina per loro
la carta igienica; forse non devono nemmeno lavarsi
le provette da soli; forse possono contare su collaboratori
che preparano e studiano preliminarmente il materiale
e magari (utopia!) di associazioni apistiche che controllano
veramente il territorio ed esaudiscono le loro esigenze
di campagna, dai trattamenti al reperimento dei campioni!
L'apicoltura non "paga"
Parliamoci chiaro, chi fa ricerca ha bisogno di "soldi",
di "tempo" e di personale, inoltre in Italia
l'apicoltura non paga né in termini di fondi
di ricerca né in termini di "carriera".
Certo se anche da noi potessimo leggere notizie come
queste:
è di questi ultimi mesi la notizia che l'associazione
dei mandorlicoltori a donato 1 milione di dollari
per la ricerca
forse le cose cambierebbero e fior fiore di scienziati,
premi nobel e divulgatori si renderebbero disponibili
anche nel settore apistico. Ma chi fa dell'apicoltura
da noi lo fa di straforo: per "tirare avanti"
deve occuparsi di problemi agrari ed entomologici.
Chimici, biochimici, microbiologi e nutrizionisti
prima di mettere una provetta di miele o di gelatina
nei loro detector hanno altre analisi più "retributive"
da fare.
Quanto al personale non c'è verso di creare
una continuità, una scuola, e con l'uscita
di scena di un "attore" non c'è quasi
mai chi possa raccogliere l'esperienza acquisita,
continuare il lavoro e proiettarlo verso il futuro:
in pratica si ricomincia sempre da capo. In questi
anni saranno stati preparati, a dir poco, un centinaio
di ricercatori: quanti di loro sono rimasti in apicoltura?
Una classica citazione di Gothe riguarda la differenza
fra il nostro ed il suo popolo: un tedesco, ad esempio,
"è" un falegname, un italiano "fa"
il falegname.
Ebbene, noi che popoliamo il mondo della ricerca apistica,
ne siamo una perfetta dimostrazione. Nessuno di noi,
e sottolineo nessuno, proviene da una scuola esclusivamente
apistica. In Italia abbiamo avuto un Vidano, forse
il più bell'esempio di dedizione al nostro
mondo, che ha sempre dovuto dividere questo suo interesse
con mille altri di carattere entomologico. Dunque
tutti noi non solo "facciamo" i ricercatori
in apicoltura, ma in realtà lo "facciamo"
anche a part time.
E questo non è poco, tanto più se ci
ricordiamo di un'altra classica citazione, ovvero
che noi siamo solo dei nani sulle spalle di giganti,
intendendo che se la scienza riesce a fare un passo
avanti, lo si deve solo a chi ci ha preceduto e che
ci ha fornito una scala di conoscenze su cui salire
e guardare più lontano. I ricercatori italiani
in apicoltura ripartono sempre dal primo gradino.
Quanto poi a certe lamentele, per quanto mi faccia
piacere sentir ricordare un maestro, tuttavia se ne
decontestualizza il merito. In effetti è non
è poi del tutto vero che
Persino Von Frisch si piccava di dare un'impronta
pratica ai suoi lavori, di farli servire agli apicoltori!
In realtà trasferì sulle api precedenti
studi fatti su un pesce solo a scopo speculativo e
sotto la spinta di una diatriba con un collega che
negava certi comportamenti. Diciamo anche un po' per
picca. Comunque è vero che stabilì contatti
sempre più stretti con gli apicoltori. Ma quali
apicoltori?
Ebbene, vi offro questo brano tratto da "Karl
von Frisch nel centenario della nascita", un
seminario che ho sbobinato e credo mai interamente
pubblicato, tenuto dal prof. Leo Pardi tanti e tanti
anni or sono a Perugia.
Durante la seconda guerra mondiale va incontro a quelle
che lui chiama con bonomia "politischen Zwierickeiten",
difficoltà politiche: la sua nonna materna
era infatti ebrea e quindi von Frisch, secondo la
orrenda nomenclatura del tempo, risulta "Mischling
Zweitergrades", bastardo di secondo grado, ibrido
di secondo grado.
Lo vogliono perciò spedire in pensione subito,
a 56 anni, nel colmo della sua attività.
