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LE API E LO STRESS
Loro e noi: biologia
delle api e tecniche di gestione degli apiari
di
Eric H. Erickson
Pochi apicoltori si pongono
la domanda se i loro metodi di allevamento e di gestione
delle colonie non contrastino i normali processi biologici
delle api. E sono ancora meno coloro che si pongono
come obiettivo di assicurare che l'ambiente interno
all'alveare sia naturale, il più vicino possibile
a quello che sarebbe ottimale per la sopravvivenza
delle api. Sembra che siamo arrivati a pensare alle
famiglie d'api come a qualcosa di vago, che si possa
trovare soltanto all'interno di casse squadrate e
imbiancate: un po' come quei bambini che credono che
il latte provenga da cartoni o contenitori di plastica.
Il fatto è, ovviamente, che prima dell'intervento
degli apicoltori le api allo stato selvatico erano
-e sono ancora- adattate al loro ambiente originario
e utilizzano come dimora cavità naturali degli
alberi vivi, anfratti nelle rocce, buchi nel terreno
e altri spazi di questo tipo.Come apicoltori, diamo
per scontato che le casse imbiancate che forniamo
come alveari siano in qualche modo adeguate, se non
migliori rispetto alle cavità naturali. Troviamo
difficile capire come, date le nostre strategie di
allevamento e di gestione, le nostre api siano spesso
incapaci di resistere agli assalti violenti delle
condizioni atmosferiche, delle malattie, degli acari
e magari persino alle incursioni di api africanizzate.
Il fatto è che, nel momento stesso in cui collochiamo
le api in alveari artificiali di legno, imponiamo
loro una grossa quantità di stress.
Naturale…
Quando uno sciame di api lascia una cavità
naturale alla ricerca di una nuova dimora, in circostanze
naturali esse sono guidate interamente dal loro istinto.
Esercitano questo istinto nella scelta di una cavità
ben isolata, delle dimensioni appropriate. Qui costruiscono
favi usando le loro innate abilità.
L'attaccatura di questi favi al soffitto interno e
alle pareti della cavità, così come
un piccolo ingresso collocato in alto, stabiliscono
zone termiche e di umidità relativamente stabili
per l'allevamento della covata e la comunicazione.
Questa costruzione limita fortemente lo spostamento
delle api, dell'aria e degli odori dell'alveare. La
famiglia da poco insediata alleverà la sua
prole, formerà le sue difese contro i nemici
(malattie, parassiti e predatori), raccoglierà
e immagazzinerà provviste in modo da assicurare
una dieta nutrizionalmente adeguata e ben bilanciata.
Se per qualsiasi ragione fallisse in questo tentativo,
la popolazione declinerebbe e, se fallisse ripetutamente,
morirebbe. Dopo poco le tarme della cera penetrerebbero
per fare pulizia (distruggendo i favi) restituendo
la cavità al suo stato originario. Il reparto
addetto al governo della casa appronta la cavità
per il prossimo sciame.
In uno scenario naturale, saranno evidenti tre fatti:
1-è minimo lo stress ambientale a cui è
soggetta questa colonia
2- colonie con una composizione genetica che riduce
l'idoneità alla sopravvivenza vengono velocemente
eliminate, spesso prima ancora di aver prodotto fuchi,e
3-le tarme della cera sono insetti benefici che eliminano
vecchie provviste a volte contaminate, tossine e organismi
portatori di malattia. Il restauro della cavità
assicura che nuovi sciami costruiscano nuovi favi
incontaminati per l'allevamento di covata e l'immagazzinaggio
del cibo.
Artificiale…
Ma poi entrano in scena gli uomini, guardiani non
poi così benefici per le api e, di solito inconsapevolmente,
impongono uno stress. L'apicoltore cattura lo sciame,
lo alloggia in una cassa priva di isolamento, precaria
e sovradimensionata e lo costringe a costruire favi.
Le celle possono essere di dimensioni grandemente
variabili a seconda del foglio cereo utilizzato. Il
flusso interno d'aria e gli odori dell'alveare sono
fortemente aumentati a causa dello spazio in più
intorno ai telaini mobili e tra i corpi cassa, nonchè
da un ingresso allargato e posto in basso. Questo
porta a un consumo maggiore di energia da parte delle
api per il controllo della temperatura e dell'umidità.
