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PESTE AMERICANA: UN'IPOTESI
DI LOTTA
Sperimentazioni, esperienze,
studi in un tentativo di proposta organica
Questa è l'ipotesi di
strategia per il controllo della Peste Americana proposta
dall'Associazione Produttori Apistici della Toscana
ai suoi apicoltori. Si è cercato di far tesoro
sia di una annosa serie di esperienze negative, sia
invece di esperienze che - su una sufficiente base
territoriale e di numero di alveari - potessero essere
considerate esemplari. Soprattutto l'assistenza tecnica
itinerante, in apiario, ha reso possibile (insieme
all'esistenza di una Cooperativa, punto di incontro
e di scambio di informazione di gran parte degli apicoltori
senesi e fiorentini) un censimento approssimativo
dell'incidenza della malattia e della varietà
di comportamenti che la incrementavano o che invece
la tenevano sotto controllo. E' presto per trarre
delle conclusioni, ma diversi apicoltori testimoniano
un ritorno di fiducia in zone della Toscana dove,
qualche anno fa, chi avesse voluto intraprendere un'apicoltura
di tipo redditizio e professionale sarebbe stato comprensibilmente
portato a esitare di fronte alla forte incidenza di
peste americana. Zone di questo tipo ovviamente esistono
ancora, e numerose.
Il punto critico della strategia
è costituito da una diagnosi precoce della
malattia.
Agli apicoltori viene proposto (e in ogni possibile
occasione di incontro tecnico individuale o collettivo
viene anche mostrato nella pratica) uno stile di visita
dell'apiario focalizzata proprio a rintracciare la
malattia prima che dilaghi nel singolo alveare, e
dal singolo alveare all'apiario e al circondario.
In questo senso vengono contestate
le immagini presenti solitamente nei manuali di apicoltura,
che danno della peste americana una rappresentazione
solo al suo stadio più avanzato, dando la sensazione
che solo allora sia visibile, e che sia quasi normale
che arrivi a quei livelli.
Vengono altresì ridicolizzate le pretese di
quegli apicoltori o veterinari che si vantano di usare
l'olfatto per riconoscere la peste americana, perché
con l'olfatto essa è riconoscibile solo ad
uno stadio troppo avanzato.

L'espressione che viene usata
per descrivere il tipo di visita accurata proposto
dall'Associazione è: "scoprire la malattia
ancor prima che la scoprano le api", un'espressione
evidentemente un po' esagerata ma che rende l'idea.
Lo stile della visita consiste innanzitutto nello
scegliere un primo momento chiave, cioè quando
la covata primaverile sia sufficientemente sviluppata
da poter rivelare la peste, ma prima di aver iniziato
qualsiasi operazione di equilibratura, controllo della
sciamatura o altro dove sia implicato lo scambio di
materiali tra alveari o tra apiari.
Viene suggerito di scuotere
le api dai telaini in modo da poter procedere ad un
esame visivo accurato e senza ingombri. Viene altresì
suggerito di non limitarsi a un esame a campione,
ma di esaminare tutti i telaini di covata di ognuna
delle famiglie. Una lunga esperienza in proposito
ci ha suggerito questo rigore: spesso infatti la malattia
sembra inizialmente manifestare sintomi su uno dei
telai e non su altri. Al Convegno annuale della Commissione
Sanitaria UNAAPI (Rimini, dicembre 2002) il dott.
Calvarese, dell'Istituto Zooprofilattico di Teramo,
ha riferito che persino su alveari infettati artificialmente
è possibile che la malattia sfugga ad esami
di laboratorio, se effettuati solo su alcuni dei telaini
contenuti in un'arnia e non su tutti.
Viene infine raccomandato di
non limitarsi a cercare larve putrefatte o opercoli
sforacchiati, ma a disopercolare celle opercolate
isolate. Il senso è: tutt'intorno la covata
è nata. Mi aspetto di trovare o un'ape nascente
o un'ape non nata nella forma di larva putrefatta,
che le api non hanno ancora individuato. Anche in
questo caso il rigore viene dalla lunga esperienza
di apiari sospetti, in cui c'era l'aspettativa di
una comparsa della malattia.
Una volta scoperta la presenza di sintomi è
il carattere filamentoso della larva a dare la quasi
certezza della diagnosi, unitamente al fatto di trovare
la malattia sulla sola covata opercolata.
Questo sistema, che può
sembrare lungo e faticoso, è stato in realtà
adottato anche da apicoltori con centinaia di alveari,
soprattutto in zone con alta presenza della malattia,
oppure nel caso intendessero produrre sciami artificiali
per la vendita o vendere covata. Una persona può
agevolmente esaminare 30-40 arnie in una mattina.
A questa visita-chiave ne possono
seguire altre a seconda di quanto l'aspettativa di
ulteriore infezione risulti alta, il carattere rigoroso
del metodo può altrimenti mitigarsi nelle visite
successive, che possono venire a coincidere con le
manipolazioni di routine nel corso dell'anno, senza
tuttavia che venga perso un certo senso di allerta.