Lo salva da questa sorte, oltre la protesta di una
parte del mondo accademico, la Società degli
Apicoltori tedeschi, che fa pesare la importanza delle
ricerche sulle api per l'apicoltura e l'agricoltura.
E le autorità naziste si decidono a lasciarlo
in servizio fino alla vittoria.
Pensate, "la Società degli Apicoltori
tedeschi" è tanto potente da imporsi alla
gestapo! Non viene il sospetto che ci vorrebbe un
po' più di senso della realtà?
Comunque non è affatto vero che mancano i ricercatori
e gli studiosi che si confrontino con le categorie
produttive, semplicemente mancano i ricercatori e
gli studiosi. Quanto alle categorie produttive lascio
a voi il compito di giudicare. Comunque è chiaro
che in queste condizioni nessuno si evolve e trovo
corretto parlare di sclerosi del settore.
Le responsabilità
Non intendo neppure confutare quest'altra analisi:
l'associazione libera che salta alla mente alla parola
ricerca è: separata, autoreferenziata, dall'alto,
senza controllo alcuno, scarsamente produttiva,
C'è del vero, anche se in fatto di autoreferenzialità
gli apicoltori, presi in forma singola o associata,
non hanno molto da invidiare. Tuttavia se, come recita
un altro commento, "è sempre un peccato
fare di ogni erba un fascio ma questo capita se si
deve cercare di cogliere un fenomeno od un andamento
nell'insieme" è anche bene non sparare
nel mucchio, e prendere invece la mira per cercare
di capire meglio possibile.
Si dice ricerca (e già questa è una
generalizzazione: di base? di sviluppo? applicativa?),
ma non si può certo dire genericamente ricercatori
e questo non per gerarchie di autorevolezza o di simpatia,
ma per differenti strutture burocratico amministrative
e per differenti compiti istituzionali. Una cosa è
l'Università, altro Apicoltura di Roma, altro
ancora l'INA di Bologna.
Non mi dilungo sulle miserande condizioni dell'Università,
perché oggi sono piene le pagine dei quotidiani
solo perché ora stanno pagando anche le cattedre
più "importanti"; tuttavia gli ambiti
di ricerca marginali come l'apicoltura erano gia da
tempo costretti ad arrangiarsi per mettere assieme
fondi di ricerca sufficienti a sopravvivere.
Se l'università ha come referenti i committenti
che di volta in volta sponsorizzano il suo lavoro,
Apicoltura di Roma dipende invece dal Ministero dell'Agricoltura
e quindi lavora istituzionalmente per il paese. Non
a caso abbiamo sempre svolto ricerche a carattere
nazionale e fa piacere leggere:
Ho visto negli ultimi anni interessanti passi avanti
nella capacità analitica/conoscenza di mieli
e botanica
E non poteva essere altrimenti visto che anche i disciplinari
per l'attestazione di specificità del Miele
Vergine Integrale STG, nonché il CD prodotto
dall'UNAPI, I colori del miele, si giovano ampiamente
dei risultati delle nostre ricerche; dunque un riconoscimento
più nei fatti che nelle parole.
Al nostro referente, lo Stato e quindi i cittadini,
dovevamo fornire strumenti conoscitivi sul miele e
metodiche analitiche per definire gli standard di
riferimento a tutela dei consumatori. Così
in quasi 25 anni di lavoro mirato è stata messa
assieme la più approfondita e completa ricerca
sul miele mai condotta in nessun altro paese (nemmeno
in "america"!): un tassello ogni giorno,
magari di per sé snobbato o ritenuto con superficialità,
ripetitivo e inutile. Ma a forza di tasselli e di
ripetizioni oggi si è in grado di offrire un
quadro che non teme concorrenza al mondo. E che dovremmo
fare? Mollarlo solo perché in questo momento
"l'apicoltore" non ne vede l'utilità?
Lasciar deperire questo patrimonio? No. È un
lavoro, palloso, che deve continuare tutti i giorni
perché lentamente l'ambiente cambia e cambiano
anche i pascoli e quindi gli spettri pollinici. Ma
alla sezione di Roma i problemi aumentano e il personale
… Tuttavia, si continua, ma il saper mettere a frutto
questo capitale dipende dal lavoro "politico",
non da quello di ricerca.