Le api sono soggette a modelli di gestione che portano
a popolazioni esorbitanti e all'asportazione delle
quantità eccessive di polline e/o miele. L'apicoltore
altera la dieta della colonia in primo luogo stimolando
un aumento della bottinatura e dell'allevamento di
covata e poi rimuovendo selettivamente polline e miele
(per esempio il miele e/o polline di inizio di stagione,
lasciando solo provviste di tarda stagione che spesso
hanno un più basso valore nutritivo).A volte,
vengono rimpiazzati con sostituti artificiali. Sia
la quantità naturale di cibo che la qualità
sono quindi alterate.
Vecchi favi scuri, di solito contaminati dalla continua
esposizione a microbi naturalmente presenti, tossine
vegetali e pesticidi creati dall'uomo, vengono a volte
conservati anche per trent'anni o più.
Le api vengono allevate sulla base di caratteristiche
comportamentali estranee alla loro sopravvivenza (ma
in armonia col loro ambiente attuale) e sono esposte,
spesso senza protezione
(se si esclude la loro cassa priva di isolamento),
agli estremi ambientali del freddo invernale e del
caldo desertico e/o ai pesticidi.
In questo scenario di impronta umana sono evidenti
tre fatti interamente diversi dallo scenario di cui
sopra:
1-colonie domestiche d'api collocate dentro arnie
sono sottoposte a stress raramente incontrati in natura
2-colonie domestiche la cui idoneità genetica
alla sopravvivenza può essere ridotta sono
mantenute in vita così da perpetuare, spesso
inconsapevolmente, i geni indesiderabili
3-il governo della casa normalmente gestito dalla
tarma della cera si aggiunge alle responsabilità
delle api operaie o rimane inevaso. Quindi tossine,
organismi patogeni e altri elementi indesiderabili
dell'ambiente spesso si accumulano nell'alveare per
molti anni, riducendo ulteriormente l'abilità
di una colonia di funzionare normalmente. Che così
tante colonie diminuiscano o soccombano per ragioni
varie non suscita meraviglia quanto il fatto che così
tante ne sopravvivano a dispetto degli apicoltori!
E' su quest'ultimo punto che
dobbiamo imparare a focalizzarci se vogliamo capire
lo stress delle api e ridurlo.
Ricordiamo che le api funzionano come altri insetti,
mammiferi e persino esseri umani. Esse imparano tramite
memoria a breve e lungo termine ma possono venire
confuse da elementi eccezionali o avversità.
Per esempio, esse hanno una percezione e una risposta
rispetto all'ambiente, ma riescono ad adattarsi solo
entro certi limiti e quindi possono congelare o surriscaldarsi:
Funzionano in modo meno efficiente sotto stress nutrizionale
e il loro sistema immunitario può essere compromesso
da elementi tossici dell'ambiente. Il compito è
di riconoscere quando si produce lo stress nelle colonie
domestiche e assistere le api durante i momenti difficili.
STRESS
Lo stress, così come si manifesta nelle
api, non è ancora stato sufficientemente messo
a fuoco. Per valutare pienamente gli effetti di ciò
che induce stress nelle api, abbiamo bisogno di sapere
molto più di quanto attualmente sappiamo sulla
biologia delle api. Detto questo, esaminiamo comunque
dettagliatamente ciò che sappiamo e ciò
che presumiamo su diverse probabili cause di stress
per le api.
CLIMA, CONDIZIONI
DEL TEMPO E ARNIA
Tra gli elementi di stress per le api, pochi sono
più devastanti, per le colonie domestiche,
delle condizioni atmosferiche. Mentre le colonie allo
stato selvatico sono perlopiù in condizioni
confortevoli all'interno delle loro cavità
naturali, le colonie domestiche, poste in arnie prive
di isolamento, devono lottare per sopravvivere agli
eccessi stagionali di inverni caldi e estati fredde.
Se sopravvivono, e per molte così non è,
la loro produttività è ridotta in modo
significativo. Non vogliamo dire che le colonie allo
stato selvatico non siano influenzate da cambi stagionali
e climatici -probabilmente lo sono, ma senza dubbio
a un livello molto inferiore per i fattori discussi
in precedenza. Esse sopravvivono anche perché
hanno ancora gli strumenti per affrontare le avversità
acquisiti attraverso millenni di evoluzione.
