"SATURO
SARÀ LEI!": DISSE IL PASCOLO ALL'APICOLTORE
Un luogo comune messo in discussione
Il concetto di pascolo apistico,
nelle conversazioni fra apicoltori, si connette automaticamente
l'aggettivo saturo, quasi che, come nel caso di una
soluzione chimica, fosse fenomeno frequente, assodato,
comprovato e misurabile.
In proposito mi hanno colpito due episodi opposti:
o oltre vent'anni fa in Sicilia visitai un apiario,
con centinaia e centinaia di arnie tradizionali (fasceddi):
mai a nessuno era venuto in mente che potesse esservi
un qualche, anche lontanissimo, rischio di insufficiente
pastura apistica;
o recentemente, invece, nella pampa Argentina in un
apiario in mezzo a distese infinite di girasole, meliloto
ed erba medica in fioritura, mi è stato spiegato
che altre cinquanta famiglie erano site ad oltre dieci
chilometri in linea d'aria per non "saturare"
il pascolo.
La prima impressione è che qualsiasi ragionamento
sulle necessità di pascolo si fondi su uno
scontato presupposto di estrema limitatezza delle
risorse e sulla sensazione, se non sulla certezza,
che il carico di api presente al momento sia pressoché
al limite, se non addirittura già eccessivo.
Il più delle volte, quindi, la discussione
sulla pastura si avvia su presupposti senza alcun
fondamento né scientifico né empirico
per giungere poi a conclusioni addirittura aberranti.
Fin dall'inizio della mia carriera apistica, invece,
il quesito sulle risorse apistiche necessarie per
il mantenimento e la produzione di un apiario mi si
è posto come un interrogativo di ben difficile
soluzione.
Abbiamo conoscenze assai limitate sulle api e sulle
dinamiche naturali, né mi risulta sia stato
mai eseguito in Italia studio scientifico di sorta
od osservazione sistematica comparativa di campo sulla
interazione api/ambiente/pascolo, ma fatichiamo ad
ammettere la pochezza del nostro sapere.
Nel corso degli anni e dell'evolversi delle scelte
produttive aziendali ho cercato di dedicare quindi
al tema della "saturazione" una riflessione
scevra da preconcetti.
Il mio ragionamento è partito da una considerazione
sulle credenze condivise.
Il mondo rurale, infatti, è contrassegnato
da un lato da grande capacità di osservazione
e dall'altro da credenze radicate, con la stolida
ripetizione di luoghi comuni che hanno il più
delle volte, quale unico fondamento, la miseria intellettuale
di chi "vede" solo ciò che è
in grado di concepire e vedere.
Gli esempi di tale sciocca attitudine sono così
numerosi da non sapere quale scegliere. Mi limiterò
pertanto a citare la forsennata caccia, fino alla
loro estinzione, perché pericolosi predatori
delle greggi, degli innocui ed anzi utilissimi avvoltoi
che sorvolavano e pulivano dalle carogne le nostre
vallate. Fortunatamente, e al contrario degli avvoltoi
o dei lupi, la "verificata" dannosità
delle api sulle uve in maturazione non ne ha comportato
l'estinzione. Ciò non toglie che, ancor oggi,
questa diffusa "nozione naturalistica" determini
tante assurde difficoltà alle api ed a chi
le alleva.
Ho deciso quindi di non dare per scontata la credenza
sulla limitatezza delle fonti di pascolo "da
raccolto" solo perché molto radicata e
riproposta ogni piè sospinto per cercare, nell'evoluzione
della mia attività, di individuare gli elementi
che condizionano effettivamente la capacità
produttiva.
La riflessione sulla gestione delle api mi ha permesso
di individuare regole ed indirizzi operativi che applico
e sottopongo a perpetua verifica. Le tappe del mio
rimuginare riguardano le forzature operate dall'apicoltore,
i fenomeni su cui abbiamo una limitata conoscenza
quali area di bottinatura e potenziale nettarifero
e quelli che sono patrimonio, non condiviso e difficilmente
condivisibile, di esperienza dei singoli apicoltori
quali: potenziale mellifero ed organizzazione aziendale.
Un primo passo è stato soffermare l'attenzione
sull'apiario, quale forte elemento di condizionamento
di alcuni meccanismi naturali delle api.
Apicoltura
= Attività Naturale. Una semplificazione falsa
e fuorviante!
La riproduzione della vita delle api è incentrata
sulla sciamatura che si concretizza con l'allontanamento
dal ceppo d'origine ed il conseguente insediamento
di una nuova famiglia.
Tale strategia riproduttiva è, verosimilmente,
motivata dalla maggior probabilità di espandere
la specie e reperire differenziate opportunità
nell'insieme del territorio colonizzato. A tal fine
mi ha sempre intrigato, e non poco, la definizione
delle famiglie d'api quali "colonie" e mi
interesserebbe sapere se all'origine di tale terminologia
vi sia un nesso con l'attività di esplorazione,
insediamento, "co
lonizzazione" degli sciami.
Se possono quindi verificarsi casi di naturale concentramento
di famiglie (i muraglioni delle api), la condizione
più frequente delle famiglie selvatiche è
invece rappresentata dalla loro dispersione nel territorio.
Se da un lato l'uomo nei confronti delle api è
passato dalla predazione alla manutenzione per giungere
poi al vero e proprio allevamento, dall'altro, al
contrario, ha concentrato le famiglie in un unico
sito per ovvie ed innumerevoli ragioni di praticità
operativa.
L'apicoltore odierno è un allevatore zootecnico
molto particolare specie se si considerano le sue
attività principali:
non procura giorno dopo giorno nutrimento all'animale
allevato;
- non sacrifica l'animale
alla fine del ciclo produttivo;
- la sua attività lavorativa
è dedicata al miglior mantenimento e sviluppo
delle api, contrastando il meccanismo naturale della
sciamatura, affinché siano pronte per il
momento del raccolto, in cui è possibile
accumulare le eccedenze;
- trae il suo utile dalla
predisposizione dell'alveare ad accumulare, e quindi
sovrapprodurre, rispetto alle necessità fisiologiche
contingenti e future, se e quando le variabili climatico/botaniche
lo consentono.