Anche il lavoro che abbiamo svolto sull'ambiente e
sull'economia apistica non ha tenuto conto degli specifici
interessi degli apicoltori, ma di quanto la ricerca
poteva incidere sull'economia e sulla politica del
paese. In pratica il beneficio agli apicoltori è
la risultante della costruzione di un percorso culturale.
Se gli apicoltori oggi stanno attenti all'HMF non
lo si deve ad una nostra azione nei loro confronti,
quanto all'aver potuto stabilire e verificare dei
limiti "istituzionali" volti alla tutela
del consumatore a cui l'apicoltore deve "sottostare".
Se oggi la "politica" non guarda più
gli apicoltori come elementi folcloristici è
perché qualunque amministratore parla con più
o meno consapevolezza dell'importanza economica delle
api (qualche volta, ahimè, anche a sproposito).
E questo lo fa senza sapere che certe notizie vengono
da noi. Ebbene questo entrare "anonimi"
nel parlar comune è la conferma della bontà
del nostro lavoro.
Anche "Miele e Territorio" non è
certo un'amena lettura né cosa che interessa
i singoli, ma ne beneficiano le rappresentanze di
categoria deputate a percorrere la strada delle denominazioni
protette.
Idem per quanto riguarda il lavoro silenzioso (e faticoso!)
per l'armonizzazione a livello europeo delle metodiche
di analisi (siamo i primi in Europa ad avere dei metodi
ufficiali di analisi del miele aggiornati e validati!).
E non c'è solo questo.
Qual è il punto? Che per fare queste cose non
ci possono essere scadenze impellenti; sono lavori
di "tessitura", "tele di Penelope"
che non finiscono mai. Ma i soldi è tanto che
son finiti e sono decenni che non ci sono più
assunzioni. Si va avanti a contratti con un girotondo
di giovani di buona volontà a cui, quando cominciano
ad imparare il mestiere, non può essere garantito
altro che un calcio in culo. E fine della corsa.
Al ministero, l'unico referente a cui dobbiamo rendere
conto del nostro lavoro, non è chiaro se non
hanno più soldi, se sono disinteressati alla
api o se hanno problemi più impellenti e gravi
da risolvere. Forse tutte queste cose ed altro ancora,
fatto sta che ci stiamo spengendo per sfinimento.
Infine l'INA di Bologna. Al momento sembra l'istituzione
di ricerca apistica meno in canna. Forse perché
è di tipo privatistico ha personale che può
crescere e professionalizzarsi, abbastanza fondi tanto
da costruire un nuovo istituto, un'attività
privata che incrementa il bilancio, inoltre ottiene
contributi dal Ministero dell'Agricoltura, ha un presidente
intraprendente e ben "introdotto" e, non
ultimo, ha le categorie professionali nel proprio
consiglio di amministrazione. Quindi, almeno in teoria,
gli apicoltori hanno qualcosa in più di uno
specifico referente: hanno un istituto di ricerca
a loro disposizione, fra l'altro, anche competente
sull'argomento che sembra essere di maggior interesse
del forum: la selezione.
Dunque, quando si parla di ricerca e di ricercatori
(sia chiaro: "degni" sempre e comunque di
critica e di verifica), bisogna anche individuare
i loro compiti istituzionali. Perché dunque
sparare nel mucchio? Non mi pare che serva per fare
passi avanti.
Affidabile, ripetibile ma non replicabile
E veniamo ad un punto dolente. I commenti seguenti
mi sembra riassumano il pensiero della maggior parte
degli interessati:
... incapace addirittura di rendersi conto (basti
pensare alla supponenza e presunzione di quei "ricercatori"
che negarono la resistenza al fluvalinate perché
non dimostrata "scientificamente)
....oppure le prove di efficacia su varroa fatte in
periodo sbagliato e non coordinato fra le istituzioni
che hanno adottato un medesimo protocollo.