In un albero vivente la colonia
d'api è solitamente circondata da un buon spessore
di duramen e alburno più uno strato di tessuto
vivente (il cambio) e corteccia. Il valore R (1 diviso
per la conduttività termica e il materiale)
per le pareti della cavità di un albero vivente
sta tra 5 e 15, forse anche più, anche se non
esistono misurazioni precise. Il fattore R per una
tavola di pino di 1 pollice (=2,539 cm) (che è
in realtà 0.75 di pollice) è 1, dove
l' isolamento è praticamente zero (Wheast,
1980). Perciò, il fattore R in un'arnia è
assai differente da quello di una colonia-tipo allo
stato selvatico (nota: il fattore R dei muri nelle
abitazioni di nuovo tipo degli Stati Uniti è
pari a 19). Il tessuto vivente che circonda la cavità
dell'albero genera del calore tramite processi metabolici.
Inoltre, le cellule del cambio trasportano acqua fresca
dal terreno alla cima della pianta, una funzione che
probabilmente conferisce stabilità termica
o rinfresca leggermente la cavità in estate.
In inverno, il cambio è fortemente raffreddato,
ma non gelato, contribuendo all'isolamento in aggiunta
alle pareti della cavità. In quelle zone del
mondo dove alberi grandi abbastanza da poter ospitare
una colonia d'api sono pochi, quando pure ci sono,
le api utilizzano spaccature nelle rocce o buchi nel
terreno. La massa di terra e roccia è un cuscinetto
termico e una protezione dall'umidità virtualmente
illimitata per queste piccole cavità, un fatto
che può essere apprezzato meglio quando si
percepisca l'aria espulsa all'ingresso di una vasta
caverna sotterranea in piena estate o pieno inverno.
Ci sono studi che mostrano come la temperatura all'interno
di una cassa non isolata differisce di poco dalla
temperatura ambientale (Owens, 1971). Perciò,
a seconda della località, la temperature interna
dell'alveare al di fuori del glomere può variare
tra -30 gradi Fahreneheit (-34 gradi Celsius) fino
a 115 gradi Fahrenheit (46 gradi Celsius). Questa
potenziale fascia di 145 gradi Fahrenheit (70 gradi
Celsius) è senza dubbio assai differente da
quella di cavità naturali in cui la variazione
non è probabilmente di più o meno 30
gradi Fahrenheit (17 gradi Celsius). Questo concetto
trova maggior sostegno nel lavoro di Severson e Erickson
(1985) che ha mostrato come nel Wisconsin il consumo
di miele per la produzione di calore da parte delle
colonie d'api non varia con la severità delle
temperature esterne invernali. Perciò si deve
assumere che una volta che il meccanismo del riscaldamento
raggiunge il massimo rendimento, ciò che le
api possono fare per sopravvivere ad aumentate condizioni
di freddo è di serrare il glomere. Un altro
lavoro (Erickson, inedito) indica che durante l'allevamento
della covata le api operaie mantengono l'umidità
assoluta quasi al punto di saturazione all'interno
del nido di covata. Durante i mesi invernali, l'umidità
all'interno del glomere è solo leggermente
più bassa. Dal momento che sia la produzione
di calore che quella di umidità vengono messe
in atto attraverso il metabolismo del miele, si deve
assumere che sia le provviste di miele sia la forza
fisiologica delle api vengono ridotte senza necessità,
durante l'inverno, in quella cavità priva di
isolamento che è l'arnia.
Diversi studi hanno mostrato che le api sono in grado
di compensare temperature estreme riuscendo a sopravviverle.
Tuttavia, quello che questi studi non hanno considerato
è lo svuotamento di risorse fisiologiche della
colonia. Gli effetti di questo stress possono essere
significativi in termini di riduzione dell'allevamento
di covata o della bottinatura e dell'aspettativa di
vita delle api.
DIMENSIONI
DELLA COLONIA
Il numero di api in una normale colonia allo stato
selvatico varia da circa 14.000 a 25.000 (Seeley e
Morse, 1976).
Gli apicoltori, utilizzando diverse strategie, sono
capaci di aumentare le popolazioni fino a circa 60.000
(Farrar, 1968). Queste strategie comprendono l'aumento
dello spazio disponibile per la covata (per esempio
le dimensioni dello spazio vuoto), l'inversione della
covata, la nutrizione stimolante e l'allevamento di
ceppi in grado di fornire un'aumentata produzione
di covata.