L'apicoltore tende a viversi
come un allevatore molto particolare ed a presentarsi
più come tutore, in armonica sinergia, che
non come colui che modifica/altera/forza il naturale
ciclo vitale delle sue api.
Propongo, invece, una constatazione su cui non ci
si sofferma sufficientemente: l'uomo pone in essere
diverse forzature nell'allevamento delle api e fra
le più significative vi è la sistemazione
in unica postazione di più famiglie d'api.
E' pur vero che l'apicoltura è particolarmente
vicina al naturale ciclo biologico rispetto ad altri
allevamenti, ma nonostante ciò determina necessariamente
modifiche importanti, se non sostanziali, del ciclo
vitale dell'animale allevato. Oltre ad aver determinato,
così come madre natura ci insegna, le condizioni
migliori per il posizionamento dell'apiario (ben protetto,
solatìo, correttamente orientato…), potremmo
porci il quesito: concentrare e mantenere in un unico
sito famiglie d'api, quali riflessi comporta nel loro
ciclo biologico?
L'apiario
L'osservazione operata dai produttori apistici ha
individuato alcune delle possibili conseguenze della
gestione di più famiglie d'api in un unico
sito:
- i messaggi chimici e meccanici,
su cui è regolata la vita dell'alveare, si
diffondono con maggiore facilità all'esterno
della famiglia cui sono destinati, determinando
un comportamento collettivo d'apiario o meglio da
superorganismo.
Importante e palpabile la diffusione,
in modo particolare, sia del comportamento di saccheggio
sia dello "stato d'animo" di emergenza/difesa
a seguito di una aggressione (ad esempio la cosiddetta
"visita" dell'apicoltore, equivalente ad
un terremoto di forte magnitudo per l'uomo). Gli alveari
di razze con particolare propensione alla difesa,
infatti, devono essere posti su supporti isolati per
non facilitare ulteriormente la percezione dei segnali
ed il conseguente insorgere del comportamento d'apiario;
- difficoltà
e confusione per api, fuchi ed api regine nell'individuazione
del proprio alloggiamento (particolar- mente grave
per le razze d'api, come la ligustica, caratterizzate
da scarsa attitudine all'orientamento), con conseguenti
fenomeni di deriva da cui possono originare gravi
turbative dell'equilibrio delle famiglie;
-
agevolazione della trasmissione di patologie tra
le famiglie, tant'è che esistono le cosiddette
patologie d'apiario.
Su tali fenomeni conseguenti
al concentramento delle famiglie d'api in un unico
sito si sono potute attuare una somma di osservazioni
e di misure correttive. Su altri interrogativi, invece,
non si sono sviluppate, per quanto è a mia
conoscenza, adeguate e specifiche ricerche e osservazioni
da parte degli apicoltori e dei ricercatori:
- qual è il numero
ottimale di famiglie d'api per apiario?
- quale quantità di
famiglie d'api "regge" un territorio?
- quale quantità massima
di melari possono derivare da una fioritura?
- quali differenze sostanziali
sono conseguenti alla gestione da parte di diversi
apicoltori di più apiari contigui sullo stesso
areale di pastura?
Le risposta più diffusa
e radicata a quest'insieme di interrogativi fra gli
apicoltori è, ed è stata, la più
semplice, ma non per questo la più sensata
e fondata. Le uniche ricerche ed osservazioni effettuate
ci forniscono elementi di conoscenza troppo limitati
per rispondere ai quesiti su esposti pur riguardando
due aspetti di notevole interesse: area di bottinatura
e potenziale nettarifero.
Area
di bottinatura
Importanti studi per la migliore impollinazione di
fruttiferi e culture hanno posto in rilievo che i
teorici e potenziali tre km di raggio operativo di
un alveare sono una banale e semplificante convenzione
che non rispecchia se non in modo riduttivo:
o da un lato la netta preferenza delle api a bottinare,
il più possibile, nei pressi dell'apiario ed
a privilegiare un raggio operativo massimo di 500/1000
metri;
o dall'altro lato la capacità delle api di
avvalersi, quando utile e necessario, delle correnti
d'aria sia in pianura che in territorio montuoso/collinare
per ampliare ben oltre i tre km il loro raggio di
raccolto.
In più di un'occasione a me, come ad altri
colleghi, è capitato di trovare melari pieni
di un miele monofloreale, quando tale tipologia di
fiore era assente nel raggio di svariati km dall'apiario.
L'area di bottinatura si configura pertanto come una
complessa somma di variabili ben lontana dalla proiezione
astratta dell'apicoltore che la vede invece come un
cerchio con raggio di tre kilometri con al centro
l'apiario. L'area di bottinatura varia dai mille a
ben oltre i tremila ettari ed è assai difficile
per l'uomo determinare di volta in volta sia la sua
estensione che la sua effettiva localizzazione.
Potenziale
nettarifero
La determinazione teorica del potenziale nettarifero
di una specie botanica è basata sulla ponderazione
della secrezione media di microgocce di nettare nella
vita di un fiore della specie oggetto di studio, moltiplicata
per il numero medio di fiori, nella ipotetica presenza,
in una superficie di un ettaro, di quella, e solo
quella, tipologia di pianta.
Da notare che fra i vari autori, come è logico
data la difficoltà di determinare i valori
presumibili, non esiste una completa concordanza sulla
teorica potenziale resa delle varie essenze.
Tale interessante concetto astratto, con la relativa
"tabellina" di resa teorica, è stato
recepito e sovente distorto quale effettiva potenzialità
produttiva di miele in un determinato territorio.
In merito è invalso, addirittura, l'uso e la
norma, per fortuna solo in alcune zone d'Italia, di
rapportare la possibilità di collocare gli
alveari al potenziale nettarifero di una determinata
essenza ed alla sua diffusione su un territorio.
