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SALVARE
IL SALVABILE
Quando i trattamenti
non hanno avuto efficacia, quando c'è stata
massiccia reinfestazione…
(a cura dell'Associazione Regionale
Produttori Apistici della Toscana, con un'integrazione
di Francesco Panella)
Come accorgersi che gli
alveari rischiano il collasso o sono già al
collasso?
Segni evidenti sono: presenza
di api con ali deformate, covata morta (api non nate
la cui testa fuoriesce dalla cella, con la ligula
sporgente- occorre scuotere leggermente le api da
un telaio di covata), varroa a vista sul telaio di
covata o sulle api, covata infestata (occorre aprire
un po' di celle senza spappolare le larve, esaminarle
ed esaminare il fondo della cella) ,spopolamento.
E' anche possibile osservare la caduta naturale di
varroa sul fondo estraibile.
Per farlo è bene applicare un foglio di carta
oleata spalmato di vaselina.
Occorre anche disporre intorno all'arnia una sostanza
che impedisca alle formiche di portare via le varroe
(per esempio:zolfo. O, ancora meglio, possono essere
immersi i piedi dei cavalletti in barattoli contenenti
nafta o olio da motore usato).
Una caduta media di due varroe al giorno a trattamento
già completato potrebbe già indicare
la necessità di un intervento supplementare.
Questo metodo, così come altri metodi di quantificazione
dell'infestazione, non ha tuttavia un'affidabilità
eccessiva. Soprattutto nel caso di cadute modeste
(sotto le 10 varroe al giorno), non è sempre
detto che corrisponda all'infestazione reale. Occorre
sottoporre a questo tipo di osservazione più
arnie possibili in un apiario e, contemporaneamente,
esaminare attentamente anche nido e covata.
Come
intervenire?
Caso
a: le famiglie sono ancora popolose e hanno ancora
un certo vigore
Si sta parlando di fine estate
o autunno. Un trattamento con ossalico in questa fase
non ha grande efficacia se non si elimina la covata
opercolata con tutte le varroe che contiene. Inoltre
non è opportuno eseguire una serie di interventi
ravvicinati per non danneggiare le api, quindi bisogna
puntare su uno.
Dunque: o si asportano i telaini con la covata opercolata
(e si può trattare con acido ossalico gocciolato
lì per lì); o si disopercola tutta la
covata opercolata, per fare uscire la varroa allo
scoperto, schiacciando anche gli stadi più
avanzati della covata aperta, per evitare che le varroe
vi trovino rifugio. Anche in questo caso si tratta
lì per lì.
Il concetto è: creare artificialmente quella
condizione invernale di assenza di covata (solo opercolata
in questo caso) in cui l'ossalico agisce al suo meglio.
La formula più indicata per preparare l'acido
ossalico è: 1 etto di ossalico diidrato, 1
kg di zucchero, 1 litro d'acqua distillata (quantità
per una trentina di alveari). La dose va calibrata
ogni volta sulla forza della famiglia: 5 ml per telaio
tutto coperto d'api (se le api sono sparse, fare uno
sforzo d'immaginazione per rappresentarsi quanti telai
coprirebbero completamente).
E' anche possibile trattare a spruzzo (preparazione:
30 gr di ossalico per 1 litro d'acqua distillata,
e poi 3 ml per FACCIATA di telaio coperta d'api).
E' importante in questo caso usare guanti, mascherina,
occhiali protettivi.
Caso b: le famiglie sono
devastate
Innanzitutto assicurarsi che
non ci sia anche peste americana (prova del filamento)
perché in questo caso va usata la procedura
per la peste: bruciare tutto.
Se non c'è anche peste, eliminare radicalmente
tutta la covata opercolata (togliere i telaini scuotendo
le api): in essa ci sarà a questo punto più
varroa che api sane. Togliendola, toglieremo gran
parte della varroa. Questi telai vanno poi eliminati
o fusi.
Si può tenere invece eventuale covata non opercolata
dove la varroa non è ancora penetrata (la varroa
penetra nella covata il giorno prima dell'opercolatura).
Per sicurezza, è però consigliabile
schiacciare con la leva gli stadi più avanzati
della covata aperta, cioè le larve più
grosse.
Se siamo ad autunno inoltrato e alla fine dell'operazione
le api non coprono completamente almeno 4-5 telaini,
riunire a una famiglia vicina. Se due famiglie non
bastano (stiamo presupponendo che il collasso abbia
colpito l'intero apiario) riunirne insieme anche tre,
o persino quattro se è il caso. Scegliere famiglie
vicine e tenere nel mezzo a raccogliere le api un'unica
arnia con tutta la covata recuperabile. E' sufficiente
scuotere le api nell'arnia, senza particolari precauzioni
se non un occhio molto vigile a eventuali saccheggi.