La concezione di base dell'arnia Langstroth può
aver contribuito all'aumento di dimensione delle popolazioni
allevate. Per esempio, gli spazi creati dallo sviluppo
del telaio mobile alterano le modalità di flusso
dell'aria all'interno dell'alveare. Questo aumento
del potenziale movimento d'aria è magnificato
dagli sforzi degli apicoltori per ventilare gli alveari
e fornirli di un largo ingresso spostato verso il
fondo della cavità.Al contrario, la cavità
naturale che le api scelgono hanno favi fissati alle
pareti e al soffitto. Lo scambio d'aria è limitato
tra i favi larghi, ondulati e penduli. La ventilazione
è fortemente ridotta da un ingresso solitamente
posto in alto, generalmente l' esiguo foro di un nodo
del legno, una crepa o una fenditura (Avitabile e
altri, 1978).
Sappiamo che l'integrità della colonia è
mantenuta, almeno in parte, dai feromoni -sostanze
chimiche emanate dalle api (Gary, 1975): Prodotti
gassosi del metabolismo interno all'alveare, come
acqua, etilene e anidride carbonica possono anch'essi
regolare l'attività e il comportamento delle
api. Per questo è ragionevole assumere che
un'eccessiva circolazione d'aria all'interno dell'arnia
e la ventilazione all'ingresso alterino significativamente
le concentrazioni di questi bioregolatori.
Viene affermato che nei climi freddi le colonie devono
essere ventilate per evitare l'accumulo di umidità
e di gelo nella colonia. Ma quest'acqua in eccesso
è il prodotto della condensa sulle pareti non
isolate dell'arnia (Detroy e altri, 1982). Perciò
sia condensazione che ventilazione attirano umidità
dal glomere, stressando le api nel momento in cui
causano un aumento del metabolismo del miele per mantenere
sia la temperatura che l'umidità nella loro
"area di comfort".
DIMENSIONI
DELLE CELLE
Ignorato dalla maggior parte degli apicoltori, il
tema della dimensione relativa delle celle del favo
(e del foglio cereo) è stato oggetto di controversia
fin dalla fine dell''800 e persino prima (Erickspn
e altri, 1990) quando, in Europa, il diametro del
rilievo della cella su fogli cerei stampati era 5.0
mm. Tuttavia, Baudoux cominciò alla fine dell'800
a condurre una serie di esperimenti che dimostravano
che questa dimensione più piccola del naturale
provocava anormalità di comportamento nelle
api e riduceva la produttività della colonia.
In ulteriori esperimenti, dimostrò che api
più grosse con ligule più lunghe potevano
essere prodotte in celle più larghe del normale
(6.0 mm di diametro).Alla fine volle mostrare come
questo aumento di dimensioni avrebbe portato a una
maggior produttività della colonia e che le
dimensioni delle api nelle generazioni successive
sarebbe divenuta ereditaria. Le ultime due tesi di
Baudoux sono state in seguito ridimensionate. Studi
più recenti (Grout, 1973) hanno mancato di
fornire evidenza scientifica per un'aumento di produzione
del miele con api prodotte in celle più larghe.
Da tutto questo è emerso il concetto che più
grande meglio è, ma è davvero così?
Gli attuali standard industriali per la dimensione
di celle stampate su fogli cerei è 5.4 mm o
più. Ma il diametro delle celle così
come le costruiscono per istinto le api è leggermente
meno di 5.2 mm (vedi Erickson e altri, 1990). La differenza
nella dimensione delle celle comporta che, date delle
aree equivalenti, in un nido di covata con celle più
piccole possono essere prodotte più api: questo
si traduce in una più rapida crescita primaverile
e probabilmente in meno energia metabolica spesa nella
produzione di ciascun'ape. Potrebbe anche tradursi
in un tempo abbreviato di sviluppo larvale-pupale.
A questo punto dobbiamo riprendere il tema dello stress.
Celle più larghe stresseranno le api (così
come Badoux dimostrò per celle anormalmente
piccole -vedi Erickson e altri, 1990)? S i potrebbero
ridurre i problemi di nutrizione, invernamento, malattie
e acari ritornando alla dimensione naturale delle
celle, perlomeno nel nido di covata?