......l'assenza totale di alcun risultato nel campo
della selezione genetica
Voglio subito dire che io di selezione non ci capisco
nulla e quindi non ho assolutamente alcun titolo,
se non l'impudenza, per discuterne. Per cui mi astengo
dal merito della questione. So solo che quando in
un articolo ho chiesto recentemente agli apicoltori
che rivendicano una "integrità" assoluta
del miele come si comporterebbero a fronte della possibilità
di avere una regina OGM refrattaria a peste o varroa
non ho ricevuto un solo riscontro. Nemmeno un vaffanculo.
E questo fa riflettere visto il grande interesse mostrato
per la selezione, la genetica e… la divulgazione!
Comunque andiamo alla varroa di cui ho, purtroppo,
esperienza e, ripeto, condivido in pieno il giudizio
sopra espresso. Ma… e qui parlo di me e delle mie
frustrazioni.
Il "Ma" deriva da almeno 15 anni passati
a cercare di capirci qualche cosa, in particolare
come mai io ottenevo certi risultati in campo e poi,
quando li applicavano gli apicoltori, era tutta un'altra
cosa. Alla fine ho mollato ed ho smesso di occuparmene,
perché non c'è niente di più
frustrante che sprecare soldi e tempo per lavorare
inutilmente.
Non voglio tediarvi con i particolari in cronaca e
cerco di sintetizzare senza banalizzare. Un risultato
degno di tale nome dovrebbe rispondere a tre requisiti
essenziali: essere affidabile, ripetibile e replicabile.
Affidabile vuol dire che non si "danno i numeri",
ovvero quel che si propone funziona.
Ripetibile che ogni volta che lo applico dà
sempre risultati almeno comparabili se non identici.
Replicabile che chiunque e ovunque lo applichi ottiene
sempre la stessa "cosa".
Tutto questo si basa su un "metodo", prima
di ricerca e poi di applicazione, che presuppone un
"rigore" che in apicoltura non viene accolto
dagli utenti, magari perché non è compatibile
con le loro esigenze; inoltre le innumerevoli diversità
biotiche e abiotiche in cui si opera alterano continuamente
le condizioni operative.
Ne consegue una difformità di esiti tale da
impedire la standardizzazione di "un" metodo
o di "una" tecnica e da questo deriva, inevitabilmente,
un ambito di incertezza e quindi anche di "licenza"
in cui poi alla fine ognuno fa come gli pare, ricercatori
come apicoltori. Non cerco scusanti: è la realtà
che si misura bene anche in AMA e raccoglie critiche
ben centrate.
Il citato Apistan è stato uno dei tanti esempi.
Quando si palesavano le prime avvisaglie di resistenza,
io non le registravo, perché 1) fino a quel
momento lo avevo sempre applicato correttamente e
2) i miei apiari erano in ambienti in cui non operavano
altri apicoltori.
Era il tipico caso in cui ottenevo risultati affidabili
e ripetibili, ma non riproducibili. Come potevo sapere
che altrove le strisce venivano lasciate ad libitum
negli alveari se non addirittura venivamo sostituite
dalle stesse buste che le avevano contenute!
Del resto quando all'inizio invalse la moda dell'amitraz
e la speculazione a danno degli apicoltori (già
perché oltre i parassiti delle api ci sono
anche quelli degli apicoltori) a base di microdiffusori,
termionebiogeni e striscette di legno, dopo alcune
prove segnalai immediatamente la pericolosità
sia per la resistenza (quella sì fu immediata
nel giro di due trattamenti!) sia per la salute degli
operatori.
Fui sbeffeggiato: ero, secondo la vulgata, pagato
dal folbex! Ovviamente la cosa non mi hai mai toccato
più di tanto, anche perché chi mi parla
alle spalle parla solo col mio culo, ed ho continuato
a lavorare con gli apicoltori continuando però
anche ad avere risultati non riproducibili. Del resto
leggo che ancora oggi continua a succedere lo stesso
con vari prodotti per le differenze ottenute in ambienti
diversi. Ed è inevitabile, perché l'Italia
non è un paese continentale, non ha ampie ed
omogenee superfici; di conseguenza le diversità
di clima e di vegetazione impediscono l'adozione di
tecniche di allevamento omogenee. Vale anche ripetere
che per quanto si chiami ligustica, i ceppi di api
sono molto disomogenei anche da un punto di vista
comportamentale. Del resto la biodoversità
degli ecotipi dovrebbero essere un vanto e non un
limite.