Mi piacerebbe conoscere qualche apicoltore (e ne conosco
e frequento tanti) che si sia mai avvalso del potenziale
nettarifero per orientare le sue scelte. Il concetto
di vero interesse con cui misurarsi, in effetti, è
tutt'altro: l'effettivo potenziale produttivo di una
determinata zona.
Il "potenziale nettarifero", anche qualora
fosse accompagnato da un preciso censimento delle
risorse nettarifere presenti nel territorio, può
essere forse, uno degli strumenti da utilizzare, ma
non certo il principale mezzo di conoscenza e previsione.
Temo che ad oggi gli unici a trarre un utile dalla
mappatura nettarifera (attività di ricerca
da non confondere con l'utilissimo studio e caratterizzazione
botanica territoriale dei mieli dei vari areali) siano
stati i ricercatori, almeno laddove si è deciso,
sconsideratamente, di impiegare rilevanti risorse
per un fine che non ha alcuna ricaduta apprezzabile
per gli apicoltori.
Potenziale
mellifero
Come nel caso delle carte telluriche e della classificazione
delle zone a rischio sismico, la determinazione dell'effettivo
potenziale mellifero non si ottiene con astrusi calcoli,
ma purtroppo solo, quantomeno fino ad oggi, con l'esperienza
e l'osservazione dell'apicoltura produttiva.
Si confida, cioè, su una potenzialità
poiché l'evento di una determinata produzione
si è già verificato in precedenza.
La mia attività di produttore è limitata
alla conoscenza di come far sì che i miei apiari
raccolgano in sovrappiù sulle seguenti fonti
di bottinatura: acacia, millefiori di collina e di
pianura, tiglio, castagno, girasole e melata, ma ho
avuto esperienze di lavoro anche su altre produzioni
quali agrumi ed eucalipto.
Il teorico potenziale nettarifero, rispetto a quest'insieme
di varie produzioni apistiche, è apparso nel
tempo come elemento ininfluente nella determinazione
delle scelte aziendali di collocazione e di spostamento
degli apiari. La presenza rilevante di una tipologia
di flora è percepibile, infatti, con una indagine
empirica, ma la determinazione della sua effettiva
densità è, ad esempio, assai meno interessante
della sua disposizione ed esposizione, che maggiormente
condizionano l'effettiva secrezione nettarifera. Analogo
maggior rilievo hanno la tempistica e la potenziale
durata territoriale della fioritura.
Acacia e castagno in valloni, piuttosto che in versanti
o in terre esposte a correnti calde o fredde, ettari
di girasole o di colza con tempi di semina scalati,
scansione dello sfalcio delle leguminose: questi sono
i veri dati di potenziale mellifero su cui si sofferma
l'attenzione di un apicoltore!
Dato per scontato l'adeguato sviluppo delle famiglie,
le variabili di rilievo che consentono o meno un buon
raccolto sono così schematizzabili:
- il benessere delle
colture e delle essenze spontanee;
- la qualità e buona
predisposizione delle gemme floreali (in particolare
arboree);
- l'umidità relativa;
- la temperatura diurna, notturna
e media, nonché la forbice di escursione;
- la quantità d'acqua
disponibile in quel determinato ambiente e nel suo
sottosuolo a seguito delle precipitazioni nel periodo
precedente e di quelle nel corso della fioritura
(impressionante ad esempio la resa dell'eucalipto
in alcuni areali di bonifica palustre);
- i flussi d'aria, delle correnti
e dei venti (vi sono intere vallate piemontesi con
migliaia di ettari di acacia - con relativo elevato
potenziale nettarifero teorico - dove sfido chiunque
a trovare un apiario produttivo a causa dell'andamento
dei venti dominanti);
- la tipologia di cultivar;
- i trattamenti fitosanitari;
- la composizione caratteristica
dei terreni (quando ancora si produceva tanto miele
di girasole, il raccolto in molte zone risultava
in funzione delle terre "calde o fredde",
con immensi territori ammantati di giallo, a perdita
d'occhio, da cui non ci si poteva aspettare neanche
un etto di miele nei melari).
In genere, specie per le produzioni
importanti per il mio reddito, cerco di suddividere
il rischio, posizionando gli apiari in areali con
caratteristiche e tempistiche differenti secondo l'esperienza
e la conoscenza che ho sviluppato negli anni. Molti
produttori apistici seguono un criterio analogo e,
come tanti giocatori d'azzardo, considerano con attenzione
le variabili e le potenzialità di ogni giocata
sui vari piatti. Ben pochi si soffermano a calcolare
il rischio da "potenziale nettarifero insufficiente"
e da "sovraccarico d'api".
Salvo poi, fuori stagione, dedicare energie non indifferenti
ad assicurarsi un'area di rispetto ed a delimitare
il proprio territorio, come signorotti medioevali
o maschi dominanti. Quali "diritti" possano
vantare è ben difficile comprendere, mentre
è di facile intuizione come riescano a difenderli.
Si arriva all'assurdo che oggi, in alcune regioni,
un "apiario autorizzato" può addirittura
essere ceduto come fosse un bene immobiliare e garantisse
una qualche forma di diritto reale.
Se le api producono poco, nei diversi contesti ambientali/botanici
dei miei apiari, il fenomeno è sostanzialmente
analogo sia che si tratti di grandi apiari in territorio
cosiddetto "saturo", applicando i criteri
del potenziale nettarifero, sia che si tratti di piccoli
apiari con disponibilità pressoché esclusive
di pastura; ovviamente lo stesso andamento produttivo
medio si verifica nel caso di buone od ottime produzioni.
L'esperienza mi ha permesso d'individuare le postazioni
in cui meglio si incrociano le variabili climatico/ambientali/floreali
e che consentono le migliori medie produttive d'apiario,
ma le cosiddette "postazioni magiche", così
come quelle che ho dovuto abbandonare nel tempo, non
si sono mai rivelate tali in rapporto alla densità
d'alveari sul raccolto di quella zona. Ho individuato
postazioni che producono, quando le varie condizioni
lo consentono, molto bene pur con presenza molto limitata
(se non addirittura inesistente secondo i criteri
"scientifici") di quella tipologia di flora
e, al contrario, postazioni con disponibilità
di fioriture immense che non producono adeguatamente.