ETA'
DEL FAVO
Gli apicoltori preferiscono di solito tenere i vecchi
favi nei loro alveari per molti anni (da 20 a 40)
piuttosto che sostituirli. Credono che il processo
di costruzione di un favo, la trasformazione di miele
in cera riduca significativamente la produzione di
miele della colonia. Tuttavia, non saprei trovare
nessun dato scientifico che possa suffragare questa
convinzione.
Il miele prodotto in favi vecchi e scuri è
di solito di colore più scuro e le api possono
essere più piccole a causa degli strati accumulati
internamente alle celle. Molte molecole organiche
e la maggior parte dei pesticidi sono lipofili ("amano"
cioè grasso e cera, inclusa la cera d'api che
a questo scopo è una delle cere più
adatte). A causa della loro elevata affinità
ai grassi, molte sostanze tossiche e potenzialmente
pericolose dall'ambiente si raccolgono nei favi di
cera d'api. Quindi si potrebbe sostenere che la cera
prodotta dalle api serve da "fegato" della
colonia fornendo un meccanismo naturale di pulizia
nell'alveare. Un tale meccanismo assicurerebbe un
ambiente pulito per l'allevamento della covata e per
provvedere un nutrimento sano e gradevole, ma la capacità
della cera di favo di assorbire sostanze tossiche
non è illimitata. Per cui il tentativo di mantenere
vigorose le colonie su favi vecchi assomiglia al voler
mantenere in vita un paziente con un fegato cirrotico.
E' probabile che il presunto risparmio dovuto al mantenimento
dei vecchi favi sarebbe più che compensato
dal fatto che favi nuovi aumentano la produttività
di colonie sane e riducono la dipendenza da medicine
e integrazione alimentare. Questa è da lungo
tempo l'opinione di Glen Stanley, Des Moines, Iowa
(comunicazione personale).
Come tutti i mondi, anche quello delle api è
pieno di pericoli, non pochi dei quali sono dati da
tossine naturali. Ci sono, per esempio, tossine nel
nettare e nel polline di alcune piante così
come tossine prodotte esternamente da funghi che possono
svilupparsi su questi prodotti florali. Le api raccolgono
comunque questi materiali, e di solito senza effetti
negativi. Magari, se capissimo bene tutti quei meccanismi
naturali come quello della cera che protegge le api
da certe tossine, saremmo capaci di utilizzarli per
proteggere le nostre colonie da pesticidi e altri
pericoli chimici prodotti dall'uomo.
PROPOLI
La propoli è una miscela di resine vegetali,
cera e detriti dell'alveare. Le api operaie usano
una specie di solvente, di probabile origine ghiandolare,
per miscelare questi materiali nella familiare, appiccicosa
sostanza che molti apicoltori trovano spiacevole.
Sono stati sviluppati ceppi d'api che producono pochissima
propoli.
La propoli è probabilmente di alto beneficio
per le api perché contiene sostanze antimicrobiche
dette terpeni. I terpeni, come il pinene, il limonene
e il geraniolo, per nominarne solo qualcuno, sono
noti battericidi, fungicidi e acaricidi. Si è
mostrato come questi terpeni siano di grande importanza
nella biologia di altri insetti. Perciò, si
può volentieri congetturare che la riduzione
della propoli negli alveari domestici può aver
reso le nostre colonie più suscettibili a malattie
e infestazioni di acari.
API
PIU' GRANDI
Le api sono state allevate selettivamente per
secoli. Tra le diverse caratteristiche che sono state
alterate o magnificate ci sono la produttività,
la docilità, il colore e la taglia. Sfortunatamente,
ogni selezione artificiale e programma di allevamento
ha i suoi rischi perché l'esaltazione di una
caratteristica può condurre, e spesso in effetti
conduce, alla perdita di altre -come la convenienza
riproduttiva e la immunità naturale. Frequentemente
una tale perdita rimane inavvertita per diverse generazioni,
e di solito non viene riconosciuta se non quando una
calamità si abbatte sulla popolazione.