Questa operazione porterà a sacrificare qualche
regina; se ce n'è una che si trova facilmente
e che si ha motivi per voler conservare, si fa in
modo che sia quella a sopravvivere. In questo caso
va collocata o lasciata nell'arnia con le sue api,
mentre le altre regine devono essere soppresse e le
api delle altre famiglie scosse davanti all' arnia.
Se no si può mescolare tutto e lasciare che
siano le api a scegliere quella che sopravviverà.
Occorre anche accertarsi che le api rimaste alla fine
dell'operazione siano abbastanza per coprire tutta
la covata e che nessuna parte di essa rimanga sguarnita.
In sostanza, alla fine vorrò avere un'unica
famiglia prodotta da varie famiglie decimate che non
sopravviverebbero all'inverno, con almeno 4-5 telaini
coperti d'api e quanta covata non opercolata posso
salvare, che possa essere coperta dalle api.
Quando la famiglia si è stabilizzata e riassestata
alla fine di questo terremoto, tratterò appena
possibile con acido ossalico gocciolato. Userò
una dose commisurata alla forza della famiglia, agendo
prima che le api possano aver opercolato la covata
ancora aperta.
Il trattamento andrà poi ripetuto in inverno,
in assenza naturale di covata.
Questo secondo metodo può
far inorridire l'apicoltore dilettante, ma è
così che nel 1995, quando l'Apistan smise di
funzionare, molti apicoltori riuscirono a salvare
il salvabile e a ripartire l'anno dopo con almeno
una parte del loro patrimonio d'api.
Se si ha tempo sufficiente e
si è ben organizzati, è possibile operare
le riunioni utilizzando il metodo meno brutale del
"foglio di giornale", o spolverare farina
sulle api per favorirne un pacifico mescolarsi.
Anche la quantità d'api che deve rimanere è
relativa.
In primo luogo non dobbiamo dimenticare che si tratterà
di api già fortemente indebolite dalla presenza
della varroa, sicuramente meno longeve, e che il numero
che vediamo oggi potrebbe diminuire drammaticamente
in seguito (questo non ci deve impedire di procedere
a questo estremo tentativo di salvarle!). Queste famiglie
vanno poi accudite, in modo che abbiano la giusta
temperatura e una buona riserva di miele e polline.
In condizioni climatiche che lo permettono, in zone
in cui un raccolto di polline potrebbe essere ancora
disponibile, o esserlo in un vicino futuro, è
possibile avere come prodotto finale famiglie anche
meno popolose, magari invernate in cassettini di polistirolo.
Nella mia esperienza sono due
le condizioni che riducono la conflittualità
e le conseguenti perdite nell'unione di api di famiglie
diverse:
1. una soddisfacente attività di bottinatura
di nettare e polline
2. una limitata attività determinata dal freddo.
Ragione per cui se debbo unire in autunno due o più
"famiglie disastrate da varroa" o nuclei
di dimensione non adeguata a superare l'inverno l'ultima
delle mie preoccupazioni è quella del rischio
di scontro e battaglia tra le api. Preoccupazione
che implica l'utilizzo di "ritardanti d'incontro"
quali il giornale o di "polverizzazioni per confondere
l'odore". E' infatti sufficiente collocare le
famiglie ad una certa distanza (basta un favo vuoto
tra una e l'altra)nello stesso nido, meglio verso
sera, ed in poco tempo i due glomeri assumeranno lo
stesso odore, tant'è che sovente le due regine
coabitano fino a primavera. In presenza di covata
si può, tempo disponibile permettendo, avere
l'accortezza di reintervenire dopo uno/due giorni
per accostare i favi di covata. Difficilmente, infine,
confido più nel mio giudizio che in quello
delle api tanto da determinare solo sulla base dei
criteri da me padroneggiati qual è la regina
da salvare; mi accerto che nella riunione ogni regina
sia attorniata dalle api della sua famiglia d'origine
ed affido alla nuova unità la scelta della
regina che dovrà prevalere.
So, infine, altrettanto bene che la valutazione visiva
dell'adeguatezza della popolazione della nuova famiglia
è assai difficile se non impossibile: sfugge,
infatti, al nostro occhio la qualità delle
api. Concordo assai sulla opportunità di cercare
di salvare il salvabile anche se quanto ottiene la
nostra azione da protezione civile è sovente
un risultato deludente.
NOTA: Abbiamo tenuto conto
anche di osservazioni pervenuteci da Antonio Nanetti
e Marco Lodesani, dell'Istituto Nazionale di Apicoltura
(cfr. Forum)
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