Sia nel caso di produzioni scadenti che di rese eccellenti,
ho intersecato il dato finale con la quantità
d'alveari presenti in quel territorio. Ebbene la conclusione
che ne è derivata è che ad oggi in nessun
caso ho potuto connettere il risultato scarso od ottimo
con la quantità d'api in rapporto alla disponibilità
di risorse sui raccolti! Infatti, sia nello sviluppo
primaverile che sul raccolto di acacia e di melata,
nel raggio di poche centinaia di metri da casa mia
gestisco da trecento a quattrocento alveari. Ad ulteriore
testimonianza di ciò vi sono le belle foto
d'epoca con apiari immensi, di centinaia e centinaia
di famiglie, gestiti da apicoltori di mestiere nella
prima metà del '900.
Certo se i fiori sono andati in malora, come nel caso
di alcune micidiali gelate verificatesi nel momento
della schiusa delle gemme d'acacia e d'agrumi o ancora
come nel caso di assenza di gemme floreali a causa
della siccità nella stagione precedente (evento
drammaticamente verificatosi nel 2004 in molte zone
di eucalipto), non si possono nutrire illusioni di
sorta. L'esperienza però ci dice che una pianura
con radi filari d'acacia o d'eucalipto, pur con gran
"densità di apiari", può produrre
molto più di una vasta zona boschiva interamente
colonizzata da una specie botanica.
La scarsa rilevanza del rischio "sovraccarico"
sul raccolto mi porta addirittura a supporre che la
grande maggioranza delle "buttate" nettarifere
da produzione vada persa, grazie anche alle stolide
normative ed all'insieme di adempimenti burocratici
che intralciano, e non poco, la movimentazione e la
produzione apistica. Tutti coloro che producono per
davvero miele sanno, infatti, che il raccolto su acacia,
castagno e melata è come l'onda per il surfista:
una o più "giornate di festa grande per
le api" che vanno colte al momento giusto. Altri
raccolti sono, invece, come lente maree il cui livello
sale di ben pochi chili di nettare al giorno; i quesiti
pertanto sono: per quanto tempo la congiunzione favorevole
degli astri durerà? Esiste un modo per determinare
se il bottino è insufficiente per le api che
vi ronzano sopra? C'è modo e maniera di quantificare
qual è il territorio di raccolto?
In definitiva non nego affatto che possa esservi una
possibile competizione per eccesso di bottinatrici
in presenza di risorse limitate, ma trovo assai difficile
comprendere quando e come tale fenomeno si verifichi
effettivamente sui raccolti importanti.
L'andamento delle produzioni apistiche negli ultimi
cinquanta anni in Italia ha evidenziato come la secrezione
mellifera è soggetta alle variabili ambientali,
ma mai e poi mai si è potuto connettere, con
un qualche fondamento e riscontro certo, una produzione
scarsa alla saturazione d'api su una importante fonte
di bottinatura.
Per quanto attiene invece alla competizione tra api
ed altri insetti dell'entomofauna, specie in merito
all'ingresso di alveari nomadi in aree protette o
parchi, mi limito a constatare che esistono due ipotesi
scientifiche contrapposte. Una teoria (esposta peraltro
da ricercatori italiani) esclude che un apiario nomade
possa in alcun modo interferire con la disponibilità
nettarifera; l'altra, invece, afferma che tale presenza
comporterebbe la pericolosa sottrazione di risorse
per le popolazioni di altri insetti selvatici. Entrambe
le ipotesi, a quanto mi risulta, non hanno a supporto
alcuno studio dettagliato e di campo.
Torniamo alle api. Se la competizione fosse fenomeno
rilevante nelle fioriture da produzione dovrebbe implicare,
nel caso di magri raccolti, sia evidenti sperequazioni
tra apiari di dimensioni diverse, sia differenze apprezzabili
tra le stesse famiglie di un apiario. Dovrebbe cioè
verificarsi una diversa capacità di risposta
a seconda della competitività della famiglia
e/o della fortuna di bottino nelle porzioni di pascolo
"libere" da eccesso di bottinatrici (non
possiamo, infatti, ipotizzare che la pressione ed
il carico di bottinatura siano equivalenti ovunque).
Ciò che invece può percepire anche il
nostro occhio umano (estraneo e limitato nell'afferrare
i complessi meccanismi della famiglia d'api e delle
sue relazioni con l'ambiente) è che quasi sempre
è il grado di sviluppo dell'alveare, cioè
una adeguata quantità di bottinatrici, la causa
probabile, se non certa, di un raccolto più
limitato di una famiglia nel confronto con le altre
colonie dell'apiario.
L'attenta osservazione dei meccanismi di pastura può
aiutarci a formulare ipotesi, ma è assai difficile
pervenire a certezze di sorta in merito.
L'andamento produttivo dell'acacia nella primavera
2003 ha evidenziato come, pur in presenza di una fioritura
gravemente falcidiata, se non compromessa dalla gelata
di aprile, e con un teorico enorme e fuori dal comune
"sovraccarico" di alveari, le produzioni
siano invece state molto buone, se non ottime, quando
e dove le condizioni climatiche lo hanno permesso.
La dinamica di raccolto su melata di metcalfa è
invece influenzata da variabili diverse e da fenomeni
contraddittori rispetto al raccolto di nettare e molto
sfugge all'umana comprensione. Lo scambio di esperienze
tra colleghi ha evidenziato che il posizionamento
dell'apiario nei fondovalle, rispetto a quello sulle
sommità collinari più solatie, facilita
probabilmente l'equilibrio termico dell'alveare, la
lavorazione della melata e quindi influenza positivamente
la produzione. Non abbiamo però, almeno a quanto
mi consta, ipotesi che forniscano possibili spiegazioni
di una marcata variabilità di raccolto tra
famiglie di pari forza. Eppure è tangibile
ad occhio nudo che, nelle giornate con umidità
relativa adeguata, l'entità della "buttata"
di melata è enorme, ma in gran parte evidentemente
non raccolta e dispersa nell'ambiente.