La conseguenza è la disomogeneità delle
ricerche, frutto di contingenze e conoscenze locali
non facilmente trasferibili: il problema varroa è
"globalizzato", ma al momento le soluzioni
possono solo essere puntiformi. E questo è
un casino.
Comunque, come sviluppo delle conoscenze o come nuove
scoperte, per quanto ci si possa guardare attorno
(anche nella tanto mitizzata "america!")
non mi pare che negli ultimi 10 anni si siano fatti
grandi passi avanti.
Quanto sopra non è per confutare le critiche,
che condivido in pieno, ma per spiegare come sia difficile
coordinare in un ambito di ricerca un problema che
ha una sola soluzione: il completo controllo del territorio.
Quindi anche io
Ritengo che il faticoso sforzo di fare sistema per
alcune emergenze sanitarie sia stato e sia molto positivo
infatti, se da qualche parte si son fatti passi avanti,
non lo si deve tanto agli strumenti tecnici usati
quanto all'azione di controllo e di assistenza esercitata
localmente delle associazioni. Ma questo, e non lo
dico per passare il cerino, non è un problema
della ricerca. Perciò mi dispiace leggere che
"Lo sforzo per costruire una organizzazione vera
e forte degli apicoltori non sta andando a buon fine"
perché questa, datemi atto che anche io l'ho
sempre sostenuto, è l'unica possibilità
concreta per ottenere qualche risultato e per darci
reciprocamente una mano.
Tuttavia anche qui c'è un'ambiguità
di fondo, anche questa sempre denunciata, e che ritengo
un freno per raggiungere risultati associativi concreti:
non ho mai capito come in un'organizzazione, UNAPI
o FAI che sia, possano conciliarsi le esigenze dei
professionisti con quelle dei "dilettanti",
degli allopatici con i biologisti, degli allevatori
di regine con gli importatori, ecc... Solo con compromessi
(conflittuali) si possono tenere assieme realtà
tanto diverse anche se strettamente interdipendenti.
È un po' la quadratura del cerchio, Forse per
questo l'operazione non sta andando a buon fine?.
"Se ti metti a un tavolo di bari, devi barare
anche te"
Torniamo ad AMA. Voglio ricordare che AMA sta per
Ape Miele Ambiente, ovvero oltre al mondo apistico
ci rivolgevamo a quello dell'agricoltura e a quello
dei consumatori. Così, se la prima "A"
risulta in parte indiscutibilmente … discutibile,
il successivo "M" è difficile screditarlo
e tanto più l'ultima "A". Infatti
i risultati sono stati concreti se non in qualche
caso notevoli, anche perché, per la prima volta
è stato possibile, grazie a Claudio Porrini,
impiantare una ricerca ad ampio raggio ben coordinata
su un problema di salute ambientale che non vede l'ape
come protagonista, ma come tradizionale vittima designata.
Forse non se ne vede l'immediata utilità o
forse vogliamo aspettare che sia troppo tardi? Ma
se questo non interessa gli apicoltori…
Fra l'altro mi permetto di fare una digressione, ma
non fuori luogo. Poiché in larga parte i partecipanti
alle due "A" coincidevano, è ragionevole
pensare che non dipenda solo da loro il successo in
una linea e l'insuccesso nell'altra, ma la differenza
dei risultati sia da ricercare nel merito specifico
della questione: i pronubi "selvatici" (proprio
perché "selvatici") sono più
omogenei delle api sottoposte anche alla pressione
antropica che si esplica sia sulla loro biologia (selezione)
sia sul loro comportamento (tecniche di allevamento).
Considerando che anche le varroe sono state "selezionate"
in funzione della storia dei trattamenti incontrollati,
be' ditemi voi come è possibile affrontare
in maniera uniforme questo problema.