Se all'inizio della primavera si sono manifestati
qualcosa di più di qualche caso sporadico,
viene suggerito di attendere il più possibile
a scambiare materiali tra alveare e alveare, oppure
di effettuare scambi in modo controllato, per esempio
tra coppie di alveari, oppure di non scambiare materiali
tra apiario e apiario. Queste sono forme aperte di
quarantena alcune delle quali possono essere mantenute
anche nel corso di tutta la stagione.
Essendo il saccheggio l'altro
principale veicolo di diffusione della peste, agli
apicoltori viene suggerito di contribuire a creare
una rete di autodifesa, indagando sulla presenza di
apiari nel vicinato e avvalendosi dell'aiuto dell'esperto
apistico e del veterinario.
Altro punto portante della strategia è l'attuazione
di un solo tipo di misura: l'eliminazione dell'alveare
infetto e di tutto il materiale contaminato.
L'efficacia di questa strategia dipende in gran parte
dalla disponibilità ad abbandonare l'uso di
antibiotici.
Essi vengono sconsigliati non
solo perché proibiti e suscettibili di inquinare
il miele, ma, in questo contesto, soprattutto per
la loro modalità d'azione che colpisce le forme
vegetative del bacillo senza toccare le spore. La
divulgazione di questa fondamentale informazione di
biologia (viene utilizzata a scopo didattico l'immagine
di un pulcino - la forma vegetativa - e di un uovo
- la spora) dà la possibilità di spiegare
che l'antibiotico, colpendo appunto il "pulcino"
senza poter colpire l'"uovo", occulta in
realtà temporaneamente i sintomi della malattia
che ricompare in seguito, magari dopo che sono avvenuti
massicci scambi di materiali contaminati tra alveari
o tra apiari.
Questo suggerimento a volte
trova difficoltà ad essere recepito, ma proprio
in zone dove l'antibiotico mostra la corda non è
difficile che agli occhi dell'apicoltore l'informazione
coincida con l'evidenza. Ci sono in particolare zone
dove l'apicoltura, essendosi evoluta prima, ha intrapreso
la strada degli antibiotici quando essa era in effetti
la più "moderna" disponibile. In
seguito proprio queste zone hanno acquisito una cattiva
fama agli occhi dei compratori di sciami.
Un altro argomento che viene
evidenziato contro gli antibiotici è l'indebolimento
delle difese naturali dell'alveare e il suo esporsi
a patologie di tipo fungino (covata calcificata, comparsa
in USA simultaneamente all'introduzione degli antibiotici).
Anche la pratica della "messa a sciame"
viene sconsigliata. L'argomento principale è
che tale pratica implica l'opposto di una selezione,
vengono cioè tenute in vita regine le cui api
si sono rivelate sensibili alla peste. Per questa
stessa ragione non viene incoraggiato neppure l'interesse
per trattamenti di tipo "naturale". La bassa
incidenza della malattia (nonostante la presenza di
qualche modesto focolaio) in zone dove questa proposta
di strategia ha preso forma e si è affermata
da una quindicina d'anni, potrebbe indurre a pensare
che, avendo continuato a eliminare alveari malati,
si stia forse ora proprio godendo degli effetti di
questa forma di selezione massale.
Un altro argomento contro la messa a sciame è
che, se persistono dei focolai di infezione, la famiglia
"risanata" sarà soggetta a riinfettarsi.
Un ottimo studio neozelandese,
quello di Godwin e Van Eaton, reperibile sul sito
www.beekeeping.co.nz/index.htm,
ha inoltre mostrato sperimentalmente quali sono le
possibili evoluzioni della peste americana a partire
dall'iniziale manifestarsi di meno di 5 celle infette
nelle famiglie esaminate. In un primo gruppo di primo
casi, che copre un terzo degli alveari oggetto della
ricerca, si ha un aumento esponenziale in un periodo
di 30 giorni.
In un altro terzo i sintomi
sono scomparsi e non sono ricomparsi essendo stati
tenuti sotto controllo per 4 anni.
Nell'ultimo terzo di famiglie studiate, i sintomi
iniziali sono scomparsi per un periodo che va da una
a tre settimane, per riapparire e prendere a crescere
esponenzialmente. Un apicoltore che le avesse osservate
in questo lasso di tempo le avrebbe potute credere
sane.
Sempre in seno alla stessa ricerca vengono mostrati
i tempi occorsi a 100 famiglie d'api appositamente
infettate, per sviluppare i sintomi della peste: essi
vanno da 1-2 mesi (insieme il 49%) a più di
sei mesi.. Altri casi citati nello stesso lavoro:
di un gruppo di famiglie che avevano ricevuto a primavera
melari tolti inconsapevolmente da altre famiglie poi
rivelatesi infette, l'85% apparivano infettate d'autunno,
il resto tra la primavera successiva e fino a un anno
e mezzo dopo.
Lo studio di Godwin e
Van Eaton mostra anche come in Nuova Zelanda (dove,
essendo gli antibiotici vietati, la messa a sciame
era stata la principale pratica alternativa all'eliminazione)
si è ottenuta una sostanziale diminuzione dell'incidenza
della peste americana proprio nel momento in cui gli
apicoltori hanno abbandonato la messa a sciame stessa.
La pubblicità data a questo studio negli incontri
tecnici ha consentito si dare sostegno ancora più
convincente alla strategia proposta.
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