Le api sulla melata ci dicono inoltre che alveari
presenti sul territorio ben prima che inizi la secrezione
conseguono di norma una produzione più significativa
di quelli arrivati in tempo più che utile;
tale fenomeno non si verifica invece nelle più
significative produzioni da nettare. In questo caso
sembrerebbe determinante non tanto il numero di bottinatrici,
bensì la loro "conoscenza"del territorio
di pascolo o la "consuetudine" delle famiglie
di approvvigionarsi su melata. Ciò che è
certo su melata di metcalfa è quindi e solamente
l'assoluta inapplicabilità ed ininfluenza dei
concetti di "potenziale nettarifero" e "saturazione
del pascolo".
Dovremmo forse prendere atto, con un po' più
di modestia, della umana ignoranza sui complessi meccanismi
d'interazione tra l'ape, la fioritura e le condizioni
climatico-ambientali nei momenti di buttata e concentrare
l'attenzione, piuttosto che sulla scarsità/competizione
di raccolto, sulla continuità della presenza
di nettare e polline. Un serio problema dei produttori
in molte zone sta diventando la necessità di
intervenire con apporti esterni nei momenti di magra.
Stiamo inoltre imparando ad apprezzare l'importanza
della qualità delle risorse proteiche (secondo
la tipologia di aminoacidi dei vari pollini), scoprendo
in più di un caso che le api raccolgono ciò
che possono trovare, ma se hanno diverse opportunità
scelgono il meglio.
Con le grandi modificazioni ambientali conseguenti
all'innovazione tecnologica in agricoltura, in effetti,
potremmo renderci conto che il problema dell'insufficienza
di pascolo è fenomeno preoccupante non nei
momenti del raccolto, ma nei "buchi" d'importazione
che precedono o seguono la salita a melario.
Dovremmo dedicare, infatti, ben altro interesse ai
mutamenti e alla riduzione di tutta quella flora minore,
che a volte non lascia neppure testimonianza pollinica
nei mieli prodotti, ma che è essenziale per
il succedersi e lo sviluppo delle generazioni d'api.
Di conseguenza potremmo anche, con poco sforzo e spesa,
contribuire a modificare l'ambiente floreale circostante
l'apiario: nelle mie colline possono modificare lo
sviluppo, e quindi le rese produttive, molto più
5 alberi di salice in più, che non la piantumazione
di centinaia di robinie. In effetti nella mia realtà
produttiva la difficoltà maggiore non si pone
nei momenti di raccolto "da melario", ma
nei periodi intermedi.
In conclusione la mia percezione delle problematiche
di pascolo è che possono esservi difficoltà
ben più significative nella continuità
degli apporti che non nella scontata, ma indimostrata,
limitatezza del piatto dei raccolti importanti.
La considerazione sulle diverse tipologie d'apiario,
stanziale e nomade, l'elencazione delle esigenze che
contribuiscono a definirne le dimensioni massime,
le osservazioni sulla convivenza e coesistenza tra
apicoltori continueranno in uno dei prossimi numeri
di L'Apis.
Francesco Panella
Pascolo
saturo od incostante? Questo il problema!
Considerazioni su apicoltura,
pascolo, famiglie ed apiari.
Le caratteristiche e le dimensioni degli apiari. I
fattori determinanti per le scelte aziendali produttive
in funzione dell'effettivo potenziale mellifero.
Nella prima parte di questo
articolo il ragionamento e la riflessione si sono
dipanati a partire dall'esperienza su vari aspetti
dell'attività produttiva apistica:
- la presa d'atto delle
forzature che l'uomo introduce nel ciclo biologico
naturale delle api a partire dal concentramento
in un unico sito di più famiglie d'api;
- la difficoltà di
determinare l'effettiva area di bottinatura accompagnata
dalla pressoché irrilevanza del potenziale
nettarifero teorico;
- l'esperienza, quale principale
elemento per la determinazione dell'effettivo potenziale
mellifero e per l'orientamento delle scelte aziendali;
- la mancanza di elementi
certi sulla effettiva limitatezza delle risorse
botaniche "da raccolto" ed il mancato
riscontro delle ricadute da "scontata competizione
da sovraccarico";
- l'importanza, certa e palpabile,
della limitatezza ed incostanza della così
detta flora apistica "minore" sia nello
sviluppo che nel mantenimento e nella preparazione
dell'invernamento delle famiglie.
Con analoga riflessione propongo
ora di proseguire nella ridiscussione e ripensamento
d'alcuni "postulati" del pensiero apistico.
Alleviamo singole famiglie d'api
od apiari?
Tutta la ricca manualistica apistica tradizionale
concentra l'attenzione e le indicazioni sulle diverse
fasi ed operazioni finalizzate alla gestione della
singola famiglia. Sappiamo che, in effetti, sono molti
gli aspetti che differenziano una famiglia dall'altra
e possiamo citarne alcuni tra i più importanti:
ogni regina ha il proprio ritmo di deposizione con
periodi di particolare intensità che sono preceduti
da fasi con cadenza assai meno sostenuta. Sappiamo
anche che tali fasi alterne non coincidono tra le
diverse famiglie dell'apiario. Si è ipotizzato
che l'andamento della deposizione sia in rapporto
diretto con il raccolto di polline, attività
su cui si verifica una notevole variabilità
tra le famiglie dello stesso apiario, ma tale congettura
non ha trovato ad oggi alcun riscontro scientifico.
L'andamento della covata ci dice quindi che le famiglie
interagiscono con l'ambiente e le cure in modo marcatamente
difforme.
Ciò di cui non si è voluto e saputo
sino ad oggi prendere atto sufficientemente è
che invece l'azione dell'allevatore apistico da reddito
è, o almeno così appare dal mio punto
di vista, volta sostanzialmente a ridurre l'incidenza
di questi caratteri di distinzione tra le varie "individualità"
presenti nel suo cantiere. Il produttore apistico
dedica necessariamente gran parte della sua attività
d'allevamento, di cura e di stimolo ad un'entità
composta da differenti individualità, affinché
dia quale risultato un unico "insieme produttivo".