Ma non basta. Ribadendo che non solo "facciamo"
i ricercatori, ma che facciamo anche quel sappiamo
fare (quindi con grossi limiti personali e grosse
limitazioni "operative"), vorrei che si
prendesse atto che il settore apistico non ci facilita
certo il compito. Dell'uso improprio e spesso approssimativo
se non sconsiderato dei prodotti anti-varroa ho già
accennato, ma se rivendicate anche, giustamente, la
necessità della salvaguardia degli ecotipi,
leggo anche su un recente, autorevole e piacevole
libro,
"… dobbiamo aggiungere le decine di migliaia
d'api regine che giungono in Italia dall'altro emisfero
(in primavera), quelle che arrivano dai paesi dell'est
europeo (in stagione), e le allevate e rivendute in
Italia di razza carnica, caucasica, buckfast, ecc.."
E queste "perturbazioni" non le inducono
certo i ricercatori!
Insomma, trovo opportuno che siate severi col mondo
della ricerca e ne evidenziare le magagne, ma deve
anche essere chiaro che certi problemi sono insolubili
non (o non solo) per un fatto intrinseco o per la
nostra incapacità, ma perché vengono
continuamente alimentati da elementi estranei introdotti
dagli stessi "apicoltori". Mutati mutandis
è come per le frodi e più in generale
per l'infrazione alle leggi: è una gara in
cui i controlli possono arrivare solo e sempre secondi
in quanto non è mai possibile prevedere le
uscite d'ingegno di chi vuol violare le regole.
Anni fa, durante una dimostrazione di un apparecchio
d'analisi, si mostrò molto competente un signore
di una certa età. Parlando venne fuori che
per anni era stato in un laboratorio a fare controlli.
Se ne era andato, guadagnando anche di meno, perché
il lavoro era frustrante: mesi se non anni a cercare
di rilevare "quella" frode per poi, finalmente
arrivato alla metodica, accorgersi che "quella"
frode era stata abbandonata e ne era stata inventata
una nuova. Ecco, molti e non ultimo io, preferiamo
dedicarci a lavori meno frustranti. Altrimenti, come
si dice, "se ti metti a un tavolo di bari, devi
barare anche te"!
Anche questa non è una scusante, ma un contributo
per meglio definire l'impotenza o l'inadeguatezza
della ricerca di fronte a certi problemi da voi sollevati.
In conclusione se i rilievi ad AMA sono solo quelli
che ho letto non mi pare che giustifichino i severi
giudizi su tutto il progetto e su tutto il mondo della
ricerca. In fin dei conti, a parte il CD e la varroa
(ripeto: condivido), il resto non sarà da nobel,
ma non mi pare neppure che sia da buttare, specialmente
se c'è la prospettiva di dare seguito a molti
filoni aperti. Forse c'è dell'altro?
Le proposte
Ho estratto dal forum le proposte di ricerca e vorrei
farci mente locale:
1. il concetto di potenziale nettarifero ed il suo
rilievo effettivo nella pratica dell'apicoltura produttiva
da miele
2. rapporto tra cultivar di girasole, condizioni climatiche
e produzione di miele
3. l'integrazione alimentare, zuccherina e proteica,
e l'allevamento delle api per il miele e per le altre
produzioni apistiche
4. rapporto tra frequente aggiunta di melari e aumento/diminuzione
della produzione di miele
5. l'effettiva necessità e consumi d'acqua
di una famiglia d'api, il modo migliore per fornirla
secondo bisogno ad un apiario e di "addestrare"
le api a rifornirsi ad una determinata fonte.
6. orientamento delle api: quanto tempo ci vuole perché,
chiuse, perdano l'orientamento?
7. escludiregina: non sarebbe interessante far passare
le interessanti osservazioni
8. una ricerca sulle regine colpite da nosema
9. sono ancora affascinato dal programma di selezione
argentino
10. io continuo a trovare celle reali di sostituzione
con frequenza mai vista
11. la selezione genetica e l'apicoltura produttiva
Noto subito la mancanza di proposte inerenti l'impollinazione
ed il servizio connesso, già proprio quello
del "milione di dollari". Possibile che
non riteniate opportuna una verifica degli attuali
"contratti" e dei rapporti di reciprocità
fra fornitori ed utenti? Possibile che proprio voi
che avete fatto sacrosante battaglie contro l'uso
indiscriminato di certi fitofarmaci, non riteniate
prioritario approfondire i vostri rapporti con il
mondo dell'agricoltura? Non è che mi meravigli
più di tanto, in passato, in sede di 1221,
ho avuto modo di proporre questi temi fra l'indifferenza
generale. È pur vero che non c'è immediata
ricaduta, ma se non si fanno investimenti anche culturali
ci si ritroverà sempre di fronte alle ordinarie
calamità.