Lo spazio non permette la discussione di molte potenziali
delusioni che possono derivare da passati e presenti
programmi di allevamento. E' opportuno tuttavia citare
un tentativo forse mal indirizzato di selezione: allevare
api più grandi. Come si è precedentemente
osservato l'interesse dell'apicoltore rispetto ad
api di maggiori dimensioni viene da lontano; e mentre
la dimensione è in parte funzione della relativa
dimensione delle celle, c'è anche una componente
ereditaria. Perciò oggi abbiamo regine più
grosse che producono api più grosse in celle
più larghe.
La domanda da porsi è: "le api più
grosse richiedono un periodo di sviluppo più
lungo?" Se è così, qual è
l'impatto sulla vitalità della colonia e particolarmente
sulle dimensioni della colonia, i ritmi di avvicendamento
delle api operaie, l'efficienza nell'utilizzazione
di cibo larvale, la suscettibilità a malattie
ed acari, così come sul riscaldamento efficiente
del nido di covata? Il tema delle dimensioni dell'ape
merita uno studio esteso, particolarmente riguardo
all'alterazione dell'impatto di pericoli ambientali
capaci di indurre stress nelle popolazioni d'api!
Per esempio, api più grosse sono più
o meno suscettibili agli estremi di umidità
e temperatura, e ai pesticidi?
RISORSE
FORAGGERE
Il singolo e più importante fattore che limita
la crescita, lo sviluppo e la produttività
di una colonia altrimenti normale è la disponibilità
di polline e nettare. L'ecosistema delle piante (non
l'apicoltore) regola tutti gli aspetti dello sviluppo
della colonia e il rendimento. Alcune specie di piante
o varietà coltivate producono maggiori quantità
di nettare e polline. Eppure piante che subiscono
uno stress legato all'acqua, alla luce o a carenze
nutritive, possono limitare o sospendere la produzione
di nettare e polline, stressando a loro volta le colonie
d'api vicine.
L'ape richiede una dieta equilibrata. Poiché
sono poche, se mai esistono, le singole specie di
polline che possono costituire una dieta nutrizionalmente
completa per l'ape, è essenziale una diversità
di specie di piante per lo sviluppo di colonie sane
e vigorose. Frequentemente questa diversità
viene meno in zone che hanno problemi di siccità
e dove viene praticata la monocultura in aziende prive
di infestanti. Lo stress delle piante può anche
abbassare il valore nutritivo del bottino florale,
nettare o polline. Come risultato di qualcuna di queste
condizioni, le colonie possono diminuire. Le colonie
più dotate di adattamento e non altrimenti
stressate sopravvivranno più a lungo sulla
base di risorse provenienti da piante sottoposte a
stress ambientale.
Infine, la facilità con cui le api possono
bottinare con successo da un appezzamento di fiori
è ben nota.
L'accessibilità dei fiori è importante,
ma troppo spesso gli apicoltori mancano di riconoscere
che più le loro colonie sono vicine alla sorgente
florale, più queste risorse saranno sfruttate
in modo efficiente. Il concetto è semplice:
più lontano una colonia deve volare per raccogliere
nettare, più miele sarà usato come carburante.
L'equivalente di un miglio di volo per gallone di
miele (km per litro) può essere facilmente
calcolato per un'ape o una colonia (circa 7 milioni
di MPG). E' altresì importante il logoramento
dell'ape. Le api volano per una media di sole 140
miglia (circa 240 km) fino ad un massimo di 500 (=800
km) nell'arco di una via prima di logorarsi (Neukirch,
1982) Perciò se è vero che le api possono
bottinare a distanze di più di 5 miglia dall'alveare,
tali distanze ridurranno però l'efficienza
di bottinatura e la vita dell'operaia.
IL
NEMICO
La colonia d'api ha un certo numero di induttori naturali
di stress e di nemici, tra cui le condizioni meteorologiche,
i disastri naturali, predatori, parassiti, malattie.
Gli ultimi sono ben descritti nel libro pubblicato
da Morse (1990). Tuttavia, nessuno di questi infligge
così tanto stress alla colonia come l'apicoltore.
Il mio scopo, nello scrivere questo articolo, è
semplicemente di sottolineare, come affermato nel
paragrafo d'apertura, che troppo spesso gli apicoltori
stressano le loro api. E' possibile augurarsi che
portando attenzione a qualcuna delle poco riconosciute
ma significative fonti di stress per le api, gli apicoltori
nel mondo possano essere in grado di migliorare la
loro strategia di gestione delle colonie e, di conseguenza,
i loro profitti.
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