In effetti anche nelle chiacchiere, così come
nei resoconti stagionali tra apicoltori, si parla
sempre meno delle mirabolanti cataste di melari della
singola famiglia mentre con sempre maggiore frequenza
si confrontano le rese od i problemi delle varie postazioni
o zone di apiari. La differenza tra una gestione apistica
amatoriale ed una da reddito è, forse e giust'appunto,
segnata dall'obiettivo che l'apicoltore persegue nel
cercare di condizionare a suo favore lo sviluppo e
la vita delle sue colonie: l'amatoriale, a me pare,
tende a cercare d'influenzare l'andamento di ogni
singola famiglia; il produttore da reddito cerca di
conformare il più possibile le famiglie ad
un livello comune che è quello dell'apiario.
E' quindi in definitiva l'apiario e non l'alveare
il modulo base dell'azienda apistica produttiva. A
tal fine ogni produttore da reddito definisce proprie
specificità e particolarità tali che
ogni azienda apistica è qualcosa di unico (non
riconducibile a modelli di sorta), nella modalità
di gestire l'apiario e gli apiari con la sinergia,
l'efficienza, la capacità e il coordinamento
delle risorse umane disponibili rispetto all'evoluzione
delle variabili climatiche, agricole ed ambientali.
Cosa
determina la dimensione degli apiari?
L'apicoltura produttiva opera una radicale distinzione
rispetto alla finalità dell'apiario: nell'apiario
stanziale ed in quello nomade sono, infatti, ben diverse
le opportunità che si ricercano, così
come le conseguenti ricadute sulla gestione delle
api.
Apiario
stanziale.
Ciò che è di maggior rilievo nella scelta
di una postazione fissa è:
- adeguata esposizione/collocazione
climatica;
-
fioriture e risorse (principalmente: nettare, polline
ed acqua) per lo sviluppo;
-
fioriture/melate per il/i raccolti;
-
fioriture e risorse (principalmente: nettare, melata,
polline ed acqua) per l'invernamento.
Nel corso dell'annata apistica
sono così varie e molteplici le essenze e le
risorse bottinate dalle api, così come i momenti
di loro assenza, ed è talmente vasto ed indeterminato
l'aerale di raccolto che non è possibile in
alcun modo poter esprimere a priori alcuna certezza
sulla conformità/potenzialità di una
postazione.
Solamente un'osservazione attenta e pluriennale della
presenza ed andamento delle fioriture e risorse, dello
sviluppo e dinamica di popolazione delle famiglie
d'api in quel determinato contesto può avvalorare
le sensazioni più o meno fondate del produttore.
L'apicoltore, infatti, in genere con ampie e pluridirezionali
ricerche, coglie l'opportunità che gli si presenta
di collocare i suoi apiari e, solo a seguito di reiterate
verifiche e comparazioni nel tempo ed a fronte del
manifestarsi discontinuo delle variabili stagionali,
decide se la postazione è potenzialmente adeguata
e sarà, quindi, ulteriormente utilizzata.
Ai fini della scelta è in genere decisiva la
presenza di sufficienti risorse (potenziale mellifero)
nell'intera stagione apistica (sviluppo, raccolti,
invernamento). Nell'esperienza che ho sviluppato in
Piemonte, nelle regioni confinanti e nella Maremma
Toscana ho trovato postazioni non adatte in toto od
in parte ad ospitare un apiario stanziale. Le ragioni
che con maggiore frequenza mi hanno indotto a decidere
che un sito non è "buono" per la
permanenza dell'apiario in tutto l'anno sono, in ordine
d'importanza:
- non adatto all'invernamento,
con maggiori probabilità di contrarre e manifestare
nosema;
- con insufficienti risorse
per lo sviluppo primaverile;
- contiguo ad apiario/i malgestito/i;
- con raccolto/i inferiori
rispetto ad altri apiari nella stessa zona.
La non conformità più
frequente di un sito ad ospitare un apiario stanziale
non è connessa quindi generalmente alla potenzialità
da raccolto per salita a melario, ma ai buchi di risorse,
in primavera e nel preinvernamento, ed ai rischi sanitari.
Maggiore attenzione e studio andrebbero forse dedicati
ai consumi complessivi di risorse di una famiglia
d'api nel corso di una stagione rispetto alla evidenza
di quanto può "regalarci" di sovrapproduzione.
Quando, invece, il giudizio d'insieme sulla postazione,
confortato da un'esperienza pluriennale, è
positivo vi si includono ed accettano anche le sue
caratteristiche e limiti (in comparazione con le postazioni
od apiari vicini in quel determinato contesto botanico/territoriale)
che ne definiscono la specificità. Per l'apicoltore,
quindi, ogni apiario ha una sua precisa connotazione
ed individualità con pregi sufficienti a giustificarne
l'esistenza.
Contrariamente ad una immagine stereotipata dell'apicoltore
nomadista quale "pirata" del "mordi
e fuggi" del nettare, la "bravura"
gestionale dell'apicoltore è giust'appunto,
anche, connessa con la capacità d'accumulare
esperienza sull'andamento delle api in siti diversi.
Ciò consente di saper calibrare ed orientare
l'intervento sugli apiari secondo il loro andamento
"medio" e del "dato storico",
a fronte delle variabili stagionali. Le api quindi,
e solo le api, possono "parlarci" di una
postazione e l'arte di fare apicoltura, a mio parere,
è strettamente dipendente dalla conoscenza
del ciclo di sviluppo biologico delle api in quel
determinato contesto rispetto ad una situazione apparentemente
similare. Se il produttore apistico gestisce i suoi
apiari come "entità" o "cantieri"
soggetti al manifestarsi e concatenarsi delle variabili
climatico/botaniche stagionali, sono però svariate
le dimensioni del modulo base, l'apiario, nelle varie
aziende apistiche. E'quindi utile cercare di meglio
capire quali sono gli elementi che contribuiscono
a definire la dimensione degli apiari. Nel caso della
mia azienda la consistenza degli apiari è strettamente
dipendente dalla procedura produttiva primaverile
che prevede di giungere al raccolto con famiglie di
"forza" non alta, ma media; che giungano
alla schiusa dell'acacia delle dimensioni "giuste".