Noto anche che a fronte delle critiche sul sistema
informativo e formativo, non sia stata fatta nemmeno
una proposta. E questo è strano.
Per quanto riguarda il merito dei temi da 7 a 11 mi
trincero dietro la mia ignoranza.
Potenziale nettarifero - Da anni Apicoltura di Roma
si occupa del tema. Sul potenziale nettarifero sono
stati sviluppati in passato innumerevoli lavori in
collaborazione con Perugia (vedi anche il bel volume
Api e fiori che aggiorna e integra Flora apistica
Italiana), ma per dar loro consistenza bisogna mettere
a frutto i risultati trasferendoli in applicazioni
pratiche. Così dal potenziale studiato bisogna
passare al campo. Ma come e dove? Lo sbocco "naturale"
sono le mappe nettarifere, alle quali Apicoltura di
Roma ha da tempo iniziato a lavorare. Però
le prime bozze relative ad alcune regioni d'Italia
giacciono praticamente inutilizzate. Sono state fatte
partendo dal materiale cartografico oggi disponibile
con software sofisticati, ma non per questo risultano
inutilizzate, bensì perché sono praticamente
inutilizzabili.
A cosa serve una mappa che non scende in dettaglio?
Ma per scendere in dettaglio sarebbe necessario il
coinvolgimento degli enti locali per i rilievi sul
territorio, e questo costa. Costa enormemente e non
solo in termini informatici (e già questi son
soldi!), quanto umani. Bisognerebbe "scendere
in campo" e rilevare, non dico ettaro per ettaro,
ma quasi. E poi? Poi, di un simile capitale bisogna
fare la "manutenzione" altrimenti si sperpera
un patrimonio, ovvero bisogna continuare a verificare
che non ci siano cambiamenti. Che invece ci sono!
Tutto questo a chi interessa? Chi paga? Eppure sarebbe
fondamentale per l'apicoltura mappare il territorio
anche come fatto di "politica della gestione
delle risorse". Altro che api: gli apicoltori
come sentinelle dell'ambiente!
Il girasole - Questo è un vecchio tormentone
e bastano gli Apicultural Abstracts per rendersi conto
che bisogna andarci coi piedi di piombo. Il problema
non è tanto che il nettare non sia fruibile
in clima asciutto. Questo lo si sa. Il punto è
che, oltre a non controllare la pioggia e le api,
nessuno di noi controlla neppure il mercato delle
sementi né quello degli incentivi alle oleaginose.
Di conseguenza questo tipo di ricerche, a parte ogni
valutazione di utilità pratica, non ha garantite
prospettive a lungo termine. Magari, dopo anni di
verifiche in condizioni diverse (inevitabili), "quella"
varietà sparisce dal mercato oppure niente
più contributi per il girasole, ma per la soia!
Non sono balle. Succede. Anzi, è successo spesso.
Integrazione alimentare e aggiunta di melari - Metto
assieme questi due temi perché hanno una base
comune: le condizioni ambientali. Sono argomenti tipici
da "grande paese" dove una ricerca riesce
a soddisfare le esigenze di centinaia se non di migliaia
di apicoltori sparsi su milioni di chilometri quadrati
caratterizzati da omogeneità colturale e pedoclimatica.
Da noi bisognerebbe circostanziare e replicare l'esperienza
in modo quasi puntiforme. Quindi se questi argomenti
sono ritenuti di interesse prioritario, dovrebbero
essere indicati gli ambienti e le colture che interessano.
L'acqua - Questa sarebbe una bella ricerca di tipo
speculativo, ma per capire meglio la ricaduta pratica
dovrebbe essere meglio circostanziata perché
così mi sfugge l'utilità. Probabilmente
io sto sulle nuvole, ma che le api hanno bisogno di
acqua (e tanto più quanto è più
caldo) si sa e se un apicoltore la mette a disposizione,
cosa che non vedo particolarmente difficile visto
che son secoli che viene detto (ma viene fatto?),
per le api non mi pare che ci siano tanti problemi.