L'obiettivo è di contenere il più possibile
la sciamatura e di livellare le popolazioni senza
conseguenti forbici di produzione eccessive tra un
alveare e l'altro dell'apiario. So che esistono altre
procedure, peraltro più che valide, basate
su famiglie forti; con il rapporto tra manodopera
qualificata e numero d'alveari esistente nella mia
azienda, non posso garantire un controllo/parificazione
assiduo come richiede questa forma di gestione. Preferisco
quindi una media produttiva per alveare più
bassa su più apiari, che mi consente di puntare
su più "piatti", che non la gestione
intensiva di un parco di famiglie ridotto. L'unica
certezza sul potenziale mellifero, maturata in decenni
di patemi e di esperienza, è che l'incrociarsi
delle variabili (tempistica di schiusa e durata delle
fioriture, andamento dell'umidità, dei venti
e della pressione atomosferica ecc…) si differenzia
in maniera statisticamente rilevante da zona a zona,
da un tavolo di gioco all'altro. La suddivisione del
rischio è quindi una possibile condotta nella
gestione della "previsione" e quindi dell'azzardo.
Sotto questo profilo ho fatto negli anni diverse esperienze
sulla dimensione ottimale dell'apiario stanziale e
ne ho dedotto alcune "regole" su cui imposto
la mia attività produttiva:
1) La variabile più importante, da tenere sotto
controllo e che determina la dimensione del "cantiere",
dell'apiario, è la quantità di forza
lavoro qualificata disponibile nei possibili momenti
di "tensione" (interventi ed equilibratura
primaverili, scarsità di raccolto nei momenti
intermedi ai raccolti, ritiro dei melari, preinvernamento…).
L'aspetto importante è quindi, dato per scontato
che il sito abbia caratteristiche accettabili di pastura,
il limite soggettivo ed aziendale per ben governare
quella quantità d'alveari in un unico apiario,
secondo le procedure di produzione e lotta alle patologie
caratteristiche dell'azienda, senza che i fenomeni
tipici d'apiario (nervosismo, saccheggio…) si manifestino
con gli inconvenienti conseguenti.
2) Il tempo ottimale e massimo d'operatività
in apiario varia da un'ora a qualche ora. L'organizzazione
aziendale prevede di effettuare il lavoro in una "squadra"
composta quantomeno da due persone. Le postazioni
stanziali che utilizzo "reggono" bene il
quantitativo di cinquantadue alveari, modulo base
connesso alla capacità di carico del mio camion.
Dimezzare, o ridurre ancor più, questo quantitativo
non comporta alcun vantaggio percettibile. Al contrario
alcune postazioni (le migliori, sfortunatamente poche)
reggono analogamente e senza problema di sorta una
quantità doppia se non superiore di alveari.
Negli apiari "grossi" (rispetto alla nostra
"misura") quando "non è aria"
ricorriamo all'accorgimento di spezzare l'intervento
in due giornate lavorative diverse, piuttosto che
correre il rischio di creare uno stato di nervosismo
d'apiario che richiede poi varie giornate, specie
se manca un buon flusso, per essere "dimenticato"
dalle famiglie.
3) E' sufficiente una piccola distanza da un apiario
(dai cento/duecento metri in su) per collocare e gestire
agevolmente un altro apiario stanziale con buoni risultati
e senza significative interferenza tra i due cantieri
(anche se l'apiario contiguo, sovente, presenta caratteristiche
proprie e diverse da quello vicino).
4) Apiari gestiti da altri apicoltori nei pressi di
mie postazioni non arrecano danno di sorta a meno
che la diversa forma di conduzione induca precise
conseguenze sanitarie (travaso di patologie) o disturbi
vari indotti da pratiche apistiche primitive (quali
nervosismo od attitudine al saccheggio per malaccorto
prelievo dei melari).
Quanto suesposto, oltre a riconfermare che il potenziale
nettarifero non ha significativa influenza sulle "regole
e procedure aziendali", evidenzia che incentrare
l'attività produttiva sul potenziale mellifero
può consentire una sensibile riduzione delle
spese di viaggio, di trasporto e gestionali. I costi
energetici di trasporto (delle api, dei materiali
e degli operatori) dalla sede aziendale agli apiari
e viceversa sempre più hanno, ed avranno in
futuro rilevanza. La relazione percentuale tra kg
di miele prodotto e spese energetiche di trasporto,
tempi morti di lavoro è uno degli aspetti su
cui accentrare la massima attenzione per la riduzione
dei costi ai fini della redditività aziendale.
Apiario nomade.
Qualora l'apiario venga spostato per un raccolto,
non necessitano l'insieme di requisiti indispensabili
per una collocazione stabile e fissa. E' sufficiente
che vi sia la possibilità di quel/quei raccolto/i
per cui si effettua il trasloco. L'apiario può
quindi essere rivolto a nord, all'ombra (che anzi
in estate può rivelarsi una condizione positiva),
in un fondovalle nebbioso (ottimale per il raccolto
di melata).
Quanto alla dimensione dell'apiario nomade su raccolto
questa è, a mio avviso, condizionata solo da:
- spazio disponibile,
-
accessibilità,
-
possibilità di lavorare agevolmente sia durante
il raccolto che nel prelievo dei melari.
E' cioè meno accentuata
l'esigenza di rapportare le dimensioni al tempo lavoro
d'apiario poiché si opererà per un periodo
limitato in quel contesto, con buone probabilità
che in tale lasso di tempo vi sia un flusso nettarifero
consistente. Ho quindi realizzato più volte,
in particolare su acacia, castagno e melata (ma in
un lontano passato anche su agrumi) apiari di centinaia
d'alveari con piena soddisfazione di buone medie produttive,
migliori in svariati casi, come già ricordato,
rispetto ad altri apiari di dimensioni ridotte.