Mi vien da domandare alla "Catalano": È
meglio aver tanta acqua vicina o non averne punta
e doverla andare a cercare lontano?
Riguardo all'addestramento ho sempre ottenuto dei
buoni risultati semplicemente con il miele come "esca",
quanto ad addestrarle a cercare l'acqua non mi son
mai posto il problema. Forse anche in questo caso
…
Orientamento delle api - anche questa mi sembra molto
interessante da un punto di vista etologico, ma per
analogia alla precedente necessita di ulteriori puntualizzazioni
per identificare l'obiettivo sotteso e le possibili
ricadute, altrimenti sarà solo un'altra bella
ricerca di base. Le competenze ci sono: Celli e Turillazzi
sono etologi di fama internazionale sicuramente capaci
di affrontarla nel miglior modo.
Committenza, priorità e libertà di ricerca
Comunque per capire meglio il merito di queste ultime
due, ma anche delle altre proposte, sarebbe utile
sapere il perché, al di là della naturale
e salutare curiosità, siano ritenuti temi di
ricerca prioritari per gli "apicoltori".
Prioritari per chi? per i professionisti? per i dilettanti?
per gli stanziali, per i nomadisti? per gli allevatori
di regine? per i produttori di pappa? per chi fa impollinazione?
per i consumatori? e chi valuta, all'interno di ognuna
di queste categorie, il grado di priorità?
Valuta forse chi "paga"? In realtà
sarebbe un suo diritto, ma se fosse questo il criterio
addio libertà di ricerca. Ricordo che quando
un "secolo fa" presentai a Como i primi
dati sul valore economico delle api, una coppia di
"noti e rampanti rappresentati degli apicoltori",
allora sulla cresta dell'onda oggi chissà dove,
mi aspettarono letteralmente fuori, mi strinsero al
muro e mi coprirono di impropèri per aver affrontato
un argomento che agli apicoltori non interessava.
Anzi: non doveva interessare. Qundi, fosse dipeso
da loro, non solo non mi avrebbero finanziato, ma
avrebbero anche bocciato il lavoro!
E non è stato l'unico caso di cui sono stato
"attore-agito" o testimone. Per me, che
volete, queste cose sono di stimolo ed in più
ho sempre potuto contare su una "capa" che
mi dava fiducia e su una collega, la dr.ssa Persano,
di grande preparazione con cui confrontarmi. Ma tutti
sono fortunati e piccosi come me?
Questa "pappardella" spero non sia stata
letta come una banale arringa difensiva o una ricerca
di alibi, perché non era questo l'intento che
mi ero riproposto accettando l'invito ad entrare nel
merito, bensì cercare di porre le basi per
un'analisi più serena e costruttiva del problema.
Perché il problema è grave per tutti.
In realtà la logica dovrebbe essere: prima
un'analisi della situazione, una sorta di censimento
dei bisogni in funzione dei vari tipi di utenza, per
poi passare ad un censimento delle varie risorse,
ovvero cosa la ricerca è in grado realmente
di fare o ritiene di privilegiare. Solo sulla base
degli elementi raccolti, sarà poi possibile
stilare dei "progetti" diversificati da
condurre in collaborazione con le parti diversamente
interessate.
Il punto è che nel nostro caso si è
obbligati a ribaltare questa logica in quanto si è
costretti a fare le nozze coi fichi secchi. Infatti
le potenzialità di ricerca son quelle che sono,
anzi ogni giorno diminuiscono, mentre ogni giorno
aumentano le esigenze delle innumerevoli "categorie"
più o meno coinvolte con il mondo delle api,
non ultimi gli apicoltori.
Riformuliamo quindi il tema partendo pure dalle "carenze"
della ricerca (anche perché, vista la politica
in atto, ci vorrebbero troppi anni per eliminarle),
ma vediamo, fra le priorità apistiche, quali
affrontare produttivamente in funzione sia delle singole
responsabilità istituzionali sia delle reali
priorità dei vari settori coinvolti. Bisognerebbe
giocare tutti a carte scoperte, ma chi ne ha voglia?
un saluto a tutti
Marco Accorti
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