Vi sono poi altre risorse nettarifere, invece, quali
millefiori, girasole a semine scalate, trifogli ed
erba medica con opportunità/speranze di raccolto
più dilazionate e scaglionate nel tempo e che
quindi impongono di prestare maggiore precauzione
sul numero di famiglie per apiario e richiedono più
attenzione per assicurare, nella misura del possibile,
ottimali condizioni di lavoro.
Le ricadute del vicinato apistico sono analoghe a
quelle già viste nell'apiario stanziale; con
disturbo ed ostacolo alla capacità produttiva
nei casi di seguito elencati, in ordine d'importanza:
- sotto il profilo sanitario
(il problema si pone con la contiguità anche
di un solo alveare gestito da uno pseudo apicoltore);
- per il prelievo dei melari
a seguito di pratiche non opportune (nel caso del
miele di castagno, infatti, quando possibile, preferisco
asportare la maggior parte dei melari dopo avere
riportato gli alveari in zona di melata);
- per attività delinquenziali
di furto/vandalismo
- per più civile, ma
non per questo meno disastrosa ai fini dell'esito
produttivo, imposizione e pedissequa applicazione
ed osservanza di stolte ed infondate normative motivate,
per lo più, da cieco timore della "supposta
saturazione" delle potenzialità di pascolo.
Conclusioni.
- Il potenziale nettarifero
è una nozione astratta utile per catalogare
e conoscere le potenzialità teoriche e medie
della flora (e non della melata). Tale concetto
non può e non deve sotto alcun profilo essere
confuso con il potenziale mellifero.
- Il potenziale mellifero
è conseguente all'evolversi di variabili
complesse; è quindi contrassegnato da molta
imprevedibilità ed è approssimativamente
"previsto", o meglio "presentito",
dai produttori solo grazie all'esperienza e alla
capacità di ricerca, d'indagine e d'osservazione.
- L'inadeguatezza più
frequente di un sito ad ospitare un apiario stanziale
nelle zone ove opero è più connessa
a fattori sanitari e di limitatezza ed incostanza
delle risorse minori che non all'insufficienza di
raccolto da melario.
- Ciò che determina
la dimensione degli apiari, rispetto alle risorse
ambientali che conosco, è principalmente
la disponibilità in azienda di manodopera
qualificata tale da garantire l'efficienza che pretende
la gestione di più alveari in un unico sito.
- La cattiva gestione
degli alveari comporta pesanti conseguenze su apiari
ed apicoltori contigui ed è meglio sforzarsi
per cercare il confronto, se non la collaborazione,
sulle tecniche di gestione e di lotta sanitaria
che non incentrare l'attenzione sulla concorrenza
sul pascolo da raccolto.
- La convinzione preconcetta
della limitatezza del raccolto "da melario"
comporta prevalentemente un atteggiamento di chiusura
con scarsa attitudine al confronto ed alla collaborazione
tra apicoltori, incentivando in modo esponenziale
e fuorviante contenziosi e conflitti.
- Deresponsabilizzarsi
ed individuare possibili "colpevoli e ladri"
di nettare è molto più facile che
accettare che il buon esito dei nostri sforzi dipende
il più delle volte dalla sorte.
Mi è stato riferito
che in alcune zone apistiche esisterebbe un problema
di congestione di apiari con le conseguenze sanitarie
e gestionali connesse a eccesso di carico. Tant'è
che rispuntano qua e là sporadicamente discussioni
su come meglio cercare di regolare per legge la consistenza
del carico apistico e gli spostamenti degli apiari.
Non mi azzardo a sostenere che la mia esperienza valga
necessariamente su tutto il territorio nazionale,
ma ho avuto modo di confrontarmi con molti e stimati
colleghi traendone l'impressione che tanti stiano
adottando priorità simili a quelle più
su proposte. Ricordo sempre, ogni volta che affronto
tale tema, che i conflitti per i diritti di pascolo
per greggi e mandrie hanno segnato tragicamente l'intera
storia dell'umanità e mi tornano anche alla
memoria le teorie figlie di un certo positivismo,
in gran voga a fine ottocento, sul necessario "spazio
vitale per i popoli" che furono alla base di
crimini immensi contro l'umanità. Furono proprio
quelle teorizzazioni di "diritti naturali dei
popoli" il fecondo terreno di cultura della più
aberrante politica di sopraffazione in nome della
"razza eletta". L'animo umano trova più
facile addebitare ad altro ed ancor meglio all'"untore",
piuttosto che a se stesso od alla "sovrana sorte",
la responsabilità di un fenomeno che sfugge
alla sua comprensione e controllo; non a caso la litigiosità,
i conflitti, i contenziosi di varia natura tra apicoltori
aumentano nelle annate cattive e con scarsa produzione.
Trovare una norma sensata ed indirizzata all'effettivo
sfruttamento ottimale delle risorse naturali apistiche
a fronte di tali e tante variabili è, in effetti,
assai difficile ed anzi probabilmente impossibile.
Le varie normative presenti in alcune regioni italiane
ne sono, a mio parere, la penosa dimostrazione. Sarebbe
forse più sensato ed opportuno soffermarsi
e cercare di affrontare un vero, tangibile e grave
problema, che sta a monte di tale discussione e che
resterebbe irrisolto anche qualora si normasse la
consistenza e lo spostamento degli apiari: come ed
in che modo e con quali strumenti contrastare l'abbandono
o la cattiva gestione di apiari che comportano un
significativo intralcio alla razionale gestione delle
api se non un ancor più grave diffusivo pericolo
sanitario territoriale?
D'altronde produrre del miele è un'arte che
pretende, in primo luogo, uso della ragione, indagine
ed intelligenza: elementi caratteristici che ci dovrebbero
distinguere dal resto del mondo animale.
Francesco Panella
|